Tre conseguenze del “postprocés”

“Mi piace essere provocatorio: considero che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi immaginate, bensì la Spagna Repubblicana che è sopravvissuta all’olocausto spagnolo”

Autore: Xavier Díez        VilaWeb   26.01.2019

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Non rivelerò alcun segreto se riconosco vi sia della confusione quando si tratta di definire il momento che stiamo attraversando. Se volete un concetto che ci aiuti a posizionarci, propongo quello del limbo, questo spazio indefinito, un po’ sala d’attesa, tra il postprocés e la Repubblica dichiarata e ancora non effettiva. Se mi permettete, oserei parafrasare Antonio Gramsci per ubicarci nel pericoloso lasso temporale tra la Repubblica che non riesce a nascere e il franchismo monarchico che resiste alla sparizione: in questo intervallo è dove appaiono i mostri. Direi che, inoltre, non sono mostri metaforici, ma le vecchie conoscenze del fascismo che cerca di rivendicarsi attraverso il rancido, per quanto amato, nazionalismo spagnolo, combinato con il nuovo reazionismo che emerge in Occidente, con ideologi americani e illiberali europei.

La spinta del nostro nuovo repubblicanesimo ha radicalmente trasformato il panorama … O forse non tanto, perché si è limitato a rendere visibile ciò che viveva nell’oscurità: che vivevamo in una democrazia da paese dei balocchi, in una libertà controllata. Il repubblicanesimo catalano ha trasformato tutto, a tutti i livelli, e ci ha portato a un conflitto che molti di noi pensavano potesse accadere e che molti altri ha sorpreso, anche se intimamente consapevoli che i vecchi fantasmi e gli zombi potevano risorgere dal Valle de los Caídos in qualsiasi momento.

Molte cose accadono e tante ne sono successe. Tuttavia, mi concentrerò su tre idee, tre conseguenze che, dal mio punto di vista da storico, credo siano le più rilevanti nel valutare le profonde trasformazioni della psicologia collettiva: rottura emotiva, riconfigurazione dell’identità e corruzione morale. Tutte e tre rappresentano fenomeni storici molto significativi che riflettono in profondità la portata del cambiamento, che fa sì che le cose non possano tornare indietro.

Il primo, forse il più evidente di tutti, mi piace chiamarlo “rottura emotiva”, anche se altri, come Francesc-Marc Álvaro, usano l’espressione “disconnessione”. Penso che la maggioranza dei cittadini di questo paese non abbia avuto problemi a identificarci con una identità duale tra la Catalogna e la Spagna. Parliamo entrambe le lingue, condividiamo riferimenti, esperienze, famiglie e amici. Era un mondo in cui, sebbene non mancassero episodi di liti e disaccordi, ci ha permesso di rimanere a nostro agio in un’identità ambigua. Tuttavia, non appena il sig. Aznar ha risuscitato un franchismo senza complessi, non appena il nazionalismo spagnolo ha riacquistato un certo essenzialismo religioso, ha iniziato a usare la pubblica opinione per attaccare la Catalogna ed i suoi elementi fondamentali – ad esempio, le campagne contro l’immersione linguistica – le cose hanno iniziato a cambiare. Vorrei rimarcare che questi elementi di anti-catalanismo erano ancora intrisi di franchismo. Per me, uno dei momenti storici fondamentali è stato quando, nel 1995, è stata scatenata la controversia sulle Carte di Salamanca e persino qualcuno come Torrente Ballester è arrivato ad affermare davanti a migliaia di persone che “le carte appartenevano a loro per diritto di conquista”. È stato allora che i legami personali ed emotivi hanno iniziato a scricchiolare. Le politiche di erosione ed erosione dell’autonomia, con un Aznar sboccato all’inizio di questo secolo, hanno influenzato i cardini dello stato spagnolo profondo per  involuzione il rapporto, non solo tra Spagna e Catalogna, ma tra la stessa Spagna pro-Franco e quella parte della Spagna che era stata inviata nei fossi di tutto il paese. Perché, e questo non va dimenticato, la Catalogna è diventata parte della reazione contro le timide e abortite politiche sulla memoria storica che hanno preteso di mettere in discussione lo status quo presente in base alle indagini sul passato.

Penso che la maggior parte della società catalana sia poco nazionalista. Io stesso sento un forte disagio, nello stile di Georges Brassens, alle grandi masse, movimenti, bandiere e inni: ora, come la stragrande maggioranza dei catalani, a prescindere dalla provenienza dei loro cognomi siamo figli e nipoti di repubblicani, dei difensori della democrazia o principi di libertà, uguaglianza o fratellanza contro il fascismo che ha imposto il terrore e la repressione dal 1939 in poi. L’anti-catalanismo, l’ostilità contro tutti noi, si è affermata man mano che risorgeva il fascismo dello stato profondo, presente per terra, mare e aria nelle profondità dei poteri reali: le forze armate, la polizia, i giudici, imprese, alti funzionari, la Chiesa e, soprattutto, i media. Mi piace essere provocatorio: ritengo che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi potete immaginare, ma la Spagna repubblicana sopravvissuta all’olocausto spagnolo. Eilà! Questo concetto non è mio, ma di uno storico e studioso ispanista prestigioso come Paul Preston. Ecco perché ci odiano così tanto e fanno rivivere il linguaggio della Crociata. Siamo il dissenso scomodo, il ricordo dell’antifascismo che è giunto alla conclusione che l’opzione più realistica è l’indipendenza.

La cosa peggiore di tutto questo è stato, ricordando Martin Luther King, non gli insulti dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Prima, e specialmente dopo il primo di ottobre, e con eccezioni contate, quella rete di amici, conoscenti, salutati, colleghi, che pensavo ci fossero vicini, sia per paura, convincimento o unanimismo, o sono stati zitti o si sono aggregati al coro di coloro che ci accusano di ogni male. Questo ha fatto un male terribile: una vera rottura personale, una brutale disconnessione. Persone vicine, che hanno lo spagnolo come lingua abituale, non guardano più i media spagnoli. Soprattutto i più giovani, che, se vogliono informarsi, scelgono i media in inglese o francese. Hanno gettato i libri di Pérez Reverté o non hanno mai più ascoltato Sabina.

Seconda questione: la riconfigurazione dell’identità. La propaganda catalonofobica (che, a proposito, usa meccanismi intellettuali identici a quelli dell’antisemitismo) ci accusa di isolarci narcisisticamente in un nazionalismo catalano autoreferenziale. Radicalmente falso! A parte, forse, alcuni nuclei aneddotici, la Catalogna è oggi meno spagnola, anche se questo non significa che sia più catalana. Semplicemente, è più europea o interculturale. Come abbiamo detto prima, e specialmente tra le generazioni più giovani (che la demoscopia indica come indipendentista a maggioranza assoluta), siano avvezzi  a condividere lo spazio e il tempo con persone di  tutto il mondo e, quindi, non ha senso tornare ad un’identità spagnola come vorrebbero quelli di Cs. Non guardiamo la corrida, ma Netflix. Non guardiamo a Madrid, ma a Parigi o a New York. Le sevillanas sono così vicine a noi, o così lontane, come lo sono  il tango o il regueton. La catalana, un’identità ibrida e dinamica, è sempre più post nazionale, nel senso che guardiamo più, culturalmente parlando, agli australiani, agli argentini o ai canadesi rispetto agli spagnoli o ai tedeschi. Non crediamo negli ius sanguinis, come i tedeschi o gli spagnoli, ma all’ius solis, come nord americani o canadesi. Neanche a volerlo, causa un mix secolare, potremmo essere etnicisti. Per gli indipendentisti catalani, la questione della costruzione dell’identità è meno angosciante di quella del nazionalismo spagnolo, perché siamo abituati a reinventarci ad ogni generazione. Ora, ciò che affligge il nazionalismo spagnolo è la costatazione delle profonde trasformazioni nella popolazione catalana. Perché è vero che ci sono 117.000 estremegni che risiedono nel paese. Ma perché dovrebbero avere più diritti, o meno, dei 207.000 marocchini? Tra gli abitanti della Catalogna, secondo Idescat, ci sono 1.301.000 nati in Spagna. Ma quelli nati in altre parti del mondo sono già: 1.378.000, e la cosa è in aumento. Il problema dell’identità non è in Catalogna, ma nella Spagna consapevole che la Catalogna si evolve in una direzione che la sconvolge: è meno spagnola e più globale.

Infine, la riflessione più inquietante: la corruzione morale. Data l’angoscia derivante del fatto che la Catalogna se ne sta andando, la Spagna, con il suo regime del ’78 – in fondo, la continuità nonché l’aggiornamento del regime del ’39 -, usa la repressione per nuotare contro la corrente della storia. Mi piace particolarmente una frase di Benjamin Franklin, il quale diceva: “Quelle persone che sacrificano la libertà in nome della sicurezza non meritano né la libertà né la sicurezza, e finiranno col perdere entrambe”. Bene, la Spagna, tra migliaia di rojigualdas, rinuncia alla democrazia per preservare l’unità. Al momento la prima è andata persa, e molto probabilmente questo sacrificio sarà inutile perché perderà anche la seconda. Nonostante ciò, la via della violenza, e parlo soprattutto di violenza istituzionale, sporca  tutto. Intanto, persone innocenti vengono carcerate, perseguita la dissidenza e la popolazione inghiottisce le bugie a cui vogliono credere. Ciò significa che il livello di corruzione morale della società spagnola è in aumento. Sia per paura, odio o il disprezzo per i catalani, la corruzione morale sporca le mani, non solo dei responsabili politici, giudiziari, amministrativi o culturali, ma delle stesse persone, che, come abbiamo visto, abbracciano il mostro fascista, sia che si tratti di elettori di Vox o di deputati socialisti dell’Estremadura. È così per esempio, anche se in modo più discreto, tra una larga parte del PSC, o di alcuni catalani che temono uno dei fondamenti della democrazia, vale a dire, l’autodeterminazione. Le cose vanno forse peggio . Ci sono alcuni leader politici o dirigenti comunitari che, per obbedienza, aderiscono all’applicazione dell’articolo 155. Come ci ricorda il pedagogo Lorenzo Milani, l’obbedienza non è mai una virtù. E questo li fa vergognosamente cadere nella prevaricazione morale, perché collaborano in modo perverso con ciò che Hannah Arendt ha denunciato come “la banalità del male”.

Tuttavia, la violenza, anche solo simbolica, coinvolge e sporca tutti noi. Io, poco amante delle bandiere e molto critico nei confronti del patriottismo, confesso che questa dimostrazione di odio contro il nostro paese genera in noi alcuni sentimenti oscuri. Se non altro, un profondo risentimento che difficilmente potremmo dimenticare o perdonare. La violenza, anche se verbale, finisce per influenzare il ragionamento e annebbiare le azioni, ci corrompe. Dovremmo esserne consapevoli. Questo è anche uno dei  mostri che emerge da questo limbo temporale tra la Repubblica che non è riuscita a nascere ed il franchismo che si resiste a morire.

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Xavier Díez i Rodríguez (Barcelona, 1965) [1] è uno scrittore e storico catalano specializzato in movimenti sociali nel XX secolo. [2] Ha conseguito un diploma in insegnamento, una laurea in filosofia e lettere presso l’Università Autonoma di Barcellona e un dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Girona. [2]Ha pubblicato saggi, narrativa e poesia. Ha collaborato con vari mezzi di informazione ed è un blogger attivo. Ha lavorato come insegnante ed è attualmente professore di storia contemporanea presso l’Università Ramon Llull. [3] In vista delle elezioni del Parlamento catalano del 2015, è stato candidato in un luogo simbolico della lista della Candidatura d’Unitat Popular – Crida Constituent nel collegio elettorale di Girona. [4]

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Traduzione: anton roca

https://www.vilaweb.cat/noticies/opinio-xavier-diez-postproces/post

Il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Loretta Napoleoni    6 gennaio 2019

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Spagna, il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ed è vero. È anche vero che accettare un passato buio richiede una maturità e magnanimità che pochi posseggono. È molto più facile cadere vittima di sentimenti poco onorabili, come il desiderio di vendetta, o riscrivere la storia cancellando simboli e monumenti che ce la fanno ricordare. Rientra in questo contesto la polemica statunitense sull’abbattimento delle statue dei personaggi della guerra di secessione che erano schiavisti, come se bastasse rimuoverle per cancellare la memoria dello schiavismo e delle atrocità commesse durante quel conflitto.

La distanza storica non aiuta, anzi, spesso come nel caso della Spagna, più la democrazia avanza e più diventa difficile gestire i ricordi della guerra civile (1936-39) e del franchismo. Ce lo conferma la polemica sulla riesumazione dei resti di Francisco Franco, sepolto il 23 novembre del 1975 nella Valle dei Caduti, ultima puntata della disputa sui desaparecido spagnoli che va avanti da decenni. Ma andiamo per gradi.

 

 

La Valle dei Caduti è un monumento-mausoleo che Franco fece costruire alla periferia di Madrid, vicino alla Sierra de Guadarrama, per ospitare le vittime della guerra civile, sia quelle repubblicane che quelle franchiste. Naturalmente per manodopera vennero utilizzati ex combattenti repubblicani presi prigionieri dalle truppe di Franco, costoro furono letteralmente schiavizzati. Basterebbe questo a renderlo un simbolo “scomodo” della storia spagnola. In effetti l’idea di trasformarlo in qualcosa che onori le vittime, tutte e indistintamente, vuole proprio spogliarlo di questa onta e vuole recidere il legame con il franchismo, la rimozione della la tomba del dittatore fa parte proprio di questa trasformazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe più semplice costruire un nuovo monumento ma questo scatenerebbe ancora più polemiche, la Valle dei Caduti è un luogo associato con il trauma della guerra civile e del franchismo per diverse generazioni di spagnoli e poi il governo spagnolo ha già speso grosse somme nella sua manutenzione, circa 12 milioni di euro, sarebbe sciocco adesso abbandonarla. Per chi non conosce bene la storia della Spagna tutta la questione della riesumazione delle vittime della guerra civile e del franchismo può apparire poco comprensibile. Pochi sanno che dopo la Cambogia, la Spagna è il Paese con il più alto numero di persone scomparse, letteralmente inghiottite nelle fosse comuni. Le statistiche parlano di 200 mila caduti secondo l’Associazione per la memoria storica, che si occupa di rintracciare le vittime, di cui di circa 140 mila non si sa nulla. Nella Valle dei Caduti sono seppelliti soltanto tra i 30 ed i 50 mila morti. Non c’è famiglia estesa che non sia direttamente o indirettamente relazionata a qualcuno morto in quel conflitto e molti desiderano sapere cosa è successo e dove sono sepolte le ossa dei propri cari. Il desiderio di riesumarli e salutarli con un funerale religioso o una cerimonia laica fa parte del processo di chiusura di un capitolo personale e storico dolorosissimo. È un desiderio umano e legittimo.

Molti sono convinti che fu uno degli errori della giovane democrazia spagnola non affrontare il capitolo dei desaparecido e delle vittime immediatamente dopo la morte di Franco. Fino agli anni Novanta non si fece praticamente nulla, poi nacquero associazioni di parenti dedicate alla ricerca dei propri cari. Il silenzio della democrazia ha anche facilitato la manipolazione politica della mancata “chiusura storica” delle atrocità commesse durante la guerra civile e il franchismo. Tra le tante dolorose storie a riguardo c’è la riesumazione dei resti di Garcia Lorca, il poeta spagnolo vittima del franchismo il cui corpo non venne mai ritrovato. Dopo una battaglia legale iniziata da Baldasar Garzon nella quale la famiglia Lorca prima pose il veto alla riesumazione e poi cambiò idea e, dopo aver speso 70 mila euro e scavato due volte, i resti di Garcia Lorca non vennero mai ritrovati. A guadagnarci furono i media che pomparono la disputa puntando sull’alto profilo del poeta.

Il fiasco clamoroso della riesumazione di Garcia Lorca conferma quanto sostengono diversi esperti: è impossibile restituire alle famiglie i corpi dei caduti, non solo perché i costi sarebbero astronomici ma soprattutto a causa della geografia del conflitto che praticamente copre quasi tutta la penisola Iberica. Le fosse comuni sono disseminate un po’ dovunque, la gente veniva giustiziata o uccisa e seppellita sul posto, riesumare tutti i 140mila corpi, ricomporli, riconoscerli e consegnarli ai familiari e’ un sogno irrealizzabile. Ci vuole una soluzione politica, dunque, che è quello che il governo Zapatero cercò di fare nel 2006 con la Legge della memoria storica e quello che l’attuale governo vuole portare a compimento con la riesumazione dei resti di Franco. Ma ancora una volta il passato è diventato uno strumento di propaganda per l’opposizione, la destra spagnola tradizionale ancora fedele alla memoria del dittatore e quella più recente, inclusi i partiti populisti. Improvvisamente sempre meno forze politiche appoggiano la rimozione della salma. Era prevedibile, il processo di chiusura con una passato tanto violento non e’ mai facile e soprattutto mai rapido.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/06/spagna-il-fantasma-di-franco-perseguita-ancora-madrid/4876298/

 

Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat)

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Carissime, carissimi,

 

Questa mattina sono stati resi pubblici i nuovi criteri della Cassa di Solidarietà (Caixa de Solidaritat). A partire da oggi, la Cassa non sarà più gestita dall’Assemblea e da Òmnium, ne sarà responsabile l’Associazione di Fomento della Cassa di  Solidarietà, sotto la tutela degli ex presidenti del Parlamento Núria de Gispert, che sarà la presidente e Ernest Benach, vice presidente.

 

Questa nuova Cassa  di Solidarietà dovrà provvedere alla consulenza legale, le multe  e le cauzioni  che le persone fisiche possono subire a seguito di azioni inquadrate nel processo verso l’indipendenza, per aver partecipato ad azioni civiche, non violente e democratiche. Si allarga, in questo modo, il suo raggio d’azione, comprendendo molte più persone implicate e vittime, e fornendo un sostegno economico a tutte le persone che soffrono rappresaglie politiche da parte dello stato spagnolo. In breve, espande il sostegno economico di eventuali rappresaglie.

Il nuovo sito Web è  https://caixadesolidaritat.cat/  e, se necessario,inviare un’email a info@caixadesolidaritat.cat o chiamare il numero +34 694 465281 per richiedere assistenza e spiegare rappresaglie o minacce ricevute conseguenza di azioni inquadrate nel processo di indipendenza.

Il nuovo conto bancario per fare donazioni è:

ES31 3025 0001 1814 33615996

Solidarietà con tutte le vittime di rappresaglie politiche!

# FacciamoRepubblicaCatalana

 

Segretariato nazionale * Assemblea Nazionale Catalana

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Todo atado y bien atado, 40 anni dopo

4 Dic 2018 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

Il 6 dicembre di quest’anno si celebra il quarantesimo anniversario della Costituzione spagnola, che fu il compromesso politico del dopo-dittatura tra le élite franchiste e i partiti dell’opposizione democratica. Contestata dagli Indignati spagnoli allo scoppiare della crisi e quindi dal movimento indipendentista catalano, per derivarne una monarchia imposta, un sistema di potere fondato sul bipartitismo e un assetto territoriale superato, la sua messa in discussione costituisce ancora oggi un vero e proprio tabù.

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Tutto il periodo della Transizione alla democrazia, dalla morte di Franco nel 1975 fino al fallito golpe del colonnello Tejero nel 1981, torna ad essere rivisitato in Spagna, anche alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno. Mesi che hanno visto l’esplosione di un grave conflitto istituzionale tra la Catalogna e lo Stato, la cacciata dal governo del Partido Popular per un sistema di corruzione ormai intollerabile, la persecuzione giudiziaria delle libertà di espressione e di protesta, l’irruzione dell’estrema destra nelle istituzioni democratiche. Tanto da evidenziare le conseguenze di quel “todo atado y bien atado” (tutto sotto controllo) con cui Franco mise un’ipoteca sul futuro democratico. Perché non solo la dittatura è stata così lunga da gettare un’ombra pesante sulla giovane democrazia; ma quest’ultima è risultata contaminata dal regime, con il suggello della corona borbonica, anche per il riciclaggio della classe dirigente franchista nella politica, l’economia, l’informazione, le forze di sicurezza, il sistema giudiziario. Fino ad arrivare all’epoca attuale.

In Spagna ci sono prigionieri politici, persone in carcere per le loro idee. E’ il caso dei dirigenti del movimento indipendentista catalano in prigione preventiva da mesi, alcuni da oltre un anno; alcuni tra loro hanno iniziato uno sciopero della fame. Un comico è citato in tribunale per essersi soffiato il naso con la bandiera spagnola, un attore è indagato per blasfemia, un rapper perseguitato per una canzone. In Senato, il Pp e Ciudadanos si astengono dal condannare il franchismo. Il governo spagnolo conferma che procederà all’esumazione delle spoglie di Franco dal Valle de los Caídos, ma ancora non è riuscito a superare tutti gli ostacoli legali. Podemos propone la riforma della Legge di Amnistia del 1977, che impedisce di giudicare i crimini della dittatura.

Il Tribunal Constitucional accetta l’impugnazione del governo spagnolo della mozione contro la monarchia, approvata dal parlamento catalano. E, per protesta, l’area dei Comuns decide di non partecipare ai festeggiamenti per la Costituzione. Il presidente della Generalitat Quim Torra dice che “la Costituzione è diventata una prigione per la libertà d’espressione e la capacità di decisione dei cittadini”, rifiutando l’invito agli atti di celebrazione. Lo scorso 20 novembre, anniversario della morte del dittatore, l’associazione Omnium Cultural ha distribuito un pamphlet con su scritto: “Franco è morto, ma il franchismo no”

Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

30 novembre 2018    NapoliMonitor.it

Dagli al catalano. Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

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Ancora una volta tocca rispondere alle narrazioni fortemente di parte di una sinistra che non vuol comprendere il movimento indipendentista catalano e che lo sceglie come capro espiatorio dei limiti ed errori dei governi socialdemocratici dello stato spagnolo. Di recente è uscito un articolo su Micromega dove si dà la colpa al movimento indipendentista catalano (e ai partiti che ne sono emanazione) di decisioni politiche che ancora non sono state prese. È una dinamica ricorrente. L’accusa è semplice, e cito testualmente: “ll governo Sánchez-Unidos Podemos sta varando una finanziaria che, se approvata, metterà fine all’austerità e salvaguarderà il welfare state senza creare tensioni con Bruxelles. Ma c’è lo scoglio degli indipendentisti catalani, il cui voto è decisivo, che minacciano di non sostenere la manovra e mandare il paese a elezioni anticipate”. È veramente così?

Bisogna fare un passo indietro e ricostruire i fatti. Attualmente Pedro Sánchez è il primo ministro di un governo monocolore socialista in Spagna. E non per mandato popolare, tramite elezioni, ma a seguito di una mozione di sfiducia a Mariano Rajoy, ex primo ministro del Partido Popular. Per cacciare Rajoy, si erano riusciti a unire i socialisti, Podemos e i partiti autonomisti e indipendentisti di tutto lo stato: il PNV basco, Coalicion Canaria, ERC e PDeCat catalani. I motivi, semplici: la sua incapacità a gestire la “questione catalana” e i grandi scandali di corruzione a carico del partito, in cui sembrava fosse direttamente implicato.

La mozione di sfiducia ha permesso a Sánchez di diventare primo ministro, con l’appoggio di Unidos Podemos (la coalizione di Izquierda Unida e Podemos). Un primo ministro con un fragile sostegno alla Camera, ma in minoranza al Senato, dove il PP mantiene la maggioranza assoluta. Nel sistema bicamerale spagnolo questa congiuntura rende complessa l’approvazione della legge finanziaria per il 2019, perché il governo del PSOE, anche se con l’appoggio esterno di Podemos, resta un governo di minoranza. Lo stesso accordo è, di per sé, un accordo di minoranza, fatto tra due partiti che cercheranno di farlo votare da quelli che gli hanno dato sostegno in passato.

Anche se il disegno di legge non è ancora stato presentato alla Camera, si parla già di cosa potrebbe succedere al Senato. Nell’ipotesi che la Camera lo approvi, infatti, la presidenza del Senato potrebbe mettere un veto e non discutere il disegno di legge, quindi non approvarlo. Per farlo il PP dovrebbe accordarsi con Ciudadanos (C’s), partito di rigenerazione della destra neoliberale spagnola. Attualmente C’s ha proposto di non imporre un veto e aprire un dibattito sulla finanziaria, ma alla condizione che, se non approvata al Senato, la legge sia approvata di nuovo dalla Camera con una maggioranza ampia, dei tre quinti. Questo porterebbe comunque ad affondare la finanziaria, perché tale maggioranza non si può ottenere senza C’s o PP. È una complessa catena di mosse tattiche, in preparazione alle imminenti  elezioni in Andalusia, e alle municipali ed europee del 25 maggio 2019.

Ma invece di spiegare la complessità di questo scenario, l’articolo intraprende una curiosa scelta comunicativa: dare addosso ai catalani. E utilizza tutti gli argomenti: il non veto di Ciudadanos per giustificare la “sicurezza” della finanziaria che si farà; la richiesta di una negoziazione da parte dei partiti indipendentisti, tutt’ora sotto la spada di Damocle della giustizia spagnola; la mancanza di sostegno immediato alla manovra. Tutto viene utilizzato per responsabilizzare gli indipendentisti catalani di non voler “mettere fine all’austerità”, qualunque cosa significhi.

Quando nella narrativa costruita si parla della “minaccia” dei partiti indipendentisti di non approvare la manovra, si forza una lettura faziosa dei fatti (come quando il presidente della Catalogna è definito in “fuga”, sposando la terminologia della destra radicale che non accetta di parlare di esiliati ma di latitanti). L’accordo è solo tra due partiti, ma per la maggioranza ne mancano altri. Inizia quindi la negoziazione, dove ognuno fa le sue proposte e richieste. E non solo i partiti dei catalani, ma anche i valenciani di Compromís (dell’area Podemos, ma nel gruppo misto). Di minaccia allora si potrebbe parlare qualora si giungesse a un accordo, e una delle parti volesse tirarsi indietro. Qui l’accordo è stato siglato da due formazioni politiche senza la partecipazione di nessun altro.

Chi in realtà sta minacciando di far saltare l’accordo è lo stesso PSOE, il partito al governo. Infatti, per la prima volta da quando si è iniziato a parlare di questa “manovra del popolo” Isabel Celaá, portavoce del governo, ha ammesso che il PSOE potrebbe non presentare la finanziaria se le negoziazioni non arrivano a buon fine e se non ottengono l’appoggio della Camera. La cosa porterebbe a due scenari, entrambi complessi: le elezioni anticipate, che potrebbero segnare una nuova vittoria della destra (considerando come sono andate le ultime elezioni del 2016, ripetute, con il PP che manteneva saldo il potere) o una proroga della finanziaria del 2018, fatta anch’essa dal PP e non modificata dal PSOE. Tutto il contrario della manovra del popolo.

Questo scenario non può essere semplificato al punto di non far cenno al tatticismo del PSOE. E invece si cerca un nemico. Se non si può dare la colpa al PP, perché è all’opposizione, ci sono sempre i catalani, i nemici perfetti. Per anni il movimento indipendentista è stato descritto, dalle stesse penne che osannano lo pseudo-riformismo socialista, come un movimento borghese, egoista, nemico del popolo. Si è negato il fatto che sia un movimento interclassista e intergenerazionale, trasversale e animato da molte persone di sinistra, forse più del retorico movimento repubblicano spagnolo, quasi totalmente assente nello scenario politico. E si afferma così che il governo di Sánchez ha compiuto molti sforzi per risolvere il conflitto catalano, menzionando anche un possibile referendum, forse sull’autogoverno, ma non certo sull’autodeterminazione. L’idea del referendum “condiviso” è una proposta riciclata dal PSC (partito socialista catalano), legata a una possibile riforma federale, che sarebbe la ripetizione esatta dello scenario del 2007, quando i protagonisti erano Zapatero e Maragall. Si attribuiscono a Rajoy le decisioni della Procura sui processi che vedono i leader politici catalani accusati di sedizione e disobbedienza per avere organizzato il referendum sull’autodeterminazione del primo ottobre 2017. Salvo affermare, en passant, che la magistratura è indipendente e che quindi Sanchez non può influire sullo svolgimento dei processi in corso. Inoltre, in questi giorni la Commissione europea ha assicurato che questa finanziaria è “fuori rotta” rispetto ai criteri stabiliti da Bruxelles. Ancora una volta, si costruisce una narrazione in cui il PSOE è la panacea per tutti i problemi della Spagna. Cosa che, alla prova dei fatti, non regge.

In questa narrazione manca il punto centrale dell’analisi sullo stato spagnolo. Qui il “progresso” dipende dagli indipendentismi, mentre le ondate repressive-retrograde funzionano in tutto il territorio grazie al PP, Cs e Vox. Non solo a livello parlamentare ma proprio per quel che riguarda concetti democratici come libertà, sovranità popolare e diritti civili. Solo per fare alcuni esempi: la PAH, la Piattaforma per le persone colpite da ipoteca, organizzazione simbolo della lotta per la casa sin dalla crisi del 2008, prende forma in Catalogna; la proibizione delle corride viene approvata dal parlamento catalano a maggioranza indipendentista; i proiettili di gomma, che hanno mutilato molti attivisti dei movimenti sociali, sono stati proibiti dal parlamento catalano (mentre sono tuttora utilizzati nel resto della Spagna). Ovviamente la Catalogna non è una terra promessa, ma risulta difficile negare il fatto che le spinte progressiste che hanno dato forza anche a Podemos si sono sviluppate lì. Basti vedere i risultati delle elezioni del 2016, quando proprio i territori dove la questione nazionale è molto sentita hanno mostrato una chiara opposizione al governo del PP. Ma non solo. Tanto questi risultati, come l’evoluzione dei partiti politici riformisti, mostrano come questi progetti “di cambiamento” siano incapaci di superare il tetto di cristallo della struttura stessa dello stato spagnolo. Allora perché non utilizzare questi indipendentismi come chiave di rottura nazionale e riforma sociale, invece di additarli sistematicamente come nemici del popolo, manipolando la realtà con omissioni, distorsioni e interpretazioni di parte? (victor serri)

http://napolimonitor.it/dagli-al-catalano-le-fragilita-del-riformismo-spagnolo-capro-espiatorio-dellindipendentismo/