Lettere per la libertà

 

“Il mondo alla rovescia”, lettera di Jaume Cabré a Raül Romeva

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Lettera dello scrittore Jaume Cabré  a Raul Romeva, che è in carcere  a Estremera dal 23 marzo · “Lettere per la libertà” è una sezione del giornale elettronico Vilaweb per esprimere solidarietà con i prigionieri ed esiliati politici, e anche , per far sapere chi sono.

Caro Raül,

dottore in relazioni internazionali, laureato in economia, Consigliere per gli Affari Esteri, Relazioni Istituzionali e Trasparenza della Generalitat, governo autonomo della Catalogna; futuro ministro degli Affari Esteri della Repubblica catalana; politico ammirato; prigioniero politico che tanto ci manca, caro amico.

I titoli ufficiali non sarebbero necessari, ma mi è venuto cosí, Raül. Soprattutto perché leggerai questa lettera, se te lo permetteranno, nella prigione di Estremera. Rileggo ciò che ho scritto e mi rendo conto che mancano ancora altri titoli onorifici; ne citerò solo uno di cui sei molto fiero: membro attivo dei Castellers de Sant Cugat, i Gausacs (torri umane popolari in Catalogna, ndt) , che, nonostante la loro giovinezza, nell’ottobre 2017 (sì, nell’ottobre 2017!) hanno completato un tre di nove (una torre di nove piani particolarmente difficile da costruire, ndt). Nessuno riuscirà a strapparti il titolo di membro attivo de I Gausacs.

Quando rivedo la tua carriera e le informazioni del tuo curriculum, capisco perché ti tengono in carcere; i politici che detengono il potere in Spagna (con la loro politica o con il loro silenzio) non raggiungono neanche la suola della tua scarpa. Sai tantissime cose; hai vissuto da vicino il conflitto dei Balcani in Bosnia Erzegovina e in Croazia. Hai lavorato aiutando i rifugiati nei campi in Croazia; sei stato responsabile del programma educativo e la promozione del programma Cultura della Pace dell’UNESCO. Sei stato, anche, il supervisore dell’OSCE per le elezioni in Bosnia Erzegovina nel 1996 e nel 1997; e, dopo tanta generosità, ti sei fatto un regalo che ami moltissimo: hai imparato a parlare il croato. Trovo molto bello che tu consideri questa incorporazione come un regalo. Forse i monolingui acerrimi non potrano mai capirlo.

C’è una cosa della quale non ti ho mai parlato: ancora non  ti conoscevo personalmente, ma mi interessò molto l’europarlamentare Raül Romeva, lavoratore instancabile, con una performance ammirevole come deputato europeo che si concreta, tra mozioni e domande, in mille seicento interventi. Considerando che n’erano e ce ne sono tuttora che passano il badge, entrano da una porta ed escono tranquillamente dall’altra… è logico che tu sia in prigione mentre i “furbi” continuano a far niente mentre approfittano di qualsiasi imbroglio politico che possa arricchirli. Il mondo alla rovescia: la tua integrità ti ha portato in prigione. Il mondo è capovolto? Oppure no: è la rivoluzione degli integri: tua e quella degli altri prigionieri politici e politici in esilio. Ora che i WhatsApp proliferano come funghi, mentre ti scrivevo, me ne è arrivato  uno che dice che ci fanno vivere in un paese dove uno stupro di gruppo è solo un  abuso, o che una rissa in un bar è terrorismo. E i neo-nazisti con le armi sono assolti come patrioti. In un paese in cui l’uccisione di un toro è una celebrazione culturale; dove i nonni, i coraggiosi, gli eroi, sono stati malmenati dai manganelli per difendere i seggi; dove i rapper vanno  in prigione per le loro critiche, dove gli insegnanti che fanno discutere in classe delle questioni che stiamo vivendo sono accusati d’”incitamento all’odio” … Come dice il professore di diritto penale di una università catalana, attualmente Il regno di Spagna è “uno stato di perversione del diritto”. E ce ne ricorderemo.

Revenons à nos moutons: riferendomi al tuo lavoro come eurodeputato,  voglio dirti qualcosa che molta gente pensa dei nostri prigionieri ed esuli :  davanti  a tanta ignoranza, inettitudine e cattiveria, vedere che persone preparate, con una profonda esperienza di vita riguardo l’Europa, sono  imprigionate o esiliate, fa sembrare di vivere in un mondo alla rovescia.

Alcuni mesi fa abbiamo parlato di letteratura; e abbiamo parlato dei tuoi libri, dei tuoi romanzi. Ora mi prende una specie di pudore; trovo sia troppo personale riferirmici in questa lettera che scrivo in privato ma che sarà resa pubblica. Ma una cosa posso dirti: mi stupisce che, con tutta l’attività frenetica che hai vissuto, tu abbia conservato l’umore, tempo, energia ed entusiasmo di scrivere, di tanto in tanto, un romanzo.

Lasciami fare riferimento, per finire, al titolo di un saggio che hai pubblicato nel 2014: “Siamo una nazione europea (ed una cartella scomoda): la Catalogna vista dall’Europa.” Questo è il titolo completo: assolutamente esplicito; assolutamente premonitorio.

Raül: devo concludere. A quattr’occhi parleremo di altre cose, non necessariamente profonde: forse del colore di quella rosa. O forse staremmo zitti per un po’, senza dover fare commenti intelligenti e necessari: semplicemente, stando. Come vorrei che fosse possibile! E lo sarà, perché la Storia, se fa un passo indietro, dopo ne fa due avanti ; è capricciosa, d’accordo: ma non si ferma.

Grazie per la tua generosità, per la vostra generosità e coraggio.

Tuo, Vostro

Jaume Cabré

https://www.vilaweb.cat/noticies/el-mon-a-linreves-carta-de-jaume-cabre-a-raul-romeva/

 

“Sono convinto dell’importanza della cultura per costruire (una) repubblica “(*), lettera di Raül Romeva a Jaume Cabré.

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 Raül Romeva, che si trova nel carcere di Estremera dal 23 marzo, risponde alla lettera inviata da Jaume Cabré attraverso questa sezione. “Lettere per la libertà” è uno spazio di VilaWeb per esprimere solidarietà con i prigionieri politici ed esiliati e, allo stesso tempo, per sapere chi sono     

 

Caro Jaume Cabré,

Ancora una volta, devo ringraziarti per le tue parole di sostegno e per l’incoraggiamento che ci hai fatto raggiungere in modo collettivo con la tua “Lettera per la libertà”. La verità è che siamo molto onorati e, allo stesso tempo, fortunati, ricevere tanti segni di affetto e solidarietà, e questo ci fa credere che, prima o poi, prevarrà il buon senso.

La nostra determinazione repubblicana, sempre pacifica e democratica, è il riflesso del fallimento di uno Stato che non ha saputo ascoltare, gestire ne canalizzare le proprie diversità. Ma è anche l’espressione di diverse generazioni che, a prescindere dalle origini di ciascuno, sono chiare che vogliono costruire un progetto giusto, etico, solidale e inclusivo.

È anche fondamentale che la cultura sia uno dei pilastri di questo progetto. E in questo senso, faccio mie le parole di Joan Manuel Tresserras, quando dice che non dovremmo partire dalla volontà di dominio ma dall’opposizione frontale a tutte le forme di dominio, e non dobbiamo partire dall’economia e la politica per pensare il nostro modello sociale e di potere, ma, al contrario, dobbiamo iniziare dalla cultura, se necessario, per usare strumentalmente l’economia e la politica al fine di raggiungere i nostri obiettivi.

Ecco perché sono così convinto dell’importanza della cultura, in tutte le sue dimensioni, per costruire legami, società e repubblica (*)

Grazie, Jaume, per il tuo impegno personale a favore di un progetto entusiasta e integrante.

Continueremo a lavorare, ognuno dal nostro spazio, per condividere questo futuro. Ed è che, prima o poi, il bene trionferà. Ne sono convinto.

Un grande abbraccio!

Raül

[In questo scritto Raül Romeva risponde alla lettera inviata a lui da Jaume Cabré nel progetto VilaWeb ‘Lettere per la libertà’]

https://www.vilaweb.cat/noticies/cartes-per-la-lliberta-raul-romeva-jaume-cabre/

 

traduzione Margherita Ravera-ANC Italia

(*) Nota della traduttrice: Romeva usa il termino repubblica come lo usiamo in Catalogna; diciamo che “facciamo repubblica”  in un parallelismo col termino “facciamo strada”, coscienti che la meta è “la repubblica” però, per il momento “facciamo repubblica” cioè prepariamo la strada verso la repubblica.  Ogni passo verso la futura repubblica indipendente catalana è un “fare repubblica”.

 

 

 

Non hanno paura del presidente Torra

“Il regime pensa che incarcerando Puigdemont, il problema finirà”

 

El Mon – Opinió  Gemma Aguilera  02/06/2018gemma_aguilera_468711

 

Pedro Sánchez è ormai presidente della Spagna grazie ai voti dell’indipendentismo catalano, un movimento che, secondo l’opinione del PSOE, e anche del PP e di C’s, è violento e xenofobo, per cui i suoi leader politici e sociali meritano di vivere tre decadi di carcere e di esilio. E’ caduto Rajoy e anche l’articolo 155 (il commissariamento della Regione). Ma non è caduto il regime del ’78. Per ora, è stato sostituito il nazionalismo estremo e ultrà di un partito corrotto con il giacobinismo mimetizzato talvolta di federalismo. Non è poco, ma in nessuna di queste due Spagne può trovare spazio una Catalogna sovrana, moderna e profondamente democratica. Pedro Sánchez ha offerto dialogo al presidente Quim Torra ed è sperabile un certo disgelo, ma il PSOE, come il PP, soltanto conosce una sovranità.

 

Loro non hanno paura del nuovo Presidente catalano Torra. La Generalitat non avrà la chiave della Repubblica, perché i margini di manovra saranno scarsi e l’ombra di una nuova applicazione del 155 sorvolerà su ogni azione dell’esecutivo e ogni parola dei consiglieri catalani. Il PSOE, sotto la pressione di C’s e del PP, non potrà mostrarsi “debole” con la Catalogna trovandosi alle porte da nuove elezioni. E il Parlamento, il Tribunale Costituzionale esamineranno ogni movimento per sterminare qualsiasi avanzamento sociale significativo in materia legislativa.

 

Hanno paura del presidente in esilio. Puigdemont è incontrollabile se  libero. Capace di internazionalizzare a grande velocità la causa catalana e di mettere in evidenza i deficit democratici della giustizia spagnola e dello Stato. Una voce libera in Europa, e quello che è più terrificante per la Spagna, con un ascendente molto evidente su tutto l’indipendentismo aldilà delle sigle politiche. Da qui parte il fatto che il regime pensi che se riuscirà a portare Puigdemont in carcere a Estremera, il problema finirà. Il pezzo di caccia grossa sarà tra le sbarre per molti anni e i catalani avranno capito la punizione  esemplare. Umiliati, si arrenderanno e torneranno a essere buoni spagnoli. Errore gravissimo di interpretazione: altri leader politici prenderebbero il testimone dell’internazionalizzazione e il simbolismo che supporrebbe l’avere un presidente in carcere provocherebbe ancora più mobilitazioni popolari.

 

Quando venerdì scorso molti media di comunicazione diffondevano la notizia falsa che la giustizia tedesca avrebbe consegnato il presidente catalano alla Spagna per essere processato per ribellione, diversi giornalisti che si trovavano al Congresso informando sulla mozione di censura, hanno applaudito e celebrato come un gol della nazionale. Nella rete Quattro, giornalisti e ospiti erano euforici mentre annunciavano la grande novella a un deputato catalano del PDeCAT rimasto attonito. A quanto pare, celebravano la putrefazione assoluta della democrazia e della giustizia spagnole, che pretende di incarcerare dei politici per la loro ideologia. Ideologia indipendentista, perché il fascismo è legale in Spagna; ed è anche sovvenzionato.

traduzione  Àngels Fita-ANC Italia

http://elmon.cat/opinio/30507/no-es-el-president-torra-qui-els-fa-por

Biforcandoci

Vilaweb.cat – Vicent Partal  – 17.05.2018 –

Ricordate Hannah Arendt :  ” Un bugiardo è sconfitto dalla realtà, per la quale non ci sono sostituzioni “

 

Conferenza stampa di Albert Rivera (leader del partito Ciudadanos) presso la Moncloa. Fa un’arringa. Esige una nuova applicazione dell’articolo 155 ‘dal parlamento o dal governo’ senza chiarire come si possa fare. E controllare TV3 (la tv catalana) e impedire i rapporti internazionali della Generalitat e un sacco di cose in più. La prima domanda arriva da una giornalista che non si identifica. Semplicemente chiede come si può fare tutto ciò. Ricorda che per applicare l’articolo 155 bisogna trasmettere una comunicazione al presidente della Generalitat ed esporre una serie di fatti che giustifichino l’applicazione dell’articolo. Oltre a l’obbligato passaggio in senato e seguire la procedura per raggiungerlo. Rivera non sa rispondere. Come se fosse disturbato da una giornalista con delle reticenze legaliste verso il suo intento…

 

Nel frattempo, Pedro Sánchez, a nome del PSOE (partito socialista operaio di spagna), chiede di adeguare il codice penale affinchè le azioni portate a termine dalla Generalitat nello scorso ottobre siano considerate un reato di ribellione. Brucia lo schiaffo belga. E fa impressione vedere il dirigente del PSOE proponendo cose così insensate come questa –e sorprende, nel ricordare che quest’uomo era chi doveva sconfigere Rajoy-. Fa ancora più impressione il fatto che ignori che le leggi non possono essere retroattive e che non servirebbe a niente una decisione del genere così folle. In più, compiendo un errore da prima elementare, Sánchez constata in pubblico che non c’è stata alcuna ribellione, visto che chiede di cambiare la tipificazione penale per includere i fatti di allora.

 

E il giudice Llarena, ai Llarena! va oltre, addirittura. Dopo lo schiaffo belga va a dire alla Germania che il Belgio si è sbagliato e di stare attenti a non sbagliare anche loro –ma…quest’uomo non ha nessuno che possa consigliarlo? – Coordinatamente, i giornali spagnoli nascondono la decisione del tribunale di Bruxelles. E vorrebbero darci lezioni di giornalismo, loro …

 

Ma, a questo punto, arriva la biforcazione. Alla stessa ora in cui succede tutto questo, il Sig. Quim Torra assume la presidenza della Generalitat in un atto discreto e contenuto. Lontano dalla tensione e dalla violenza concettuale e verbale scatenatasi a Madrid. Qui ci sono gesti discreti. Non c’è la bandiera spagnola, nè il ritratto del re, nè alcun esemplare della costituzione. Utilizza la formula già usata da Puigdemont (“giuro di compiere lealmente gli obblighi della carica di Presidente della Generalitat con fedeltà al popolo della Catalogna rappresentato dal Parlament”) e non indossa la medaglia che accredita la presidenza (n.d.t. ha dichiarato che è intenzionato a restituire la Presidenza a Puigdemont, il presidente legittimo). Non ci sono invitati. E’ circondato, discretamente, dalla famiglia, verso la quale sorride timidamente.

 

Il primo ottobre aprì un solco emotivo tra la Spagna e la maggioranza della popolazione catalana. E abbiamo la sensazione che questo solco si sta spostando lentamente nella quotidianità. Siamo già due paesi così diversi che si fa fatica a conciliare il racconto della nostra vita in comune. Così tanta bile da una parte, tanti gesti esasperati e tanta serenità, tanto contenimento dall’altra. Sembra che nemmeno le campagne manipulatrici abbiano molto impatto. Tra gli altri motivi, perchè quando apri la scatola di Twitter ce n’è -oh sorpresa!, per tutti-. Tweets che la maggior parte della gente guarda con indifferenza, quando si usano per attaccare gli uni o gli altri, perchè non si può abusare della manipolazione senza evitare l’effetto contrario, il disinteresse.

 

Ricordate Hannah Arendt: ‘Un bugiardo è sconfitto dalla realtà, per la quale non ci sono sostituzioni; per quanto grande possa essere la trama di falsità che un bugiardo esperto ha da offrire, non sarà mai abbastanza grande, -anche con l’aiuto dei media-, per coprire l’immensità degli eventi reali.’

Biforcandoci…

traduzione Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/bifurcant-nos-editorial-vicent-partal/

Il Parlamento elegge Quim Torra presidente

ASKANEWS    14.05.2018

 

Designato dall’ex presidente Puigdemont tuttora in esilio

Barcellona, (askanews) – Quasi cinque mesi dopo le elezioni catalane del 21 dicembre 2017, la Catalogna ha di nuovo un leader politico espressione del suo parlamento autonomo: è l’indipendentista Quim Torra, designato dall’ex presidente catalano in esilio Carles Puigdemont.

Torra, legato alla formazione indipendentista di centrodestra PDeCat (Partito Democratico Europeo Catalano) è stato eletto di stretta misura con 66 voti a favore, 65 contrari e quattro astenuti della formazione indipendentista radicale di sinistra Cup (Candidatura d’Unità Popolare).

In un momento critico per l’indipendentismo, con nove leader sottoposti da mesi a carcere preventivo e sette in esilio per sfuggire alla prigione per aver organizzato il referendum sull’indipendenza del primo ottobre 2017 proibito da Madrid, questo giornalista ed editore di 55 anni prestato alla politica si è rivolto direttamente al re di Spagna Felipe VI:

“Risulta, Maestà, che in questo paese ci sono prigionieri politici, ci sono persone esiliate e centinaia di catalani indagati per aver esposto liberamente il loro progetto, un progetto democratico, l’indipendenza. Risulta che abbiamo votato il primo ottobre e il 21 dicembre, ma la volontà espressa nelle urne non viene rispettata. Maestà, così, no”.

Torra ha ribadito che il fronte indipendentista ha un solo obiettivo: la creazione di una Repubblica catalana indipendente. Con lui finisce un periodo di mesi durante i quali la Catalogna è stata commissariata da Madrid.

“E perché la vogliamo, questa nostra repubblica? Perchéè scommettere sul futuro, su 7 milioni e mezzo di catalani, , su tutto il paese, sul 100% dei cittadini, perché la repubblica catalana è libertà, uguaglianza e fraternità. È coesione e progresso sociale ma anche progresso e opportunità di crescere economicamente. E, certamente sì, la repubblica catalana è guardare all’Europa e al mondo”.

http://www.askanews.it/video/2018/05/14/catalogna-il-parlamento-elegge-quim-torra-presidente-20180514_video_18233647

 

La libertà di coscienza

 

Scritto da Oriol Junqueras – 14 Maggio 2018 – Categoria: Il presente e noi

http://www.laletteraturaenoi.it

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 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell’International Press Institute). 

In Italia viene spesso evocata l’analogia con l’indipendentismo leghista, diverso da ogni punto di vista. L’indipendentismo catalano si nutre di una solida cultura democratica che affonda le radici nella guerra civile antifranchista (e basterebbe ricordare Omaggio alla Catalogna di George Orwell); è antimonarchico e repubblicano; è, soprattutto, cosmopolita ed europeista. Contesta i residui postfranchisti della società politica e giuridica spagnola, che esibiscono una scarsa separazione fra i poteri. Crede in una scuola multilingue e multiculturale.

L’intervento che segue è stato pubblicato nel 2014, e oggi Junqueras lo ha tradotto in italiano. Non vi si parla della situazione politica in corso, né della propria prigionia. Vi si allineano alcune citazioni più o meno celebri che evocano il tema della libertà di pensiero e del rapporto fra ricerca intellettuale e potere, facendo centro sulla figura emblematica di Socrate e sul suo rispetto delle leggi. Non può sfuggire la natura allegorica che questa riflessione assume in questo momento; né il significato politico e culturale di questo gesto. È come se questo politico e intellettuale chiedesse ai politici e agli intellettuali italiani di assumere la responsabilità di ciò che sta avvenendo a pochi chilometri, in territori amici presso i quali tanto spesso andiamo per scambi culturali o in vacanza. Come se chiedesse di sapere e di pronunciarci.

(Pietro Cataldi)

Ecco un link di video raccolti da Wikileaks che testimoniano la violenza poliziesca contro i votanti al referendum del 1° ottobre 2017: https://spanishpolice.github.io/

Come diceva R.W. Emerson, la prima delle virtù eroiche consiste nel dire la verità, perché “la sincerità è l’unica forma di parlare e di scrivere che non smette mai di essere attuale”. Inoltre, “il genio consiste nel dimostrare che quello che è vero per noi, nel nostro pensiero e nel nostro cuore, è anche vero per tutti gli umani”. E benché Kant affermi che “nel profondo delle tenebre, l’immaginazione lavori più attivamente che in piena luce”, bisogna ricordare che – come diceva Voltaire – “è pericoloso avere ragione quando il governo ha torto”. Infatti, il potere percepisce, troppo spesso, la libertà di opinione e di pensiero come una minaccia. Tanto che perfino la democrazia ateniese finì per assassinare la libertà della coscienza daimonica di Socrate.

Nella primavera dell’anno 399 a. C., Socrate fu accusato di empietà con l’argomento che spesso faceva appello a una “divinità interiore” (daimon), che guidava i suoi pensieri, opinioni, azioni e omissioni. Socrate era convinto che esista una “norma” universale, eterna e immutabile, di ciò che è buono e giusto. Una norma così assoluta che tutta la natura è orientata alla sua comprensione. E, per questa ragione, ci chiede lo sforzo di esaminare tutto e tutti. Anche noi stessi, perché “una vita senza esame non merita di essere vissuta”. Il vero compito della nostra vita, dunque, consiste nel tentare di capire tutto, sottoponendo a prova la nostra verità – sempre parziale e provvisoria – mediante un dialogo costante, dove è più importante saper fare le domande piuttosto che esporre le proprie convinzioni. Una modestia – qualche volta ironica – che viene sintetizzata dall’aforisma “so soltanto di non sapere”.

Un invito al dialogo, imprescindibile nella costruzione del sapere, sempre così bisognoso di sforzo intellettuale e di tolleranza emotiva. In questo senso, la migliore lezione ce la fornisce una frase di Evelyn Beatrice Hall, attribuita erroneamente a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. E il poeta canadese William Henry diceva: “Chi non vuole ragionare è un fanatico, chi non sa ragionare è un folle e chi non si arrischia a ragionare è uno schiavo”.

Il fatto che Socrate mettesse in dubbio sistematicamente la realtà, però, fu interpretato dai suoi concittadini come una beffa. In realtà, egli non pretendeva di fare nessun gioco di parole sofistico. Al contrario. Spesso criticava i sofisti per la mancanza di contenuto etico dei loro insegnamenti. Paradossalmente, però, un’assemblea di cittadini ateniesi considerò che la solida coscienza etica del daimon socratico era un ricorso retorico di un filosofo abile nell’uso della parola. E, pertanto, fu condannato.

Senza dubbio, questa è una lezione che non bisognerebbe dimenticare. E non deve meravigliare che questo sia anche lo spirito che pervade John Stuart Mill e Voltaire, quando affermano, rispettivamente, che “il genio può respirare solo in un’atmosfera di libertà” e che “la storia si può scrivere bene solo in un paese libero”. Socrate avrebbe potuto scegliere l’esilio, però – volendo dare testimonianza fino alla fine dell’integrità del suo comportamento – affrontò coloro che lo condannavano, raccomandando che venisse concesso loro un vitalizio come benefattori della società. Infuriati per quest’ultima ironia, furono ancora di più i membri della giuria che lo condannarono a morte, rispetto a quelli che, poco prima, lo avevano giudicato colpevole. E, dopo aver parlato eloquentemente dell’anima – quando il sole si stagliava all’orizzonte –, Socrate bevve la cicuta.

https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/792-la-libert%C3%A0-di-coscienza.html

TESTO ORIGINALE:

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       Oriol Junqueras                    Quim Forn                                                     Jordi Sanchez           Jordi Cuixart

Llibertat del consciència

Segons Emerson, la primera de les heroïcitats consisteix a dir la veritat. Doncs, la “sinceritat és l’única forma de parlar i escriure que mai passarà de moda”. A més, “el geni radica en acreditar que allò que és veritable per a nosaltres, en el nostre pensament i en el fons del nostre cor, també és cert per a tots els humans”. I, malgrat que Kant afirmi que “enmig de les tenebres la imaginació treballa més activament que a plena llum”, el cert és que –tal com assenyala Voltaire– “és perillós tenir raó, quan el govern està equivocat”. I, de fet, massa sovint, el poder percep la llibertat d’opinió –àdhuc de pensament– com una amenaça. Tant és així que fins i tot les democràcies poden assassinar la llibertat de la nostra consciència daimònica.

Així, la primavera de l’any 399 aC., Sòcrates va ser acusat d’impietat amb l’excusa que sovint apel•lava a una “divinitat interior” (daimon), que guiava els seus pensaments, opinions, accions i omissions. Curiosament, el concepte daimon adquireix una connotació moralment negativa (com encarnació del mal), quan –en l’intent d’imposar el seu monoteisme– els cristians consideren aquesta figura com un déu alternatiu a l’únic Déu possible. De tal manera que aquella bondadosa veu interior esdevé l’expressió d’un dimoni malvat. En realitat, però, Sòcrates està convençut que existeix una norma universal, eterna i immutable d’allò que és bo i correcte. Una norma tan absoluta que tota la natura està orientada a la seva comprensió. I, per tant, ens exigeix l’esforç d’examinar-ho tot i a tothom. Fins i tot a nosaltres mateixos. “Una vida sense examen no mereix ser viscuda”. La veritable missió de la nostra existència, doncs, consisteix a entendre-ho tot, confrontant la nostra veritat –sempre parcial i provisional–, mitjançant un diàleg constant, en què és més important saber preguntar que no pas exposar les nostres conviccions. Una modèstia –de vegades irònica– que es condensa en el famós aforisme “només sé que no sé res”.

Una invitació al diàleg, imprescindible en la construcció del coneixement, tan necessitat d’esforç intel•lectual com de tolerància emocional. Tal vegada, en aquest sentit, la millor lliçó ens la dóna una frase d’Evelyn Beatrice Hall, atribuïda erròniament a Voltaire: “Estic absolutament en desacord amb el que dius, però donaria la meva vida per a què ho puguis dir”. I el poeta canadenc William Henry també és força contundent en exposar el ventall de causes que poden explicar l’absència d’un diàleg intel·ligent: “El qui no vol raonar és un fanàtic, el qui no sap raonar és un boig i el qui no s’atreveix a raonar és un esclau”.

El fet que Sòcrates qüestionés sistemàticament la realitat, però, va ser interpretat pels seus conciutadans com una burla. En realitat, ell no pretenia pas fer cap mena de joc de paraules sofístic. Ans al contrari. Sovint criticava els sofistes per la manca de contingut ètic de llurs ensenyaments. Paradoxalment, però, una assemblea de ciutadans atenencs va considerar que la sòlida consciència ètica del daimon socràtic només era un recurs retòric d’un filòsof hàbil en l’ús de la paraula. I, per tant, va ser condemnat.

Sens dubte, aquesta és una lliçó que caldria no oblidar. I no és estrany que aquest sigui l’esperit que transpira arreu de l’epidermis de John Stuart Mill i de Voltaire, quan afirmen respectivament que “el geni tan sols pot respirar en una atmosfera de llibertat” i que “la història només es pot escriure bé en un país lliure”.

Sòcrates hauria pogut escollir l’exili, però –volent donar testimoni fins al final de la integritat del seu comportament– es va encarar a aquells que el condemnaven, recomanant-los que li concedissin una pensió vitalícia com a benefactor de la societat. Enfurismats per aquesta darrera ironia, van ser molts més els membres del jurat que el van condemnar a mort, que no pas els que –poc abans– l’havien considerat culpable. I, després de parlar eloqüentment de l’ànima –mentre el Sol es ponia a l’horitzó–, Sòcrates va beure la cicuta.

https://www.nuvol.com/opinio/llibertat-de-consciencia/