Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat)

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Carissime, carissimi,

 

Questa mattina sono stati resi pubblici i nuovi criteri della Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat). A partire da oggi, la Cassa non sarà più gestita dall’Assemblea e da Òmnium, ne sarà responsabile l’Associazione di Fomento della Cassa di  Solidarietà, sotto la tutela degli ex presidenti del Parlamento Núria de Gispert, che sarà la presidente e Ernest Benach, vice presidente.

 

Questa nuova Cassa  di Solidarietà dovrà provvedere alla consulenza legale, le multe  e le cauzioni  che le persone fisiche possono subire a seguito di azioni inquadrate nel processo verso l’indipendenza, per aver partecipato ad azioni civiche, non violente e democratiche. Si allarga, in questo modo, il suo raggio d’azione, comprendendo molte più persone implicate e vittime, e fornendo un sostegno economico a tutte le persone che soffrono rappresaglie politiche da parte dello stato spagnolo. In breve, espande il sostegno economico di eventuali rappresaglie.

Il nuovo sito Web è  https://caixadesolidaritat.cat/  e, se necessario,inviare un’email a info@caixadesolidaritat.cat o chiamare il numero +34 694 465281 per richiedere assistenza e spiegare rappresaglie o minacce ricevute conseguenza di azioni inquadrate nel processo di indipendenza.

Il nuovo conto bancario per fare donazioni è:

ES31 3025 0001 1814 33615996

Solidarietà con tutte le vittime di rappresaglie politiche!

# FacciamoRepubblicaCatalana

 

Segretariato nazionale * Assemblea Nazionale Catalana

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Todo atado y bien atado, 40 anni dopo

4 Dic 2018 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

Il 6 dicembre di quest’anno si celebra il quarantesimo anniversario della Costituzione spagnola, che fu il compromesso politico del dopo-dittatura tra le élite franchiste e i partiti dell’opposizione democratica. Contestata dagli Indignati spagnoli allo scoppiare della crisi e quindi dal movimento indipendentista catalano, per derivarne una monarchia imposta, un sistema di potere fondato sul bipartitismo e un assetto territoriale superato, la sua messa in discussione costituisce ancora oggi un vero e proprio tabù.

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Tutto il periodo della Transizione alla democrazia, dalla morte di Franco nel 1975 fino al fallito golpe del colonnello Tejero nel 1981, torna ad essere rivisitato in Spagna, anche alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno. Mesi che hanno visto l’esplosione di un grave conflitto istituzionale tra la Catalogna e lo Stato, la cacciata dal governo del Partido Popular per un sistema di corruzione ormai intollerabile, la persecuzione giudiziaria delle libertà di espressione e di protesta, l’irruzione dell’estrema destra nelle istituzioni democratiche. Tanto da evidenziare le conseguenze di quel “todo atado y bien atado” (tutto sotto controllo) con cui Franco mise un’ipoteca sul futuro democratico. Perché non solo la dittatura è stata così lunga da gettare un’ombra pesante sulla giovane democrazia; ma quest’ultima è risultata contaminata dal regime, con il suggello della corona borbonica, anche per il riciclaggio della classe dirigente franchista nella politica, l’economia, l’informazione, le forze di sicurezza, il sistema giudiziario. Fino ad arrivare all’epoca attuale.

In Spagna ci sono prigionieri politici, persone in carcere per le loro idee. E’ il caso dei dirigenti del movimento indipendentista catalano in prigione preventiva da mesi, alcuni da oltre un anno; alcuni tra loro hanno iniziato uno sciopero della fame. Un comico è citato in tribunale per essersi soffiato il naso con la bandiera spagnola, un attore è indagato per blasfemia, un rapper perseguitato per una canzone. In Senato, il Pp e Ciudadanos si astengono dal condannare il franchismo. Il governo spagnolo conferma che procederà all’esumazione delle spoglie di Franco dal Valle de los Caídos, ma ancora non è riuscito a superare tutti gli ostacoli legali. Podemos propone la riforma della Legge di Amnistia del 1977, che impedisce di giudicare i crimini della dittatura.

Il Tribunal Constitucional accetta l’impugnazione del governo spagnolo della mozione contro la monarchia, approvata dal parlamento catalano. E, per protesta, l’area dei Comuns decide di non partecipare ai festeggiamenti per la Costituzione. Il presidente della Generalitat Quim Torra dice che “la Costituzione è diventata una prigione per la libertà d’espressione e la capacità di decisione dei cittadini”, rifiutando l’invito agli atti di celebrazione. Lo scorso 20 novembre, anniversario della morte del dittatore, l’associazione Omnium Cultural ha distribuito un pamphlet con su scritto: “Franco è morto, ma il franchismo no”

Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

30 novembre 2018    NapoliMonitor.it

Dagli al catalano. Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

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Ancora una volta tocca rispondere alle narrazioni fortemente di parte di una sinistra che non vuol comprendere il movimento indipendentista catalano e che lo sceglie come capro espiatorio dei limiti ed errori dei governi socialdemocratici dello stato spagnolo. Di recente è uscito un articolo su Micromega dove si dà la colpa al movimento indipendentista catalano (e ai partiti che ne sono emanazione) di decisioni politiche che ancora non sono state prese. È una dinamica ricorrente. L’accusa è semplice, e cito testualmente: “ll governo Sánchez-Unidos Podemos sta varando una finanziaria che, se approvata, metterà fine all’austerità e salvaguarderà il welfare state senza creare tensioni con Bruxelles. Ma c’è lo scoglio degli indipendentisti catalani, il cui voto è decisivo, che minacciano di non sostenere la manovra e mandare il paese a elezioni anticipate”. È veramente così?

Bisogna fare un passo indietro e ricostruire i fatti. Attualmente Pedro Sánchez è il primo ministro di un governo monocolore socialista in Spagna. E non per mandato popolare, tramite elezioni, ma a seguito di una mozione di sfiducia a Mariano Rajoy, ex primo ministro del Partido Popular. Per cacciare Rajoy, si erano riusciti a unire i socialisti, Podemos e i partiti autonomisti e indipendentisti di tutto lo stato: il PNV basco, Coalicion Canaria, ERC e PDeCat catalani. I motivi, semplici: la sua incapacità a gestire la “questione catalana” e i grandi scandali di corruzione a carico del partito, in cui sembrava fosse direttamente implicato.

La mozione di sfiducia ha permesso a Sánchez di diventare primo ministro, con l’appoggio di Unidos Podemos (la coalizione di Izquierda Unida e Podemos). Un primo ministro con un fragile sostegno alla Camera, ma in minoranza al Senato, dove il PP mantiene la maggioranza assoluta. Nel sistema bicamerale spagnolo questa congiuntura rende complessa l’approvazione della legge finanziaria per il 2019, perché il governo del PSOE, anche se con l’appoggio esterno di Podemos, resta un governo di minoranza. Lo stesso accordo è, di per sé, un accordo di minoranza, fatto tra due partiti che cercheranno di farlo votare da quelli che gli hanno dato sostegno in passato.

Anche se il disegno di legge non è ancora stato presentato alla Camera, si parla già di cosa potrebbe succedere al Senato. Nell’ipotesi che la Camera lo approvi, infatti, la presidenza del Senato potrebbe mettere un veto e non discutere il disegno di legge, quindi non approvarlo. Per farlo il PP dovrebbe accordarsi con Ciudadanos (C’s), partito di rigenerazione della destra neoliberale spagnola. Attualmente C’s ha proposto di non imporre un veto e aprire un dibattito sulla finanziaria, ma alla condizione che, se non approvata al Senato, la legge sia approvata di nuovo dalla Camera con una maggioranza ampia, dei tre quinti. Questo porterebbe comunque ad affondare la finanziaria, perché tale maggioranza non si può ottenere senza C’s o PP. È una complessa catena di mosse tattiche, in preparazione alle imminenti  elezioni in Andalusia, e alle municipali ed europee del 25 maggio 2019.

Ma invece di spiegare la complessità di questo scenario, l’articolo intraprende una curiosa scelta comunicativa: dare addosso ai catalani. E utilizza tutti gli argomenti: il non veto di Ciudadanos per giustificare la “sicurezza” della finanziaria che si farà; la richiesta di una negoziazione da parte dei partiti indipendentisti, tutt’ora sotto la spada di Damocle della giustizia spagnola; la mancanza di sostegno immediato alla manovra. Tutto viene utilizzato per responsabilizzare gli indipendentisti catalani di non voler “mettere fine all’austerità”, qualunque cosa significhi.

Quando nella narrativa costruita si parla della “minaccia” dei partiti indipendentisti di non approvare la manovra, si forza una lettura faziosa dei fatti (come quando il presidente della Catalogna è definito in “fuga”, sposando la terminologia della destra radicale che non accetta di parlare di esiliati ma di latitanti). L’accordo è solo tra due partiti, ma per la maggioranza ne mancano altri. Inizia quindi la negoziazione, dove ognuno fa le sue proposte e richieste. E non solo i partiti dei catalani, ma anche i valenciani di Compromís (dell’area Podemos, ma nel gruppo misto). Di minaccia allora si potrebbe parlare qualora si giungesse a un accordo, e una delle parti volesse tirarsi indietro. Qui l’accordo è stato siglato da due formazioni politiche senza la partecipazione di nessun altro.

Chi in realtà sta minacciando di far saltare l’accordo è lo stesso PSOE, il partito al governo. Infatti, per la prima volta da quando si è iniziato a parlare di questa “manovra del popolo” Isabel Celaá, portavoce del governo, ha ammesso che il PSOE potrebbe non presentare la finanziaria se le negoziazioni non arrivano a buon fine e se non ottengono l’appoggio della Camera. La cosa porterebbe a due scenari, entrambi complessi: le elezioni anticipate, che potrebbero segnare una nuova vittoria della destra (considerando come sono andate le ultime elezioni del 2016, ripetute, con il PP che manteneva saldo il potere) o una proroga della finanziaria del 2018, fatta anch’essa dal PP e non modificata dal PSOE. Tutto il contrario della manovra del popolo.

Questo scenario non può essere semplificato al punto di non far cenno al tatticismo del PSOE. E invece si cerca un nemico. Se non si può dare la colpa al PP, perché è all’opposizione, ci sono sempre i catalani, i nemici perfetti. Per anni il movimento indipendentista è stato descritto, dalle stesse penne che osannano lo pseudo-riformismo socialista, come un movimento borghese, egoista, nemico del popolo. Si è negato il fatto che sia un movimento interclassista e intergenerazionale, trasversale e animato da molte persone di sinistra, forse più del retorico movimento repubblicano spagnolo, quasi totalmente assente nello scenario politico. E si afferma così che il governo di Sánchez ha compiuto molti sforzi per risolvere il conflitto catalano, menzionando anche un possibile referendum, forse sull’autogoverno, ma non certo sull’autodeterminazione. L’idea del referendum “condiviso” è una proposta riciclata dal PSC (partito socialista catalano), legata a una possibile riforma federale, che sarebbe la ripetizione esatta dello scenario del 2007, quando i protagonisti erano Zapatero e Maragall. Si attribuiscono a Rajoy le decisioni della Procura sui processi che vedono i leader politici catalani accusati di sedizione e disobbedienza per avere organizzato il referendum sull’autodeterminazione del primo ottobre 2017. Salvo affermare, en passant, che la magistratura è indipendente e che quindi Sanchez non può influire sullo svolgimento dei processi in corso. Inoltre, in questi giorni la Commissione europea ha assicurato che questa finanziaria è “fuori rotta” rispetto ai criteri stabiliti da Bruxelles. Ancora una volta, si costruisce una narrazione in cui il PSOE è la panacea per tutti i problemi della Spagna. Cosa che, alla prova dei fatti, non regge.

In questa narrazione manca il punto centrale dell’analisi sullo stato spagnolo. Qui il “progresso” dipende dagli indipendentismi, mentre le ondate repressive-retrograde funzionano in tutto il territorio grazie al PP, Cs e Vox. Non solo a livello parlamentare ma proprio per quel che riguarda concetti democratici come libertà, sovranità popolare e diritti civili. Solo per fare alcuni esempi: la PAH, la Piattaforma per le persone colpite da ipoteca, organizzazione simbolo della lotta per la casa sin dalla crisi del 2008, prende forma in Catalogna; la proibizione delle corride viene approvata dal parlamento catalano a maggioranza indipendentista; i proiettili di gomma, che hanno mutilato molti attivisti dei movimenti sociali, sono stati proibiti dal parlamento catalano (mentre sono tuttora utilizzati nel resto della Spagna). Ovviamente la Catalogna non è una terra promessa, ma risulta difficile negare il fatto che le spinte progressiste che hanno dato forza anche a Podemos si sono sviluppate lì. Basti vedere i risultati delle elezioni del 2016, quando proprio i territori dove la questione nazionale è molto sentita hanno mostrato una chiara opposizione al governo del PP. Ma non solo. Tanto questi risultati, come l’evoluzione dei partiti politici riformisti, mostrano come questi progetti “di cambiamento” siano incapaci di superare il tetto di cristallo della struttura stessa dello stato spagnolo. Allora perché non utilizzare questi indipendentismi come chiave di rottura nazionale e riforma sociale, invece di additarli sistematicamente come nemici del popolo, manipolando la realtà con omissioni, distorsioni e interpretazioni di parte? (victor serri)

http://napolimonitor.it/dagli-al-catalano-le-fragilita-del-riformismo-spagnolo-capro-espiatorio-dellindipendentismo/

 

El “Consell per la República” – Consiglio per laRepubblica

El “Consell per la República” – Consiglio per la Repubblica, rappresenta  di per sé un nuovo concetto di cittadinanza e di paese

 

Vilaweb.cat – Editorial. Vicent Partal – 31.10.2018

 

Il successo o il fallimento del Consiglio per la Repubblica dipenderà in gran parte dal fatto che le persone decidano di usarlo come strumento di costruzione di potere o se, invece, non capiranno per cosa vogliono usarlo. Per il momento, le spiegazioni durante la presentazione sono state insufficienti, immagino perché siamo in attesa dell’assemblea convocata per il prossimo 8 dicembre. Ecco perché direi che molti non hanno capito, per esempio, che il Consiglio avrà un proprio parlamento, l’Assemblea dei rappresentanti. Un parlamento che sarà eletto da chiunque si sarà registrato al censimento già operativo su consell.republicat.cat. Che a sua volta, sceglierà il Consiglio, un governo con sede nello spazio libero europeo che diventerà depositario del mandato democratico del primo di ottobre e con le mani libere di agire, in caso di altre aggressioni contro l’autogoverno, come lo è stata l’applicazione dell’articolo 155.

 

Tuttavia, non si tratta di raddoppiare le istituzioni. Il Parlamento della Catalogna e il Governo della Generalitat hanno una legittimità, e il Consiglio per la Repubblica ne avrà un’altra, non più regionale e non più compresa all’interno della costituzione spagnola. E proprio per questo, le sue funzioni saranno diverse e complementari. Ora, a nessuno sfugge il fatto che la sua esistenza cambierà automaticamente la legittimità della Generalitat come un fatto compiuto, come un esercizio di unilateralismo. Con un Consiglio che lavora a pieno regime nello spazio libero europeo se l’autogoverno della Catalogna dovesse essere aggredito, non potrà più essere definito vincolato e sorto da alcuna istituzionalizzazione della Spagna, nè considerato come un affare interno. Il Consiglio per la Repubblica, quindi, può svolgere un ruolo analogo a quello dell’amministrazione centrale tibetana in India o ai governi e ai parlamenti in esilio che da anni sono serviti a segnalare a livello internazionale una legalità in confronto a quella dello stato che gestisce il territorio con la forza.

 

Ma, internamente, le poche cose che sappiamo potrà fare, cambiano altre cose che sono ancora più importanti. Durante la presentazione si è parlato di “democrazia radicale”, senza dare altri indizi. Ma gli strumenti informatici attivati per la registrazione sono gli stessi usati dagli stati e dalle organizzazioni politiche tra i più avanzati al mondo per proporre modelli di democrazia, partecipazione, dibattito e voto elettronico.

 

E, per questo motivo, tra le cose che abbiamo saputo, ce n’è una di molto significativa: chi può far parte del censimento repubblicano. Perché la proposta va oltre il quadro regionale seguendo diverse vie simultanee. In primo luogo perché non esiste un limite geografico: si possono iscrivere tutti i cittadini di tutti i paesi catalani, i catalani all’estero o direttamente qualsiasi cittadino straniero che possa condividere i principi espressi nella dichiarazione di cittadinanza.

 

In un primo momento, ciò ha generato una relativa confusione perché il concetto è difficile da assimilare. Nella domanda su chi è un cittadino della Catalogna, il Consiglio per la Repubblica risponde che può esserlo chiunque accetta di esserlo. E lo fa allineandosi con modelli tanto innovativi ed emblematici come i progetti e-citizen della Estonia o di Singapore, che permettono che ognuno di noi possa essere anche cittadino virtuale e, sottolineo, “anche”. Il fatto che possano aderirvi persone con qualsiasi altra cittadinanza evidenzia, inoltre, e questo è politicamente molto rilevante, che i catalani non sono solo coloro che hanno una carta d’identità spagnola della regione autonoma della Catalogna. Sono catalani quelli che vogliono esserlo, anche se non hanno carta d’identità spagnola.

 

Fin dall’inizio, dunque, ci propongono un modello che va ben oltre i concetti tradizionali che definiscono una nazione, un modello che prefigura e alimenta quella che dovrebbe essere una repubblica moderna del XXI° secolo, con radici ma aperta al mondo e concepita per rendere confortevole la vita dei suoi abitanti. Per cominciare, e nonostante la confusione che esiste ancora a causa delle poche informazioni fornite, la musica del progetto sembra nuova e potente. Perché è chiaramente rivoluzionaria e perché non propone di ricreare il modello dello stato-nazione, vecchio e sorpassato, ma preferisce una nazione connessa, più in accordo con i tempi. Tuttavia, ora dovremo vedere se saremo in grado di comprendere questa sfida e affrontarla.

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/el-consell-per-la-republica-representa-per-ell-mateix-un-nou-concepte-de-ciutadania-i-de-pais-editorial-vicent-partal/

Dopo un anno di crudeltà, l’ingiustizia continua

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COMUNICATO: Dopo un anno di crudeltà, l’ingiustizia continua. Facciamo effettiva la Repubblica catalana

Oggi, ad un’anno della detenzione di Oriol Junqueras e Quim Forn, allora vicepresidente e ministro dell’Interno del Governo catalano, ancora rinchiusi in un centro penitenziario in custodia cautelare, e giusto oggi che si compie un anno di questa crudeltà abbiamo conosciuto l’imputazione presentata sia da parte della Procura spagnola – che accusa di ribellione e malversazione i prigionieri e prigioniere politiche con pene che arrivano a 25 anni di carcere e inabilitazione assoluta – così come dall’Avvocatura dello Stato. Oggi abbiamo anche saputo che la pubblica accusa chiede per Jordi Sànchez 17 anni di prigione e l’inabilitazione assoluta per il fatto di essere stato presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) quando ci fu il referendum di autodeterminazione l’1 di ottobre. Richiedono altresì 17 anni di prigione e inabilitazione assoluta per Carme Forcadell, presidenta del Parlamento ed ex presidenta dell’ANC, e 17 anni di prigione per Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural, l’ente con cui abbiamo lavorato insieme in tantissime occasioni.

 

Di fronte a questi fatti MANIFESTIAMO:

L’imputazione formulata è una dimostrazione che lo Stato spagnolo continua fermo nella repressione politica che si basa in fatti inventati, imputa delitti che non sono stati commessi e richiede pene estremamente grave. Ricordiamo che la Corte di Schleswig Holstein rifiutò i delitti di ribellione e sedizione per il presidente Carles Puigdemont, visto che considerò che non c’erano prove di violenza nei fatti per i quali era stata fatta la richiesta di estradizione.

 

Un processo politico proprio di regimi autoritari che evidenziano la non indipendenza dell’autorità giudiziaria e la sua implicazione in una azione di stato antidemocratica contro la libera espressione della dissidenza politica.

 

Nell’azione della Procura spagnola, che dipende dal Governo dello Stato spagnolo, si evince che non c’è stato nessun cambio di attitudine e continua a promuovere una operazione di persecuzione politica dell’indipendentismo che ha sempre agito politicamente, per vie democratiche e non-violente.

 

Di fronte a questa imputazione denunciamo questo processo antidemocratico, esigiamo una pronuncia di non luogo a procedere e l’archiviazione di tutti i procedimenti pendenti e, pertanto, la libertà di tutti gli imputati, così come il libero ritorno delle persone in esilio.

 

Denunciamo anche dinanzi alla comunità internazionale, e specialmente, davanti i popoli dell’Europa, la vulnerazione da parte dello Stato spagnolo dei diritti umani dei prigionieri e le prigioniere politiche imputati in questa causa e nell’insieme dei procedimenti aperti nei confronti della cittadinanza che violano i diritti fondamentali che garantiscono le libertà e la libera azione politica, la sovranità del Parlamento e l’azione dei deputati e le deputate in virtù del mandato che la cittadinanza gli ha dato nell’essere eletti. Dall’ANC ci impegniamo a denunciare ogni vulnerazione delle libertà e dei diritti dei cittadini a partecipare negli affari pubblici direttamente o tramite i loro rappresentanti liberamente eletti in elezioni per suffragio universale.

 

La falsità che rappresenta questo procedimento giudiziario, che va dalla custodia cautelare fino quella che sarà la sentenza di questo giudizio ingiusto, dimostra che solo riusciremo ad avere la libertà dei prigionieri e prigioniere politiche, le persone imputate ed in esilio, e stabilire uno stato di diritto dove si garantiscano le libertà e i diritti fondamentali, costruendo la Repubblica catalana.

Fare effettivo il mandato dell’1 di ottobre e consolidare la Repubblica catalana è quello che ci garantirà uno stato che rispetterà i diritti civili e politici di tutta la cittadinanza, compresa la dissidenza politica. Questo dimostra quanto è urgente che l’indipendentismo si dia una strategia unitaria congiunta per applicarlo. E facciamo pubblico che non ci fermeremo davanti a questa crudeltà, faremo una campagna di denuncia nazionale ed internazionale di questo “giudizio”, che includerà mobilitazioni simultanee non solo in Catalogna, ma anche nelle principali capitali europee.

 

Dobbiamo quindi iniziare un processo definitivo, per dire alto e chiaro, alla Spagna, all’Europa e al mondo, che il popolo della Catalogna non accetta e non accetterà oltre questa umiliazione e sottomissione ad uno stato demofobico. Abbiamo bisogno di tutta la sua forza e determinazione per accompagnarci nella mobilitazione costante per l’implementazione effettiva della nostra indipendenza.

 

Barcellona, 3.11.2018