Referendum, dieci differenze tra indipendentisti italiani (Lega Nord) e catalani

 

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Alessio Pisanò

Referendum, dieci differenze tra indipendentisti italiani (Lega Nord) e catalani

Politica | 30 settembre 2017

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Troppo spesso la Lega Nord ha sbandierato un supposto gemellaggio politico con i movimenti e partiti indipendentisti catalani. Qualche giorno fa il Pirellone, sede del Consiglio regionale della Lombardia, ha rifiutato la richiesta del gruppo leghista di esporre la bandiera catalana, segno tangibile di un forte desiderio di secessione che nella base padana non è mai tramontato nonostante le velleità nazionali e nazionaliste del leader Matteo Salvini.

Tuttavia le differenze tra Lega Nord e partiti catalani sono enormi e parlare di gemellaggio appare quantomeno azzardato. Vediamole nel dettaglio:

– La Lega Nord è un partito unico mentre l’indipendentismo catalano è supportato da tre partiti: il PDeCAT, l’Erc e il Cup;

– La Lega Nord si riferisce alla Padania, entità geografica senza unità politico amministrativa mentre la Generalitat de Catalunya è il sistema amministrativo-istituzionale per il governo autonomo della comunità autonoma della Catalogna;

– La Lega Nord è un partito conservatore e con forti legami con la destra e l’estrema destra italiana, mentre il PDeCAT è centrista e liberale, l’Erc di sinistra e il Cup di estrema sinistra.

– La Lega Nord è contraria all’Euro e all’Unione europea mentre PDeCAT e ERC sono fortemente europeisti, il Cup è anticapitalista quindi critico (ma non scettico) nei confronti dell’Ue. Tuttavia i partiti catalani sono a favore di una maggiore integrazione europea, sebbene il Cup solo a determinate condizioni.

– La Lega Nord supporta una politica anti-immigrazione mentre i partiti catalani sono a favore e per la piena accoglienza dei rifugiati;

– La Lega Nord è ‘no global’ e contraria ai principali trattati commerciali internazionali, mentre i catalani – ad eccezione del Cup – sono per l’economia di mercato;

– La Lega Nord è molto vicina alla Russia di Putin e contraria alle sanzioni Ue nei confronti di Mosca, mentre i partiti catalani sono europeisti;

– La Lega Nord ha accolto con favore l’elezione di Donald Trump e le sue politiche negli Stati Uniti mentre Carles Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya, è su posizioni opposte;

– La Lega Nord ha ipotizzato l’introduzione di una flat tax (tassa unica al 15 per cento indipendentemente dal reddito) mentre i partiti catalani sono per una tassazione progressiva basata sul reddito;

– La Lega Nord è per una riforma della legittima difesa e per il possesso di armi da fuoco mentre nessun partito catalano renderebbe popolare il possesso di pistole e fucili.

@AlessioPisano

http://www.alessiopisano.com

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Catalogna, Rajoy ha preferito la guerra sporca al dialogo politico

Il premier spagnolo è chiamato a risolvere una crisi che ha creato. E che il suo partito ha gestito con mezzi non sempre convenzionali: dal dossieraggio a una polizia parallela dentro al ministero dell’Interno.

GIOVANNA FAGGIONATO   LETTERA43  02.10.2017

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Mariano Rajoy non mollerà nemmeno questa volta. A meno che non lo costringano a farlo i partiti di opposizione, questo testardo galiziano di provincia, alla guida del Partido Popular da 17 anni, al governo di Madrid da sette, tenterà ancora una volta di presentarsi come il bastione della nazione spagnola. Poco importa che il referendum del primo ottobre abbia mostrato il suo fallimento politico a livello internazionale con la stampa a testimoniare le violenze della Guardia Civil – «tristi, ma proporzionate» le ha definite, «siamo un esempio per il mondo» – su cittadini desiderosi solo di votare. Poco importa che la sua politica abbia creato indipendentisti dove non ce n’erano e abbia semplicemente impedito di capire cosa vogliono realmente i cittadini catalani: una mossa controproducente per tutti coloro che desiderano la Spagna unita.

IMPERMEABILE AGLI SCANDALI. Dopo aver guidato il Paese attraverso la crisi, da leader di un partito al centro della maggiore inchiesta di corruzione della storia nazionale e dopo aver accettato di governare di nuovo senza una maggioranza politica, si farà scivolare addosso anche la pessima gestione dell’autoproclamato referendum catalano, quello che, come ha spiegato alle 20 del primo ottobre, «non è mai esistito». Impermeabile a ogni scandalo, a ogni questione di opportunità, proverà, dopo essere sopravvissuto a incidenti stradali e aerei – il primo gli lasciò cicatrici sul volto, nel secondo si ruppe un dito -, a superare anche la crisi catalana. Una crisi che in questi anni però non ha fatto che alimentare con metodi legali e non, in una guerra sporca che è la cosa più lontana dal dialogo politico invocato in questi giorni.

Le tensioni odierne, ormai è noto, sono figlie in prima battuta del ricorso alla Corte costituzionale presentato del Partido popular contro il nuovo Statuto negoziato dal governo di Barcellona con l’esecutivo Zapatero, ratificato da un voto parlamentare e approvato attraverso un referendum della popolazione della Catalogna, seppure ancora una volta con un’affluenza minore della metà degli aventi diritto. Da lì in poi la questione catalana si è avvitata su se stessa in un crescendo di radicalizzazione. Ma intanto Rajoy è arrivato al governo e, mentre i giovani spagnoli passavano giorni e notti a Puerta del Sol a protestare contro una classe politica corrotta e contro un’austerity che colpiva gli ultimi, il Partido popular proseguiva la sua guerra con altri mezzi.

MEZZI NON CONVENZIONALI. Jorge Fernández Díaz, fedelissimo di Rajoy, cattolico numerario dell’Opus Dei ma anche catalano tendenzialmente moderato, da ministro degli Interni a partire dal 2012 e almeno fino al 2017 ha messo in piedi una sorta di di polizia parallela formata da alcuni ufficiali di polizia anche giudiziaria. Il gruppo ha condotto indagini per anni al di fuori dei meccanismi dello stato di diritto, coinvolgendo anche personale di agenzie investigative private. L’obiettivo era ottenere informazioni in merito alle indagini sul caso Gurtel: l’inchiesta che ha portato a scoprire i fondi neri del Partido popular coinvolgendone le prime file, Rajoy compreso, e da cui Calle Genova è riuscita ad uscire più o meno in piedi perchè il computer dove avrebbero dovuto esserci le prove dei finanziamenti rivelati dall’ex tesoriere Luis Barcenas era stato formattato. Ma, e forse è anche più grave, la polizia politica di Diaz si occupava soprattutto del dossieraggio dei nemici del centrodestra di governo e in particolare degli indipendentisti.

«NIXON S’È DIMESSO PER MOLTO MENO». «Per qualcosa di molto inferiore», ha scritto El Diario, «Nixon si è dimesso». La vicenda è stata prima raccontata sulla stampa e pochissimo al di fuori dei confini nazionali. Poi è diventata un documentario per mano di due giornalisti di Mediapro, la casa editrice del quotidiano online progressista Publico. Ma nel chiuso circuito mediatico spagnolo solo l’emittente catalana e quella basca hanno deciso di trasmetterlo. Ed è facile capirne il motivo.

Tra i politici finiti nel mirino della polizia di Diaz figurano il leader di Podemos Pablo Iglesias, Jordi Pujol, presidente del governo di Catalogna dal 1980 al 2003, e anche l’attuale vicepresidente della Generalitat, Oriol Junqueras, leader della formazione della sinistra indipendentista Esquerra Repubblicana: l’uomo che con l’ex presidente Artus Mas ha progettato il referendum del primo ottobre. Per trovare gli scheletri nascosti dei suoi nemici, il ministro degli Interni si appoggiava al capo dell’ufficio antifrode catalano, Daniel de Alfonso. Ma, secondo alcune conversazioni registrate tra i due, Diaz teneva informato anche Rajoy.

LA FABBRICAZIONE DI FALSI DOCUMENTI. Come succede spesso in questi casi, i dossier mescolavano verità – peraltro facili visto che la classe dirigente catalana è stata coinvolta in numerosi casi di corruzione – e bugie. In mancanza di documenti che provassero la corruzione degli oppositori, infatti, i poliziotti agli ordini del capo dell’Interno si sono spinti anche a fabbricarne di falsi. Da qui vengono le fatture fasulle venezuelane che per un po’ hanno inquinato il dibattito sul leader di Podemos. E un altro falso documento è stato utilizzato contro l’ex leader catalano Pujol. L’uomo che ha guidato la regione per 30 anni, peraltro invocandone sempre l’autonomia, è tuttavia finito al centro di un’inchiesta per evasione fiscale e ha confessato di avere all’estero, nel principato di Andorra, milioni di euro sconosciuti al Fisco iberico. I bocconi avvelenati o semplicemente a orologeria sono stati preparati soprattutto in vista della consultazione catalana del 2014.

FONDI PUBBLICI PER INDAGINI FRAUDOLENTE. La presenza della polizia parallela è emersa solo nel 2016 e appena il 21 settembre 2017 la commissione di inchiesta parlamentare che se ne è occupata ha approvato con 172 voti a favore – quelli dei socialisti, di Podemos e degli indipendentisti – la sua relazione finale. Come riporta Publico, i deputati hanno certificato che il ministro degli Interni ha utilizzato fondi pubblici e funzionari statali per indagini fraudolente contro gli oppositori politici. Anche i membri di Ciudadanos, che pure si sono astenuti, ne hanno riconosciuto l’esistenza. Ben inteso, questo non toglie niente all’egoismo fiscale, all’integralismo e alla assenza di razionalità delle rivendicazioni indipendentiste. Ma spiega in parte come siamo arrivati fino a qui, e perché è difficile che Rajoy ne tiri la Spagna fuori. E non è una buona notizia.

 

http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/10/02/catalogna-rajoy-ha-preferito-la-guerra-sporca-al-dialogo-politico/214202/

Di ritorno dalla Catalogna

 

Pier Franco Devias  4.10.2017

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Di ritorno dalla Catalogna la sensazione che ho, personalmente, è quella di aver partecipato a un evento storico, uno degli avvenimenti che nella vita capita raramente di vedere.

Non si può dimenticare un coinvolgimento popolare di quelle dimensioni. Dai portuali che boicottavano le truppe di occupazione ancorate al porto, ai pompieri che organizzavano cordoni di protezione, agli studenti che occupavano le scuole, ai tipografi che lavoravano giorno e notte per non far mancare le schede elettorali nonostante i sequestri, passando per le centinaia di migliaia di cittadini e militanti indipendentisti che sostenevano il referendum col loro lavoro e con i loro corpi, fino alla polizia autonoma che ha rifiutato di schierarsi contro il popolo. Uomini e donne, di ogni età, di ogni ceto sociale. Tutti, davvero tutti insieme, determinati a voler decidere del loro Paese.

Non è possibile dimenticare gli applausi scroscianti agli anziani che, dopo aver conosciuto la bestialità del franchismo, uscivano dai seggi a pugno alzato, con lacrime di gioia, perché nella loro vita avevano realizzato il sogno di poter dire SI alla Repubblica di Catalunya.

Non si possono dimenticare i gesti eroici di quei giornalisti spagnoli che -rischiando la carriera- hanno organizzato una clamorosa protesta contro la distorsione delle notizie attuata dai grossi media spagnoli, la solidarietà di migliaia di cittadini spagnoli che in ogni angolo dello Stato hanno manifestato in favore del diritto a poter votare, il calore internazionalista portato da decine di organizzazioni e migliaia di militanti accorsi da ogni angolo d’Europa a sostenere il popolo catalano.

Ma in questi momenti, nei momenti in cui la storia bussa alla porta non si possono -non si devono!- dimenticare nemmeno i comportamenti brutali e antidemocratici delle forze politiche reazionarie, degli apparati repressivi, degli Stati che pure bombardano ovunque in nome della democrazia, dei milioni di intellettuali e politici che alla prova dei fatti hanno dimostrato che per loro la democrazia è quella cosa che va auspicata nei salotti e massacrata nelle piazze.

Per ciò non potrò mai dimenticare neanche quelle pupille dilatate sotto le visiere, il sorriso folle degli agenti mentre torcevano il braccio alle ragazzine davanti a me, i pugni, i calci ai miei compagni, quei guanti neri che mi sbattevano sul palo e addosso agli altri, le urla e le lacrime dei ragazzi, i boati di “VOTAREM! VOTAREM!” che si schiantavano sui blindati come onde invincibili.

E oggi si sente l’odore nauseabondo di questa Europa putrida nelle dichiarazioni dei potenti che si ostinano a definire “democrazia” la palese, filmata, testimoniata, gratuita violenza sui cittadini inermi.

Nessuno potrà dimenticare le bastonate gratuite sui pompieri e sugli studenti, nessuna persona onesta potrà mai dimenticare gli agenti che in un seggio elettorale spezzano le ditta della mano a una ragazza mentre altri le palpano le parti intime, quelli che trascinano le persone per i capelli, quelli che si lanciano dalle scale atterrando con gli anfibi sulla faccia dei manifestanti seduti in terra … nessuna persona giusta può chiamare democrazia le manganellate e i calci dati ai soccorritori che cercavano disperatamente di salvare la vita a un uomo infartuato al seggio elettorale.

Nessuna persona per bene in questo mondo potrà mai convincermi che è giusto massacrare un ragazzo, una ragazza, un padre, una madre, un disabile, una vecchietta, colpevoli solo di aver voluto esprimere la propria opinione pacificamente.

Ma tu come reagiresti se tua madre di settant’anni tornasse a casa con il vestito pieno di sangue e la testa spaccata, per il solo fatto di aver cercato di esprimere il suo parere ?

Tu ce la faresti a tenere la calma e la disciplina se tuo figlio studente tornasse a casa cieco a un occhio a causa di un proiettile di gomma, colpevole solo di aver messo un tratto di penna su un foglio ?

Tu ce la faresti a tenere la disciplina, a convincere milioni di persone ad avere il coraggio di andare avanti senza perdere il controllo davanti a tutto ciò ?

Io, parlo per me, no lo so.

Ma loro sì, ce l’hanno fatta, e lo hanno dimostrato. E anche solo per questo meritano il rispetto di tutto il mondo.

Bon cop de falç, Catalunya, bon cop de falç !

 

Barcellona, il giorno dopo

 Oltre Il Ponte   02.10.2017
Lunedì mattina 2 ottobre, il giorno dopo il referendum per la nascita della repubblica catalana.

1.10.17

“Mi ha dato una spinta, ma il figlio di Pepeta mi ha tenuto in piedi, mi ha fatto spostare e in quel momento, Manel si è preso dal guardia un cop de porra sulla schiena. Dolentissims! (cattivissimi, n.d.r.)”. La porra, ovvero il manganello nero che usa la Brigada Antidisturbis della Guardia Civil, quando arriva fa male, ti può rompere un osso. Il livido è assicurato. Gemma lo racconta a Dolors, la sua vicina, con la quale nel grande quartiere dell’Eixample, praticamente tutte le mattine prende un tallat, un caffè macchiato. e condivide un xuxo, una bomba calorica che assomiglia ad un krapfen allungato. Sono al bar del Mercat del Ninot, uno dei tanti mercati di quartiere della Barcellona del Novecento, che hanno resistito alla grande distribuzione e che sono, quotidianamente, il luogo sociale per eccellenza delle persone più anziane. “Has tingut sort, son uns malparits”, sei stata fortunata, e sono dei figli di…, risponde Dolors, replicando che Geroni, suo cognato, si è portato a casa “due punti dietro ad un orecchio”.

Storie così per le famose paperetes, le schede, e le urne da sequestrare, tanto vituperate dal governo di Rajoy, il giorno del referendum se ne sono raccontate a centinaia. Anzi quasi novecento, secondo il numero dei referti dei pronto soccorso degli ospedali catalani, con un signore di Lleida messo male a causa di un attacco cardiaco, e un paio di feriti per essere stati colpiti da proiettili di gomma, proibiti tra l’altro in Catalunya.

Le tv di tutto il mondo hanno raccontato le stesse cose e le immagini hanno dato un significato preciso all’intera giornata.

Ma il giorno dopo Barcellona si ripresenta come sempre, placida, piena di turisti, con le attività in corso, coi mercati pieni di Gemme e Dolors che fanno la spesa e che vivono con la stessa serenità con cui hanno affollato le code dei seggi. In pace e subendo una brutale aggressione.

I catalani ormai da anni stanno dimostrando al mondo intero che si possono difendere caparbiamente le proprie idee anche senza reagire con violenza, pronti a riscendere nelle strade per il grande sciopero generale di martedì 3 ottobre.

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Sul fronte dei dati, che ovviamente sono commentati in modo diametralmente opposto da Barcellona e da Madrid, ci sono numeri abbastanza precisi: quasi 2,3 milioni di votanti, intorno al 42 per cento degli aventi diritto, quasi 800mila tra voti sequestrati e aventi diritto nei seggi in cui si è impedito totalmente il voto, quasi il 90 per cento di si.

Emerge una volontà chiara, il raggiungimento di un quorum non è previsto in questi casi, che ribadisce il concetto ampiamente maggioritario a favore dell’indipendenza delle ultime due tornate elettorali, ovvero quella della consultazione popolare del novembre 2015 e quella delle elezioni autonomiche che hanno dato alla Catalunya l’attuale governo.

E ora? Il Parlament de Catalunya ha indicato una strada approvando leggi precise anche sulla disconnessione in caso di vittoria del si al referendum. E Madrid, dal canto suo, che minimizza e sottolinea “l’azione impeccabile” delle sue forze dell’ordine, non intende sedersi a nessun tavolo con i “delinquenti”. In città polizia spagnola in giro non se ne vede, sono tutti nei traghetti delle compagnie di bandiera italiane, ancorati in porto. Si vedono solo piccole pattuglie o coppie di mossos d’esquadra, ovvero gli agenti catalani per Madrid traditori, per il popolo da proteggere e sostenere in modo affettuoso. In due parole, come titola il quotidiano Ara, “Vergogna e Dignità”.

Luis Cabasés

http://www.oltreilponte.org/societa/7283/