Verso la condanna con menzogne impunite

Così lo stanno cucinando nel Tribunale Supremo: verso la condanna con menzogne impunite

«Con testimonianze come quelle del 15 aprile, la tergiversazione rimane detta, rimane lì, incrostata nel velluto dei banchi e nei titolari dei giornali spagnoli»

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Vilaweb.cat – Josep Casulleras Nualart – 15.04.2019 – 20:03

I magistrati Juan Ramon Berdugo e Andrés Martínez Arrieta, seduti alla destra e alla sinistra di Manuel Marchena nella sala delle udienze del Tribunale Supremo, qualcosa si ricordano del numero d’identificazione N29100C. Corrisponde al comandante della Guardia Civil César López Hernández, chiamato a dichiarare come testimone in questo processo, perché fu il segretario degli attestati polizieschi che furono elaborati dall’inizio del 2016 fino all’autunno del 2017 con lo scopo di controllare e incriminare decine di persone in una “causa generale”[1] contro l’indipendentismo.

Lui era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, alias Tácito[2]. Ma questo comandante di faccia tonda e occhiali spessi fu processato per torture, come ha riconosciuto prima dell’inizio dell’interrogatorio. Nel 2008 fu coinvolto nei maltrattamenti a Igor Portu e Mattin Sarasola, condannati per l’attentato all’aeroporto di Barajas. E tra i magistrati del Supremo che assolsero i condannati inizialmente per questo caso c’erano Berdugo e Arrieta. Ecco perché il numero d’identificazione N29100C risultava famigliare.

Fa niente: non è mica il primo testimone della Guardia Civil che dichiara in questo processo essendo stato processato o condannato per torture; Diego Pérez de los Cobos si dimenticò di dirlo, fino al secondo giorno di testimonianza, quando Marchena –che forse guarda Twitter– pensò di chiederglielo.

César López Hernández ha avuto uno scopo molto chiaro durante la dichiarazione, preparata insieme al pubblico ministero Fidel Cadena: tentare di salvare il fattore Mossos (polizia catalana) per sostenere l’accusa di ribellione contro i prigionieri politici. Le dichiarazioni di tutti i membri della cupola della polizia catalana e le contraddizioni tra i comandi della polizia spagnola sulla preparazione, a margine dei Mossos, del dispositivo preparato per il 1° ottobre 2017 con lo scopo di andare a colpire nelle scuole, lo hanno messo in difficoltà.

Per questo, il comandante della Guardia Civil ha mostrato un paio di carte che aveva sotto la manica per vincolare il maggiore Trapero (comandante dei Mossos) in una sorta di cospirazione. Quali sono queste carte? La prima, che Trapero ricevette un rapporto dell’intelligence sulla situazione precedente al primo di ottobre, dove si diceva che l’immagine del corpo poteva essere negativa se si arrestavano dei sindaci de la CUP. La seconda, che in una riunione del 13 di ottobre con più commissari, il maggiore disse: ‘La Guardia Civil e la procura, da dieci fotografie su un cattivo intervento ne fanno un reato di sedizione.’

Ma Trapero riceveva ordini politici dal consigliere del governo catalano Forn per agire contro gli ordini della procura o del magistrato del Tribunale Superiore della Catalogna (TSJC)? No.

Al comandante César López Hernández è capitato, come a tanti poliziotti testimoni che abbiamo visto in questi giorni, che hanno una memoria prodigiosa quando rispondono al pubblico ministero e mostrano un’amnesia preoccupante, e provoca brutti scherzi, quando devono rispondere alla difesa. L’avvocato Judit Gené gli ha chiesto:

—Lei ha detto che il Sig. Trapero riferiva al consigliere Forn, tra alcuni altri, tanto le istruzioni della procura quanto il piano d’azione. La domanda è: lei sa se il Sig. Forn rispondeva al Sig. Trapero quando le trasmetteva queste istruzioni per posta elettronica?

Vediamo la sorpresa: la risposta sarà finalmente no. Ma guardate il “viaggio”:

—Almeno uno, quello del giorno 30, del piano Àgora, fu oggetto di risposta.

Il piano Àgora fu preparato dai Mossos l’estate prima del referendum, prevedendo un autunno agitato. Era un piano che non era vincolato ad alcuna istruzione della Procura e, in questo punto, il comandante della Guardia Civil tenta di confondere. Parla del giorno 30, senza precisare. Sembra che si riferisca al 30 di settembre, il che è falso. Judit Gené si rende conto della trappola.

—No, del piano Àgora, no. Io parlo del piano d’azione dei Mossos, d’accordo con le istruzioni della Procura. Quando il Sig. Trapero trasmette questo al Sig. Forn, saprebbe dire se il Sig. Forn rispondeva a questi messaggi?
—No.
—Non lo sa o non li rispondeva?
—No, no, no. No. Non lo so, non lo so. Non lo so, non lo so. Non li rispondeva, dunque credo che non li rispondeva
—Scusi?
—Non lo so.

 

Joaquim Forn, seduto dietro a Judit Gené, non riesce a crederci. Quest’uomo, che controllava tutte le comunicazioni, che dopo erano raccolte in attestati della polizia che sono serviti per mandare in galera agli accusati per mezzo migliaio di giorni, e che ha saputo recitarli con tutti i dettagli quando interrogava il pubblico ministero, ora non ricorda nulla. Non sa nulla. Vede che lo hanno colto mentre mentiva, si innervosisce ed è incapace di dire la verità, perché la verità assolve a Joaquim Forn. Lo assolve perché se Forn non rispondeva ai messaggi di Trapero, se non dava istruzioni, significa che non utilizzava i Mossos contro le istruzioni della procura o del giudice. Prosegue così:

—Rispondeva o non rispondeva, ai messaggi?
—Non lo so.
—Se voi non raccogliete risposte significa che non rispondeva?
—E che, per esempio, di questo messaggio non mi ricordo. Ma si che ricordo che rispose a …
—Le chiedo: Quando il Sig. Trapero trasmetteva le istruzioni della procura e il piano d’azione per il primo di ottobre, il Sig. Forn rispose a questi messaggi dando indicazioni al Sig. Trapero? Sí o no?
—a questi, no. Ma su altri si che dava istruzioni.
—Su quali?
—Il messaggiio del 30 sul piano Àgora, sì che dà delle indicazioni.
Ma il 30 di quando?
—Il 30 di… settembre, credo.

Forn fa segno di no. Perché è una menzogna. Gené:

—Sul piano Àgora il 30 di settembre?
—Sì.
—Sì?
—Se non è il 30 sarà un altro giorno. Ma c’è una risposta. Sicuro, sicuro…
—Di cosa è sicuro? Che era il 30 di settembre se il piano Àgora fu applicato il primo di settembre?
—No, no… Il piano Àgora fu applicato il primo di settembre? No… il piano Àgora?
—Il piano Àgora, sí. Non il piano d’azione dei Mossos per il 1 di ottobre.
—Ci sono tre piani diversi, eh?
—No, per il 1 di ottobre ce n’è uno solo.
—Del 1 di ottobre ce n’era uno. Di questo piano dei Mossos che si consegna alla procura sul dispositivo del 1 di ottobre, e che Trapero trasmette a Forn, lei trovò una risposta del Sig. Forn?
—Non abbiamo individuato alcuna risposta.

 

Finalmente! La trascrizione di questo dialogo kafkiano tenta di trasmettere la sensazione di impotenza che c’è in questo processo tra la maggioranza delle difese. Perché queste testimonianze poliziesche mentono impunemente. E soltanto con interrogazioni estenuanti ed esasperanti come questo, che spesso sono interrotti dal presidente Marchena, possono essere messi in evidenza. Ma non con prove documentarie né rapporti né attestati né video. Marchena dice che i documenti sono già stati incorporati al processo e che il tribunale ne terrà conto al momento di confrontare queste testimonianze. Ma, intanto, la menzogna, la tergiversazione, l’esagerazione rimangono. Restano là, incrostate nel velluto dei banchi della sala e riprodotte e moltiplicate acriticamente dai principali media spagnoli. Ci sono decine e decine di agenti che ripetono lo stesso racconto, che fa ridere ed è grottesco, ma che porta a dire nei giornali portavoce del potere giudiziario che, con tutte queste testimonianze, i prigionieri non hanno possibilità di farla franca.

L’inerzia dell’accumulo

Ora il dibattito o, piuttosto, lo scopo del gioco di dadi tra magistrati è di decidere se la condanna dovrà essere per cospirazione per la ribellione o per sedizione, aggiungendo la malversazione. La ribellione, in vista ci quanto vediamo, ai magistrati sembra esagerata. Ma… questa cosa dell’arma ribelle degli sguardi d’odio e digli insulti o dei lanci di ombrelli…. Oggi abbiamo aggiunto la testimonianza di una ventina di antisommossa che attaccarono i seggi elettorali di Barcelona e di Hospitalet de Llobregat. Alcuni risultarono feriti perché andarono a ferire, e hanno presentato davanti al Tribunale Supremo le ferite come prova della violenza ribelle. Uno di questi, il 88.248, ha una cicatrice per un graffio con la punta di un ombrello, ma ricorda: ‘La ferita che mi fa male è quella dell’orgoglio per l’odio di tanta gente.’ Un altro, il 120.381, ebbe una fessura in un dito della mano, a causa ‘di aver lottato per mandare via la gente’. Il 92.552 si ‘fratturò il tendine estensore del quinto dito della mano sinistra’, per aver picchiato i votanti. E il 106.424 si tagliò nell’avambraccio con un vetro perché si tratta dell’individuo che, con un ariete, sfondò la porta di vetro dell’Istituto IES Joan Fuster di Barcelona per potervi entrare.[3]

A cosa serve constatare questo? Perché il tribunale che preside Manuel Marchena ha accettato tante testimonianze che dicono le stesse cose, o che non sanno cosa dire, o che spiegano cose che sono assolutamente normali in una manifestazione o in una protesta? Da una parte, per sfinire gli avvocati, come spiegano alcuni nei corridoi del Tribunale Supremo. D’altra parte, perché questo accumulo possa aiutare a sostenere il castigo. Per quanto il racconto sia falso.

E tutto deciso? Domani e dopodomani passeranno ancora una quarantina lunga di agenti antisommossa che ripeteranno la stessa cosa. La prova testimoniale dell’accusa sta arrivando alla fine, e con questo il Tribunale dovrà costruire la condanna. Fondamentalmente con questo. Dicevamo che nella Madrid del potere già scommettono: il Supremo filtra a El Confidencial che la procura manterrà nella relazione delle conclusioni definitiva l’accusa di ribellione, perché ‘i testimoni ascoltati finora accreditano completamente l’accusa’. A El Mundo avvertono che questo ‘accumulo testificale possiede un’inerzia difficile da sviare’. Che ‘la fotografia, nel processo di sviluppo, diventa nitida: masse umane, barriere, gente in piedi, seduta e sdraiata, con le braccia intrecciate per impedire il passaggio degli agenti o dei veicoli, che bloccarono e chiusero porte, costruirono barricate, occultando quello che dovevano portare via gli agenti (urne)…’. Sembra incredibile, ma così la vedono loro. E non si intravede alcuna possibilità di farglielo vedere in un altro modo.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/aixi-ho-han-anat-cuinant-al-suprem-cap-a-una-condemna-amb-mentides-impunes/

 

[1] La “causa generale” o processo generale fu istituito con il decreto del 26 aprile 1940, ratificato il 19 giugno 1943 e “attribuiva al Ministero Fiscal (equivalente alla Procura della Repubblica), sotto il Ministero della Giustizia, il compito onorevole e delicato di fissare, mediante un processo fedele e veritiero, per la conoscenza dei poteri pubblici e nell’interesse della storia, il significato, la portata e le manifestazioni più rilevanti dell’attività criminale delle forze sovversive che nel 1936 attentarono apertamente contro l’esistenza e i valori essenziali della Patria, salvata in extremis e provvidenzialmente, dal Movimento Liberatore (franchista)”.
La Causa Generale era una procedura istruita dalla Procura della Corte Suprema del governo franchista. Un grande processo sommario con l’obiettivo di depurare responsabilità politiche per le azioni di persone e istituzioni repubblicane durante la guerra, alla ricerca di atti criminali commessi durante la “dominazione rossa”. La giustizia militare è stata estesa a tutti i popoli dello stato. Durante i primi mesi furono istruiti migliaia di processi sommari con migliaia di persone imprigionate e a migliaia giustiziate.

Le informazioni registrate dalla Causa Generale, la cui compilazione è durata praticamente fino agli anni ’60, portarono all’apertura di numerosi procedimenti giudiziari contro coloro che erano considerati responsabili dei fatti indagati, fino alla promulgazione da parte del governo di Francisco Franco nel 1969 del decreto legge 10/1969, con il quale tutti i reati commessi prima del 1 aprile 1939,6 (cioè la fine della guerra civile) prescrivevano. Questo decreto legge fu emesso, quindi, trent’anni dopo la fine della guerra

[2] Il giornale spagnolo Público ha rivelato che il tenente colonnello Daniel Baena ha avuto un’identità segreta inconfessabile su Twitter e ha commesso l’errore di ammetterlo per telefono al giornalista Carlos Enrique Bayo (è diffusa la registrazione audio), tentando quasi subito di tirarsi indietro quando si è reso conto che era incompatibile con l’equanimità richiesta dalla legge a chi dirige un’istruzione di polizia. Tácito è un utente anonimo di Twitter di chiara ideologia di estrema destra e molto belligerante e aggressivo contro l’indipendentismo.

[3]N.d.t. Quanta violenza contro gente inerme raccontano queste ferite!

Spagna, in campagna elettorale i comizi entrano in carcere

L’indipendentista Junqueras, candidato alle politiche del 28 aprile, detenuto in attesa di giudizio, sarà protagonista di un’iniziativa politica del suo partito

Oriol Junqueras

Oriol Junqueras durante il processo

Francesco Olivo   LaStampa   16.04.2019

La tribuna politica entra in carcere. Si avvicinano le elezioni, si vota il 28 aprile, e la campagna elettorale spagnola fa i conti con una delle anomalie di questi tempi: alcuni dei candidati sono detenuti in attesa di giudizio. È il caso di Oriol Junqueras, leader indipendentista di Esquerra Republicana e candidato alle politiche, che venerdì prossimo sarà protagonista di un comizio del suo partito direttamente dalla prigione alla porte di Madrid nella quale è recluso. Lo ha deciso la giunta centrale elettorale, secondo la quale non ci sono le condizioni per impedire a un candidato il diritto a fare la campagna elettorale, seppure senza libertà di movimento, la giunta ha rifiutato altre richieste, come quella di poter fare interviste con cinque testate giornalistiche e partecipare a un dibattito con altri politici.

Non è ancora chiaro come si svolgerà l’appuntamento elettorale, sicuramente il collegamento di Junqueras sarà telematico, video o audio, in quanto gli è stato impedito di lasciare la prigione di Soto del Real per la campagna elettorale. La stessa Esquerra Republicana ha ottenuto di poter tenere iniziative elettorali nel carcere di Lledoners in Catalogna per coinvolgere i detenuti, che dovranno votare il 28 aprile.

Oriol Junqueras è imputato, con altri 11 leader indipendentisti, in un processo che si sta svolgendo da due mesi al Tribunale Supremo di Madrid. La procura generale ha chiesto per lui una pena di 25 anni di reclusione con l’accusa di ribellione violenta, malversazione di fondi pubblici e sedizione. Il leader di Esquerra è anche candidato alle elezioni europee, così come l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, attualmente in Belgio. In caso di elezione sorgerà il tema dell’immunità alla quale hanno diritto i deputati europei.

https://www.lastampa.it/2019/04/16/esteri/spagna-in-campagna-elettorale-i-comizi-entrano-in-carcere-Iyuge7hWcB7ls25tJlyKMM/pagina.html

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 9

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Osservatorio settimanale
13/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 9

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Nona settimana del processo all’indipendentismo catalano, che precede l’inizio della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo 28 aprile.

Sul banco dei testimoni passano una decina di appartenenti della Guardia Civil che, avendo preso parte agli interventi dell’1 di ottobre nei seggi elettorali, lamentano aver riportato alcune lesioni fisiche. Ma è soprattutto il turno della Policía Nacional, che il giorno del referendum intervenne nei vari distretti di Barcellona o in alcuni dei seggi situati a Girona e Lleida, quelli in cui si registrò un alto numero di feriti tra i cittadini per effetto delle cariche della polizia. Famosi per questa brutalità sono diventati, tra gli altri, i seggi degli istituti scolastici Pau Claris, Mediterrània, Escola Pia, Jaume Balmes, Ramón Llull, Joan Boscà, Pau Romeva, Joan Fuster.

Il racconto degli oltre 30 poliziotti ascoltati dalla Corte è sempre abbastanza uniforme nel denunciare l’atteggiamento ostile e violento dei manifestanti per impedire l’attuazione del mandato giudiziario e nel segnalare l’assenza di collaborazione dei Mossos, quando non la aquiescenza con la popolazione mobilitata ai seggi. Si tratta per lo più di poliziotti che predisposero le relazioni sull’accaduto nei vari distretti della capitale catalana, appartenenti alla polizia giudiziaria con il mandato di requisire le urne e il materiale referendario (sostenuti in questo compito dalle unità di ordine pubblico) o con funzioni di intelligence, in vigilanza all’esterno dei seggi per controllare la situazione.

Si scopre che quel giorno le polizie fecero a gara nello spiarsi reciprocamente: poliziotti spagnoli in borghese che osservavano i movimenti di poliziotti catalani senza uniforme che osservavano le mosse di poliziotti spagnoli mimetizzati. Si conferma, inoltre, che la Policía Nacional si servì di infiltrati tra i manifestanti e che l’intervento nei seggi era stato pianificato indipendentemente da un dispositivo di cooperazione tra le tre polizie.

L’accusa popolare di Vox insiste nel chiedere se ci fossero dei leader ad organizzare la mobilitazione ai seggi elettorali, ma sempre di più appare chiaro che l’1 di ottobre fu un atto di disobbedienza popolare auto-organizzato, che neppure l’intervento del Governo catalano avrebbe più potuto fermare. L’Avvocatura dello Stato s’interessa invece costantemente del ruolo dei Mossos, per dare sostanza all’accusa di sedizione mentre la Procura generale propone spesso ai poliziotti domande in cui è implicita la risposta.

Gli addetti del corpo nazionale della polizia spagnola parlano di “resistenza di carattere sovversivo”, raccontano di insulti, di lancio di oggetti, di uso di ombrelli per attaccare (quel giorno a Barcellona pioveva). Descrivono la “massa” che impediva loro il passaggio, l’aggressione ai veicoli, l’abbattimento delle porte delle aule nelle scuole come inevitabile, la necessità di sparare a salve per farsi spazio. Individuano un nuovo concetto, quello della “barricata”, montata su con il mobilio scolastico per rallentare l’entrata delle forze dell’ordine. In generale affermano di non aver osservato, quel giorno, lesioni in danno dei cittadini convenuti.

Ma le notizie sul processo, questa settimana, sono anche fuori dall’aula giudiziaria: si possono leggere sul giornale spagnolo El Diario e quello inglese The Times, che riferiscono di una relazione firmata da Sir Hugh Orde e Duncan McCausland, alti funzionari della polizia britannica con oltre 30 anni di esperienza, proposta come prova dalla difesa di Jordi Cuixart e respinta dal Tribunal Supremo. I due funzionari contestano la versione fornita dalla Guardia Civil sui fatti del 20 settembre, davanti alla sede del Dipartimento di Economia a Barcellona: «Le valutazioni dei video registrano normalmente un ambiente di calma nell’edificio durante tutto il giorno ‒ sostengono ‒. Si vedono gli agenti della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra, insieme agli impiegati, entrare e uscire dall’edificio normalmente attraverso l’entrata principale. […] Si vede una moltitudine che può descriversi come pacifica, per quanto rumorosa». Con riferimento all’1 di ottobre, poi, i due funzionari scrivono: «Ci sono immagini perturbanti di un uso indiscriminato della forza e di un comportamento violento da parte di agenti della Guardia Civil e della Policía Nacional ingiustificabili e sproporzionati rispetto alla minaccia esistente».

L’altra notizia del processo fuori del processo è quella della conclusione dell’istruttoria del Tribunale n. 13 di Barcellona sul referendum del 1 ottobre, da cui ebbe inizio la macro-causa contro l’indipendentismo catalano. Rinviati a giudizio sono una trentina di alti funzionari della Generalitat e i direttori della televisione e della radio pubbliche catalane, per i reati di disobbedienza, distrazione di fondi pubblici, falsità documentale, rivelazione di segreti e prevaricazione.

Alle prossime elezioni di aprile e a quelle di maggio, sei degli imputati accusati di ribellione, in carcerazione preventiva da oltre un anno e attualmente sotto processo, si presentano come capi-lista dei rispettivi partiti. Hanno perciò chiesto di essere messi in libertà per poter fare la campagna elettorale a parità di condizioni con gli avversari. Il Tribunal Supremo, peraltro, ne ha respinto la richiesta, perché i presupposti per la privazione della libertà «continuano ad operare e lo fanno con particolare forza considerando il momento in cui si trova il processo”.

Osservatorio settimanale

Dei senatori francesi …

«Nellottobre del 2017 no cera nessun senatore francese che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Ora quarantuno di essi sottoscrivono pubblicamente un documento, ben sapendo che ciò creerà loro problemi, ma incapaci di continuare a tacere».

Di  Vicent Partal    VilaWeb.cat  25.03.2019

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il senato francese

In questi giorni c’è molto nervosismo. Si sente nell’aria. Credo che ciò sia dovuto soprattutto alla combinazione di processo ed elezioni, sebbene io abbia l’impressione che questo non spieghi tutto.

Per quanto concerne il processo, e questa sequela irritante di menzogne e mentitori, ieri Joan Ramon Resina ha spiegato in modo egregio il meccanismo perverso che vogliono attribuirci (quello della pretesa violenza esercitata dai catalani in occasione del referendum, ndt). Per cui, a questo proposito, mi limiterò a consigliarvi di leggere il suo articolo, se ancora non lo avete fatto.

Per quanto riguarda le elezioni, la cosa è apparentemente più complicata. Uno degli anacronismi della nostra epoca è che la politica ancora va a un ritmo scandito ogni certo numero di anni dalle elezioni, mentre la vita, tutta, va a un ritmo scandito dai minuti. Lo scarto è terribile. La democrazia rappresentativa non ha trovato il modo, o non vuole trovarlo, di trasformarsi in un flusso continuo, in una democrazia permanente, che cambi al ritmo in cui cambiano quasi tutte le cose della vita. No. La democrazia formale continua a essere ingessata, affannandosi a fare la foto del paese che abbiamo in un minuto determinato, di un determinato giorno, quello delle elezioni. Sapendo che per sfortuna puoi perdere due seggi o per un colpo di fortuna conquistarli. Poi solamente occorrerà resistere il resto del tempo, senza conoscere né voler conoscere quale sia la realtà.

Per questo i politici si angosciano tanto all’arrivo delle elezioni. Tutto il lavoro di anni finisce per dipendere dalla immagine che riesci a trasmettere durante la campagna elettorale. E da piccoli dettagli che fanno sì che le cose cambino senza che tu possa controllarlo.

Però nell’articolo che pubblichiamo oggi vi spieghiamo che in realtà le elezioni non sono tanto mutevoli come sembra. Alla Catalogna sono attribuiti 48 seggi in Parlamento per le elezioni spagnole e, a dir tanto, se ne muovono una dozzina. Per la Comunità valenciana ce ne sono 32, forse 6 in gioco. E, nelle Isole Baleari, con 8 seggi praticamente non si può muovere nulla. Ora, questa ventina di seggi che si muovono in totale nei Paesi Catalani farà la differenza a livello di propaganda: tra dimostrare per quattro anni (quattro in teoria…) che il tuo partito è il più importante o dover lottare per far vedere che quel che è successo  non è affatto un fallimento. A questo proposito, tra quelli consigliati, non vi fate sfuggire  l’articolo di Marta Rojals, che ci regala il suo acuto punto di vista nella rubrica del martedì (Vilaweb, quotidiano online, ndt): ‘Vox non mi minaccia più di quanto non mi abbia già minacciato il tripartito  “democratico” del 155.’

Tornando all’editoriale: questo significa che in realtà non si muove nulla? Niente affatto. L’opinione pubblica è un oceano con correnti profonde e correnti superficiali. Quelle superficiali fanno molto rumore e sono ben visibili, ma alla fin fine sono quelle profonde a regolare davvero il sistema. Le correnti superficiali sono più facili da modellare e, per esempio, se hai alle spalle uno stato con tutta la capacità che questo implica, puoi dare l’impressione che qualcosa sia come tu dici che è.  Sotto la superficie, però, la corrente profonda segna in modo significativo e questo già non è tanto facile da modificare.

Domenica, per esempio, quarantuno senatori francesi hanno sottoscritto un appello, impeccabile, a supporto della Catalogna, della Catalogna del sud. Questa. Chiedono al loro governo e all’Unione europea di fermare l’agitazione che la Spagna sta causando con la violazione dei diritti civili e di lavorare per una soluzione negoziata alla crisi. E lo fanno con  precisione, sapendo quel che dicono e come lo dicono. Quarantuno senatori, di tutti i partiti rappresentati alla camera e di tutto l’Esagono.

La reazione dei fautori del nazionalismo spagnolo (favorevole alla uniformità politica in seno allo stato) è stata a tutta prima di farsene beffa. Atteggiamento tipico per loro. Poi di chiedere quanti senatori non avessero sottoscritto il manifesto o di qualificarli come estremisti. Insomma di sminuire la portata dell’iniziativa. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Però, qualche ora più tardi, il governo spagnolo, visibilmente allarmato, ha richiesto una rettifica al Ministro degli Affari esteri francese, sottovalutando come sempre la separazione dei poteri, e l’’illustre’ Borrell ha organizzato una nuova polemica diplomatica – non lo potremo mai  ringraziare abbastanza per il servizio reso alla causa (catalana, ndt).

Con l’una e l’altra cosa, e con il supporto entusiasta di Manuel Valls, la Spagna ha provato a smuovere le acque in superficie per parare il colpo e far vedere, al suo mercato interno, che controlla la situazione. Questo, però, non altera la corrente in profondità e il cambiamento di atteggiamento della classe politica francese, come tante altre cose che succedono, se visto dalla prospettiva di solo qualche mese prima, è impressionante.

Perché veniamo da un periodo in cui la Spagna era solamente uno stato membro dell’Unione Europea e ciò faceva sì che tutti la considerassero un paese standard     del gruppo, uno dei tanti. Però il primo di ottobre ci hanno aggredito con immagini che hanno fatto il giro del mondo destando sorpresa. Hanno mandato   in prigione e in esilio il governo del paese e il suo presidente. Hanno negato la politica (per risolvere il conflitto, ndt) nell’Europa del secolo XX. Hanno parlato e parlano ancora di proibire. Disprezzano la giustizia europea che in quattro giurisdizioni differenti li ha smascherati. Reagiscono  rumorosamente e senza remore ogni qualvolta qualcuno glielo fa notare. Esercitano pressioni su chiunque con minacce indegne di un paese partner. E abituati  – perché questo è stata la transizione – a giocare al limite delle acque di superficie e niente più, non si rendono conto di come cambi la percezione che l’Europa ha del nostro caso, né di quel che facciamo né, soprattutto, di come lo facciamo. Né di come la visione idilliaca che gli europei avevano della Spagna venga distrutta – se già non lo è stata – da loro stessi.

Nell’ottobre del 2017 non c’era nessun senatore francese, nemmeno uno, che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Adesso, quarantuno di loro appongono una firma, ben sapendo che ciò complicherà loro le cose, come si è visto immediatamente, però incapaci di resistere più oltre in silenzio.  Un anno e mezzo di strenua resistenza di questo paese non è passato inosservato. Cosa, e con ciò concludo, che mi sembra che dovrebbe placare e far riflettere anche i nostri politici, ossessionati al momento dal pensiero di vedere chi ottiene un seggio in più o in meno. Rendendosi meschini.

traduzione  Raffaella Paolessi

https://www.vilaweb.cat/noticies/senadors-francesos-editorial-vicent-partal/

 

Catalogna, ministro degli Esteri Bosch “Chiediamo dialogo”

 

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L’indipendentismo catalano è il motivo del forte malumore che si respira a Madrid. E il prossimo appuntamento per il governo di Pedro Sánchez– succeduto a Mariano Rajoy, il premier che aveva dichiarato incostituzionale il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017 – sono le elezioni spagnole, in calendario per il 28 aprile. A spiegare i possibili scenari, durante una sua visita a Roma, è Alfred Bosch, consigliere per l’azione esterna del governo della Generalitat catalana: “Gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra destra e sinistra”. Intervistato da AffarInternazionali.it, Bosch approfondisce anche la vicenda del processo ai 12 leader accusati di aver incitato alla violenza per ottenere l’indipendenza della Catalogna, dicendo che “non sono dei criminali e non  hanno fatto niente di male”.

Ministro Bosch, qual è la posizione della Generalitat rispetto alla vostra idea di indipendenza e autonomia
Veniamo in Italia per raccontare la nostra posizione. Siamo sì un governo di repubblicani ma prima di tutto democratici. Per noi è fondamentale che sia il popolo a decidere cosa fare del sistema politico. Dopo il referendum sull’indipendenza, il governo spagnolo presieduto da Mariano Rajoy  ha reagito processando e mettendo in prigione membri dell’esecutivo catalano. Per noi è un’ingiustizia: si tratta di una questione politica preceduta da una consultazione del popolo. Queste persone non sono dei criminali, non hanno fatto del male a qualcuno.

Il rapporto con il governo principale. Qual è la posizione rispetto al processo agli indipendentisti catalani
Abbiamo collaborato con Pedro Sánchez, l’attuale premier socialista della Spagna. I partiti repubblicani catalani lo hanno votato perché poteva essere una buona opportunità per dialogare. Una situazione che non è durata a lungo perché Sánchez ha convocato le elezioni e ha abbandonato il tavolo di negoziazione. Per lui e per le sue aspettative elettorali non è conveniente avere un legame con noi.

Il 28 aprile, giorno delle elezioni spagnole, cosa succederà?
Non sono un futurologo, ma gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra la destra dei nazionalisti, sempre più radicali, e la sinistra, con gli indipendentisti catalani. Non sappiamo se la maggioranza tenderà più da un lato piuttosto che un altro, ma aspettiamo che in Spagna il senso comune e l’intelligenza collettiva possano facilitare una situazione di pace civile, dialogo e sforzo per trovare una soluzione collettiva, senza repressioni.

Il viaggio diplomatico in Italia: chi ha incontrato?
Questa volta ho visto rappresentanti di partiti politici, della società civile e giornalisti. L’impressione è che ci sia interesse su quanto succede in Catalogna. Anche la volontà di partecipare nella difesa di diritti umani e della soluzione democratica. La società italiana è molto decisa, perché considera la partecipazione alla democrazia un elemento prioritario.

Ministro Bosch, che cosa vi aspettate dall’Italia per le vostre cause indipendentistiche?
Chiediamo alla società italiana nel suo complesso, dagli accademici ai giuristi, ai professionisti ma anche al governo italiano, comprensione, specie per due temi delicati quali diritti umani e democrazia. Vogliamo che il processo giudiziario contro il governo della Catalogna sia seguito dal punto di vista internazionale. Fondamentale poi collaborare, per far capire al governo spagnolo l’indispensabilità di un dialogo per uscire da questa situazione. Mettere le persone in prigione mandarli ai tribunali non è una soluzione. Non vogliamo questo processo, non è intelligente né per la Spagna né per l’Europa.

https://www.affarinternazionali.it/2019/04/spagna-catalogna-bosch-dialogo/