L’Assemblea Nacional Catalana riafferma la sua scommessa per l’unilateralità

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Posted on 09/10/2018

Chiede al Governo catalano di allinearsi con questa strategia e di tracciare un piano per rendere effettiva la Repubblica catalana

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La Segreteria Nazionale dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) si è riunita lo scorso sabato 7 di ottobre, in sessione straordinaria, nella sede nazionale dell’Assemblea. Nella giornata sono stati approvati tre documenti di grande importanza strategica per il movimento indipendentista: «Facciamo la Repubblica catalana. Racconto di quanto ci è capitato», «Bilancio dell’azione di Governo della Generalitat della Catalogna» e «Facciamo la Repubblica catalana. Strategia di futuro». I tre documenti sono stati approvati con una chiara maggioranza, tra il 71 e il 88 per cento.

Il primo documento raccoglie un’analisi degli eventi, dalla sentenza del 2010 della Corte Costituzionale spagnola contro il nuovo Statuto della Catalogna fino ad arrivare al mese di ottobre del 2017 identificando i punti di forza e le debolezze accumulate. L’ANC identifica come grandi punti di forza del movimento: la maggioranza sociale dell’indipendentismo, la maggioranza assoluta dei partiti politici indipendentisti nel Parlamento della Catalogna, una cittadinanza mobilitata come movimento pacifico, un conflitto internazionalizzato e una situazione di debolezza dello Stato spagnolo in termini di governabilità e di incapacità evidente di offrire un progetto degno per la Catalogna all’interno della Spagna.

Le principali debolezze in questo momento, d’altra parte, sono state concretizzate nel documento di Bilancio dell’azione del Governo catalano. Così, l’ANC constata che il Governo catalano destituito per l’applicazione dell’articolo 155 non è stato restituito e, ne il Parlamento ne il Governo attuale sono disposti alla disobbedienza necessaria per far rispettare la sovranità del Parlamento, per avanzare verso la proclamazione effettiva della Repubblica catalana.

Di fronte a questa situazione di mancanza di concrezione e di evidente mancanza di strategia condivisa del Governo, l’ANC chiede al presidente della Generalitat e a tutto il Governo della Catalogna di recuperare l’unità di azione, di mettere in moto a Waterloo l’annunciato Consiglio della Repubblica e di presentarne la struttura e le funzioni al più presto. Si chiede anche al Governo catalano che, prima del prossimo 21 dicembre, fissi una unica e nitida strategia di governo per impiantare la Repubblica catalana. E che la condivida e la coordini tatticamente con tutti gli attori politici ed enti impegnati con la messa in opera effettiva della Repubblica, peraltro già dichiarata lo scorso 27 Ottobre del 2017.

Se, dopo il 21 dicembre, il Governo persiste in questa disparità evidente e sconcertante sui criteri strategici di futuro e seguita a utilizzare un linguaggio infuocato nelle forme che non trova corrispondenza con una azione di governo che persiste nel rimanere nell’autonomismo legittimando l’azione repressiva dello Stato spagnolo, l’ANC non accompagnerà più al Governo e sarà critica ed estremamente esigente spronandolo a dedicarsi al compimento del suo mandato, con mobilitazioni orientate in tal senso.

Chiederemo al Governo che, se qualcuno non se la sente di continuare con un processo nitido di azioni di governo che conduca verso la proclamazione effettiva della Repubblica catalana, faccia un passo indietro e lasci il posto a persone disposte ad agire più decisamente, assumendo i rischi propri della disobbedienza.

Piano strategico
Sulla base dei punti di forza e delle debolezze identificate e nell’attuale contesto, l’ANC ha tracciato un piano strategico basato su diversi scenari. Così, ha identificato soltanto tre possibili scenari che ci porterebbero all’indipendenza effettiva: un referendum concordato con lo Stato spagnolo come risultato di una trattativa diretta bilaterale; un referendum concordato con lo Stato spagnolo costretto da un organismo internazionale; e la strada unilaterale.

L’ANC ha voluto evidenziare che l’allargamento della base sociale non è uno scenario di per sé. Anche se fossimo l’80 % non ci darebbero l’indipendenza, dovremmo sempre in ogni caso collocarci in uno dei tre scenari di cui sopra. Inoltre, l’ANC intende che pretendere la distensione e la normalizzazione nell’attuale contesto è dilatorio e smobilizzante, e non è effettivo per raggiungere l’obiettivo.

In riferimento allo scenario del referendum concordato con lo Stato spagnolo, l’ANC considera che tutte le manifestazioni del Governo del PSOE, così come della maggioranza politica, sociale ed elettorale dello Stato spagnolo, indicano che questa strada è sfortunatamente impossibile. In riferimento allo scenario di un referendum concordato per costrizione da parte di un organismo internazionale, viene considerato poco probabile visti i fatti del mese di ottobre 2017, anche se l’ANC crede che esista un limite massimo di vulnerabilità dei diritti o di instabilità economica che potrebbe provocare che questo scenario si avverasse. Pertanto, l’ANC considera la via unilaterale come lo scenario più probabile e l’unico che dipende da noi stessi e che ci permette di essere proattivi, tenuto conto dell’incapacità del Governo spagnolo di offrire assolutamente nulla e di rinunciare all’immagine più repressiva, così come le sue debolezze riguardanti la governabilità. Tuttavia, l’ANC sarebbe disposta a rinunciare all’unilateralità se, nei prossimi sei mesi, qualsiasi dei due primi scenari diventassero delle realtà tangibili e dichiarate senza alcun margine di ambiguità da parte degli attori implicati (Governo catalano, Governo spagnolo, potenziale mediatore).

Dunque, l’ANC considera che, affinché  la via unilaterale si svolga con successo, bisogna idealmente allineare gli attori chiave seguenti: Governo catalano, Parlamento catalano, istituzioni e cittadinanza mobilitata. Una volta allineati, bisogna riconvalidare la dichiarazione d’indipendenza in Parlamento e pubblicarla nel DOGC (Gazzetta Ufficiale del Governo Catalano), fare una proclamazione solenne della Repubblica catalana di fronte al mondo e chiedere il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Catalogna –costituendosi in Stato−, togliere la bandiera spagnola dal Palau della Generalitat e dal Parlament, pubblicare i decreti di attuazione della Legge di transitorietà giuridica, liberare i prigionieri e prigioniere politici organizzando anche il ritorno degli esiliati ed esiliate.

Per andare avanti nello sviluppo della via unilaterale, l’ANC lavorerà su dodici linee di attuazione chiave prioritarie. Una delle linee è l’ambito internazionale, dove seguiranno quattro azioni chiave: denuncia davanti agli organismi internazionali delle lesioni dei diritti politici e civili dei cittadini catalani, stabilire vincoli di fiducia con attori della comunità internazionale, generare e diffondere contenuti di comunicazione per spiegare la situazione e le aspirazioni del popolo catalano, e incoraggiare la partecipazione e la mobilitazione dei cittadini catalani residenti all’estero nella difesa del diritto di autodeterminazione dei catalani.

Sul fronte istituzionale, l’ANC chiede al Governo catalano, al Parlamento catalano e ai partiti indipendentisti che esercitino una guida chiara ed effettiva senza messaggi contraddittori tra quello che si dice e quello che si fa realmente. Inoltre, chiede al Governo catalano di prepararsi per la via unilaterale senza più dilazioni e di lavorare su quelli aspetti che devono essere rafforzati per garantire la proclamazione e il funzionamento iniziale della Repubblica.

L’ANC ha inviato questo messaggio a tutto l’indipendentismo certa che, se i tre attori −Governo, Parlamento e società civile− si preparano con responsabilità e rigore allo scenario dell’unilateralità, raggiungeremo l’obiettivo di rendere effettiva la Repubblica catalana, così come diventò realtà il referendum del 1 di ottobre del 2017 nelle più avverse condizioni.

 

https://assemblea.cat/index.php/2018/10/09/lassemblea-nacional-catalana-riafferma-la-sua-scommessa-per-lunilateralita/?lang=en

 

 

L’indipendentismo torna a riempire le strade di Barcellona. #Diada2018

joker   barnaut.org   12.09.2018

victordiada2018-Diada 2018. Foto Victor Serri.

Vedo la mia ragazza fare una foto ai manifestanti e condividerla su WhatsApp ad un gruppo che ha con gli amici di quando viveva a Parigi. Uno di loro, tale Lorenzo, risponde stupito “ah, gli indipendentisti… ma perché ci provano ancora?”. La sensazione è che la reazione di questo Lorenzo sia sostanzialmente la stessa che ha avuto l’opinione pubblica europea a questa Diada 2018. L’attenzione dell’opinione pubblica è forse più mobile della piuma al vento immaginata da Francesco Maria Piave. S’infiamma facilmente, perde interesse con ancor maggiore facilità e spesso tende a capire poco di quanto avviene al di fuori delle mura domestiche. Così, dopo il grande casino dell’anno scorso, dopo il referendum dichiarato “illegale”, la repressione, gli arresti, la fuga di Puigdemont, il commissariamento e le nuove elezioni, la questione sembrava essersi “afflosciata”, allontanando il volubile interesse dell’opinione pubblica internazionale. D’altronde, è anche arrivato un nuovo governo, un governo di sinistra di quella Spagna che finalmente “vede rosso”, come scriveva entusiasticamente (ma anche frettolosamente e con una buona dose di superficialità) qualcuno in Italia. Quel governo doveva dare una speranza nuova, doveva disegnare una nuova Spagna alla quale magari si poteva anche dare una possibilità. Insomma, dei catalani non solo non si era più sentito parlare, ma si aveva la sensazione che non ci fosse molto da dire. E invece, un anno dopo loro sono qui. E si, “ci provano ancora”.

Un milione in piazza e avanti nei sondaggi. L’indipendentismo gode di ottima salute.

Se la giornata di ieri ci ha mandato un messaggio, quel messaggio è che il movimento indipendentista non ha perso praticamente nulla della speranza e della vitalità di un anno fa. La repressione giudiziaria, le campagne degli unionisti, il commissariamento e la mancanza di appoggio internazionale non hanno scalfito la volontà delle catalane e dei catalani. Già a luglio, i sondaggi confermavano l’appoggio ai partiti indipendentisti da parte della maggior parte dell’elettorato. Se si ripetessero le elezioni, il blocco indipendentista avrebbe la maggioranza al Parlament, il presidente sarebbe probabilmente di ERC, e Ciutadans perderebbe molto di quel consenso ottenuto a dicembre scorso, un arretramento che varrebbe circa sei o sette seggi.

La manifestazione di oggi ha portato in piazza una cifra che il settimanale dei movimenti anticapistalisti La Directa colloca tra le 700 e le 900 mila, una partecipazione non da poco per una popolazione totale di 7 milioni, assolutamente comparabile con le manifestazioni degli anni passati.

Il governo catalano negozia, ma forse non basta più.

Il presidente della Generalitat Quim Torra, esponente della componente di centro-destra dell’arcipelago indipendentista, ha da tempo adottato un atteggiamento cauto ed attendista. Pur ribadendo di essere pronto a “rendere effettivo il mandato del 1-O”, continua a chiedere al governo di Madrid un referendum pattuito con tutte le garanzie per gli elettori. Ottenendo immancabilmente la solita, stessa risposta di sempre.

E la pazienza sta rapidamente finendo, specie nella componente movimentista e radicale dell’indipendentismo, ovvero tanto tra le fila delle pur moderate piattaforme civiche Omnium e ANC, quanto tra le militanti ed i militanti della sinistra anticapitalista. Il sospetto è che la pressione della piazza finisca con il destabilizzare l’attendismo del governo di Quim Torra, spingendo quest’ultimo ad un atto di rottura.

L’autunno che viene qui in Catalogna.

E ora? Per chi ama il catalano possiamo proporre l’editoriale della scrittrice valenziana Gemma Pasqual i Escrivà, in cui si sottolinea come sarà proprio l’interazione tra il governo e quel popolo sceso in piazza oggi a Barcellona a scrivere i prossimi capitoli di questa storia. Non è una novità, ovviamente, visto che i governi indipendentisti hanno sempre potuto contare su di un controllo popolare stretto e ravvicinato da parte della cittadinanza, quella che veniva definita la “catena di fiducia” tra popolo e partiti repubblicani al governo. In questi mesi, tuttavia, il gioco si è giocato quasi esclusivamente dalle parti dei palazzi istituzionali, impegnati a ricostruire il governo autonomico dopo il 155 e nell’improbabile tentativo di mediazione con il nuovo governo di Madrid. Adesso, quel popolo dei lacci gialli, delle cassolades e delle piazze torna a far sentire la sua voce, il suo peso e la sua insofferenza verso una situazione di stallo che no, sembra non piacere quasi a nessuno.

Nel frattempo, la conclusione di questa prima analisi sulla ripresa del movimento catalano ce la fornisce il mitico Mentana. Anche nel Paese in balia di Salvini e Di Maio si torna a parlare di Catalogna, ma i toni sembrano andare modificandosi. Nell’apertura del TG delle 20:00 di ieri, il direttore del TG La7 conclude la sua anteprima con parole inequivocabili: “oggi si è visto chiaramente da che parte sta la maggior parte del popolo catalano”. E con questo, buon lavoro a chi si affanna da anni a dire che il momvimento indipendentista è fatto da una minoranza di borghesi, in una regione in cui il proletariato è saldamente fedele a Sua Maestà. E magari a Podemos.

http://www.barnaut.org/2018/09/lindipendentismo-torna-a-riempire-le-strade-di-barcellona-diada2018/

 

Un milione de catalani in piazza

 “Ora facciamo la repubblica”

Diada 2018

 

Grande manifestazione degli indipendentisti a Barcellona. Nuova sfida al governo spagnolo: “Liberate i prigionieri politici”

 

FRANCESCO OLIVO  -inviato a Barcellona-    LaStampa    11.09.2018

 

Prima il silenzio assoluto, poi un’onda sonora che percorre sette chilometri. E’ il momento culminante della manifestazione della Diada, la festa “nazionale”, che ogni anno riempie le strade di Barcellona. La grande prova di forza dell’indipendentismo catalano, quest’anno è stata vissuta nel segno della richiesta di libertà per i leader in carcere preventivo. I capi storici del movimento non ci sono più, chi in galera, chi all’estero, la repubblica proclamata un anno fa è durata poche ore, le strategie sono ondivaghe, ma una cosa è certa: questa metà di catalani resta mobilitata.

 

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Guerra di cifre

Centinaia di migliaia di persone hanno occupato la Diagonal, l’arteria che tagli in due la città, “circa un milione”, è la stima della Guardia Urbana, la polizia municipale. Le cifre vengono messe in discussione dalle associazioni contrarie all’indipendenza, ma in ogni caso le immagini sono impressionanti: dal Palazzo reale, fino alla rotonda di Glories gli spazi liberi erano pochi, come succede ogni 11 settembre dal 2012, quando una metà della Catalogna ha iniziato a rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Clima allegro, slogan di “libertà” e “indipendenza”, ma con una differenza sostanziale rispetto agli anni scorsi. Quella di oggi, infatti, è stata la prima Diada dopo il referendum dell’ottobre del 2017, con tutto ciò che ne è seguito: le cariche della polizia spagnola, la proclamazione di una repubblica rimasta lettera morta e la risposta giudiziaria durissima, culminata nella carcerazione preventiva dei leader indipendentisti. Prossima tappa probabile dello scontro con Madrid, l’inizio del processo atteso per l’inizio dell’inverno. “In caso di condanna non posso aprire le porte delle carceri – ha dichiarato il presidente catalano Joaquim Torra -, ma non accetterò la sentenza e reagiremo con gli strumenti che riterremo più opportuni”.

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La sezione italiana dell’Assemblea nazionale catalana in piazza a Barcellona

 

“Facciamo la repubblica”

Lo slogan della manifestazione, organizzata dalle associazioni della società civile Anc e Omnium, era “Facciamo la repubblica”, un modo per mettere pressione al governo catalano e ovviamente a quello spagnolo, che hanno cominciato un dialogo pieno di ostacoli. “Fare la repubblica”, vuol dire in sostanza continuare sulla strada delle scelte unilaterali, che hanno portato i leader in carcere e altri, primo fra tutti l’ex presidente Carles Puigdemont all’estero, con un mandato di cattura. Uno scenario che spaventa il premier socialista Pedro Sanchez, che avendo sperava di trovare un interlocutore meno rigido. La piazza però ha parlato: “Fare la repubblica”. Un progetto che non prevede negoziati.

http://www.lastampa.it/2018/09/11/esteri/un-milione-di-catalani-in-piazza-ora-facciamo-la-repubblica-6vekZLqh4sZfoEKY1SAUXL/pagina.html

Riscattando Llarena

 

Non ci sono motivi perché i cittadini riscattiamo un magistrato linguacciuto. Vedremo come lo spiegano.

Fino ad oggi il rassegnato contribuente spagnolo si è visto costretto a riscattare banche e concessionarie autostradali varie, ma non era mai capitato finora che gli si chiedesse di riscattare un giudice.

Elisa Beni   ElDiario.es   18.08.2018

Pablo Llarena

Pablo Llarena, judice del Tribunale Supremo

Tuttavia, quello è esattamente ciò che sta succedendo. Il magistrato Llarena, con il dubbio appoggio del suo amico Lesmes, il Dungeon Master del CGPJ (Consiglio Generale del Potere Giudiziario), pretende che venga usato denaro pubblico per pagare la rappresentazione legale di Pablo Llarena in una causa civile a Bruxelles e, inoltre, che nel caso in cui essa si perda e lui venga condannato, si usi il denaro di tutti per pagare l’indennità, che sarebbe simbolica, e sostenere le spese, che non lo sarebbero tanto.

Sì, ecco, era quella causa civile presentata da Puigdemont e gli ex ministri Serret, Comín, Puig e Ponsatí di tutela della reputazione per manifestazioni private portate a termine dal magistrato in conferenze (patrocinate da BMW, in FAES [Fondazione per l’Analisi e gli Studi Sociali] e in università d’estate), nelle quali sarebbe stato violato il loro diritto alla presunzione d’innocenza da parte del giudice che istruisce la loro causa.

Quella causa civile che faceva ridere a crepapelle Llarena e il resto del mondo, e che chi era allora la più alta autorità giudiziaria di Madrid considerò che non era nemmeno il caso di fargliela arrivare. Quella causa che è proseguita e che mantiene la citazione per settembre. Ciò che era un divertimento e una trovata due mesi fa ha finito per avviare dei meccanismi inauditi per il riscatto di Llarena.

Con il denaro di tutti.

E attenzione a questo. Perché quel che si comprova a Bruxelles – luogo in cui risiedono i ricorrenti – è se il magistrato Llarena, che nei suoi scritti giudiziali ritiene i catalani presunti autori di un delitto di ribellione e malversazione, ha commesso un illecito civile nel dare per scontata la loro colpevolezza in manifestazioni private.

Vi chiederete: e che c’entrano il CGPJ e il Ministero della Giustizia, e soprattutto che c’entra il nostro denaro con il fatto che Llarena sia un linguacciuto o che gli scappi il subconscio quando va in tournée? Io mi chiedo la stessa cosa, e credo che anche Giustizia dovrebbe studiare molto bene la situazione prima di prendere una decisione che potesse supporre un uso abusivo del denaro pubblico, poiché questo fatto ha un nome bruttissimo. Lo sapete.

Dicevamo che Llarena e gli altri ridevano a crepapelle due mesi fa per via della causa, e che questi respinse rapidamente la ricusazione richiestagli poiché considerava di avere controversie con quelle persone, il ché è motivo legale per abbandonare il caso. Ma non lo turbava per niente!

Invece, pochi giorni fa il giudice presentò una richiesta di tutela davanti al CGPJ, sentendosi turbato nella sua indipendenza.

E come si può non avere il minimo interesse e respingere una ricusazione per un dato argomento e invece, alcune settimane dopo, affermare che quel argomento perturba tanto da avere bisogno di tutela? Proverò a spiegarvelo.

L’imperturbabile magistrato si è accorto che la procedura civile belga va avanti e che potrebbe optare per essere rappresentato o in assenza. Quest’ultima modalità non permette nessuna difesa, per cui, dovrebbe contrattare un avvocato e pagarlo di tasca propria? Bella fregatura! Inoltre, a pensarci bene, potrebbe addirittura perdere e, benché le indennità ammontino a cinque euro, le spese processuali, compresi gli onorari degli avvocati, potrebbero andare alle stelle. Con la tasca propria minacciata, Llarena ha chiesto aiuto. Ma questo aiuto non è facile.

Mi dicono che il proprio Lesmes dichiarò nella Commissione Permanente di aver avuto una conversazione con l’Avvocatessa Generale dello Stato per vedere se l’Avvocatura poteva farsi carico della situazione. Lei gli disse che così, senza stimolare la questione dal Consiglio, sarebbe stato piuttosto impossibile. Pertanto, si misero a stimolare e la stimolazione è consistita nell’utilizzo illegittimo della figura della tutela, concepita per preservare l’indipendenza giudiziaria rispetto ad altri poteri dello Stato.

Non finiscono qui le invenzioni e le anomalie.

In effetti, per concedere la tutela si visse una sessione di alta tensione nella Commissione Permanente del CGPJ, nella quale non mancarono le grida, letteralmente. Il fatto è che la richiesta di tutela di Llarena non si sarebbe dovuta inoltrare nemmeno. La legge raccoglie un termine di decadenza di dieci giorni per presentarla dal momento in cui si produce il fatto perturbatore. Altre volte è stato rifiutato l’inoltro di richieste di tutela per aver superato il termine di un giorno.

Ebbene, quella di Llarena l’ha superato non di un giorno ma di quasi due mesi. Questo motivo fu allegato da uno dei membri della commissione che si negava a studiare nemmeno la richiesta per considerarla illegale. Niente di tutto questo importò al bulldozer Lesmes. Inoltre, la richiesta di tutela comporta un errore concettuale dato che il meccanismo per garantire l’indipendenza c’entra poco con le azioni private di un magistrato e con la possibilità che quelle azioni implichino una spesa.

Cosicché si parla di proteggere, di fronte a ingerenze straniere, l’indennità della giurisdizione spagnola quando non corre nessun rischio in un procedimento personale che, in più, non costituirebbe neanche motivo di tutela. Il fatto è che nella tumultuosa riunione si sentì la frase: “Vediamo, stiamo parlando di denaro rispetto a una persona che vive del suo stipendio”. Pertanto si esige il riscatto del magistrato Llarena e così l’ha comunicato il CGPJ al Ministero della Giustizia.

La causa civile presentata in Belgio dice testualmente: “il giudice Llarena ha commesso una contravvenzione AI MARGINI DELLA SUA FUNZIONE GIURISDIZIONALE”.

Adesso Lesmes ha deciso che, se il magistrato è stato un malalingua, dobbiamo pagarlo tutti. Il Ministero ha già detto che l’Avvocatura dello Stato non può agire e che, caso mai, occorrerebbe contrattare degli avvocati. Attenzione a questo. Attenzione! Usare denaro pubblico per pagare avvocati in incombenze private non è accettabile. Ed ha un brutto nome.

Non ci sono motivi perché i cittadini riscattiamo un magistrato linguacciuto. Vedremo come lo spiegano.

traduzione  Babel Republicat

https://www.eldiario.es/zonacritica/

Fonte original – El diario.es (18/08/2018)

 

 

Non riusciranno a fermare questo (spiegato in km.)

 

 

 

In mezzo al chiasso che vuole spegnere il dibattito e la ragione, è importante mettere alcuni dati sul tavolo per rafforzare la riflessione e sfuggire alle menzogne infondate. Qui sotto ne trovate alcuni interessanti.

 

Vilaweb.cat – Vicent Partal  – 27.08.2018 opinio_cap_vicent_partal-30131659

 

 

 

—Dopo il 1991 nel mondo si sono creati più di 28.000 km. di nuove frontiere, 26.000 dei quali in Europa, intesa come continente, oltre l’Unione Europea.

 

—Il numero totale di confini nel mondo, espresso in lunghezza è di 250.000 chilometri, organizzati in 323 frontiere interstatali. L’11% di questi confini non esistevano trent’anni fa.

 

—Tuttavia, degli attuali confini europei, il 46,5% sono stati tracciati dopo il 1945 e un 25% in questi ultimi trent’anni.

 

— L’Europa è, chiaramente, il continente con più confini. Gli europei rappresentiamo solo l’8% della popolazione mondiale e il 3% della superficie terrestre, ma abbiamo il 23% degli stati e il 28% dei confini. Siamo così. La storia e la geografia ci hanno fatto così.

 

I dati, la matematica, sempre sono freddi, ma ci invitano sempre al dibattito razionale. I confini oggi non sono più quello che erano trent’anni fa, specialmente in Europa, per fortuna. Ma la tendenza è indiscutibile: più tempo passa e più confini ci sono e più stati vengono disegnati. Affermare che questo processo ora si fermerà miracolosamente non è credibile. Nessun confine, nemmeno quelli spagnoli, sono immutabili.

 

La complessità del mondo contemporaneo si disegna in modo costante e veloce. Perciò oggi ci sono più stati indipendenti che mai e più interdipendenza tra loro che mai. La Carta delle Nazioni Unite è stata firmata da 51 stati. Oggi sono 193 + 2. E di questi 195, negli ultimi trent’anni se ne sono incorporati 36.

Quindi, quando qualcuno vi dice che creare un nuovo stato in Europa è impossibile, come argomento per fermarci, ricordategli che questo è un pensiero magico e non scientifico, in netto conflitto con la realtà contrastata e verificabile. Per carità, non succede nulla se vogliono sognare, ma non è bene che ci vogliano ingannare – anche in questo.

 

(Permettetemi un’ultima digressione. A scuola, da bambino, mi insegnavano che la Spagna aveva ottocentomila chilometri quadrati – e, in effetti, li aveva allora – ma oggi risulta che ne ha solo cinquecentomila. Come mai, non tanto tempo fa ma solo nel corso della mia vita, questo stato si è rimpicciolito, e ora risulta che ci viene detto che nessun confine può essere cambiato?)

 

traduzione  Angels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/no-ho-podran-aturar-explicat-en-quilometres/