Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 4

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Osservatorio settimanale

09/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 4

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«Alle 16,30 ci fu una specie di tumulto fuori perché Junqueras stava entrando nell’edificio»: riporta così l’arrivo del vicepresidente della Generalitat Motserrat del Toro, secretaria judicial del Tribunale n. 13 di Barcellona che, il 20 settembre 2017, accompagnò la Guardia Civil nella perquisizione del dipartimento di Economia.

Nel corso della sua testimonianza al Tribunal Supremo nel processo contro l’indipendentismo catalano, Motserrat abbonda di espressioni con la parola “tumulto” per riferirsi alla moltitudine di persone concentrata davanti alla Consiglieria. «Alle 18,30 si sentiva dal megafono una voce femminile che identificai con quella di Forcadell», dichiara. Anche se le finestre dell’edificio erano chiuse e, soprattutto, se quel giorno l’allora presidente del Parlamento si limitò a passare alla manifestazione senza fare alcun discorso dal palco improvvisato.

Motserrat è una testimone chiave dell’accusa, perché con lei iniziò tutto in quel 20 di settembre. Perché si disse che la presenza di una concentrazione così ingente di persone le aveva reso impossibile uscire la sera dalla stessa porta da cui era entrata al mattino, obbligandola a dileguarsi in incognito attraverso i tetti. Lo racconta alla Corte, ammettendo di avere avuto paura, e si apprende che non si trattava di un tetto ma di una terrazza e di un muretto di un metro di altezza da superare con l’aiuto di otto Mossos in borghese, per raggiungere il teatro dell’edifico a fianco da cui uscire senza dare nell’occhio. Anche se la sua fisionomia non era nota, tanto che chiede ancora oggi che la sua immagine non sia diffusa per televisione. E anche se davanti alla porta i volontari della Assemblea Nacional Catalana avevano organizzato un corridoio per permettere il transito delle autorità. Però fu allora che cominciarono i primi “suggerimenti” sulla stampa di un possibile delitto di sedizione che avrebbe portato in carcere, un mese dopo, i leader sociali dell’indipendentismo, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.

Il resto della settimana è stato occupato da altre testimonianze di rilievo, meno spettacolari di quelle dei politici dei giorni precedenti ma interessanti per la loro narrazione, opposta a quella degli imputati e a ciò che in quei giorni la stampa di tutto il mondo potè vedere e riportare. Come due verità parallele che non s’incontrano. Quella del pubblico ministero e dei suoi testimoni è tesa a dimostrare che ci fu violenza nelle mobilitazioni di massa aizzate da leader sociali e politici per sovvertire l’ordine costituzionale, con la complicità della polizia catalana: solo così, infatti, reggono le accuse di ribellione e sedizione. Anche se non ci sono prove di una violenza generalizzata ma, al più, singoli e limitati episodi, frutto spesso di percezioni o di racconti di terzi.

Tra gli ultimi politici a intervenire, il presidente del Parlamento catalano Roger Torrent ed Enric Millo, allora delegato del Governo spagnolo in Catalunya.

Millo racconta di come dall’8 settembre del 2017 «cominciò in Catalunya un clima di ostilità e intimidazione» nei confronti delle azioni della polizia giudiziaria; alcune di queste manifestazioni avevano «una evidente componente violenta». Parla di «scontri tra manifestanti e polizia in alcuni collegi» avvenuti il 1 ottobre, di persone che aggredirono i poliziotti. La sua descrizione si sofferma sulla genesi della violenza in seno ai manifestanti, ma scivola sul fairy, un detersivo per lavare i piatti a mano che, secondo Millo, i manifestanti avrebbero usato come arma, spargendolo per terra a mo’ di “trappola” per i poliziotti.

Più ficcanti le testimonianze di José Antonio Nieto e del colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, che all’epoca ricoprivano le cariche rispettivamente di segretario di Stato al ministero degli Interni e di coordinatore delle forze di polizia per il 1 ottobre. Sono loro i profeti dell’impianto accusatorio, loro che decisero d’inviare in Catalunya un contingente di 6000 unità tra Policia Nacional e Guardia Civil e che ne coordinarono l’intervento sul terreno.

A ogni perquisizione della polizia «c’era una reazione della gente che ci fece pensare che ci fosse dietro un’organizzazione», sostiene Nieto. «L’allineamento alla Generalitat dei Mossos e del major Trapero era totale», spiega, scaricando sui Mossos, «disinteressati a coordinarsi per evitare il referendum», la responsabilità per l’intervento esclusivo e solitario delle polizie spagnole ai collegi. Ci furono aggressioni di manifestanti nei confronti di poliziotti concentrati davanti ai collegi «non solo per votare ma anche per impedire alla polizia di intervenire», ma «non si produssero cariche della polizia».

De los Cobos è ancora più netto nel puntare il dito sulla responsabilità della polizia catalana: «L’attitudine dei Mossos fu di un’assoluta passività. In alcuni casi andò oltre e arrivò a impedirci d’intervenire». Per de los Cobos, la contrarietà del major Trapero ad averlo come coordinatore non riguardava solo «un tema di competenza ma era anche finalizzata a mettere il bastone tra le ruote», perché «non si poteva utlizzare come scusa la salvaguardia della convivenza per impedire l’intervento contro il referendum». «Vedemmo gente incappucciata e intenta ad allertare i votanti per impedire l’intervento della polizia. Vi era aggressività di gruppo. Non ci furono interventi contro i votanti, ma contro quelli che cercavano d’impedire la nostra azione. Non ci fu nessuna carica della polizia».

I collegi chiusi dalle polizie spagnole furono 113, si utilizzò la forza in un centinaio e i poliziotti contusi furono 120, secondo i dati riferiti da Sebastián Trapote e Ángel Gonzalo, comandanti in Catalunya per il 1 ottobre, rispettivamente della Policia Nacional e della Guardia Civil.

A testimoniare, nel mezzo, un gruppo di professionisti che, in quel periodo, avevano prestato servizi di pubblicità alla Generalitat. Tutti negano di essere stati pagati per le loro prestazioni, confermando di averne abbuonato il credito.

https://volerelaluna.it/catalunya4/2019/03/09/osservatorio-settimanale-13/

 

Lettera aperta a Enrico Mentana

Vi invitiamo a leggere la lettera aperta e sottoscriverla. Mandate un e-mail a   italia@assemblea.cat con nome e cognome e qualifica, grazie.

 

 

Gentile dott. Mentana,

il processo che si svolge in questi giorni a Madrid, come senz’altro saprà, solleva molti dubbi e – a nostro avviso – ha risvolti importanti non solo per i catalani ma anche per la democrazia spagnola ed europea. A sedere sul banco degli imputati sono numerosi esponenti politici e i leader delle due principali associazioni civili della Catalogna, privi di cariche istituzionali; quasi tutti si trovano in regime di detenzione preventiva, in molti casi da ben oltre un anno. Le accuse loro rivolte sono gravissime, con richieste di pena che arrivano sino a 25 anni. Tra i reati contestati vi è la “ribellione”: si tratta, per capirci, della stessa figura criminosa utilizzata per chi, nel 1981, entrò con le armi in Parlamento e portò in strada i carri armati. Nella tipizzazione di tale reato, il codice penale spagnolo richiede l’elemento della “rivolta violenta”.

Le immagini trasmesse da La7 il 27 febbraio, in un servizio del telegiornale che dirige, ci sono apparse in tal senso fuorvianti. Associare il video degli scontri tra polizia e gruppi di estrema destra nel “Día de la hispanidad” (12 ottobre) al referendum catalano (primo ottobre) significa alimentare una narrazione dei fatti che appare assurda a tanti: a tanti catalani, indipendentisti e non; a tanti spagnoli; a tanti media e osservatori internazionali; a tanti di coloro che conoscono – più o meno direttamente – il carattere civile, pacifico e democratico del movimento indipendentista.

Le immagini di violenza del primo ottobre 2017 senz’altro esistono, e sono innumerevoli. Si tratta però della violenza messa in atto dalle forze dell’ordine: che partono da ogni angolo della Spagna per la Catalogna al grido minaccioso di “a por ellos”; che picchiano votanti e manifestanti intenti a resistere pacificamente, con le braccia alzate, in difesa dei seggi; che sparano proiettili di gomma e usano spray tossici sui cittadini. 

È vero: delle immagini equivoche, nel quadro di un generalizzato disinteresse dei media italiani per la vicenda della Catalogna, sono forse poca cosa. Sarebbe stato utile, ad esempio, parlare del processo – iniziato oramai da tre settimane – non tanto in occasione della (surreale) testimonianza di Mariano Rajoy, ma fin dai primi interrogatori degli imputati. Dichiarazioni come quelle di Raül Romeva e Jordi Cuixart, il riconoscimento, nelle loro parole, della traiettoria politica, culturale, umana degli imputati, interrogherebbero – le assicuriamo – la coscienza di qualsiasi persona che abbia a cuore la democrazia e i diritti. Chiedere questo significherebbe però sindacare scelte che, come ovvio, ineriscono esclusivamente alla testata che dirige. Una selezione più meditata delle immagini da associare ad un pezzo di giornalismo riteniamo attenga invece ad esigenze di genuinità dell’informazione.

Per tale ragione ci siamo permessi di segnalare i fraintendimenti che quel servizio rischia di generare e alimentare; certi, peraltro, che non fosse questo l’intento, dato il modo in cui in passato si è sempre posto di fronte alla complessità della questione catalana.

 

 

Anna Amat, CNR Perugia – Daniele Amoroso, Università di Cagliari – Matteo Angioli, Partito Radicale

Sara Antoniazzi, Università Ca Foscari di Venezia – Francesco Ardolino, Universitat de Barcelona – Silvia Bel, attrice

Enric Bou, Università Ca Foscari di Venezia – Marco Calaresu, Università di Sassari – Sergio Caserta, attivista e blogger

Pietro Cataldi, Rettore Università per stranieri di Siena – Adriano Cirulli, Università La Sapienza – Gemma Teresa Colesanti, ISEM CNR

Alessandro Corda, Queen’s University, Belfast – Gaetano Damiano, bibliotecario presso l’Archivio di Stato di Napoli

Nancy de Benedetto, Presidente Associazione italiana di studi catalani, Università di Bari – Federico Fenaroli, Università di Oslo

Gennaro Ferraiuolo, Università di Napoli Federico II – Luigi Foffani, Università di Modena e Reggio Emilia

Gabriella Gavagnin, Universitat de Barcelona – Cesare Minghini, sindacalista CGIL – Cèlia Nadal, Università per stranieri di Siena

Elena Pistolesi, Università per stranieri di Perugia – Nuria Puigdevall, Università di Napoli Federico II

Patrizio Rigobon, Università Ca Foscari di Venezia – Simone Sari, Universitat de Barcelona

Rossella Selmini, Università del Minnesota – Jaume Subirana, scrittore, Universitat Pompeu Fabra de Barcelona

Fiamma Terenghi, Università di Trento – Michael Tonry, Università del Minnesota – Ramon Tremosa, parlamentare europeo

Gianni Vernetti, ex sottosegretario agli Affari esteri – Pau Vidal, scrittore e traduttore

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 3

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Osservatorio settimanale

02/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 3

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«Non passerete! E se passerete quando tutti avremo smesso di vivere, saprete d’avanzo a che prezzo si abbatte un popolo degno e libero. Ma non avverrà! Per molto che facciate, non passerete!»: planano queste versi dello scrittore e musicista catalano Apel-les Mestres nella Sala del Tribunal Supremo, nella terza settimana del processo contro l’indipendentismo catalano. Un poema scritto durante la prima guerra mondiale e poi recuperato dalla resistenza repubblicana contro Franco, nella guerra civile spagnola.

Li recita Jordi Cuixart nell’originale catalano nel corso della sua deposizione, perché nell’atto di accusa della Procura generale gli viene contestato l’uso dello slogan “No pasarán” come indizio di un delitto di ribellione, per cui vengono richiesti 17 anni di carcere. E planano in piazza a Barcellona, davanti alla sede di Òmnium Cultural di cui Cuixart è presidente, tra la gente assiepata davanti a uno schermo.

Cuixart è in prigione da 500 giorni per aver organizzato, assieme a Jordi Sánchez, la manifestazione pacifica e di massa del 20 settembre 2017 davanti al Dipartimento di Economia a Barcellona, in protesta contro l’entrata della polizia spagnola negli edifici della Generalitat. Rivendica la sua identità di leader sociale: «Sono un prigioniero politico, non un politico prigioniero». E aggiunge: «Prima del 16 ottobre a me e a Sánchez non ci conosceva nessuno, quando ci avete messo in prigione ci avete convertito in referenti sociali». «L’obiettivo di Òmnium – prosegue – è rafforzare la democrazia e mai rinunceremo all’espressione dei diritti fondamentali». Il referendum dell’1 di ottobre «è stato il più grande atto di disobbedienza civile in Europa», perché «il diritto di sciopero si vince scioperando, il diritto a manifestare si vince manifestando e il diritto a votare in Catalogna si vince votando».

L’ultimo interrogatorio è di Carme Forcadell che nell’autunno 2017 era presidente del Parlamento catalano. Anche lei, accusata di ribellione e in prigione dal marzo 2018, è colpita da una richiesta di pena di 17 anni di carcere. La sua deposizione insiste sulle prerogative di un Parlamento. «La presidenza non ha la potestà di valutare il contenuto degli atti parlamentari, altrimenti si converte in un organo censorio» ribatte all’accusa di aver consentito il passaggio in Parlamento delle proposte di legge sul referendum e sul regime transitorio poi impugnate dal Tribunal Constitucional. «Nel Parlamento si deve poter parlare di tutto – insiste –. L’unico limite al dibattito parlamentare è il rispetto dei diritti umani». Nelle sue funzioni di presidente non godeva di nessun voto particolare: «Perciò non capisco perché io sono interrogata da questo tribunale, mentre i miei compagni di presidenza verranno processati in Catalogna, con l’accusa di disobbedienza».

Nei due giorni successivi è il turno dei testimoni, i primi a sfilare sono i politici. Ed è la prima volta in cui anche l’estrema destra di Vox fa domande, perché i testimoni non possono rifiutarsi di rispondere. Quando Antonio Baños e Eulalia Reguant, ex-deputati della Candidatura d’Unitat Popular, dichiarano di non voler rispondere all’accusa popolare «per dignità democratica e anti-fascista», il presidente della Corte Manuel Marchena li rinvia al giudice di turno, che commina loro una multa di 2.500 euro.

A sfilare è mezzo Governo spagnolo in carica all’epoca dei fatti. L’allora presidente Mariano Rajoy insiste nel mantra secondo cui «Non ci fu nessun referendum» e «sul referendum non ci fu mai nulla di cui parlare». «Mi cercarono in molti allora, ma non ci fu nessun mediatore» afferma. Salvo essere smentito il giorno dopo dal lehendakari (presidente del Governo della Comunità autonoma dei Paesi Baschi) Iñigo Urkullu, che riferisce invece dei numerosi incontri e conversazioni con Rajoy e Carles Puigdemont, nel tentativo di stabilire un dialogo tra i Governi spagnolo e catalano. «Mai il presidente del Governo spagnolo può liquidare la Costituzione e la sovranità nazionale» insiste Rajoy e scarica la responsabilità di tutto sugli indipendentisti: «Se non si fosse convocata la gente a un referendum illegale non avremmo visto queste immagini» commenta dopo la proiezione di un video sulle cariche della polizia spagnola in un collegio elettorale. «Mi occupavo della gestione politica. Sul dispositivo di sicurezza parlavo con la vicepresidente» conclude Rajoy.

Ma anche l’ex-vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría nega di essere intervenuta sul dispositivo di sicurezza, rinviandolo alla responsabilità del Ministero degli Interni. Mentre usa parole simili a quelle degli scritti dell’accusa, parlando dell’esistenza di una «muraglia umana e lancio di oggetti che stavano impedendo il compimento del mandato giudiziario».

Neppure l’ex-ministro degli interni Juan Ignacio Zoido riesce a chiarire chi ordinò le cariche della polizia nella mattina del 1 ottobre, né soprattutto chi le fece interrompere nel pomeriggio, ma afferma che «l’uso della forza fu razionale e proporzionato».

L’ex-ministro delle Finanze Cristóbal Montoro, in relazione all’accusa di distrazione di risorse pubbliche, ammette che «tutti i fondi della Generalitat erano soggetti a controllo dello Stato dal settembre 2017», ma, aggiunge, «non si può mai escludere del tutto l’assenza di frode e per questo ci sono le indagini giudiziarie e della polizia».

Tra i testimoni sfilano deputati ed ex-parlamentari di Esquerra Republicana, di Podemos, ex-presidenti del Parlamento catalano, l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas, funzionari della Generalitat indagati altrove nella macro-causa contro l’indipendentismo, spezzettata tra Tribunal Supremo, Audiencia Nacional, Tribunale n. 13 di Barcellona. Ci sono fatti oggetto d’indagine anche nel Tribunale n. 7 di Barcellona, dove il Comune si è costituito come accusa popolare contro la violenza della polizia spagnola il 1 ottobre, come spiega la sindaca Ada Colau, dopo aver dichiarato che «l’1 ottobre fu della gente, di migliaia di persone auto-organizzate», una mobilitazione pacifica e di massa, di cui le cariche della polizia alterarono il carattere.

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https://volerelaluna.it/catalunya/catalunya3/2019/03/02/osservatorio-settimanale-12/

 

La piazza del processo

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1 Mar 2019 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

Terza settimana del processo all’indipendentismo catalano a Madrid e due foto a raccontarla. La prima immagine è fuori dalle aule del Tribunal Supremo, fuori dalla capitale dello Stato. E’ in un tratto di strada nel cuore di Barcellona, fattosi piazza, davanti alla sede di Òmnium Cultural, nella mattina di un giorno feriale, ove oltre un migliaio di persone è accorso ad ascoltare la deposizione di Jordi Cuixart davanti ai giudici, trasmessa in diretta attraverso un mega-schermo. E alla fine della giornata, l’associazione che Cuixart presiede, sarà cresciuta in appena 24 ore di oltre 4.000 soci. Il secondo scatto, invece, è dall’interno del tribunale, quando la sindaca Ada Colau, che non è indipendentista, citata come testimone, lamenta che Cuixart e gli altri imputati stiano in carcere, “perché se stanno qui per l’1 di ottobre, allora dovremmo esserci in milioni di persone”.

Tre settimane di dibattimento con le arringhe della difesa e dell’accusa, gli interrogatori delle 12 persone imputate dei delitti di ribellione, sedizione, disobbedienza e distrazione di fondi pubblici che ne hanno visto crescere la leadership e le testimonianze dei politici, tra cui Mariano Rajoy e mezzo governo che gestì il commissariamento delle istituzioni catalane attraverso l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. E quello che si è potuto apprezzare finora è una pubblica accusa non ben preparata sugli atti istruttori, di cui si percepisce l’ignoranza sulla situazione catalana e che più in generale non ha idea di come si organizzi una manifestazione di massa.

In evidente difficoltà nel dimostrare il presupposto del delitto di ribellione, perché ogni video, ogni tweet che si riferisce all’autunno catalano rinvia al carattere pacifico del movimento. Gli osservatori internazionali che seguono il processo si stupiscono per la sua carica politica, perché i fatti contestati non vanno molto oltre l’esistenza di alcuni veicoli della Guardia Civil danneggiati nel corso di una manifestazione di decine di migliaia di persone e non si apprezza l’esistenza di prove a sostanziare le accuse. Ma questo non vuol dire che il pubblico ministero rinunci a riaffermare il suo impianto accusatorio.

Il processo trasmesso in diretta dalle televisioni e dalle radio pubbliche e private in Catalogna sta facendo battere ogni record di audience. Non così nel resto della Spagna. La televisione pubblica spagnola lo trasmette solo nell’area catalana, nel resto dello Stato l’unico sistema per seguirlo integralmente è per streaming. Non c’è un gran coinvolgimento della stampa e dell’opinione pubblica spagnole, complice anche la pre-campagna elettorale per le generali del 28 aprile. Anche se la Catalogna continua a esserne l’argomento centrale.

https://www.affarinternazionali.it/blogpost/la-piazza-del-processo/

 

Una persona che decise di andarsene

 

Vilaweb.cat – Marta Rojals – 25.02.2019

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Domenica scorsa, nella stessa mattinata in cui il presidente spagnolo Pedro Sánchez deponeva fiori monarchici sulla tomba del poeta Machado (fervido repubblicano), e alla stessa ora in cui la truppa de la presidentessa del partito Ciudadanos, Sig.ra Arrimadas, scherniva gli esiliati a Waterloo, io ero in visita presso uno spazio dove –rischio, dài– né il presidente spagnolo né il capo dell’opposizione del parlamento, non hanno mai messo piede: il Museo Memoriale dell’Esilio, che si trova nel municipio di la Jonquera (n.d.t. a ridosso del confine con la Francia).

 

A meno che non si possieda un cuore di pietra, è davvero difficile uscire da una visita come questa senza restarne colpito. Il percorso trasmette vivamente il trauma della diaspora repubblicana, documenta l’esperienza dell’esilio e culmina con l’eredità politica, scientifica e culturale che ci ha lasciato. Ma lo shock continua al di là della mostra perché, dal punto di vista politico, e salve le distanze del cambiamento epocale, i collegamenti con la situazione attuale vengono da sé.

Una de le conclusioni è che tutte le scuole dovrebbero visitarlo ma, ovviamente, l’insegnante che si azzardasse a proporre una cosa del genere, vista l’esperienza post-1 di Ottobre (quando alcuni insegnanti furono denunciati per aver discusso sulla giornata del referendum in classe), dovrà essere pronto a ricevere la censura relativa. Salvando le distanze, ancora, con gli insegnanti denunciati in tempi passati: perché oggi, se restringono la tua libertà accademica senza depurarti o, ancora meglio, senza condannarti penalmente, è un privilegio che gli indipendentisti non sanno apprezzare né ringraziare come si deve.

Torno un istante al museo per estrarne una citazione bianca scritta su un muro nero: ‘”La libertà vive lontano da qui, e ciò è l’esilio”, Il re Lear, William Shakespeare (1564-1616).’ Ci torno perché la definizione è tanto precisa quanto senza tempo, trattando questo articolo sul corso del tempo. Guarda se potrebbe essere facile, con una frase così semplice da capire –’la libertà vive lontano da qui’–, dissipare i dubbi di quelli che si rifiutano di riconoscere gli esiliati catalani di questo nuovo secolo. Negazionisti che non sono solo Arrimadas, né altri eredi dei vincitori della guerra civile, e non bisogna spostarsi agli estremi per ascoltare una Mónica Oltra (sinistra-verdi) parlando di ‘soldoni’ di Puigdemont, o un Miquel Iceta (socialista) riducendo la condizione del presidente al capriccio di una persona che “ha deciso di andarsene”. E questo è così perché la disumanizzazione degli indipendentisti è trasversale in tutto lo spettro spagnolista, uno spagnolismo per il quale il dolore dell’avversario sembra troppo poco.

 

A loro pare poco il dolore di concittadini –politici, rapper, attivisti– che, per non aver voluto confrontarsi con loro civilmente, hanno visto che la loro libertà viveva lontano da qui. Sembra poco il dolore di attraversare la frontiera senza data di ritorno perché non sono andati via con scarpe di cartone e con i bambini in braccio. A loro pare poco il dolore di lasciare indietro la propria casa, il proprio paesaggio, la lingua delle proprie strade, perché non è avvenuto sotto il fischio mortale degli spari e delle bombe. E’ troppo poco dolore, per i loro gusti, mangiare tre volte al giorno lontano indefinitamente dai tuoi, perché non soffri la fame come ottant’anni fa, né disagi come a 3.000 km. a est. Quale trappola, utilizzare un’ingiustizia per giustificare l’altra: è come dire: eh! europea, europeo, basta di piagnucolare per i diritti x, y e z, che nel medioevo o in Somalia per molto meno ti avrebbero già lapidato.

 

Per lo spagnolismo mainstream, il fatto che alcuni abbiano cercato la libertà presso democrazie avanzate è tutto fuorché esilio, aggrappati all’argomento fallace che la maggior parte degli indipendentisti non hanno fatto le valigie. Quale diritto abbiamo di lamentarci quando questa maggioranza nostra, alla peggio, potrebbe leggere comodamente in poltrona le citazioni giudiziarie: raccontaglielo a Tamara Carrasco (agli arresti domiciliari da tempo), agli insegnanti indagati e alle centinaia di processati che sfilano nei tribunali senza tanto rumore mediatico. Stanno perdendosi tutto questo: la ‘persona che decise di andare via’ e gli altri ‘fuggiaschi’. Ah no!, quello che stanno evitando è il carcere.

 

Non è esilio, è privilegio: questo è il messaggio. Sono cose da privilegiati, e non da esiliati, il fatto di poter inviare delle mail, fare video-conferenze, scambiare whatsapps con la vita rimasta sospesa dall’altra parte dello schermo. Il loro esilio non è considerato per non essere all’antica, per non essere come quello dei musei, per non essere documentato in bianco e nero. Quando tutti sanno che nel secolo XXI, o nel XX, o nel XV, gli eventi più importanti della vita, dai più dolci ai più terribili, non passano per una sessione di Skype.

Soltanto dire il cognome del ministro catalano Comín dovrebbe far tacere trentamila bocche putrefatte (n.d.t. il fratello in fase terminale, si è fatto trasferire in Belgio per poter morire con tutta la famiglia unita accanto a sè).

L’esilio, oggi, qui, è questo: esiliati con il cellulare, computer e biglietti di aereo ma il privilegio ce l’ha qui pretende di negargliene la condizione –fuggiaschi, fuggiti– con l’artificio di un cambio di nome.

traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/waterloo-arrimadas-opinio-marta-rojals/