Il processo ai politici catalani

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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

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Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.

A cosa si deve questo comportamento senza precedenti del giudice spagnolo? Fin troppo spesso nelle succinte cronache giornalistiche (per non citare gli accalorati dibattiti sui social network) si fa riferimento genericamente e superficialmente a concetti quali:

  • indire un referendum illegale;
  • violazione della costituzione;
  • approvazione di leggi non costituzionali;
  • dichiarazione d’indipendenza.

Vediamo di esaminare uno ad uno tutti questi argomenti

Hanno indetto un referendum illegale

Secondo la costituzione spagnola, un referendum può essere convocato e autorizzato solo dal Presidente del Governo. Nel caso dell’uno d’ottobre si tratta di un referendum non autorizzato, quindi con risultato nullo e senza effetti giuridici, di nessuna rilevanza penale. Infatti, la legge 2/2005 ha cancellato gli articoli del Codice Penale che castigavano l’ indire, l’organizzare, il promuovere o il partecipare in referendum o consultazioni popolari senza autorizzazione.

Nelle motivazioni della legge si dice infatti che gli articoli aboliti “si riferiscono a comportamenti che non hanno un’entità sufficiente da meritare rilevanza penale, e ancor meno se la pena che viene contemplata è la prigione”.

Hanno violato la costituzione spagnola

Non rispettare la costituzione è un concetto generico, non una figura penale. Hanno rilevanza penale e sono quindi punibili solamente i comportamenti descritti e sanzionati nel codice penale.

Hanno approvato leggi incostituzionali

Approvare leggi è prerogativa del Parlamento, e, come in Italia, eventuali questioni d’incostituzionalità o conflitti di competenza fra una autorità regionale e quella statale si dirimono davanti alla Corte Costituzionale. La legge approvata dal parlamento catalano che indiceva e regolava il referendum e la legge che regolava la fase transitoria fino all’approvazione della costituzione della repubblica catalana, sono state entrambe oggetto di ricorso d’incostituzionalità da parte del governo centrale e dichiarate nulle dalla Corte Costituzionale.

Anche il governo ed il parlamento spagnoli hanno approvato leggi poi risultate incostituzionali (recentemente la amnistia fiscale del precedente ministro delle finanze è stata dichiarata incostituzionale) ma non per questo il consiglio dei ministri è in prigione preventiva.

Hanno dichiarato l’indipendenza della Catalogna

La riforma del Codice Penale del 1995 ha eliminato l’articolo che prevedeva pene detentive per chi “dichiarasse l’indipendenza di una parte del territorio nazionale” tout-court, senza il concorso di nessun altro requisito. Stando alla nuova formulazione del Codice Penale dichiarare l’indipendenza si considera un reato solamente con il concorso di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria.

Allora quali sono i reati loro contestati? I due reati principali contestati dalla Procura Generale sono la ribellione e la sedizione. Secondo l’art 427 del Codice Penale spagnolo vigente “Coloro che si alzano violentemente e pubblicamente [..] sono colpevoli del crimine di ribellione”. L’art. 544 definisce la sedizione come una rivolta pubblica e violenta volta a rovesciare il potere costituito punibile con una condanna alla pena detentiva fino ai 15 anni se a commetterla è un pubblico ufficiale.

In entrambi i reati deve concorrere la presenza di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria, mentre è a tutti pubblico e notorio che non vi fu alcuna sommossa violenta diretta al sovvertimento dello stato. È proprio per l’assenza del requisito della “violenza” che il tribunale tedesco in primavera negò la consegna al giudice spagnolo per questi stessi reati del deposto presidente catalano Carles Puigdemont raggiunto in Germania dal mandato d’arresto internazionale.

Queste gravi incongruenze giuridiche e procedimentali sono state fin da subito evidenziate da centinaia di cattedratici di diritto penale e costituzionale, attraverso una dichiarazione che censura radicalmente l’operato della Procura Generale e del Tribunale Supremo, considerando infondate le accuse che comportano le pene di detenzione.

Nel manifesto essi affermano che:

  • il Tribunale Supremo non è competente e dovrebbe rimettere la causa al giudice naturale;
  • i reati di ribellione e/o sedizione sono infondati in quanto non sussistono prove dell’uso della violenza pubblica e tumultuaria richiesta dalla tipologia penale;
  • la prigione preventiva incondizionata viene considerata “seriamente sproporzionata e priva di giustificazione sufficiente, al di là di manifestazioni astratte”.

Queste “anomalie” sono le più macroscopiche e non c’è qui spazio per trattare di molte altre che hanno caratterizzato l’intero operato del Tribunale Supremo spagnolo da oltre un anno a questa parte. Per esempio, la violazione dei diritti politici di quei politici catalani che vennero nuovamente eletti nelle elezioni del 21 dicembre 2017 e che sono stati privati del loro diritto di rappresentazione e dell’immunità parlamentare.

Per questo ed altro ancora avremmo bisogno di un altro capitolo, ma risulta evidente che il caso 20907/2017 nasce davvero già inficiato da molte “anomalie” niente affatto rassicuranti ora che si entra nella fase dibattimentale e che richiedono l’attenzione e la vigilanza di tutti i democratici europei.

http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2019/01/il-processo-ai-politici-catalani-il-caso-speciale-20907-2017/

 

Catalogna, il termometro dell’indipendentismo

Affarinternazionali   29 Dic 2018 – Elena Marisol Brandolini

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Succede a volte in politica che gli avvenimenti che si susseguono a distanza di poche ore l’uno dall’altro contengano il significato di tutta una fase, prefigurando il tempo successivo. E’ quanto è accaduto in Spagna e in Catalogna nella settimana precedente il Natale, con l’udienza preliminare del processo agli indipendentisti e il primo anniversario delle elezioni catalane convocate da Mariano Rajoy. Due giorni che racchiudono l’ultimo anno: l’autunno catalano 2017 nel segno dell’indipendentismo, la cacciata dal governo di Mariano Rajoy e il nuovo esecutivo di Pedro Sánchez, le elezioni andaluse con l’exploit dell’estrema destra, l’anormalità della situazione in Catalogna con la leadership indipendentista in carcere o in esilio.

Primi passi della macro causa contro l’indipendentismo
Martedì 18 dicembre, a Madrid, presso il Tribunal Supremo (TS), si sono incontrati per la prima volta accusa e difesa davanti al tribunale che giudicherà la leadership del procés nella macro-causa contro l’indipendentismo. L’udienza preliminare ha definitivamente concluso la fase previa del procedimento giudiziario, con la conferma da parte della Procura Generale del teorema secondo cui, nell’autunno dello scorso anno, ci fu un’insurrezione violenta dell’indipendentismo tesa a sovvertire l’ordine costituzionale, da inscriversi perciò nel delitto di ribellione.

E per quanto questa udienza fosse convocata per discutere sulla  competenza del TS nel processo, contestata dalla difesa perché in contraddizione con il diritto al giudice naturale per legge, è parso di assistere a una sorta di preludio di quello che sarà il dibattimento vero e proprio che inizierà nelle prossime settimane. Tre giorni dopo quell’avvenimento, il 21 dicembre, ricorreva l’anniversario delle elezioni catalane convocate un anno prima da Rajoy, in virtù del commissariamento della Generalitat applicato con l’articolo 155 della Costituzione e vinte dallo schieramento indipendentista.

L’evoluzione dell’atteggiamento verso Sánchez
L’annuncio del governo spagnolo, alla fine di agosto, che avrebbe celebrato una propria riunione a Barcellona entro la fine dell’anno, voleva rientrare nella strategia di distensione che Sánchez aveva offerto alle istituzioni catalane  per ottenere il voto dei partiti indipendentisti alla sua mozione di sfiducia a Rajoy. E così fu letta in principio in Catalogna, fino a che tutto cominciò a cambiare quando, all’inizio di novembre, la Procura Generale, dipendente in linea gerarchica dall’esecutivo, emise la propria petizione di condanna per i 18 leader indipendentisti per un totale di 177 anni di carcere, imputandone nove per un delitto di ribellione, con pene pro-capite oscillanti tra i 25 e i 16 anni.

Quello fu un duro colpo per la fiducia dell’indipendentismo sulle sorti del dialogo con il governo spagnolo. Lo scetticismo tra le file catalane aumentò ancora di più quando, in seguito all’esito delle elezioni andaluse e all’exploit dell’estrema destra, basato per gran parte sull’avversità all’indipendentismo catalano, il discorso di Sánchez cambiò di tono rispetto ai giorni dell’investitura.

Nel dibattito monografico sulla Catalogna celebrato nel Congresso dei Deputati il 12 dicembre, Sánchez, stretto tra la destra spagnola ringalluzzita dai risultati andalusi e l’ala moderata del suo partito preoccupata per la perdita dell’ultimo granaio di voti, pronunciava parole dure nei confronti dei partiti indipendentisti. Cominciò così a crescere in Catalogna l’avversione per l’arrivo del governo spagnolo vissuto come una provocazione, tanto più perché coincidente con l’anniversario delle elezioni.

La vigilia e la giornata del 21 dicembre
Le ore precedenti il 21 dicembre sono di attesa, per sapere se ci sarà o meno l’incontro tra i presidenti dei governi spagnolo e catalano; di timore, per ciò che potrà succedere in piazza, con la destra a preconizzare sangue e guerre civili; di gesti, con l’approvazione dell’obiettivo di deficit della finanziaria 2019 grazie al voto dei partiti indipendentisti.

Nella maggioranza che sostenne la mozione di Sánchez contro Rajoy al principio di giugno, sembra ora prevalere la preoccupazione del precipitare del quadro politico spagnolo senza controllo, in piena auge dell’estrema destra che i sondaggi danno con il vento in poppa e con la destra parlamentare intenta a scatenare gli istinti più reazionari dell’elettorato. E Sánchez, che a gennaio porterà al Congresso la finanziaria concordata con Podemos, comincia a crederne possibile l’approvazione con il concorso degli indipendentisti catalani.

E alla fine arriva il 21 dicembre. Preceduto il giorno prima dall’incontro tra i presidenti dei governi spagnolo e catalano Sánchez e Quim Torra nel Palau de Pedralbes di Barcellona, al termine del quale un comunicato congiunto propone alcune formulazioni sufficientemente ambigue perché ci si possano ritrovare tutti, mentre parla dell’impegno a un “dialogo effettivo” per una proposta politica “che conti con un ampio appoggio nella società catalana”.

Il giorno dopo, il governo spagnolo riunito a Barcellona presso la Llotja del Mar, approva l’aumento a 900 euro del Salario minimo interprofessionale. Poi fa una serie di gesti simbolici, decidendo, senza però concordarlo con la Generalitat, di aggiungere al nome dell’aeroporto di Barcelona-El Prat quello del president Josep Tarradellas, in esilio dal 1954 al 1977. Quindi stila una dichiarazione istituzionale di riabilitazione politica di Lluís Companys, condannato a morte da un tribunale franchista e ucciso per fucilazione nel 1940, senza tuttavia annullarne la sentenza per cui sarebbe necessario un provvedimento di legge.

Fuori, il centro della città è invaso per tutto il giorno da manifestazioni e cortei promossi dal movimento indipendentista contro la presenza del governo spagnolo. La mobilitazione è pacifica come sempre; solo un gruppo di incappucciati crea qualche disordine, caricati a tratti dalla polizia, ma per lo più isolati dal resto dei manifestanti, o dai pompieri che si frappongono tra loro e i Mossos d’Esquadra. Alla fine non si apprezza nessuna catastrofe, nessun bagno di sangue. Solo una mobilitazione popolare per rivendicare il diritto all’autodeterminazione che nessun governo spagnolo sembra, fino a questo momento, voler riconoscere.

 

https://www.affarinternazionali.it/2018/12/spagna-catalogna-indipendentismo/

 

Sangue, morti, ecc….

Naciodigital.cat – Jordi Cabré, 17 dicembre 2018

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Jordi Cabré

 

Non abbiamo paura delle minacce, perché staremmo ben oltre tutto questo, ma soprattutto perché i morti e il sangue li abbiamo già incorporati nella memoria e nella storia

Zapatero non si sbaglia quando dice che il problema catalano non è “qualcosa di casuale o minoritario”, e che per questo motivo, cioè perchè l’indipendentismo è arrivato per restarci, bisogna trovare una soluzione politica e non solo poliziesca o giudiziaria. Ha molta pià ragione di quel che pensa, temo. Quando dice ciò lo fa pensando ad evitare mali maggiori, per dare un’immagine di dialogo e di rifiuto all’escalation del conflitto, ma per gli indipendentisti non sono necessarie minacce di violenza o di carcere o di commissariamento con un nuovo 155 per sapere su quale terreno si muovono.
Quello che non immaginano la maggioranza dei politici dello Stato è che tutto questo è già interiorizzato da noi, non proprio pensando a una strada slovena o a una minaccia futura, ma a quello che abbiamo marchiato sulla pelle. Sulle nostre cicatrici. Personali. Dirette.

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Che si tratta di sangue lo dimostra il fatto che io stesso, il 1° di ottobre del 2017, vidi come sangue del mio sangue era picchiato dai poliziotti: mio padre. Quello che non immaginano è che la ferita è così diretta, così intima, che arriva ai nostri cari: picchiarono alle nostre nonne, ai nostri cugini, a nostra sorella, alla vicina del sesto piano. E non hanno imprigionato ai membri del nostro governo: hanno imprigionato ai nostri amici, a gente che era vicino a noi, troppo vicino per limitare il problema a una questione politica o astratta.
Io, come molti altri, non parlo in termini esclusivamente politici ma in termini di vicinanza, di pelle, di sangue: hanno colpito mio padre e i miei amici. Dopo, più su, risulta che hanno anche colpito il mio governo e il mio presidente. E, in ultima sede, la mia (la nostra) autonomia, il nostro auto-governo. Hanno colpito tutto, a livello fisico, a livello personale: non si tratta di morti futuri ma di tatuaggi sulla pelle che ci hanno inflitto appena quattro giorni fa. Loro pensano che dimentecheremo tutto questo.
Quello che è successo l’ultimo anno in termini di vendetta, castigo, umiliazione e autoritarismo di Stato è qualcosa che ci lascerà il marchio per tutta la vita a noi e ai nostri figli. Pertanto, è una questione di sangue, come lo era la repressione franchista, come il fatto che io stesso dovetti chiamarmi Jorge per 2 anni. Questo si vive sulla pelle, lascia il marchio, non si dimentica, e conservo il foglio dell’anagrafe civile dove mio padre riuscì ad ottenere il cambio del mio nome.
Come abbiamo marchiata sulla pelle la dittatura di 40 anni fino all’assassinio di Salvador Antich, il genocidio culturale perpetrato e l’annientamento delle istituzioni. Come anche, prima di questo, ci marchiò sulla pelle la fucilazione del presidente Companys e il golpe di Franco che ci trascinò a una guerra civile. Tutto questo lascia il segno, è sangue del sangue, è recente, una generazione soltanto, al massimo due.

E se andiamo indietro, oltre la terza generazione, ci resta marchiato sul sangue quello che vissero i bisnonni: la dittatura di Primo de Rivera, il pistolerismo di stato, la carcerazione di imprenditori e sindaci vincolati alla “chiusura delle casse”… I prima di questo, se andiamo ancora pià in là nell’albero di sangue, ci colleghiamo direttamente con il sangue dei seppelliti nel Fossar de les Moreres, che ancora ricordiamo ogni anno per qualche motivo (11 settembre 1714) e che, ragionando in termini storici, sono una ferita recentissima.
Non sembra vero che non riescano a vederlo: ci hanno fatto esattamente la stessa cosa ma con mezzi moderni. E arriviamo fino a Pau Claris, e prima addirittura, con un filo di sangue continuo e ininterrottto. Morti? Sangue? Non bisogna andare oltre, non ne abbiamo bisogno, non li vogliamo e non crediamo che si producano in nessun paese civile di Europa.
Non abbiamo paura delle minacce, perché saremo molto al di sopra di questo, ma sopratutto perché abbiamo già i morti e il sangue incorporati nel pensiero e nella storia. Zapatero è il primo che lo ha espresso così com’è: non pensiamo come pensiamo per caso nè per capriccio. Pensiamo come pensiamo perché parliamo dei nostri genitori, nonni, zii e amici. Pensiamo come pensiamo perché la Spagna è stata una costante secolare di abuso di potere sulla nazione catalana. Pensiamo come pensiamo perché non possiamo pensare in nessun  altro modo, e non ci sono belle parole per fermare questo.

Morti? Non ci raccontino balle: noi ci siamo già passati e ci limitiamo a trattenerlo nel neocòrtex. Ora, se ci permettono, vogliamo andarcene via da questo stato caduco e marcio, democraticamente, e vivere in pace e prosperità.

 

traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.naciodigital.cat/opinio/18802/sang/morts/etcetera

I due enti bancari più importanti della Catalogna patirono una fuga di capitali miliardaria

 

Lo Stato prelevo milioni di depositi dai banchi catalani il 2-O. Amministrazioni ed imprese pubbliche spagnole punirono CaixaBank e il Banc de Sabadell dopo il 1-O

ALBERT MARTÍN / ÀLEX FONT MANTÉ    Ara.cat    05/10/2018

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La comparsa delle urne e il referendum del 1 ottobre 2017 comportarono due risposte da parte dello Stato. La prima, in pieno giorno e con migliaia di telecamere registrando, fu la repressione da parte della polizia per fermare il voto. La seconda arrivò il giorno dopo, in silenzio, sotto la consueta discrezione del settore finanziario. Ci fu una fuga massiccia di denaro da parte delle imprese pubbliche e le amministrazioni statali ai danni delle due grandi banche catalane. Secondo ha potuto sapere l’ARA, CaixaBank e Banc de Sabadell furono oggetto, il 2 di ottobre, di una forte fuga di capitali ordinata dalla politica. Era l’inizio della settimana più nera nella storia delle due entità, che si concluse con il trasferimento della loro sede legale fuori della Catalogna.

Quel Lunedi, mentre le immagini di violenza della polizia nei seggi giravano nei mezzi di tutto il mondo, le banche che presiedono Jordi Gual e Josep Oliu verificarono quale fosse la risposta del governo di Mariano Rajoy al referendum. Queste entità furono testimoni di una fuga precipitosa di prima grandezza. L’ARA ha parlato con diversi finanzieri che hanno confermato lo spostamento di denaro pubblico. Nessuna delle due banche catalane ha precisato la quantità, ma fonti finanziarie informate di ciò che successe quel giorno nei due enti con sede nell’Avinguda Diagonal di Barcellona ci danno un’idea della grandezza delle perdite.

Un imprenditore osserva che tra “Renfe, Adif, Puertos del Estado, RTVE e altri hanno prelevato 2.000 milioni di euro dal Sabadell in un solo giorno”. Un altro ha ribadito che “le agenzie statali sono state le prime a prelevare denaro, il che ha causato un effetto valanga”.

Un importante dirigente bancario precisa questa accusazione, che mette in luce il modo in cui la fuga di capitali è iniziata in quei giorni e ha portato al grande esodo delle sedi sociali delle aziende catalane al di fuori della Catalogna. Secondo la sua versione, “fino a un terzo dei depositi totali che uscirono erano soldi delle amministrazioni pubbliche e delle società controllate dallo Stato”.

L’impatto di questo massiccio ritiro di depositi fu grande. Fonti aziendali dicono che Jaume Guardiola, CEO del Sabadell, chiamò diversi presidenti di queste società pubbliche per conoscere il motivo del ritiro. I suoi interlocutori erano molto chiari: erano “ordini politici”. Era, quindi, un’azione pensata e coordinata dalla Moncloa.

Lo svuotamento dei conti durò alcuni giorni. Un’altra voce spiega la conversazione che un dirigente delle banche ebbe con il ministro dell’Economia Luis de Guindos, dopo aver verificato che un’amministrazione importante aveva prelevato i suoi depositi. “La sede è cambiata, quindi non preoccuparti,” rispose De Guindos. Nel giro di poche ore, il denaro tornò sul conto della banca.

La cifra segreta

Un lungo anno di domande ai principali dirigenti di CaixaBank e Sabadell non ha aiutato l’ARA a scoprire quale fosse la reale entità della perdita di depositi. Ma le fonti non ufficiali delle banche hanno ammesso che le cifre che sono circolate sono molto lontane dalla realtà. ‘El Confidencial’ ha parlato di 9.000 milioni tra le due grandi banche. ‘La Vanguardia’ ha ridotto questa cifra a 6.000 milioni. Durante quei giorni, dalla Banca di Spagna hanno sottolineato che “una banca può crollare con un miliardo di dollari”. L’emorragia dei depositi (escludendo ciò che potrebbero risparmiare creando conti speculari) è scioccante. Secondo ha potuto sapere l’ARA, solo il Sabadell ebbe una perdita che si avvicina a 12.000 milioni. A questa somma dobbiamo aggiungere ciò che CaixaBank perse.

 

La fuga della principale banca catalana rimane un mistero, ma si possono fare estrapolazioni. L’entità della “stella” ha circa il 50% della quota di mercato in Catalogna; quella del Sabadell è di circa il 15%. E le fonti finanziarie assicurano che l’uscita dei depositi era due volte più grande in CaixaBank che nel suo concorrente. Le ipotesi, quindi, indicano che l’emorragia congiunta avrebbe potuto toccare i 35.000 milioni di euro. Solo quattro mesi prima, il Banco Popular, una banca più piccola, era scomparsa dopo aver subito una perdita di circa 18.000 milioni. Così, se la versione che trova in un terzo del totale dei depositi che ha portato lo stato è corretta, pensiamo che il governo di Rajoy ritirò dalle banche catalane circa 10.000 milioni dopo l’1-O. Potrebbe essere stato letale.

Alcune fonti sostengono che sia ragionevole per le amministrazioni pubbliche e le aziende ritirassero fondi da CaixaBank e Sabadell per via del contesto politico. E ricorda che nella caduta del Popular ci furono ritiri da parte delle amministrazioni pubbliche, come nel caso del governo delle Canarie (636 milioni). Ma questo ragionamento è fragile: avrebbero dovuto esserci altri prelievi dal 20 settembre (quando i fatti del Ministero dell’Economia ebbero luogo) e in più le aziende pubbliche ammessero che seguivano ordini politici.

 

Quando è stato chiesto il motivo per cui lo Stato ha punito due banche che non hanno mai mostrato una posizione favorevole per il Procés, un dirigente dell’ Ibex-35 dà questa risposta: “A Madrid hanno pensato:” Due milioni di persone sono andate a votare in un solo giorno di pioggia, anche con manganellate, qualcosa deve accadere ».

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Il ministro Luis de Guindos aveva dato qualche indizio al Senato il 26 settembre. Avvertì del disastro economico che sarebbe successo in Catalogna in caso di indipendenza, citando il ritorno alla peseta, l’emergere delle tariffe, lo stress fiscale, la riduzione delle entrate fiscali e anche la “fuga di capitali”. Questo punto è stato ricorrente: “El Mundo” pubblicò che in un incontro a porte chiuse prima del 1-O con gli imprenditori il ministro avrebbe parlato di una “fuga di capitali a causa di incertezza politica” in Catalogna. Ciò che fu letto come una profezia era forse un avvertimento su ciò che lo Stato poteva fare in Catalogna. Contattato dall’ARA, De Guindos, ora vice presidente della BCE, non ha voluto esprimere giudizi in merito alle informazioni contenute in questo articolo.

La palla di neve

La cosa certa è che l’operazione poteva portare il panico nelle banche catalane, con l’impatto logico nell’economia. Sebbene i ritiri di depositi fossero invisibili ai cittadini, i mercati internazionali li osservarono attentamente. Tra lunedì e giovedì CaixaBank perse l’8% del valore delle sue azioni. Sabadell, fino il 12%. Con il catastrofismo economico e il buio che i politici e gli avversari dell’indipendenza nei media applicarono contro il procés, la notizia di questi tonfi nel prezzo dei titoli raggiunse la strada. E la palla aveva cresciuto.

Non si può incolpare il governo di Rajoy di essere l’unico colpevole della situazione che più temono le banche si verificasse in quel momento: il panico e le code agli sportelli. Ma la verità è che il movimento scosse i mercati, i mercati punirono le azioni e la paura raggiunse la strada. La palla divenne enorme e potenzialmente molto distruttiva. E così le due grandi banche, seconda e quarta impresa catalana per volume di vendite e con una ancora maggiore influenza simbolica, presero misure drastiche per fermare il ciclo diabolico: il cambio di sede legale. Dopo il movimento, e di nuovo in modo coordinato, la stragrande maggioranza dei fondi (80%, secondo alcune fonti) è tornata. L’effetto desiderato era stato raggiunto.

 

traduzione Ivette Brugués – AncItalia

https://www.ara.cat/economia/treure-milers-milions-diposits-catalans_0_2101589955.html

Dopo il Belgio, la Spagna vede la crisi catalana diffondersi in Svizzera

 

François Musseau, corrispondente a Madrid —    Liberation   22 febbraio 2018

L’indipendentista Anna Gabriel, portavoce del movimento anticapitalista catalano CUP, si trova in Svizzera, e Berna rifiuta di estradarla.

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Anna Gabriel, ora esiliata in Svizzera, era nel Parlamento catalano a Barcellona lo scorso 10 ottobre. A sinistra, sul seggio, il vicepresidente catalano Oriol Junqueras e il presidente Carles Puigdemont. Il primo è in carcerazione preventiva in Spagna, il secondo è in esilio in Belgio. Foto Albert Gea. Reuters

 

La crisi in Catalogna si internazionalizza ancora un’altro può. Dopo le tribolazioni in Belgio del capofila secessionista Carles Puigdemont, il presidente regionale destituito, ora assistiamo alle noie giudiciarie dell’attivista anticapitalista Anna Gabriel, «rifugiata» in Svizzera. Entrambi sono perseguiti dalla Corte Suprema spagnola per “ribellione” e “sedizione”, cioè per aver partecipato attivamente al tentativo della Catalogna di separarsi dalla Spagna unilateralmente – in altre parole, illegalmente. Carles Puigdemont, che è ancora ufficialmente candidato a succedere se stesso, sa che sarà messo in carcere preventivo non appena metterà piede sul territorio spagnolo. Anna Gabriel è consapevole che il suo destino sarà lo stesso se lascia la Svizzera e torna nel suo paese.

Anche se la crisi istituzionale in Catalogna rimane altrettanto profonda (fino all’investitura del futuro presidente regionale, bloccata per il momento, la regione rimarrà sotto la tutela di Madrid), la “fuga” di Anna Gabriel costituisce un nuovo episodio che illustra le incerte implicazioni giudiziarie della sfida dell’indipendenza nei confronti di un potere centrale intransigente. Dall’inizio del processo nato nel 2012 che dovrebbe portare alla nascita di una Repubblica Catalana, l’unica risposta del governo di Mariano Rajoy è passata attraverso i tribunali e i magistrati. Dalla fine del 2017, una decina di leader separatisti, politici e membri di associazioni civili (tra cui Anna Gabriel), sono accusati di aver violato la Costituzione organizzando il referendum vietato del 1 ottobre e finalmente represso dalla polizia.

Evento internazionale

Nell’«affare» Anna Gabriel, la cosa che infastidisce di più Madrid è che sta accadendo ciò che voleva evitare a tutti i costi: il fatto che la sfida dei secessionisti catalani non è più un problema interno ma è diventato un evento internazionale. Prima, in Belgio, dove Puigdemont si presenta come “il legittimo presidente” di una regione “imbavagliata da uno stato oppressore”. E ora anche in Svizzera, con la presenza della leader separatista. Anna Gabriel è una figura di spicco del campo secessionista: questa docente di diritto presso l’Università Autonoma di Barcellona è stata di recente la portavoce, nel parlamento autonomo della Catalogna, di ​​CUP, un movimento anticapitalista di estrema sinistra favorevole a una dichiarazione imminente d’indipendenza. Anche se, dopo le elezioni regionali di dicembre, questa formazione dispone solo di quattro seggi, è indispensabile per formare un qualsiasi governo di coalizione separatista.

Per la giustizia spagnola, la situazione di Anna Gabriel è ancora più complicata di quella di Carles Puigdemont. Il governo svizzero ha infatti annunciato che la sua giustizia rifiuta l’estradizione “per motivi politici”. Contro il parere dell’accusa, il giudice Pablo Llarena – istruttore della causa contro i responsabili separatisti – non ha emesso un mandato di arresto internazionale, ma lo ha limitato al territorio nazionale. Motivazione: non vuole che Anna Gabriel sia giudicata da una giustizia elvetica che rischia di essere molto più benevola dei magistrati spagnoli. D’altra parte, questa situazione significa che il leader anticapitalista – proprio come Carles Puigdemont – non può tornare in Spagna senza andare direttamente in prigione. Conclusione: è molto probabile che Anna Gabriel sia destinata a radicarsi in Svizzera. Proprio come Puigdemont in Belgio.

 

http://www.liberation.fr/planete/2018/02/22/apres-la-belgique-l-espagne-voit-la-crise-catalane-s-etendre-a-la-suisse_1631404