Unilateralità e fallimento

 

Vilaweb.cat – Oriol Izquierdo  12.05.2019

Manifestació Autodeterminació no es delicte

 

Non ditemi che non siete stanchi: uno dei “mantra” più comuni tra giornalisti e commentatori reticenti e contrari al nostro processo di emancipazione è quello di dire e ripetere, e ripetere ancora, e non smettere mai di affermare che l’unilateralità ha fallito. Questa è, dicono loro, una delle lezioni che possiamo trarre dagli eventi dell’autunno 2017. E pertanto, dicono, bisogna andare oltre le tentazioni unilateraliste. Dicono. Come se le cose fossero andate in quel modo. Ma davvero è andata così?

Lo abbiamo appurato fino alla nausea: il percorso che abbiamo fatto in tutti questi anni, almeno fino a settembre del 2017, ha cercato sempre il dialogo e la bilateralità; abbiamo esteso la mano persistentemente sperando di trovare un giorno una mano tesa di fronte a noi. Se abbiamo peccato di qualcosa è di non aver mai osato di tirare dritto. Fino a quando, in vista di un tale accumulo di negligenza e disprezzo, tra i giorni 6 e 7 settembre e il 27 ottobre, si sono manifestati finalmente alcuni gesti unilaterali; ora sappiamo con certezza che erano gesti con una volontà di porre un ultimatum, un grido disperato alla trattativa, piuttosto che un’affermazione autodeterminata di indipendenza.

No, di fatto nemmeno in ottobre, al di là del referendum, non fu un momento di azioni unilaterali. Il giorno 10 fu proclamata l’indipendenza e subito sospesa. Il 27 si dichiarò soltanto per intraprendere la via dell’esilio o del carcere dando inizio a la fase che attraversiamo ora. No, unilaterali sono sempre stati solo i gesti, l’insinuazione, la minaccia. E in vista dell’insistenza nell’ignorare il grido e dopo la reazione violenta, che avevamo già assaggiato il 1 ottobre, ogni volta che siamo stati vicini a un momento unilaterale abbiamo sempre fatto marcia indietro.

Ecco perché mi sembra che non sia fuori luogo aspettarsi che un giorno ci domandiamo cosa sarebbe successo se avessimo scommesso per l’unilateralità senza esitazione. Se il 3 di ottobre, forse il giorno in cui avevamo accumulato più forza, fossero state tolte le bandiere spagnole dagli edifici pubblici. Se il giorno 10 o il 27 i sogni di tutti quelli che eravamo disposti a difendere la repubblica, non fossero rimasti ghiacciati. Forse è una speculazione inutile. Ce l’avremmo fatta? D’accordo, è una possibilità. Ma perché non potevamo farcela? O, se preferite: cosa avremmo dovuto fare per farcela?

Sapete perché perdo il tempo con questi dilemmi? Perché sono convinto che il momento dell’azione unilaterale ancora non è arrivato. Ma arriverà. L’incapacità dello stato spagnolo e dei suoi dirigenti, di qualunque partito essi siano, per capire e accettare quello che è successo –lo stupore che riscontro nei pubblici ministeri, ogni qualvolta un testimone difende davanti al tribunale, senza paura e senza scuse, la volontà popolare e la disobbedienza civile…– me ne convincono.

Il momento dell’unilateralità si avvicina. E non possiamo rinunciarci. Perché rinunciare sarebbe come arrendersi. Come lasciare stare. Come accettare che tutto quanto non è valsa la pena. Accettare, pertanto, che la repressione è la strada.

E invece no: la strada è la fermezza, la dignità, l’autodeterminazione. L’indipendenza si potrà fare solo facendola. Prepariamoci, dunque, per poterla fare e, quando sarà il momento, facciamola. E poi, difendiamola.

*traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/unilateralitat-fracas-opinio-oriol-izquierdo/

 

Zero cognomi catalani

Diario16 – Xavier Diez03/03/2019  – https://diario16.com/cero-apellidos-catalanes/

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E’ diventato un luogo comune stabilire un ritratto dei catalani come dei “suprematisti”. Si tratta di un fenomeno collegato alla sorprendente scoperta che una percentuale considerevole, probabilmente maggioritaria, dei residenti in Catalogna sono diventati indipendentisti, verosimilmente in modo irreversibile. Rifiutano di rimanere nel Regno della Spagna. Fenomeno recente, ma non strano. Nei diversi sondaggi del CIS (Centro de Investigaciones Sociologicas) effettuati nelle ultime decadi eravamo sempre i meno simpatici tra tutti quelli che condividiamo la nazionalità. I topici ci descrivevano con appellativi come “taccagni”, con delle arie di superiorità, e “molto sulle sue”, attributi che, a proposito, sono molto simili ai pregiudizi contro gli ebrei nelle società europee, sempre sospettati di rappresentare un “corpo estraneo” tra la comunità. Addirittura le stesse barzellette antisemite, in Spagna sono state utilizzate contro i catalani. Adesso, con una crisi sistemica del regime del 78 (la prima legislatura dopo il franchismo) nel quale il sovranismo repubblicano ha avuto un ruolo preponderante, questo processo si è acuito.

 

La deformazione del conflitto, a partire dal “aporellismo” (= più o meno “prendiamoli”) mediatico e giudiziario o dalla manipolazione dei più bassi istinti da parte di determinate formazioni politiche, hanno contribuito a costruire una disumanizzazione di sette milioni e mezzo di persone che, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche sono criminalizzate per essere quello che sono. O peggio ancora, stabilendo delle categorie, come se quei milioni di cittadini della Catalogna che hanno deciso di rompere con la Spagna fossero intrinsecamente perversi, una specie di eretici contemporanei i quali dovrebbero essere “disinfettati”, come il ministro degli Affari Esteri Borrell ha dichiarato.

 

Questo “racconto”, senza dubbio, è stato promosso da un oligopolio dei media, specialmente della televisione, che in Spagna non si è mai caratterizzato per la pluralità. Anzi, come si evince da uno studio del ricercatore dell’ Università Complutense di Madrid, Javier Muñoz Soro, i media spagnoli attuali seguono una linea di continuità molto chiara rispetto alla corporazione giornalistica formatasi durante la dittatura, finanziati da settori imprenditoriali estrettamente in rapporto con il franchismo e che, tradizionalmente, sono serviti da strumento per potenziare uno spirito uniforme e autoritario tra la società spagnola, complementata da una cultura televisiva –in un paese con deficit di lettura e coscienza critica- nel quale sono stati deliberatamente invisibilizzati tutti gli elementi che non concordano con l’idea di identità nazionale tendente a confondere la Spagna con Madrid.

 

Non prendiamoci in giro nel credere che il pregiudizio anticatalano sia qualcosa di recente. Di fatto, la repressione contro la Catalogna è stata uno degli elementi sui quali si è costruita l’identità spagnola; tutti sappiamo che quello che coesiona di più è l’avere un nemico esterno o interno. Pochi sanno che l’appellativo “polacco” ha la sua origine nei primi anni del dopoguerra quando l’esercito franchista, emulando la Wehrmacht, chiamava così le reclute catalane per ricordare la loro condizione di popolo sottomesso. Le arringhe anticatalane di Quevedo riguardavano lo spirito antimonarchico dei catalani: “Sono un aborto mostruoso della politica, liberi con il signore”, cioè, non si sottomettevano allo spirito assolutista della monarchia spagnola. Di fatto, uno dei segni d’identità della Catalogna è la sua avversione al potere e la tradizione libertaria. Perfino lo storico Jaume Vicens Vives contabilizzò fino a 11 rivoluzioni (il popolo europeo più rivoluzionario), rendendolo specialmente scomodo a un regime che proviene direttamente dal totalitarismo più longevo di Europa, incapace di staccarsi da una monarchia rancida come quella che occupa l’autorità suprema dello stato attuale.

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Tornando all’inizio. Risulta curioso qualificare di “nazi” un indipendentismo che proviene precisamente dalla resistenza antifranchista, che nella seconda guerra mondiale partecipò apertamente accanto agli alleati e ai resistenti (di fronte a una Spagna che inviò 50.000 soldati sotto uniforme della Wehrmatch ed è corresponsabile del crimine di guerra dell’assedio di Leningrado). Ma si sa, i propagandisti attuali hanno ben assimilato la massima di Goebbels: una bugia ripetuta mille volte può diventare una verità.

Ogni menzogna, per essere credibile, deve contenere qualche elemento di verità. E’ vero che, tra i circoli intellettuali catalanisti degli anni 30 furono elaborate e diffuse alcune idee ostili all’immigrazione rurale spagnola. Dei reportage come quelli di Carles Sentís o di Josep Maria Planes alimentavano il mito del “murciano”, non tanto per le sue origini, quanto per il fatto che molti di loro esercitavano la loro integrazione sociale a partire da una CNT (anarchisti) che stabilì una dura rivalità e conflitto con il catalanesimo progressista e repubblicano dell’epoca. Forse il demografo e statistico Josep Anton Vandellós con il libro “Catalunya, poble decadent?” intellettualizzò l’avversione all’immigrazione di lingua non catalana, considerando che poteva prodursi una sostituzione linguistica e culturale se non si faceva fronte a un’endemica bassa natalità catalana (la demografa Anna Cabré lo denomina il “sistema catalano di riproduzione”) e se si aprivano le porte a una popolazione estranea. Ma il lato negativo di esporre dei casi isolati, di elevare l’aneddoto alla condizione di categoria, è che viene tergiversata la realtà.

 

Dall’inizio del XX° secolo fino al processo di Nuremberg, la eugenesia era di moda ed era considerata una proposta politica di un certo prestigio intellettuale. Una proposta assunta dal nazismo fino ai propri anarchisti, che diffondevano queste idee in riviste come Eugenia, Salud y Fuerza, Estudios, Generación Consciente e tante altre. Infatti, perfino il movimento anarchista, che tanti migranti rurali e meridionali riuscì a integrare nella vita pubblica catalana, erano ostili a determinate pratiche culturali (la crudeltà contro gli animali, l’alcolismo, la prostituzione e le conseguenti malattie associate, in favore di un controllo della natalità, ma anche in favore della sterilizzazione di quelli considerati non adatti). Di fatto, prima delle leggi eugenesiche tedesche, questo tipo di politiche erano già state sperimentate in alcuni stati degli Stati Uniti o in Scandinavia.

Anche il franchismo non era estraneo a questa perversa idea, a partire dalle iniziative del Mengele spagnolo, il psichiatra Antonio Vallejo-Nájera, ossessionato a estirpare il “gene rosso” dalla società spagnola, che fu responsabile del furto di migliaia di bambini a delle famiglie repubblicane, con la partecipazione entusiasta –e benefici crematistici- della chiesa cattolica.

 

Una cosa è certa, e non c’è discussione possibile (eccetto, ovviamente, tra quelli che ribadiscono mille volte la menzogna del “razzismo catalano”) la Catalogna è una nazione senza alcun componente etnico specifico. Tutt’al più, può considerarsi una nazione culturale, anche se dal mio sguardo da storico, piuttosto si tratta di un’ente post-nazionale fondata sulla volontà di esserlo e sulla resistenza all’assimilazione rispetto a uno stato ostile. Vicens Vives, in una popolare opera del 1954 “Noticia de Cataluña” (la censura impedì la pubblicazione con il titolo originale “Nosotros, los catalanes”), considera il territorio come una “terra di passaggio” nella quale si insediavano diversi popoli e individui, conformandosi come un’entità a partire dall’amalgama eterogenea e in costruzione permanente. Un esempio: durante i secoli XVI-XVII, sulla base dei censimenti e i documenti dell’epoca, si considera che circa il 40% della forza lavoro è costituita da migranti occitani, che fuggivano dal feudalesimo della Francia meridionale. La Barcellona moderna, portuale e cosmopolita, cosí como la maggior parte delle aree marittime, attraevano diaspore mercantili e tecnici specializzati di tutto il continente, specialmente dalle coste italiane. Verso la fine del XIX° secolo, con una popolazione di 2 milioni, il contributo demografico proveniva principalmente dal Paese Valenziano e dall’Aragona. Agli inizi del XX° secolo, cominciarono ad arrivare andalusi, molti dei quali fuggivano dalla repressione rurale e persecuzione politica in un periodo di importanti movimenti sociali. Barcellona, capitale dell’anarchismo, era un rifugio e un luogo dove passare inosservato per tutti quelli che erano perseguitati.

 

Ma senza dubbio, quello che spesso si dimentica è che con 2,7 milioni di residenti poco prima dello scoppio della guerra civile, la Catalogna accolse più di un milione di rifugiati dalle aree controllate dall’esercito nazionale di Franco. Un milione di rifugiati che scappavano da morte sicura o da una repressione che, senza esagerare, lo storico britannico Paul Preston ha qualificato di “olocausto spagnolo”. Molti di loro riuscirono a esiliarsi verso la fine della guerra (440.000 è la cifra dell’esodo repubblicano del 1939), e molti altri poterono rimanere incorporandosi in una società catalana ostile al franchismo.

Durante il periodo franchista diverse ondate migratorie arrivarono in Catalogna. Quasi mai si dice che molti di loro erano perdenti o figli di perdenti della guerra civile e rimanere nei loro paesi implicava subire una repressione sistematica o una condizione di “paria” nelle rispettive comunità di origine. Fuggire verso la Catalogna, dove la vita non era precisamente facile, serviva per passare inosservato ma, malgrado tutto, per molti di loro risultava comodo vivere in un luogo dove la maggioranza della popolazione era ostile al franchismo. E’ anche vero che ci fu un altro tipo di “migrante”: un numero importante di funzionari del regime, fascisti, militari, poliziotti con le loro famiglie, il cui scopo era reprimere una popolazione civile dissidente e allergica al regime, molti di loro stabilirono alleanze con alcuni settori della borghesia catalana fedele al regime e castiglianizzata. Una buona parte di questi e i loro discendenti sono quelli che oggi fanno parte di spazi e partiti politici come Ciudadanos o Partido Popular, e ciò spiega la loro ossessione contro il catalanesimo, oltre a nutrire una estrema destra violenta e protetta dal potere giudiziario e dalle forze di polizia. Por questo, non sorprende che nelle loro manifestazioni venga acclamato il palazzo del Commando Supremo della Polizia che si trova nella Via Laietana, un tetro spazio conosciuto per le torture e le esecuzioni extra-giudiziarie, un vero e proprio Abu Grahib europeo.

 

Certo è che, demograficamente, la popolazione catalana è passata da 2,8 milioni secondo il censimento del 1940 a 5,1 milioni nel 1970 (specialmente intensa fu l’ondata di inmigrazione, di carattere più económico que politico, degli anni sessanta, passando da 3,9 a 5,1 milioni). Inoltre, tra le élite franchiste si tentava di potenziare una “spagnolizzazione” della società catalana, stimolata deliberatamente. Naturalmente, questa moltiplicazione della società (si dice che tra i residenti del 1975 c’erano più nati fuori che dentro la Catalogna) supponeva una sfida titanica di sopravvivenza dell’identità catalana. E’ per questo che, uniti dall’antifranchismo, si stabilisce un’alleanza tattica tra il catalanesimo moderato delle classi medie urbane, alcuni settori della borghesia catalana e il movimento operaio clandestino. Questa specie di intesa è stata simbolizzata spesso dalle figure di Jordi Pujol e di Paco Candel.

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Paco Candel e Jordi Pujol

Nel primo caso, e troncando chiaramente con Vandellós (citato all’inizio), considerò che “catalano è chi vive e lavora in Catalogna” (ma qualcuno dimentica) “e che non gli è ostile”. E’ importante questa precisazione, perché una buona parte dei rappresentanti politici che ora si autodenominano “costituzionalisti”, fondamentano i loro discorsi nell’ostilità e il disprezzo verso la Catalogna, la lingua e i suoi elementi culturali e, in realtà, si dedicano a perseguire l’obiettivo di ridurre la Catalogna a una regione assimilata alla spagnolità ufficiale.

Il secondo caso è Paco Candel, autore di uno dei testi fondamentali del secolo scorso “Los otros catalanes”, perché massimizza una visione della catalanità plurale e trasversale, un messaggio molto interessante e assunto durante decadi, anche oggi, che si potrebbe riassumere nell’idea che ognuno può esercitare la propria catalanità a modo suo. In altri termini, che la catalanità non si fonda in essenze immutabili ma, anzi, rappresenta l’idea di mescolanza, di addizione di componenti diversi che permette di reinventare l’identità ad ogni generazione. Ciò implica che la Catalogna assume, in certo modo, una idea di identità “post-nazionale”, come gli Stati Uniti, il Canada o l’Argentina, lontano dal concetto del Ius Sanguinis proprio della Germania o della Spagna, secondo la quale l’identità è determinata dall’etnicità (sono spagnoli i discendenti da spagnoli) e un passato (normalmente reinventato sulla base di miti), immutabile, e che richiede una assimilazione culturale d’accordo ai modelli castigliani. Qualsiasi elemento che scappa a questa definizione è rifiutato o ridotto a una condizione subalterna e folkloristica.

 

Questa idea è molto rilevante. Alla catalanità, in realtà cittadinanza politica, l’idea di potersi incorporare alla nazione mediante un esercizio di volontà, spiega il successo dell’immersione linguistica. Contrariamente alla propaganda catalanofoba e alle assurde accuse di suprematismo, furono precisamente i genitori andalusi, dell’Estremadura o della Murcia a fare pressione sulle autorità educative chiedendo che la scuola rendesse il catalano come lingua veicolare. Si trattava di una strategia sociale. Le famiglie consideravano che i loro figli dovevano dominare la lingua del paese per ottenere maggiori possibilità lavorative, ma anche per interagire sullo stesso piano di uguaglianza, nella società che li aveva accolti. Il catalano era un passaporto per l’ascensore sociale, ma era anche espressione di rispetto verso la società di accoglienza ed era rivendicazione di poter interagire in eguaglianza di condizioni con gli autoctoni. Il gesto di dominare la lingua catalana implicava una certa capacità di mescolarsi sociale e famigliarmente in una società già abituata alla diversità. I gruppi di amici sono misti, le famiglie sono miste, e dopo alcune decadi dal lutto migratorio, la grande maggioranza della società catalana pensa al presente e al futuro, più che al passato. Per molti figli e nipoti di andalusi ed estremeni risulta assurdo che le loro origini debbano determinare i loro affetti, in un contesto in cui l’identità muta velocemente. Dominare  due lingue permette immergersi in due cosmovisioni, ma utilizzare la lingua del paese suppone la dichiarazione, con i fatti, della volontà di partecipazione nella costruzione collettiva e permanente di una identità dinamica. La dualità identitaria (quel settore demografico che rimane tra il 40% che si sente tanto catalano quanto spagnolo) si è mantenuta nelle ultime decadi malgrado il crescente assedio all’identità catalana promosso dallo spirito del bunker franchista. E a causa di ciò, il “mi sento più spagnolo che catalano oppure soltanto spagnolo” si è ridotto (rappresenta un 10,2% nel 2016 e continua a scendere).

 

E’ vero che a partire dagli anni 90, specialmente grazie a personaggi come Aznar, c’è stato uno sforzo costante per minare le istituzioni e l’identità. In altre parole, l’aggressività del franchismo è rinata in una democrazia sempre più ipotetica. In un certo qual modo, l’anticatalanismo con le proprie ossessioni contro la presenza pubblica della lingua (molti si sorprendono ancora che il numero delle tesi dottorali presentate in inglese e in catalano superino quelle in spagnolo o che il consumo di radio e stampa scritta abbia superato il castigliano), l’immersione linguistica, TV3 è riuscita a stabilire uno stato di opinione di un’ostilità irrespirabile contro la Catalogna.

 

Perché? Al di là della dimensione morale, si cela l’idea che stanno perdendo la Catalogna. Contrariamente alle menzogne ripetute mille volte dai media, ciò non è dovuto al perfido nazionalismo catalano, alla perfida Albione, ai bot russi, o alle cospirazioni e ribellioni immaginarie. Sebbene il distacco emozionale sperimentato da molti catalani sia dovuto alla catalanofobia di alcuni e al silenzio complice di altri, esistono processi più profondi che spiegano un progressivo allontanamento tra la Spagna e la Catalogna. Parliamo, ad esempio, di una cultura politica divergente: una basata sulla pervivenza del franchismo nelle proprie istituzioni strategiche, mentre l’altra si basa nell’antifascismo militante, che illustra, tanto per dare un esempio, un sistema di partiti più concorde con la logica continentale piuttosto che con la iberica. Parliamo anche di una identità, la spagnola di matrice castigliana, rocciosa, inalterabile, escludente, poco permeabile alla pluralità e intollerante con la dissidenza, mente l’altra, la catalana, dinamica, eterogenea, mutante, che per sopravvivere, si re-inventa ad ogni generazione. Inoltre, è facile essere catalano, basta soltanto volerlo essere.

 

Forse quello che allarma di più i settori dello stato profondo disegnatori delle strategie politiche e sociali è che, precisamente queste differenze profonde rendono la Catalogna uno spazio meno spagnolo, anche se non necessariamente più catalano, ma certo più globale. Infatti, quelli che si autodenominano costituzionalisti, e che sarebbe meglio chiamare “unionisti” nel senso che aspirano a esercitare un ruolo simile ai protestanti monarchici dell’Ulster, manifestano un timore profondo a una crescente irrilevanza nel dibattito pubblico e nella loro capacità di influenzare in seno alla società catalana. Si tratta di sostenitori di una “Catalogna spagnola” spogliata di ogni segno di identità che la distingua da Madrid, Valladolid o Siviglia, subordinata agli interessi economici e alla concezione culturale della capitale dello stato. Per questo la loro ossessione contro la lingua, il sistema educativo e mediatico proprio, oltre a un profondo disprezzo verso la Catalogna che non si colloca fuori dall’area metropolitana di Barcellona.

 

In altre parole, che i 117.000 residenti in Catalogna nati in Estremadura convivono con 207.000 catalani nati in Marocco. Che, secondo il censimento continuo, ci sono 1,3 milioni di residenti nati nello stato, di fronte a 1,4 milioni di nati all’estero. Che questo implica una nuova, l’ennesima re-invenzione della catalanità e che, ad alcuni, questa situazione crea angoscia. Specialmente, quando una buona parte dei dirigenti politici del PP e C’s esprimono una grande ostilità contro l’immigrazione (non la propria, ovvio), o nelle manifestazioni unioniste (dove è abituale la presenza di una estrema destra che, spesso, ha aggredito a persone dall’aspetto africano o asiatico), l’idea di una Catalogna dove il componente spagnolo non scompare, ma muta ed evoluziona per contatto con altre culture e cosmovisioni, a loro sembra  un’eresia. Si osserva che questo odio e disprezzo verso tutto quello che è catalano occulta un timore verso un declassamento. Perché, in una Repubblica catalana, un estremeno non dovrebbe avere gli stessi diritti e doveri di un argentino, un algerino o uno di Lleida? Quelli che pensano che l’unica nazione, la spagnola, è l’unica esistente, e viene determinata dal sangue e dalla genealogia (ricordo che in Spagna regge il Ius Sanguinis, mentre non conosco un solo indipendentista che non consideri essenziale instaurare il Ius Solis), vedono con preoccupazione l’uguaglianza che tanto reclamano.

 

Esistono altri fattori che generano angoscia. Dovrebbe essere chiaro che è catalano chiunque vive e lavora (o no) in Catalogna e non le è ostile. In altre parole, è catalano chiunque voglia esserlo. Una Catalogna etnica è impraticabile. Secondo l’Istituto Statistico della Catalogna, solo un 24 % dei residenti catalani hanno i quattro nonni nati in Catalogna (e circa il 16% ha “otto cognomi catalani”). Invece, secondo i sondaggi, la percentuale  di indipendentisti oscilla, negli ultimi anni, tra il 45 e il 55%, che aumenta al 60% tra i nati in Catalogna, e tra i minori di 40 anni, e continua ad aumentare. Altre curiosità, il 31% di indipendentisti non hanno nonni nati in in Catalogna, percentuale che cresce man mano che gli intervistati si definiscono più di sinistra o hanno un più alto livello di formazione. La questione del livello di formazione non c’entra con il “suprematismo”, ma con il fatto che corrisponde spesso con persone che hanno avuto più contatti con la pluralità del paese. Quindi, se non fosse per la mala fede di chi pretende disaccreditare l’indipendentismo considerandoli razzisti o suprematisti, l’identità non c’entra con la genealogía, nemmeno con la nascita ma, semplicemente, con la volontà. Nessun cognome catalano, come nel caso del sottoscritto o come Antonio Baños o como David Fernández, ci da sufficiente libertà per essere quello che vogliamo.

Chi è catalano? Facciamo la domanda in altri termini: chi è spagnolo? Oltre la dimensione amministrativa, è spagnolo il residente britannico della Costa del Sol che non parla, non vuole parlare spagnolo e disprezza i loro vicini, che vive nella propria bolla e si lamenta apertamente che nessuno si rivolge a lui in inglese? La risposta è ovvia.

E proprio per questo, l’identità catalana, flessibile e relativa è l’esatto opposto dell’essenzialismo. Dopotutto, l’indipendenza è una questione del repubblicanismo egemonico dei catalani. Per questo il franchismo ci ha dichiarato guerra.

*traduzione  Àngels Fita – AncItalia

Tre conseguenze del “postprocés”

“Mi piace essere provocatorio: considero che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi immaginate, bensì la Spagna Repubblicana che è sopravvissuta all’olocausto spagnolo”

Autore: Xavier Díez        VilaWeb   26.01.2019

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Non rivelerò alcun segreto se riconosco vi sia della confusione quando si tratta di definire il momento che stiamo attraversando. Se volete un concetto che ci aiuti a posizionarci, propongo quello del limbo, questo spazio indefinito, un po’ sala d’attesa, tra il postprocés e la Repubblica dichiarata e ancora non effettiva. Se mi permettete, oserei parafrasare Antonio Gramsci per ubicarci nel pericoloso lasso temporale tra la Repubblica che non riesce a nascere e il franchismo monarchico che resiste alla sparizione: in questo intervallo è dove appaiono i mostri. Direi che, inoltre, non sono mostri metaforici, ma le vecchie conoscenze del fascismo che cerca di rivendicarsi attraverso il rancido, per quanto amato, nazionalismo spagnolo, combinato con il nuovo reazionismo che emerge in Occidente, con ideologi americani e illiberali europei.

La spinta del nostro nuovo repubblicanesimo ha radicalmente trasformato il panorama … O forse non tanto, perché si è limitato a rendere visibile ciò che viveva nell’oscurità: che vivevamo in una democrazia da paese dei balocchi, in una libertà controllata. Il repubblicanesimo catalano ha trasformato tutto, a tutti i livelli, e ci ha portato a un conflitto che molti di noi pensavano potesse accadere e che molti altri ha sorpreso, anche se intimamente consapevoli che i vecchi fantasmi e gli zombi potevano risorgere dal Valle de los Caídos in qualsiasi momento.

Molte cose accadono e tante ne sono successe. Tuttavia, mi concentrerò su tre idee, tre conseguenze che, dal mio punto di vista da storico, credo siano le più rilevanti nel valutare le profonde trasformazioni della psicologia collettiva: rottura emotiva, riconfigurazione dell’identità e corruzione morale. Tutte e tre rappresentano fenomeni storici molto significativi che riflettono in profondità la portata del cambiamento, che fa sì che le cose non possano tornare indietro.

Il primo, forse il più evidente di tutti, mi piace chiamarlo “rottura emotiva”, anche se altri, come Francesc-Marc Álvaro, usano l’espressione “disconnessione”. Penso che la maggioranza dei cittadini di questo paese non abbia avuto problemi a identificarci con una identità duale tra la Catalogna e la Spagna. Parliamo entrambe le lingue, condividiamo riferimenti, esperienze, famiglie e amici. Era un mondo in cui, sebbene non mancassero episodi di liti e disaccordi, ci ha permesso di rimanere a nostro agio in un’identità ambigua. Tuttavia, non appena il sig. Aznar ha risuscitato un franchismo senza complessi, non appena il nazionalismo spagnolo ha riacquistato un certo essenzialismo religioso, ha iniziato a usare la pubblica opinione per attaccare la Catalogna ed i suoi elementi fondamentali – ad esempio, le campagne contro l’immersione linguistica – le cose hanno iniziato a cambiare. Vorrei rimarcare che questi elementi di anti-catalanismo erano ancora intrisi di franchismo. Per me, uno dei momenti storici fondamentali è stato quando, nel 1995, è stata scatenata la controversia sulle Carte di Salamanca e persino qualcuno come Torrente Ballester è arrivato ad affermare davanti a migliaia di persone che “le carte appartenevano a loro per diritto di conquista”. È stato allora che i legami personali ed emotivi hanno iniziato a scricchiolare. Le politiche di erosione ed erosione dell’autonomia, con un Aznar sboccato all’inizio di questo secolo, hanno influenzato i cardini dello stato spagnolo profondo per  involuzione il rapporto, non solo tra Spagna e Catalogna, ma tra la stessa Spagna pro-Franco e quella parte della Spagna che era stata inviata nei fossi di tutto il paese. Perché, e questo non va dimenticato, la Catalogna è diventata parte della reazione contro le timide e abortite politiche sulla memoria storica che hanno preteso di mettere in discussione lo status quo presente in base alle indagini sul passato.

Penso che la maggior parte della società catalana sia poco nazionalista. Io stesso sento un forte disagio, nello stile di Georges Brassens, alle grandi masse, movimenti, bandiere e inni: ora, come la stragrande maggioranza dei catalani, a prescindere dalla provenienza dei loro cognomi siamo figli e nipoti di repubblicani, dei difensori della democrazia o principi di libertà, uguaglianza o fratellanza contro il fascismo che ha imposto il terrore e la repressione dal 1939 in poi. L’anti-catalanismo, l’ostilità contro tutti noi, si è affermata man mano che risorgeva il fascismo dello stato profondo, presente per terra, mare e aria nelle profondità dei poteri reali: le forze armate, la polizia, i giudici, imprese, alti funzionari, la Chiesa e, soprattutto, i media. Mi piace essere provocatorio: ritengo che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi potete immaginare, ma la Spagna repubblicana sopravvissuta all’olocausto spagnolo. Eilà! Questo concetto non è mio, ma di uno storico e studioso ispanista prestigioso come Paul Preston. Ecco perché ci odiano così tanto e fanno rivivere il linguaggio della Crociata. Siamo il dissenso scomodo, il ricordo dell’antifascismo che è giunto alla conclusione che l’opzione più realistica è l’indipendenza.

La cosa peggiore di tutto questo è stato, ricordando Martin Luther King, non gli insulti dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Prima, e specialmente dopo il primo di ottobre, e con eccezioni contate, quella rete di amici, conoscenti, salutati, colleghi, che pensavo ci fossero vicini, sia per paura, convincimento o unanimismo, o sono stati zitti o si sono aggregati al coro di coloro che ci accusano di ogni male. Questo ha fatto un male terribile: una vera rottura personale, una brutale disconnessione. Persone vicine, che hanno lo spagnolo come lingua abituale, non guardano più i media spagnoli. Soprattutto i più giovani, che, se vogliono informarsi, scelgono i media in inglese o francese. Hanno gettato i libri di Pérez Reverté o non hanno mai più ascoltato Sabina.

Seconda questione: la riconfigurazione dell’identità. La propaganda catalonofobica (che, a proposito, usa meccanismi intellettuali identici a quelli dell’antisemitismo) ci accusa di isolarci narcisisticamente in un nazionalismo catalano autoreferenziale. Radicalmente falso! A parte, forse, alcuni nuclei aneddotici, la Catalogna è oggi meno spagnola, anche se questo non significa che sia più catalana. Semplicemente, è più europea o interculturale. Come abbiamo detto prima, e specialmente tra le generazioni più giovani (che la demoscopia indica come indipendentista a maggioranza assoluta), siano avvezzi  a condividere lo spazio e il tempo con persone di  tutto il mondo e, quindi, non ha senso tornare ad un’identità spagnola come vorrebbero quelli di Cs. Non guardiamo la corrida, ma Netflix. Non guardiamo a Madrid, ma a Parigi o a New York. Le sevillanas sono così vicine a noi, o così lontane, come lo sono  il tango o il regueton. La catalana, un’identità ibrida e dinamica, è sempre più post nazionale, nel senso che guardiamo più, culturalmente parlando, agli australiani, agli argentini o ai canadesi rispetto agli spagnoli o ai tedeschi. Non crediamo negli ius sanguinis, come i tedeschi o gli spagnoli, ma all’ius solis, come nord americani o canadesi. Neanche a volerlo, causa un mix secolare, potremmo essere etnicisti. Per gli indipendentisti catalani, la questione della costruzione dell’identità è meno angosciante di quella del nazionalismo spagnolo, perché siamo abituati a reinventarci ad ogni generazione. Ora, ciò che affligge il nazionalismo spagnolo è la costatazione delle profonde trasformazioni nella popolazione catalana. Perché è vero che ci sono 117.000 estremegni che risiedono nel paese. Ma perché dovrebbero avere più diritti, o meno, dei 207.000 marocchini? Tra gli abitanti della Catalogna, secondo Idescat, ci sono 1.301.000 nati in Spagna. Ma quelli nati in altre parti del mondo sono già: 1.378.000, e la cosa è in aumento. Il problema dell’identità non è in Catalogna, ma nella Spagna consapevole che la Catalogna si evolve in una direzione che la sconvolge: è meno spagnola e più globale.

Infine, la riflessione più inquietante: la corruzione morale. Data l’angoscia derivante del fatto che la Catalogna se ne sta andando, la Spagna, con il suo regime del ’78 – in fondo, la continuità nonché l’aggiornamento del regime del ’39 -, usa la repressione per nuotare contro la corrente della storia. Mi piace particolarmente una frase di Benjamin Franklin, il quale diceva: “Quelle persone che sacrificano la libertà in nome della sicurezza non meritano né la libertà né la sicurezza, e finiranno col perdere entrambe”. Bene, la Spagna, tra migliaia di rojigualdas, rinuncia alla democrazia per preservare l’unità. Al momento la prima è andata persa, e molto probabilmente questo sacrificio sarà inutile perché perderà anche la seconda. Nonostante ciò, la via della violenza, e parlo soprattutto di violenza istituzionale, sporca  tutto. Intanto, persone innocenti vengono carcerate, perseguita la dissidenza e la popolazione inghiottisce le bugie a cui vogliono credere. Ciò significa che il livello di corruzione morale della società spagnola è in aumento. Sia per paura, odio o il disprezzo per i catalani, la corruzione morale sporca le mani, non solo dei responsabili politici, giudiziari, amministrativi o culturali, ma delle stesse persone, che, come abbiamo visto, abbracciano il mostro fascista, sia che si tratti di elettori di Vox o di deputati socialisti dell’Estremadura. È così per esempio, anche se in modo più discreto, tra una larga parte del PSC, o di alcuni catalani che temono uno dei fondamenti della democrazia, vale a dire, l’autodeterminazione. Le cose vanno forse peggio . Ci sono alcuni leader politici o dirigenti comunitari che, per obbedienza, aderiscono all’applicazione dell’articolo 155. Come ci ricorda il pedagogo Lorenzo Milani, l’obbedienza non è mai una virtù. E questo li fa vergognosamente cadere nella prevaricazione morale, perché collaborano in modo perverso con ciò che Hannah Arendt ha denunciato come “la banalità del male”.

Tuttavia, la violenza, anche solo simbolica, coinvolge e sporca tutti noi. Io, poco amante delle bandiere e molto critico nei confronti del patriottismo, confesso che questa dimostrazione di odio contro il nostro paese genera in noi alcuni sentimenti oscuri. Se non altro, un profondo risentimento che difficilmente potremmo dimenticare o perdonare. La violenza, anche se verbale, finisce per influenzare il ragionamento e annebbiare le azioni, ci corrompe. Dovremmo esserne consapevoli. Questo è anche uno dei  mostri che emerge da questo limbo temporale tra la Repubblica che non è riuscita a nascere ed il franchismo che si resiste a morire.

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Xavier Díez i Rodríguez (Barcelona, 1965) [1] è uno scrittore e storico catalano specializzato in movimenti sociali nel XX secolo. [2] Ha conseguito un diploma in insegnamento, una laurea in filosofia e lettere presso l’Università Autonoma di Barcellona e un dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Girona. [2]Ha pubblicato saggi, narrativa e poesia. Ha collaborato con vari mezzi di informazione ed è un blogger attivo. Ha lavorato come insegnante ed è attualmente professore di storia contemporanea presso l’Università Ramon Llull. [3] In vista delle elezioni del Parlamento catalano del 2015, è stato candidato in un luogo simbolico della lista della Candidatura d’Unitat Popular – Crida Constituent nel collegio elettorale di Girona. [4]

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Traduzione: anton roca

https://www.vilaweb.cat/noticies/opinio-xavier-diez-postproces/post

Il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Loretta Napoleoni    6 gennaio 2019

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Spagna, il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ed è vero. È anche vero che accettare un passato buio richiede una maturità e magnanimità che pochi posseggono. È molto più facile cadere vittima di sentimenti poco onorabili, come il desiderio di vendetta, o riscrivere la storia cancellando simboli e monumenti che ce la fanno ricordare. Rientra in questo contesto la polemica statunitense sull’abbattimento delle statue dei personaggi della guerra di secessione che erano schiavisti, come se bastasse rimuoverle per cancellare la memoria dello schiavismo e delle atrocità commesse durante quel conflitto.

La distanza storica non aiuta, anzi, spesso come nel caso della Spagna, più la democrazia avanza e più diventa difficile gestire i ricordi della guerra civile (1936-39) e del franchismo. Ce lo conferma la polemica sulla riesumazione dei resti di Francisco Franco, sepolto il 23 novembre del 1975 nella Valle dei Caduti, ultima puntata della disputa sui desaparecido spagnoli che va avanti da decenni. Ma andiamo per gradi.

 

 

La Valle dei Caduti è un monumento-mausoleo che Franco fece costruire alla periferia di Madrid, vicino alla Sierra de Guadarrama, per ospitare le vittime della guerra civile, sia quelle repubblicane che quelle franchiste. Naturalmente per manodopera vennero utilizzati ex combattenti repubblicani presi prigionieri dalle truppe di Franco, costoro furono letteralmente schiavizzati. Basterebbe questo a renderlo un simbolo “scomodo” della storia spagnola. In effetti l’idea di trasformarlo in qualcosa che onori le vittime, tutte e indistintamente, vuole proprio spogliarlo di questa onta e vuole recidere il legame con il franchismo, la rimozione della la tomba del dittatore fa parte proprio di questa trasformazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe più semplice costruire un nuovo monumento ma questo scatenerebbe ancora più polemiche, la Valle dei Caduti è un luogo associato con il trauma della guerra civile e del franchismo per diverse generazioni di spagnoli e poi il governo spagnolo ha già speso grosse somme nella sua manutenzione, circa 12 milioni di euro, sarebbe sciocco adesso abbandonarla. Per chi non conosce bene la storia della Spagna tutta la questione della riesumazione delle vittime della guerra civile e del franchismo può apparire poco comprensibile. Pochi sanno che dopo la Cambogia, la Spagna è il Paese con il più alto numero di persone scomparse, letteralmente inghiottite nelle fosse comuni. Le statistiche parlano di 200 mila caduti secondo l’Associazione per la memoria storica, che si occupa di rintracciare le vittime, di cui di circa 140 mila non si sa nulla. Nella Valle dei Caduti sono seppelliti soltanto tra i 30 ed i 50 mila morti. Non c’è famiglia estesa che non sia direttamente o indirettamente relazionata a qualcuno morto in quel conflitto e molti desiderano sapere cosa è successo e dove sono sepolte le ossa dei propri cari. Il desiderio di riesumarli e salutarli con un funerale religioso o una cerimonia laica fa parte del processo di chiusura di un capitolo personale e storico dolorosissimo. È un desiderio umano e legittimo.

Molti sono convinti che fu uno degli errori della giovane democrazia spagnola non affrontare il capitolo dei desaparecido e delle vittime immediatamente dopo la morte di Franco. Fino agli anni Novanta non si fece praticamente nulla, poi nacquero associazioni di parenti dedicate alla ricerca dei propri cari. Il silenzio della democrazia ha anche facilitato la manipolazione politica della mancata “chiusura storica” delle atrocità commesse durante la guerra civile e il franchismo. Tra le tante dolorose storie a riguardo c’è la riesumazione dei resti di Garcia Lorca, il poeta spagnolo vittima del franchismo il cui corpo non venne mai ritrovato. Dopo una battaglia legale iniziata da Baldasar Garzon nella quale la famiglia Lorca prima pose il veto alla riesumazione e poi cambiò idea e, dopo aver speso 70 mila euro e scavato due volte, i resti di Garcia Lorca non vennero mai ritrovati. A guadagnarci furono i media che pomparono la disputa puntando sull’alto profilo del poeta.

Il fiasco clamoroso della riesumazione di Garcia Lorca conferma quanto sostengono diversi esperti: è impossibile restituire alle famiglie i corpi dei caduti, non solo perché i costi sarebbero astronomici ma soprattutto a causa della geografia del conflitto che praticamente copre quasi tutta la penisola Iberica. Le fosse comuni sono disseminate un po’ dovunque, la gente veniva giustiziata o uccisa e seppellita sul posto, riesumare tutti i 140mila corpi, ricomporli, riconoscerli e consegnarli ai familiari e’ un sogno irrealizzabile. Ci vuole una soluzione politica, dunque, che è quello che il governo Zapatero cercò di fare nel 2006 con la Legge della memoria storica e quello che l’attuale governo vuole portare a compimento con la riesumazione dei resti di Franco. Ma ancora una volta il passato è diventato uno strumento di propaganda per l’opposizione, la destra spagnola tradizionale ancora fedele alla memoria del dittatore e quella più recente, inclusi i partiti populisti. Improvvisamente sempre meno forze politiche appoggiano la rimozione della salma. Era prevedibile, il processo di chiusura con una passato tanto violento non e’ mai facile e soprattutto mai rapido.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/06/spagna-il-fantasma-di-franco-perseguita-ancora-madrid/4876298/

 

Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat)

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Carissime, carissimi,

 

Questa mattina sono stati resi pubblici i nuovi criteri della Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat). A partire da oggi, la Cassa non sarà più gestita dall’Assemblea e da Òmnium, ne sarà responsabile l’Associazione di Fomento della Cassa di  Solidarietà, sotto la tutela degli ex presidenti del Parlamento Núria de Gispert, che sarà la presidente e Ernest Benach, vice presidente.

 

Questa nuova Cassa  di Solidarietà dovrà provvedere alla consulenza legale, le multe  e le cauzioni  che le persone fisiche possono subire a seguito di azioni inquadrate nel processo verso l’indipendenza, per aver partecipato ad azioni civiche, non violente e democratiche. Si allarga, in questo modo, il suo raggio d’azione, comprendendo molte più persone implicate e vittime, e fornendo un sostegno economico a tutte le persone che soffrono rappresaglie politiche da parte dello stato spagnolo. In breve, espande il sostegno economico di eventuali rappresaglie.

Il nuovo sito Web è  https://caixadesolidaritat.cat/  e, se necessario,inviare un’email a info@caixadesolidaritat.cat o chiamare il numero +34 694 465281 per richiedere assistenza e spiegare rappresaglie o minacce ricevute conseguenza di azioni inquadrate nel processo di indipendenza.

Il nuovo conto bancario per fare donazioni è:

ES31 3025 0001 1814 33615996

Solidarietà con tutte le vittime di rappresaglie politiche!

# FacciamoRepubblicaCatalana

 

Segretariato nazionale * Assemblea Nazionale Catalana

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