Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 6

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Osservatorio settimanale

23/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI  INDIPENDENTISTI CATALANI / 6

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Sesta settimana di processo all’indipendentismo catalano a Madrid, con testimonianze impegnate a sostenere un po’ tutti i delitti di cui il pubblico ministero accusa i leader del movimento, dalla distrazione di fondi pubblici alla ribellione violenta e alla sedizione tumultuosa.

La settimana è segnata anche dalla contestazione degli avvocati della difesa nei confronti del presidente del Tribunale Manuel Marchena, che ha deciso di separare la fase orale del dibattimento dalla visione delle immagini, rendendo così impossibile l’eventuale contestazione di una testimonianza nel momento della deposizione.

«Il controllo del ministero si limitava al solo ambito finanziario del bilancio, perciò qualunque contrattazione irregolare sarebbe sfuggita», afferma il sottosegretario alle Finanze dell’epoca Felipe Martínez Rico, non escludendo perciò che risorse pubbliche siano andate a finanziare il referendum del 1 ottobre, così come aveva già adombrato, giorni prima, il suo ex-ministro.

Un agente della Guardia Civil, coinvolto nella perquisizione di alcuni uffici della Generalitat il 20 settembre 2017, afferma che il Governo catalano si stava attrezzando per disporre di un’agenzia tributaria propria e stava cercando di ottenere finanziamenti dalla Cina per gestire la transizione da uno Stato all’altro. La sua è una delle 24 testimonianze di agenti della polizia militare spagnola che occupano l’intera settimana e che propongono una lettura a tinte fosche dei fatti del 1 ottobre.

Le concentrazioni di persone davanti ai luoghi in cui la polizia spagnola entrò per perquisire gli uffici e le abitazioni di funzionari della Generalitat, requisire materiale di propaganda del referendum o impedire il voto il 1 di ottobre sono descritte dagli agenti della Guardia Civil come una sorta di bolge infernali. Le espressioni usate nelle testimonianze sono più o meno le stesse. Si ripetono con frequenza le parole “rabbia”, “tumulto”, “muraglia umana”. «Mi sorpresero i volti delle persone che esprimevano una rabbia fuori controllo. Temevo che il tumulto di gente assaltasse l’edificio», racconta un agente impegnato nella perquisizione di un ufficio della Generalitat. «Ci fu una pioggia di bottiglie» continua. «Non so se due o cinque», specifica, poi, a domanda della difesa. Anche se quella perquisizione, come tutte le altre, poté essere portata a termine con normalità e se, in generale, non fu assaltato nessun edificio e non ci furono arresti.

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«Venivamo insultati e colpiti. Ci furono lanci di sedie e di bottiglie», riferisce un altro agente in relazione all’intervento in un seggio elettorale, nel quale diversi cittadini risultarono feriti il 1 ottobre e per cui alcuni agenti sono attualmente indagati per la brutalità della polizia. «Non avevo visto niente di simile in vita mia», sostiene un altro agente che pure in passato si è occupato di mafia e narco-traffico. «Non ho vissuto il conflitto basco – gli fa eco un commilitone –, ma colleghi veterani lì presenti mi hanno detto che quello assomigliava molto al principio del conflitto basco». «Quel che ho vissuto quel giorno – racconta un altro appartenente alla Guardia Civil, intervenuto in un seggio il 1 di ottobre – non lo dimenticherò mai: una esibizione di odio e disprezzo. Non c’era pacifismo in nessun posto». «Facemmo un uso della forza proporzionale e congruo», continua quest’ultimo, anche se il comportamento ingiustificato di alcuni agenti del suo gruppo è attualmente oggetto d’indagine presso un altro tribunale. «Le persone convenute sul posto erano totalmente ostili», ribadisce un altro agente e alla domanda dell’accusa popolare rappresentata da Vox su quale fosse la tecnica di aggressione adottata dai manifestanti, risponde senza scomporsi: «La tecnica era sedersi per terra e prendersi per le braccia».

C’è chi giura di aver visto, in occasione di una delle perquisizioni precedenti il referendum, Carme Forcadell passare su una macchina ufficiale, con il braccio fuori dal finestrino ad aizzare la folla lì concentrata. Chi è sicuro di aver notato l’attuale presidente della Generalitat Quim Torra, che allora era quasi uno sconosciuto, mentre usciva dal deposito di un’impresa dove venne requisito materiale di propaganda del referendum.

Nella selezione dei messaggi tratti dalla posta elettronica degli imputati, la Guardia Civil ha considerato degni d’interesse, oltre ai temi economici, quelli riferiti a riunioni, a manifestazioni e all’11 settembre, festa nazionale della Catalunya.

Per lo più, gli agenti della Guardia Civil chiamati a testimoniare, in linea con le precedenti testimonianze dei loro capi, ribadiscono l’atteggiamento passivo dei Mossos davanti alle concentrazioni popolari, insistono sull’unità di azione degli stessi con il Governo catalano e, anzi, suggeriscono che la polizia catalana li spiava. Si capisce che non comprendono l’attività di mediazione che i Mossos applicano, ormai da alcuni anni, per risolvere pacificamente le questioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

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Il presidente Marchena non permette, in questa fase, la visione delle immagini e perciò la difesa non può contestare la veridicità della deposizione degli agenti; in rete, però, tornano i video relativi alle cariche della polizia nei seggi elettorali tirati in ballo.

È certo possibile che negli oltre 2200 seggi del referendum ci siano stati episodi di aggressività e perfino di violenza puntuale da parte di alcuni manifestanti, magari in reazione alle cariche della polizia. Ma mai risulta che essi abbiamo avuto l’intensità e la generalità necessarie a integrare i delitti di ribellione e di sedizione, tesi a sovvertire l’ordine costituzionale con una sollevazione violenta. Delitti sui quali si celebra questo processo contro l’indipendentismo.

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/03/23/osservatorio-settimanale-15/

 

 

La Catalogna, l’Europa e la democrazia

A Madrid, nel cuore dell’Europa occidentale, dodici esponenti della politica e della società civile catalana sono in questi giorni sotto processo. Nove di essi si trovano in regime di detenzione preventiva, in molti casi da ben oltre un anno. I capi di imputazione sono gravissimi, con richieste di pena da parte della pubblica accusa che arrivano sino a 25 anni.
Tra i reati contestati vi è la “ribellione”: si tratta della figura criminosa utilizzata per chi, nel 1981, entrò con le armi in parlamento e portò in strada i carri armati. Il codice penale spagnolo, in effetti, richiede, nella tipizzazione del reato, l’elemento della “rivolta violenta”. L’unica violenza finora certa, per le innumerevoli immagini che la mostrano e che hanno fatto il giro del mondo, è però quella messa in atto dalle forze dell’ordine spagnole: che partono da ogni angolo del Paese per la Catalogna al grido minaccioso di “a por ellos!” (“a prenderli!”; “dategli addosso!”); che picchiano votanti e manifestanti – anche non indipendentisti – intenti a resistere pacificamente, con le braccia alzate, in difesa dei seggi; che sparano proiettili di gomma sui cittadini, nonostante il loro utilizzo sia vietato in Catalogna.
Ma la vicenda giudiziaria non si esaurisce a Madrid, innanzi al Tribunal Supremo. Altri imputati verranno giudicati (per disobbedienza e ulteriori reati) da Tribunali in Catalogna; centinaia i sindaci, gli attivisti sociali, gli artisti indagati (e in alcuni casi condannati) per aver contribuito in qualche modo alla preparazione del referendum o per aver semplicemente manifestato le loro idee (eloquente, in tal senso, l’Amnesty International Report 2017/18, pp. 339-341). Vi sono, poi, i sette politici, sia parlamentari che componenti del precedente governo catalano rifugiatisi in Belgio, Scozia e Svizzera per sfuggire all’arresto e continuare a condurre la propria azione politica dall’estero. Sono liberi cittadini in tutta Europa, visto che, anche a seguito della decisione del tribunale tedesco nel caso Puigdemont, l’autorità giudiziaria spagnola ha ritirato tutti gli ordini d’arresto europeo a loro carico. Al di là delle anomalie tecniche dei procedimenti giudiziari (evidenziate da diversi osservatori internazionali), è evidente ciò che sta accadendo: si discute, nelle aule dei tribunali, di una questione eminentemente politica, che dal campo della politica non sarebbe mai dovuta uscire. Si criminalizza un’intera classe politica, la cui responsabilità è quella di aver cercato di smuovere le istituzioni spagnole da posizioni di radicale chiusura al dialogo. Si dimentica che oltre due milioni di cittadini catalani chiedono da anni, in maniera civile e pacifica, di potersi esprimere liberamente e democraticamente sull’assetto della relazione tra la Spagna e la Catalogna.
Solo da una posizione di intransigente nazionalismo si può continuare a ritenere la questione dell’indipendenza catalana un tema su cui non può neanche essere aperta una discussione democratica; solo da una posizione illiberale si può ritenere preferibile a quella prospettiva la compressione di fondamentali diritti civili e politici.
Il silenzio dell’Europa, che liquida la vicenda come affare interno alla Spagna, è deprecabile e pericoloso. Si tratta di un segno di debolezza delle istituzioni europee, non di forza, e contribuisce alla radicalizzazione del conflitto anziché alla sua risoluzione. Se la UE accetta la criminalizzazione della protesta pacifica e della disobbedienza civile in un Paese membro della rilevanza della Spagna, ad essere minacciati sono i diritti democratici non solo dei catalani, ma degli spagnoli e degli europei tutti. E quel silenzio diviene imbarazzante allorquando il Parlamento europeo vieta ai politici catalani rifugiati all’estero di partecipare ad una conferenza organizzata nei suoi locali mentre consente, quasi contestualmente, un dibattito anti-catalanista promosso dal partito spagnolo di estrema destra Vox, dichiaratamente e programmaticamente omofobo, maschilista, xenofobo.
Preoccupa anche la scarsa attenzione di parte della stampa, dell’opinione e degli intellettuali del nostro Paese. Nello scenario descritto, crediamo invece siano necessari l’impegno e il controllo vigile di tutti coloro che hanno a cuore la protezione dei diritti, dei valori democratici e dei principi sanciti dagli stessi Trattati UE.
Chiediamo, come cittadini europei, la scarcerazione dei prigionieri catalani, il ritorno ad una situazione di normalità democratica e l’apertura di un dialogo politico sulla questione, unica strada che possa condurre ad una risoluzione della stessa coerente con i valori della democrazia.
Il destino della Catalogna è anche il nostro destino, e il destino dell’Europa intera.
LINK PER ADESIONI

PRIMI FIRMATARI

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-Sinistra Europea, Roma
Luigi Agostini, saggista, Roma
Matteo Angioli, Partito Radicale, Roma
Vando Borghi, Università di Bologna
Bojan Brezigar, giornalista, Trieste
Luca Cassiani, Consigliere PD Regione Piemonte, Torino
Luciano Caveri, giornalista e politico, Aosta
Lluís Cabasés, giornalista, Alba
Massimo Cacciari, filosofo, Venezia
Duccio Campagnoli, ex Assessore Emilia-Romagna, Bologna
Elisa Castellano, Fondazione Di Vittorio, Roma
Pietro Cataldi, Rettore dell’Università per stranieri di Siena
Nancy de Benedetto, Presidente Associazione italiana di studi catalani, Università di Bari
Luigi de Magistris, sindaco di Napoli
Piero Di Siena, giornalista, Roma
Fausto Durante, Resp. politiche internazionali ed europee Cgil, Roma
Paolo Ferrero, vice presidente del Partito della Sinistra Europea, Torino
Gennaro Ferraiuolo, Università di Napoli Federico II
Luigi Foffani, Università di Modena e Reggio Emilia
Eleonora Forenza, Parlamentare europea GUE/Ngl, Rifondazione comunista, Bari
Laura Harth, Rappresentante alle Nazioni Unite del Partito Radicale, Roma
Rafael Hidalgo, insegnante, Ràdio Catalunya Itàlia, Roma
Andrea Maestri, Avvocato per i diritti umani, Ravenna
Fabio Marcelli, ISGI CNR, Associazione giuristi democratici, Roma
Maria Grazia Meriggi, Università di Bergamo
Sandro Mezzadra, Università di Bologna
Cesare Minghini, sindacalista CGIL, Bologna
Tomaso Montanari, Università di Siena, Firenze
Simone Oggionni, Responsabile Forum Europa MDP-Articolo 1, Roma
Fiorella Prodi, segreteria regionale Cgil Emilia-Romagna, Modena
Roberto Rampi, senatore PD, Vimercate (MB)
Patrizio Rigobon, Università Ca’ Foscari di Venezia
Simonetta Rubinato, avvocato, ex senatrice e deputata, Treviso
Emilio Santoro, Università di Firenze, Centro di documentazione “L’altro diritto”
Rossella Selmini, Università del Minnesota, Minneapolis-Bologna
Barbara Spinelli, giornalista e Parlamentare europea GUE/Ngl, Roma
Massimo Torelli, coordinatore nazionale di Altra Europa Con Tsipras, Firenze
Gianni Vernetti, ex senatore e sottosegretario agli Affari esteri, Torino
Walter Vitali, Direttore esecutivo Urban@it – Centro nazionale studi politiche urbane, Bologna

SOTTOSCRIVONO:

Cristina Accardi, studentessa, Salemi (TP)
Carla Acocella, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Ivana Aiello, avvocato, Avellino
Rosalba Altopiedi, Università del Piemonte Orientale
Anna Amat, CNR Perugia
Umberto Amato, IMM CNR Napoli
Luciana Ambrosino, copywriter, Napoli
Giso Amendola, Università di Salerno
Virginia Amorosi, avvocato, Lecce.
Daniele Amoroso, Università di Cagliari
Giorgio Andreoli, psicologo, Milano
Simona Anichini, traduttrice, Firenze
Sara Antoniazzi, Università Ca’ Foscari di Venezia
Francesco Ardolino, Universitat de Barcelona
Gennaro Avallone, Università di Salerno
Edoardo Balletta, Università di Bologna.
Danilo Barbi, sindacalista Cgil, Bologna
Giuliano Barbolini, ex senatore PD, Modena
Albert Barreda, pittore, Savona
Ursula Bedogni, traduttrice, Barcelona
Marzia Bertazzoni, impiegata, Parma
Gabriele Bettelli, responsabile MDP, Modena
Imma Boixadós, agente immobiliare, Bra (CN)
Mirka Bonomi, pensionata, Ostia (Roma)
Enric Bou, Università Ca’ Foscari di Venezia
Mario Bravi, presidente IRES Umbria, Terni
Stefania Buosi Moncunill, insegnante, Trieste
Rosa Maria Caballé, dipendente pubblico, Bologna
Marco Calaresu, Università di Sassari
Domenico Caminiti, ingegnere, Torino
Stefano Campus, funzionario amministrativo, Presidente Òmnium Cultural de L’Alguer
Fulvio Capitanio, economista, Aiguafreda (Barcellona)
Flora Cappelluti, giornalista, Milano
Lìdia Carol, Università di Verona
Maria Carreras Goicochea, Università di Catania
Imma Caruso, Napoli, ISSM-CNR
Sergio Caserta, attivista e blogger, Bologna
Giovanni Castagno, insegnante, Roma
Giovanni C. Cattini, Università di Barcellona
Ivan Cecchini, dirigente pubblico, Bellaria-Igea Marina
Giulio Ceci, libero professionista, Roma
Giovanni Cherubini, ingegnere, Gilching (Germania)
Federico Chicchi, Università di Bologna
Claudia Ciavatta, dipendente pubblico, Roma
Adriano Cirulli, Università La Sapienza di Roma
Elena Coccia, Napoli, consigliere comunale Napoli, Sinistra in comune
Maria Teresa Colarossi, insegnante, Tivoli (Roma)
Gemma Teresa Colesanti, ISEM CNR Napoli
Maria Cristina Coliva, pensionata, Bologna
Mauro Colombarini, sindacalista Spi-CGIL, Bologna
Anna Maria Compagna, Università di Napoli Federico II
Michele Conia, Sindaco di Cinquefrondi (RC)
Roberto Cornelli, Università di Milano Bicocca
Giacomo Comincini, studente, Pavia
Enrico Curti, imprenditore, Riomaggiore (SP)
Salvatore D’Acunto, Seconda Università di Napoli.
Ettore D’Agostino, insegnante, Torino
Francesco D’Agresta, coordinatore provinciale MDP Pescara
Patrizia D’Antonio, insegnante, Roma
Elisa D’Ugo, studentessa, Roma
Pasquale D’Ugo, agente di commercio, Roma
Gaspare Dalia, Università di Salerno
Gaetano Damiano, bibliotecario, Archivio di Stato di Napoli
Alessandro De Giorgi, San Josè State University (USA)
Maurizio Del Bufalo, coordinatore Festival del Cinema dei Diritti Umani, Napoli
Claudia della Ragione, studentessa, Napoli
Gabriele de Martino, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Matteo de Notaris, neurochirurgo, Benevento
Gioacchino de Padova, Consevatorio Piccinni di Bari
Luisa Derosa, Università Aldo Moro di Bari
Giuliana De Vivo, giornalista, Milano
Ebe Diaferia, impiegata, Caserta
Cristina Di Domizio, pensionata, Bologna
Pietro Umberto Dini, Università di Pisa
Anna di Ronco, Università di Essex
Francesco Donato, insegnante, Torino
Eugenio Donise, ex senatore, Napoli
Mercedes Escribano Ferre, operatore sanitario, Parma
Marco Esposito, giornalista, Napoli
Maurizio Fabbri, Spi Cgil Nazionale, Bologna
Simona Fabbris, insegnante, Pisa
Anita Fabiani, Università di Catania
Andrea Fabbri Cossarini, sindacalista Cgil, Bologna
Chiara Fagone, studentessa, Milano
Federico Fenaroli, Università di Oslo
Nino Ferraiuolo, pensionato, Napoli
Beppe Fiorelli, pensionato, Bologna
Giorgio Fontana, Università di Reggio Calabria
Emanuela Forgetta, Università di Sassari
Fabio Fraccaroli, imprenditore, Verona
Alberto Franchi, pensionato, Bologna
Marisa Fugazza, pensionata, Crema (CR)
Àngels Fumadó Abad, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Maria Grazia Galli, pensionata, Bologna
Luciano Gallinari, ISEM CNR Cagliari
Alessandro Gamberini, avvocato, Bologna
Alessandro Gamberini, agente di commercio, Bologna
Emanuele Gamberini, agente di commercio, Bologna
Daniel Gamper, Universitat Autonoma de Barcelona, visiting Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Cristiano Garavini dipendente pubblico, S.Giorgio Piano (BO)
Angela Gargano, Istituto Nazionale Fisica Nucleare, Napoli
Andrea Garofani, pensionato, Bologna
Roberto Gastaldo, attivista e scrittore, Torino
Teresa Garrofer, insegnante, Barcellona
Gabriella Gavagnin, Universitat de Barcelona
Margherita Gavagnin, ICB CNR, Napoli
Andrea Geniola, CEDID, Universitat Autónoma de Barcelona
Gabriele Gesso, progettista sociale e attivista, Segretario provinciale PRC Napoli
Gladys Ghini, dipendente pubblica, Castelmaggiore (Bo)
Carlo Gianuzzi, Radio Onda d’urto, Brescia
Marco Giralucci, Architetto, Barcellona
Elena Giustozzi, sindacalista, Bologna
Adriano Gizzi, giornalista, Roma
Giuseppe Grilli, Università Roma 3
Daniela Grossi, impegata, Roma
Maria Grossmann, Università dell’Aquila
Nuria Gonzalez, impiegata, Genova
Noemi Antonella Guadagno, Università di Oslo
Paolo Guarino, consulente di comunicazione, Roma
Maria Hernandez, guida turistica, Roma
Simona Iaquinto, Architetto Barcellona
Annalisa Insardà, attrice, Roma
Esther Jiménez García, Export Manager, Legnano
Giacomo Landi, consigliere comunale S.Lazzaro (Bo)
Giagu Ledda, medico, Barcellona
Iban Leon Llop, Università di Sassari
Vincenzo Leonbruno, libero professionista, Barcellona
Antonio Landro, insegnante, Torino
Teresa Lapis, Insegnante, San Donà di Piave (Ve)
Maria Liguori, impiegata, Bologna
Debora Lombardi, docente, Napoli
Sara Longobardi, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
María Jesús López Montalbán, insegnante, Torino
Alexandre Madurell, attivista, Milano
Carlo Magnani, Università Carlo Bo di Urbino
Maria Luisa Malossi, pensionata, Bologna
Fabiola Mancinelli, antropologa
Annalena Marcacci, pensionata, Bologna
Azzurra Margiotta, Università di Oslo.
Giovanni Marsico Caggiano, artista, Bari
Esther Martí, ISEM CNR Cagliari
Lourdes Martinez Catalan, lettrice universitaria, Siena
Adriano Martufi, dottore di ricerca, Università di Ferrara
Teresa Masciopinto, economista, Bari
Bernardo Massari, magistrato, Bologna
Maria Grazia Masulli, impiegata, Pianoro (BO)
Maria Assunta Matteucci, pensionata, Bologna
Cesare Melloni, sindacalista Cgil, Bologna
Dario Melossi, Università di Bologna
Eva Mendoza, impiegata, Torino
Andrea Merola, giornalista, Vercelli
Marina Milella, insegnante, Napoli
Claudia Minghini, pensionata, Roma
Federico Minghini, DJ, Bologna
Vito Mocella, IMM CNR Napoli
Judit Molina, dipendente amministrativo, Firenze
Walter Molino, studente, Napoli
Giovanni Montanari, pensionato, Bologna
Albert Morales, Università Ca’ Foscari di Venezia
Sandro Moretto, pensionato, Bologna
Maxi Morgante, impiegato, Roma
Giuseppe Mosconi, Università di Padova
Sandra Muraretto, educatrice, Padova
Salvatore Musto, Università di Napoli Federico II
Cèlia Nadal, Università per stranieri di Siena
Gabriella Napolitano, Fotografa, Barcellona
Alina Narciso, regista teatrale, Napoli
Nicola Nesta, insegnante, Bari
Michele Novaga, giornalista, Milano
Dolors Obregón Nogués, psicologa, Riomaggiore (SP)
Veronica Orazi, Università di Torino
Toni Orpinell, artigiano, Roma
Alessandro Ottaviano, dipendente, Roma
Giovanni Paglia, ex deputato, Sinistra italiana, Ravenna
Giovanni Palladino, Direttore agenzia di servizi editoriali, Bari
Stefania Pallini, libera professionista, Livorno
Claudio Paltrinieri, pensionato, S. Giorgio Di Piano (Bo)
Mimmo Palumbo, impiegato di banca, Mugnano di Napoli
Vanna Palumbo, giornalista, Roma
Matteo Panarello, commerciante, Pieve ligure (GE)
Gina Panicucci, pensionata, Bologna
Raffaella Paolessi, docente e giornalista, Roma
Susana Pérez Civit, poetessa e insegnante, Napoli
Giulia Perretti, impiegata, Napoli
Fabrizio Perrone Capano, Avvocato, Napoli
Enzo Parziale, Presidente Ass. Europa Mediterraneo Campania, Napoli
Bruno Patierno, Gruppo Atlantide, Milano
Andrea Pica, Scientist EMBL Grenoble, France
Adelina Picone, Università di Napoli Federico II
Diego Pietrafesa, libero professionista, Napoli
Elena Pistolesi, Università per stranieri di Perugia
Ciro Pizzo, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Lourdes Planas, art director, Parma
Elena Platania, conservation scientist, Oslo
Ida Porfido, Università di Bari
Giada Porretta, assessora comunale di Cinquefrondi (RC)
Olga Porta Arenas, infermiera, Chiavari
Stefano Portelli, Università di Leicester (UK)
Osiride Pozzilli, pensionato, Roma
Diego Praino, Università metropolitana di Oslo
Nuria Puigdevall, Università di Napoli Federico II
Natale Raco, giornalista, Roma
Valentina Ripa, Università di Salerno
Enrico Rivella, impiegato,Torino
Anton Roca, artista, Cesena
Maurizio Ronga, operaio, Varese
Montserrat Ros, insegnante, Oggiona con S. Stefano (VA)
Francesco Rotondo, Università di Napoli Federico II
Laura Rubino, architetto, Bari
Angélica Teresa Ruiz Oseguera, insegnante, Napoli
Pasquale Ruzza, pensionato, Roma
Antonio Sacchi, Cavaliere della Repubblica, Pavia
Esther Sagrera Cardet, perito contabile, Parma
Silvia Sànchez, insegnante e traduttrice, Londra
Marco Santopadre, giornalista, Sant’Antioco
Mirella Santi, pensionata, Bologna
Simone Sari, Universitat de Barcelona
Vincenzo Sarnataro, lettore di italiano, Barcellona
Adriana Savarese, insegnante, Napoli
Luciana Savarese, Marketing e content manager, Milano
Amaranta Sbardella, traduttrice e docente, Torino
Vincenzo Scalia, Università di Winchester (UK)
Alberto Scarinci, bibliotecario, Bologna
Alessandro Scarsella, Università Ca’ Foscari Venezia
Francesco Schiaffo, Università di Salerno
Gianluca Schiavon, Responsabile nazionale Giustizia PRC/SE, Venezia
Sonia Serra, consigliera comunale di Budrio (BO)
Victor Serri, fotoreporter, Barcelona
Mirella Signoris, sindacalista SPI-CGIL, Bologna
Pinuccia F. Simbula, Università di Sassari
Fabiana Simeoli, studentessa, Napoli
Neus Soler, insegnante, Barcellona
Piero Soldini, Cgil Nazionale, Roma
Francesca Sorrentino, insegnante, Napoli
Sabrina Sorrentino, architetto, Napoli
Alessandro Speranza, artigiano, Napoli
Antonella Speranza, Traduttrice, Barcellona
Fra’ Agnello Stoia, francescano, convento dei Santi Apostoli di Roma
Giorgio Tassinari, Università di Bologna
Ciro Tarantino, Università della Calabria
Rita Tavolazzi, pensionata, Bologna
Raffaele Tecce, ex senatore, segreteria nazionale PRC SE, Napoli
Fiamma Terenghi, Università di Trento
Michael Tonry, Università del Minnesota, Minneapolis-Bologna
Sergio Trematerra, Direttore tecnico aziendale, Napoli
Isabel Turull, Università La Sapienza di Roma
Valeria Vanella, architetto, Napoli
Carla Valentino, traduttrice e insegnante, vicepresidente Òmnium Cultural de L’Alguer
Pau Vidal, scrittore e traduttore, Barcellona
Alessandro Vitale, Università di Milano
Lello Voce, poeta, Treviso
Teresa Yague, assistente familiare, Genova
Elena Zaccherini, esperta di cooperazione internazionale, Bologna
Marco Zavaglia, agente di commercio, Chiavari (GE)

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https://left.it/2019/03/20/la-catalogna-leuropa-e-la-democrazia/

Il processo delle fiabe

John Carlin   John Carlin

La Vanguardia – John Carlin10/03/2019

Sarà una condizione dovuta alle mie origini miste il fatto che io dedichi più tempo di quanto sia strettamente necessario a confrontare i vizi e le virtù delle razze o dei luoghi o delle culture da dove provengo. Non si tratta, nel mio caso, di una questione puramente biologica, geografica o culturale, visto che mia madre è spagnola, mio padre era britannico, ho vissuto mezza vita in cinque paesi dove si parla spagnolo e l’altra mezza in tre paesi dove si parla inglese. Quindi, le domande che ci si pone e le conclusioni che si traggono dovranno contenere, se si è onesti, molte sfumature.

Oggi cercherò di rendermi le cose più semplici. Mi limiterò a una domanda. Quale paese sta diventando il più ridicolo, la Spagna o l’Inghilterra?

No. Non mi riferisco al calcio. Lì, grazie al Real Madrid e al Manchester United, la risposta di questa settimana è troppo facile. Mi concentrerò maggiormente sulla politica, sulla società e, nel caso spagnolo, sulla legge.

 

Ciò che definisce l’Inghilterra oggi è l’impulso suicida alla base della Brexit, il che prova che la sindrome espressa nella frase “lunga vita alla morte!” non si limita al mondo ispanico. Ciò che mette in discussione la Spagna è il processo ai prigionieri politici catalani, un sintomo della risurrezione di una destra simile a quella che Mario Vargas Llosa ritrae nei suoi libri, e che avrebbe dovuto essere sepolta nella Valle dei Caduti.

Entrambi i paesi presentano dei buoni argomenti. Stanno entrambi rendendosi proprio ridicoli. Ora, non ho intenzione di mentire. Mi piace più la Spagna che l’Inghilterra, il modo latino più che l’anglosassone. Se mi dicessero che mi restano ancora due anni di vita, andrei in Spagna con il prossimo volo e non mi muoverei più. Preferisco la gente. C’è più simpatia, più connessione e più divertimento e quindi, in fondo, più filosofia: qui si vive più in accordo con la verità che la vita è breve.

Ma sulla questione del ridicolo, se a fine mese il Regno Unito lascerà l’Unione Europea senza un accordo, cioè, se si lancia da un aereo senza paracadute, ci sono buone possibilità di non trovare più differenza tra i membri del parlamento britannico e il cast di Monty Python. Può darsi che il giullare-capo Boris Johnson diventi primo ministro di quest’antica democrazia.

 

Ma intanto, oggi, questa settimana, la Spagna è diventata la campionessa mondiale. Il ridicolo diventa più ridicolo, più risate provoca quanto più grande è la distanza tra la serietà in superficie e la stupidità nel profondo. Come il personaggio dell’ispettore Clouseau, così pomposo e allo stesso tempo così sciocco, nei film “La pantera rosa”.

Vedendo, questa settimana, uno dei testimoni nel processo che si svolge a Madrid contro una dozzina di personalità politiche catalane, è stato impossibile per me non pensare all’ispettore Clouseau. Il testimone, lì presente a sostenere la fantasiosa tesi che i dodici fomentavano una violenta ribellione, era un uomo di nome Enric Millo.

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(Oriol Malet)

 

Anche senza l’inestimabile contributo del signor Millo, il processo era già un’epica pagliacciata. I pubblici ministeri dello Stato spagnolo sostengono che c’è stata violenza quando non c’era violenza, durante un referendum che non era un referendum, lo scorso 1° ottobre 2017 in Catalogna.

Ma sono ancora là, un mese dopo, e ogni giorno che passa più grande è il ridicolo. Hanno toccato il fondo, spero, con il signor Millo. Trovate il suo intervento su YouTube. Il signor Millo è l’ex-delegato del governo spagnolo in Catalogna. Nella parte più drammatica della sua testimonianza dice di aver parlato con alcuni poliziotti che hanno subito le spaventose conseguenze di aver affrontato i genitori di famiglie, nonni, nonne e giovani, che erano usciti di casa il 1 ° ottobre e si sono diretti verso le urne collocate in alcune scuole, immaginando che avrebbero votato per l’indipendenza della Catalogna.

“Le testimonianze”, ha detto Millo, “erano da brivido”. Brivido/tremore, secondo la Royal Spanish Academy, significa “scuotere qualcosa”. Quando penso alla parola brivido, mi vengono in mente le immagini dell’era nazista o di una ragazza di 17 anni pugnalata a morte da uno sconosciuto in un parco qui a Londra la scorsa settimana. Per il Sig. Millo, da brivido significa qualcos’altro.

 

“Un agente mi ha spiegato”, disse Millo tremando, “che era caduto nella trappola del Fairy”. La trappola del Fairy? A cosa si riferiva? mi sono chiesto. Ad un metodo di tortura brevettato dai soldati americani contro i jihadisti imprigionati a Guantanamo? (Fairy, nella sua accezione più volgare, si potrebbe tradurre dall’inglese come “finocchio”). Oppure si tratta del famoso detersivo per piatti verde brevettato nella perfida Albione nel 1950?
Il signor Millo si riferiva al detersivo.

Ora, per favore, prego ai lettori più sensibili di non leggere le parole che cito qui sotto.
“La trappola del Fairy”, ha spiegato Millo, consisteva nel “versare detersivo all’ingresso di alcune scuole in modo che quando la polizia entrava, gli agenti scivolavano e cadevano a terra”.

Queste sono, signore e signori, le prove schiaccianti – basate sulla testimonianza di un poliziotto anonimo – che ci sono state violenze da parte dei dodici imputati catalani, che c’è stata la ribellione e per cui dovranno subire fino a 20 anni di prigione per i loro crimini … Che figuraccia! Ho coperto molti processi come giornalista in molti paesi, ma non ho mai visto niente di più assurdo. Ma la cosa migliore o meglio, la cosa peggiore, ciò che si merita la medaglia d’oro della ridicolaggine è che, apparentemente in Spagna molte persone prendono sul serio la fiaba del signor Millo. E’ come guardare un film dall’ispettore Clouseau credendo che si tratti di un vero thriller poliziesco (da brivido). I giudici non hanno riso. La stampa di Madrid lo ha raccontato non solo con solennità, ma ha interpretato questa testimonianza di Millo come un duro colpo per gli imputati. “Gli avvocati difensori iniziano a innervosirsi”, recitava un titolo in prima pagina.

 

Mancano ancora molti giorni, a quanto leggo, per la conclusione di questo processo farsa. Per favore: basta! Smettetela di sprecare fondi pubblici. Abbiate l’orgoglio nazionale di smettere di rendervi ridicoli di fronte al mondo. Non confermate i pregiudizi ancestrali che molti hanno sugli spagnoli. Per risolvere il caso, cercate un bambino di dieci anni, uno di quelli che sanno quando gli imperatori camminano nudi. Vi darà il verdetto in cinque minuti. Violenta ribellione? Di che cazzo stiamo parlando? E inoltre, se è un bravo ragazzo e non possiede la cattiveria che molti spagnoli nascondono dietro la simpatia, lascerà i prigionieri liberi.

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.lavanguardia.com/opinion/20190310/46943436312/juicio-de-hadas.html

 

 

La marcia solitaria di Madrid

La marcia solitaria di Madrid

18 Mar 2019 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

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Al di là dello sconcertante balletto di cifre – dai 120.000 degli organizzatori, l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium, ai 18.000 della delegazione del governo spagnolo -, per chi a Madrid c’è stato non ci sono dubbi: i catalani, venuti a manifestare lo scorso sabato per il diritto all’autodeterminazione e la solidarietà ai loro leader processati per ribellione, erano decine di migliaia. Stipati nel cuore della capitale dello Stato, sotto un sole da inizio giugno: un successo di partecipazione.

La prima volta di una manifestazione indipendentista a Madrid: non solo di indipendentisti ma di tanti impegnati sul diritto a decidere, accompagnata da delegazioni di altre parti della Spagna e da alcune organizzazioni della sinistra madrilena. E la Madrid democratica e accogliente l’ha vissuta con normalità, senza sussulti né tensioni. Con indifferenza. Così evidente che non si può non parlarne tra i colleghi che sono in piazza. Ne emerge l’idea di una società sfaccettata sulla questione catalana. Divisa tra chi pensa che in Catalogna ci fu un golpe di Stato e che i responsabili devono pagare con dure pene di carcere, chi sostiene l’indipendentismo catalano e un’altra parte, probabilmente maggioritaria, che non ne ha condiviso la messa in questione della legalità, ma non ritiene che i leader del movimento debbano stare in prigione.

E qui interviene un problema di comunicazione, che certo non può risolversi con un corteo. Ma che rischia di far diventare incolmabile il fossato anche emotivo che separa ormai una parte importante della società catalana da quella spagnola. Forse anche perché l’indipendentismo non è stato capace di parlare al resto della Spagna, ma soprattutto per il ruolo dei principali media spagnoli che hanno costruito una narrazione prevalente sul golpe e la violenza.

L’iniziativa del movimento catalano in questa fase non assume come centrale il tema dell’indipendenza, ma quello della democrazia e dei diritti fondamentali, perché considera che il processo ai suoi leader sia politico. E dunque è qualche cosa che non riguarda solo gli indipendentisti ma tutti, in Spagna e in Europa. Perciò sono andati a Madrid sabato scorso. Il resto della Spagna però, non comprende questa evoluzione, non l’assume come propria battaglia e preferisce piuttosto attestarsi sull’autunno del 2017. L’indifferenza è anche dell’Europa. La stampa internazionale se ne occupa poco e quella italiana ha pressoché silenziato il tema. Perché è scomodo, con l’imbarazzo che produce l’avere prigionieri politici così vicini, e perché “non fa notizia”.

https://www.affarinternazionali.it/blogpost/la-marcia-solitaria-di-madrid/

 

Cronaca del processo agli indipendentidti catalani / 5

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Osservatorio settimanale

16/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 5

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Finalmente, nella Sala del tribunale dove da cinque settimane si celebra il processo contro l’indipendentismo catalano, arriva la testimonianza più attesa, anche se rimasta incerta fino all’ultimo: quella del major Josep Lluís Trapero che, nell’autunno del 2017, era il capo dei Mossos d’Esquadra. Incerta, perché Trapero è indagato per ribellione presso l’Audiencia Nacional e aveva quindi diritto a non deporre. Attesa, perché nei giorni precedenti il suo nome era stato pronunciato ripetutamente in quella Sala, indicando la polizia catalana come ovvia alleata dell’indipendentismo per il sovvertimento violento dell’ordine costituzionale.

Trapero non parla come complice dell’indipendentismo, di cui «non condividevamo il progetto», ma come capo dei Mossos, deciso a difendere il buon nome del suo corpo di polizia. E la sua testimonianza è già parte della difesa per l’altro processo che lo vedrà imputato.

Con un eloquio diretto e rigoroso Trapero ricostruisce con precisione ogni momento, smentisce il teorema dell’aquiescenza dei Mossos e del loro allineamento alla Generalitat, come era stato enunciato la settimana precedente dai vertici delle polizie spagnole e del Ministero degli interni dell’epoca. E perciò smonta il teorema della ribellione proposto dall’accusa, perché la polizia catalana ne è uno degli assi a sostanziarlo. Lo fa con la stessa autorevolezza e semplicità che mostrava nelle conferenze stampa dell’agosto 2017, dopo le stragi jihaidiste sulla Rambla e a Cambrils, di cui riuscì a sgominare il commando in appena tre giorni.

«Noi garantivamo un nostro cordone davanti a quello dei volontari dell’Assemblea Nacional Catalana che ci separava dai manifestanti per far passare la secretaria judicial e consideravamo questa una soluzione sicura, altrimenti non l’avremmo proposta», sostiene in relazione alla manifestazione del 20 settembre davanti al Dipartimento d’Economia e all’abbandono dell’edificio da parte della delegata del giudice. Se poi si scelse di passare per la terrazza, fu perché sembrò che il lavoro della polizia giudiziaria all’interno del Dipartimento sarebbe andato per le lunghe e il cordone di polizia cominciò a sciogliersi: quella della terrazza, quindi, fu l’alternativa scelta per non perdere tempo a riorganizzarlo. Di quel giorno, come unici atti di violenza «apprendo del lancio di una bottiglia a due nostri agenti e di un gruppetto di persone, attorno alle 22, che si mise per un tratto davanti ai volontari dell’Assemblea per impedirci di formare il nostro cordone e il lancio di qualche oggetto, qualche spintone. Oltre ai veicoli danneggiati».

«Non condividevo la scelta di Pérez de los Cobos come coordinatore delle tre polizie, perché era un politico e non un operativo – ammette in relazione al dispositivo della polizia sotto mandato giudiziario per impedire il referendum –. Ma cosa molto differente sarebbe stata non rispettare gli ordini del giudice e questo non accadde mai». L’1 di ottobre i Mossos impegnarono 7850 effettivi: «Facemmo il massimo sforzo possibile e rispettammo l’ordine giudiziario. Furono chiusi 134 collegi e altri 250 non aprirono. Furono requisite 432 urne e 90.000 schede elettorali».

Quando il pubblico ministero gli contesta l’inefficacia del piano d’intervento dei Mossos, Trapero gli risponde ficcante, senza però mai perdere la calma: «Il nostro dispositivo era all’interno di un quadro congiunto, di cui una parte era a carico dei Mossos e l’altra era di pertinenza delle altre polizie. Ma l’1 di ottobre ci accorgemmo che qualcuno aveva deciso di rompere quel coordinamento per ragioni sconosciute».

Trapero sostiene di aver preferito che si andassero a visitare gli oltre 2200 collegi con una coppia di Mossos, piuttosto che concentrarsi tutti in un centinaio di centri, perché «non è che i Mossos non abbiano la facoltà dell’uso della forza, ma ce l’hanno solo per respingere gli attacchi alla polizia o a una terza persona. Facciamo attenzione a utilizzarla. De los Cobos mi disse che la salvaguardia della convivenza non poteva essere una scusa e a me sembrò offensivo».

«Alcune dichiarazioni del consigliere degli Interni Forn sul referendum, in cui ritengo ci fosse un po’ di irresponsabilità, non vennero ben accolte all’interno dei Mossos. Ma Forn era una persona discreta nei nostri confronti e fu sempre chiara la separazione tra la sua linea politica e il funzionamento del corpo di polizia». Spiega così il rapporto tra polizia catalana e govern. «In una riunione con Puigdemont, Junqueras e Forn espressi chiaramente la preoccupazione che una situazione con due milioni di persone e 15.000 poliziotti avrebbe favorito gravi conflitti, allertai sull’esistenza di gruppi radicali con una possibile attitudine diversa dalla resistenza passiva e dissi che avremmo rispettato la legge e la Costituzione». Dal Governo ci risposero: «Fate il lavoro che dovete fare». Infine, rivela: «Il 27 ottobre, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, misi i Mossos a disposizione degli organi della giustizia. Avevamo già un piano definito per arrestare il president e i consellers se ce lo avessero ordinato». Ed è una rivelazione che fa scalpore.

Difficile, sulla base di questa testimonianza, ritenere che ci furono ribellione e sedizione.

E difficile sta diventando per l’accusa anche dimostrare la malversazione. Nelle giornate precedenti, infatti, è stata la volta di imprenditori e funzionari della Generalitat. Non c’è nessuna fattura a dimostrare l’uso di fondi pubblici per finanziare il referendum, né le procedure interne alla pubblica amministrazione lasciano spazio per il pagamento di qualcosa che non si sia precedentemente impegnato. Neppure si ebbero spese per il pagamento di osservatori elettorali che non ci furono. In Catalunya arrivarono solo alcuni deputati di altri Paesi interessati a cosa stava accadendo, come era già successo in altre occasioni (spiega Albert Royo, allora segretario generale di Diplocat, un consorzio di 39 soggetti pubblici e privati per la promozione della Catalunya all’estero), in un’iniziativa di diplomazia pubblica.

https://volerelaluna.it/catalunya/catalunya5/2019/03/16/osservatorio-settimanale-14/

 

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