Barcellona, il comizio dei leader indipendentisti è in diretta dal carcere

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Il maxischermo trasmette il comizio di Oriol Junqueras presidente di Esquerra Republicana dal carcere di Madrid

Francesco Olivo   LaStampa   28.04.2019
Junqueras parla dalla prigione Soto del Real, l’ex presidente catalano Puigdemont dal Belgio. Palazzetti e teatri sono pieni di gente che ascolta i big sui maxischermi: «Sono detenuti politici»

La Spagna alle elezioni tra processi politici e ascesa delle destre

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(disegno di escif)

Victor Serri   NapoliMonitor   19.04.2019

Tempeste vengono da sud. Mancano pochi giorni alle elezioni nello stato spagnolo, convocate dal primo ministro socialista Pedro Sánchez, dopo non essere riuscito a trovare il sostegno per approvare la finanziaria. Secondo i sondaggi, i socialisti del PSOE saranno il primo partito, ma la possibilità di governare per Sánchez non sarà a portata di mano: gli mancherebbero ancora una cinquantina di seggi per avere la maggioranza. E non potrà essere Podemos, il suo principale alleato, a poterglieli offrire. Si manterrebbe quindi, la stessa instabilità del governo di pochi mesi fa.

La notizia peggiore sarà l’entrata nel parlamento del partito di estrema destra, neofranchista e conservatore, VOX, capitanato da Santi Abascal. Nei mesi passati se n’era parlato molto, dopo l’exploit alle elezioni regionali dell’Andalusia, che gli ha permesso di entrare nel governo regionale. L’altra sorpresa, sempre che i pronostici si avverino, sarebbe l’aumento di Ciudadanos, partito “di rinnovamento” neoliberale spagnolista. Il tutto a danno del Partido Popular, fagocitato dalle due giovani formazioni, che si troverà molto lontano dalla maggioranza assoluta che aveva fino a cinque anni fa.

Le differenze ideologiche e di discorso politico dei tre partiti di destra sono davvero sottili, e principalmente in ambito economico: se gli ultranazionalisti di VOX sono più conservatori e Ciudadanos più neoliberali, il PP si posiziona in un punto intermedio. Ma restano molti elementi condivisi: lo spiccato nazionalismo spagnolo (in parte condiviso con il PSOE, come nella manifestazione del 21 ottobre 2017 in cui scesero in piazza contro il referendum catalano); le continue richieste di pene esemplari ai leader indipendentisti catalani; la volontà di commissionare la Catalogna; la volontà di mantenere le tradizioni spagnole (tra cui le corride e l’imposizione della lingua castigliana in tutto il territorio nazionale). Tutte queste somiglianze sono i principali fattori della segmentazione del voto a destra, che, guardando il bicchiere mezzo pieno, non permetterebbero ai tre partiti di arrivare a una maggioranza, come invece hanno potuto fare in Andalusia. Ma nulla può essere dato per scontato, perché fattori come l’astensione o le decisioni all’ultimo momento potrebbero far variare notevolmente gli equilibri.

La crisi di Podemos

Chi si vedrà notevolmente ridimensionato sarà Unidas Podemos di Pablo Iglesias, che sembra concludere il suo ciclo politico. Il partito, nato nel 2014, si proponeva come alternativa al PSOE e al PP per rompere il bipartitismo che era stato la causa della crisi economica del 2008, raccogliendo così le istanze dei movimenti sociali come gli Indignados, o come la PAH, la piattaforma delle vittime dei mutui bancari. All’epoca si parlava di rompere il regime del 1978 (ossia il regime “democratico” emerso dalla transizione post-franchista), di poter superare il PSOE diventando il nuovo riferimento istituzionale della sinistra. Ma nei fatti, il ruolo che ha avuto il partito è stato di stampella al governo socialista di Sanchez, con conseguenti tensioni e spaccature interne. La fuoriuscita di un leader storico del partito, Iñigo Errejon (che concorrerà nelle liste comunali di Madrid fuori da Podemos), la rottura tra i “sovranisti” e i “federalisti” in Catalogna (i primi a favore all’indipendenza catalana, dentro la stessa area politica legata a Podemos), l’espulsione del portavoce catalano Dante Fachín da Podemos (perché chiese alla base di votare al referendum dell’1 ottobre 2017) sono solo alcuni sintomi della crisi interna al partito. Non solo: anche i “municipi del cambiamento”, il principale vanto di Podemos, non hanno compiuto le promesse elettorali che ci si attendeva. Infatti, molti attivisti della lotta per la casa hanno già considerato “insufficienti” le misure adottate dai comuni, i quali, nonostante tutto, continuano a mobilitarsi, come nella grande manifestazione contro la bolla immobiliare degli affitti avvenuta a Barcellona poche settimane fa.

Le prossime elezioni non sono solo una questione nazionale, ma sono forti le relazioni con gli ambiti municipali: siamo già in campagna per le comunali del 26 maggio prossimo. A Barcellona, la sindaca del cambiamento Ada Colau critica fortemente i socialisti (che sono stati fino al novembre 2017 suoi soci di governo). Diventa quindi difficile considerarli contemporaneamente come avversari politici nelle città del cambio e alleati a livello nazionale.

In questo scenario complesso, sono poche le alternative dei socialisti se vogliono governare: lo potranno fare tramite un’alleanza nazionalista con Ciudadanos o con un’alleanza “progressista” che vada da Podemos fino ai partiti indipendentisti catalani e baschi. La prima ipotesi, anche se smentita in campagna elettorale dallo stesso leader del partito arancione, Albert Rivera, non sarebbe una novità: già nel 2016, Sánchez e Rivera firmarono un patto definito “progressista e riformista”. Sicuramente darebbe meno grattacapi a Sánchez: avere un solo partito con cui negoziare e fare accordi sarà una passeggiata rispetto alla sfida di unire comunisti spagnoli e indipendentisti repubblicani catalani (che non vogliono rinunciare a un possibile referendum sull’indipendenza). Il tutto dipenderà dai risultati elettorali, e soprattutto da quel trenta per cento che, secondo i sondaggi, risulta ancora indeciso.

Un processo politico

Il tutto mentre si sta svolgendo il processo ai leader indipendentisti catalani per il referendum di autodeterminazione del 2017. Sugli accusati, leader politici e attivisti, pendono pene pesantissime, fino a venticinque anni per ribellione, e sono da più di un anno in carcere preventivo. Un processo iniziato il 12 febbraio e che durerà ancora mesi. Se per molti partiti è stato un punto chiave della propria campagna elettorale, per altri si è rivelato quasi un trampolino di lancio: il partito di estrema destra VOX, infatti, si è costituito parte civile nel processo, nella speranza di trarne un beneficio elettorale (cosa che, assieme al sostegno delle televisioni dello stato spagnolo che ne intervistano i leader quasi quotidianamente, sembra stia dando i suoi frutti).

Il processo è nella sua fase di raccolta di testimonianze: più di seicento testimoni, dei quali duecentocinquanta sono agenti delle forze dell’ordine dello stato spagnolo, le stesse che hanno redatto i verbali utilizzati dai giudici per istruire la causa: chi sta investigando, quindi, è anche il testimone dell’accusa. Testimoni con una chiara posizione ideologica, come il colonnello della Guardia Civil, Daniel Baena, il quale utilizzava un account twitter anonimo per insultare gli indipendentisti catalani. Lo stesso affermava che esisteva un clima insurrezionale già dal 20 settembre, dieci giorni prima del referendum, anche se secondo i suoi stessi verbali non si era registrato nessun atto di violenza. Affermazioni in parte considerate valide dai giudici del Tribunal Supremo, i quali non permettono di mostrare i video che metterebbero in dubbio le dichiarazioni degli agenti di polizia.

In questi due mesi di processo, abbiamo ascoltato molte testimonianze che cercavano di dimostrare la violenza necessaria per sostenere il reato di ribellione. E che, al contrario, hanno generato siparietti al limite del comico. Solo per citarne alcuni: “Ci stavano insultando in catalano, lingua che non capisco, quindi non so cosa stessero dicendo”; oppure: “Siamo arrivati al seggio mentre lanciavano oggetti” – “Che oggetti lanciavano?” – “Non lo so, non li ho visti”; o ancora: “Ho dovuto chiedere assistenza medica per le ferite che avevo” – “Come si era ferito?” – “Sfondando la porta di una scuola”. Affermazioni surreali, superate solo dalla dichiarazione dell’ex delegato del governo spagnolo Enric Millo, il quale ha affermato che i manifestanti facevano cadere gli agenti della polizia utilizzando “la trappola del sapone per i piatti”.

Oltre alla sensazione di un processo farsa, in cui le condanne sembrano già scritte, abbiamo appreso dettagli che rompono con la narrazione dominante, quella di un referendum illegale impedito dall’ordine costituito spagnolo. Si è infatti scoperto che la Guardia Civil indagava i leader indipendentisti dal 2014, epoca molto precedente all’organizzazione del referendum di autodeterminazione da parte del governo di Carles Puigdemont. Oppure che i Mossos, gli agenti di polizia catalana, erano pronti ad arrestare Puigdemont nel caso in cui fosse arrivato un ordine del giudice, invalidando così la teoria secondo la quale il governo catalano aveva il controllo degli agenti di polizia e stava approntando tutte le strutture per uno stato indipendente. Probabilmente ne sentiremo ancora delle belle, e soprattutto, potremo utilizzare le vicende del processo come un ottimo termometro dei valori democratici dello stato spagnolo.

In questo clima di repressione e aumento delle destre in Europa, anche la Spagna, paese che fino a poco tempo fa era considerato come un’isola progressista, dà il suo contributo. E forse sì, tempeste arriveranno dal sud. (victor serri)

La Spagna alle elezioni tra processi politici e ascesa delle destre

Indulti e insulti

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elmon.cat – Salvador Cot – 23/04/2019

E’ davvero significativo verificare che nella destra e la estrema-destra spagnole non passi neppure per la testa una possibile assoluzione dei processati presso il Tribunale Supremo. Non contemplano l’innocenza e nemmeno una condanna lieve. Danno per scontato che i prigionieri politici catalani resteranno rinchiusi in carcere per molti anni ancora e, di conseguenza, si dedicano a dinamitare -preventivamente- l’ipotesi che un futuro governo del PSOE possa concedere l’amnistia ai (tuttora) presunti colpevoli. Insultano affinché non indultino.

Tutto questo colpisce in quanto tutti i governi spagnoli hanno concesso una gran quantità d’indulti. Aparte la legge del “punto e a capo” che concesse l’amnistia –con effetti fino ad oggi- a tutti i criminali franchisti, sono stati indultati da José Barrionuevo a Rafael Vera, condannati per terrorismo di Stato, fino a banchieri come Alfredo Sáenz, del Banco Santander. Ci sono stati indulti sistematici per molti poliziotti e guardie civili condannati per torture e, addirittura, giudici condannati per prevaricazione.

Curiosamente, i tre partiti di destra e di estrema-destra (chiamati il trifacito) criticano degli indulti che, almeno per ora, tutti gli accusati rifiutano (n.d.t. in quanto significherebbe ammissione di colpa). Ciò dimostra ancora una volta, a quali estremi possa arrivare questa furia patriottistica che annerisce, giorno dopo giorno, una Spagna che è stata sempre comunque oscura.

 

*traduzione  Angels Fita-AncItalia

https://elmon.cat/opinio/36186/indults-i-insults

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 10

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Osservatorio settimanale
20/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini
CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 10

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Settimana di Pasqua, la decima del processo all’indipendentismo catalano, la prima della campagna elettorale per le politiche del 28 aprile. Tra una settimana si vota in Spagna e dopo un mese si torna a votare per le europee, le municipali e le “autonomiche” (che designano i presidenti delle Regioni).

Questa settimana il dibattimento in Aula è iniziato il lunedì ed è finito il mercoledì, per via delle feste, liberando alcuni giorni utili per la campagna elettorale, dato che la Giunta elettorale ha accordato agli imputati che si presentano alle elezioni politiche la possibilità di partecipare a iniziative di campagna elettorale per via telematica, al di fuori delle sessioni processuali. Perciò Jordi Sánchez e Oriol Junqueras, capolista rispettivamente di Junts per Catalunya e di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso, hanno tenuto ciascuno una conferenza stampa dal carcere madrileno di Soto del Real, con i giornalisti convocati dall’agenzia spagnola EFE e da quella catalana ACN.

I tempi processuali vanno oltre le diverse consultazioni elettorali. Il processo si concluderà presumibilmente entro la fine di giugno e la sentenza arriverà all’inizio dell’autunno. I catalani lo seguono quotidianamente attraverso la radio e la televisione pubbliche locali, o anche solo attraverso la sintesi che ne fanno i media, con un sentimento ambivalente di rifiuto e di attrazione; ne hanno appreso il linguaggio pomposo, la gerarchia delle relazioni, i tempi a volte estenuanti. I testimoni sentiti finora sono circa la metà degli oltre 500 chiamati a deporre da accusa e difesa. Solo in questa settimana ne sono passati oltre 50, agenti del corpo della Policía Nacional che l’1 di ottobre intervennero nel dispositivo di ordine pubblico per impedire il referendum in alcuni dei distretti della città di Barcellona e in diversi collegi elettorali di Girona, Lleida e Tarragona.

Il racconto dei poliziotti ripropone il medesimo cliché della settimana precedente: la denuncia di un clima di violenza e aggressività ai seggi, la stigmatizzazione del comportamento inerte dei Mossos d’Esquadra. A parlare sono agenti che quel giorno, nella gran parte dei casi, subirono contusioni di vario tipo, anche se diversi tra loro riconoscono di aver fatto uso della difesa regolamentare per aprirsi un varco tra la gente. L’accusa popolare di Vox controinterroga i testimoni insistendo nel chiedere se le persone concentrate ai seggi proferissero minacce di morte, si riferissero nei loro slogan a ETA, utilizzassero oggetti come armi di offesa.

Il primo a deporre è un comandante della Guardia Civil che, nell’autunno catalano, era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, il capo della polizia giudiziaria della Catalogna che firmò i rapporti di indagine alla base dell’istruttoria nella macro-causa contro l’indipendentismo. L’esponente della polizia militare torna a segnalare il documento “Enfocats” e l’agenda Moleskine ritrovate nell’appartamento di Josep Maria Jové, vice di Oriol Junqueras, il 20 settembre 2017. Documenti da cui, secondo il pubblico ministero, emergerebbe la strategia di ribellione poggiata sulle famose tre gambe del potere politico, della mobilitazione popolare e della polizia catalana.

«“Enfocats” è un documanto strategico e la Moleskine un documento di tipo esecutivo in cui si possono riscontrare i nomi delle persone coinvolte. Nell’agenda appare una modulazione del conflitto» sostiene il vice di Baena. E continua dicendo: «Vi si trovano i possibili scenari di un’uscita della Catalogna dalla Spagna non concordata con lo Stato e le diverse opzioni di finanziamento all’estero, con prestiti a livello internazionale. Si parla di controllo del territorio». Per quanto riguarda il clima sociale di quei giorni, distingue tra «una prima fase di protesta fino al 17-18 di settembre» e un’altra «dal 20 settembre, in cui l’atteggiamento della popolazione diventa di assedio all’iniziativa della polizia». «Si vede la connivenza di Trapero con Puigdemont», afferma, per evidenziare la complicità della polizia catalana con il Governo della Generalitat. Le indagini cominciarono nel 2015, ma furono prese in considerazione anche le manifestazioni occorse nel giorno della Diada de Catalunya fin dal 2013, considerate come «antecedenti di fatti, in grado di dare contesto all’istruttoria».

Se questi documenti non fossero sufficienti a dimostrare i delitti di ribellione e sedizione, ci sono le testimonianze dei poliziotti appunto, a denunciare come, nei giorni dell’autunno catalano, ci fosse un clima generale di tipo “insurrezionale” fomentato apposta per impedire il compimento del mandato giudiziario, con la collaborazione della polizia catalana. È un nuovo concetto di ribellione quello che si cerca di affermare da parte dell’accusa, non più la classica sollevazione in armi, ma l’esistenza di una violenza di tipo ambientale.

Osservatorio settimanale

Le “cloache” sono una struttura dello stato

 

Sia il PP (Partito popolare) che il PSOE (Partito socialista operaio spagnolo) se ne sono serviti quando erano al governo, ne hanno insigniti di onorificenze  i  protagonisti, contando sulla complicità mediatica di alcuni giornalisti.

Pere Martí   VilaWeb   9.04.2019

 

Torture. La settimana scorsa il ministro dell’Interno spagnolo faceva l’offeso perché Podem denunciava l’esistenza di ‘cloache di stato’ (rete sotterranea di complotti per attaccare, con la creazione di scandali basati su false notizie, tutti gli avversari del governo, a partire dagli indipendentisti catalani. Fu resa pubblica nel giugno del 2016, grazie ad alcune intercettazioni, risalenti al 2014, inviate da un anonimo a una testata giornalistica. Ndt.). Fernando Grande Marlaska, che come ex giudice dell’Audiencia Nacional (tribunale con giurisdizione su tutta la Spagna, ndt) è esperto in materia, ne ha negato l’esistenza, proprio come tempo addietro si era rifiutato di investigare le denunce per torture di un detenuto. Il ministro ha avallato l’operato dei servitori dello Stato e dei corpi e forze dell’ordine, accusando chi denuncia l’esistenza di ‘cloache’ di voler screditare le istituzioni, soprattutto in assenza di dati ed elementi oggettivi. Questa settimana si è saputo che hanno spiato perfino le telecamere di sicurezza dell’abitazione di Pablo Iglesias. In confronto 1984 di George Orwell è niente.

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il comissario José Manuel Villarejo

Le ‘cloache di stato’ scorrono così piene di escrementi che alla fine sono straripate con l’aiuto e il ricatto  di uno dei maggiori responsabili, il commissario José Manuel Villarejo, attualmente detenuto. Siccome adesso la vittima principale è un dirigente spagnolo, e ci troviamo in piena campagna elettorale, lo scandalo ha fatto aprire gli occhi a molta gente. In Catalogna però questo scandalo non è una novità. Da molti anni anni infatti le ‘cloache dello stato spagnolo’ agiscono contro i dirigenti indipendentisti. Le prime vittime ne sono stati Xavier Trias e Artur Mas, cui furono attribuiti conti in Svizzera poi rivelatisi inesistenti. Il sospetto, però, si era ormai diffuso. Il problema è che molte delle vittime di questa guerra sporca chiudevano gli occhi quando a subire era l’indipendentismo, perfino accusando chi era coinvolto di voler nascondere la corruzione facendo del facile vittimismo. Ada Colau ha approfittato delle false informazioni contro Trias per vincere le elezioni municipali a Barcellona.

La guerra sporca contro l’indipendentismo non è terminata. Oggi si è saputo che alla fine del gennaio 2018 un procuratore e alcuni tecnici del Ministero della Giustizia spagnolo hanno seguito  Puigdemont a Bruxelles senza autorizzazione della magistratura di quel paese, con la collaborazione di un imprenditore. E questa azione è stata realizzata senza alcun euro-ordine, perché il giudice Llarena lo aveva ritirato il 5 dicembre, e senza comunicarlo alle autorità belghe. Un atto chiaramente stragiudiziale che probabilmente la giustizia spagnola cercherà di coprire, ma che è impropria di uno stato di diritto.

Il problema delle ‘cloache di stato’ è che tanto il PP che il PSOE, quando erano al governo, ne hanno fatto uso, con la complicità dei media per diffondere le loro schifezze. Non si tratta solo di un problema del PP e di Jorge Fernández Díaz con la sua polizia politica. Riguardano anche il PSOE, con i GAL (Gruppi antiterroristi di liberazione, attivi negli anni Ottanta e finanziati dal Ministero dell’Interno per compiere atti di ‘terrorismo di stato’, ndt) come caso più eclatante, ma non occorre andare tanto lontano. Venerdì scorso (4 aprile, ndt) ha dovuto dimettersi Alberto Pozas, direttore generale dell’Informazione della Moncloa, inquisito in quanto ex direttore  della rivista Interviu nell’intrigo di spionaggio a Pablo Iglesias. Il commissario Villarejo è stato insignito per ben due volte di una Croce al Merito: la prima nel 2009, ricevuta dalle mani di Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro degli Interni; la seconda, nel 2013, consegnatagli da Jorge Fernández Díaz. Le ‘cloache  di  stato’ funzionano grazie a due elementi: la connivenza politica e la complicità mediatica. Così come esistono poliziotti corrotti ci sono  mezzi di comunicazione o giornalisti con nome e cognome che contribuiscono a diffondere le menzogne fabbricate nelle cloache.

Una delle vittorie dell’indipendentismo è stata quella di far affiorare buona parte di queste cloache. La polizia politica di Fernández Díaz è sotto inchiesta e il commissario Villarejo cerca di salvarsi spargendo fango. Le cloache, però, fanno parte del regime del 78. Sono una struttura di stato. Vi si muovono i garanti del regime e, se qualcuno ne discute, allora fanno di tutto per distruggerlo. Prima l’indipendentismo, ora Podem. La Catalogna già aveva avvisato che si trattava di un problema strutturale della democrazia spagnola, perché la transizione non aveva fatto pulizia del tutto, ma nessuno volle crederci. Villarejo cominciò la carriera come poliziotto nel 1972 nei Paesi Baschi nella lotta contro l’ETA. E già allora fu insignito di una onorificenza.

*traduzione  Raffaella Paolessi

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/les-clavegueres-son-una-estructura-destat/