Caos catalano, la parola agli indipendentisti

 

Caos catalano, la parola agli indipendentisti: “Siamo diventati il capro espiatorio della Spagna, l’Italia e l’Europa ci diano una mano”

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Alfed Bosch, ministro degli esteri della Generalitat catalana: “Dare a noi la colpa dell’ascesa dell’estrema destra è come dire che i sovranisti prendono tanti voti per colpa dei migranti. La nostra colpa è esistere? Vogliamo far scegliere democraticamente il popolo”

606Andrea Fioravanti Giornalista professionista

http://www.linkiesta.it     18.02.2019

 

Da almeno due anni i partiti indipendentisti catalani sono diventati il capro espiatorio della politica spagnola. Il premier Pedro Sanchez li incolpa di aver fatto cadere il governo perché hanno bocciato la legge di bilancio come ripicca per non aver avuto un segnale di distensione nel negoziato sull’indipendenza. Il Partito popolare non vuole trattare con loro per non legittimarli. E addirittura il partito di estrema destra Vox ha promesso di modificare la Costituzione per togliere per sempre l’autonomia della Catalogna. Nel frattempo i sette leader separatisti che tentarono la secessione nell’ottobre del 2017 sono in carcere, e Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat e per qualche giorno capo della “Repubblica Catalana”, vive da esule a Bruxelles. Sono in tutto dodicii separatisti accusati di ribellione, appropriazione indebita e disobbedienza. Martedì è iniziato a Madrid il processo e rischiano 25 anni di carcere.240px-Alfred_Bosch_retrat_oficial_2018

A Barcellona è rimasto Alfred Bosch consigliere degli Affari esteri del Governo catalano, uno degli ultimi leader indipendentisti a piede libero. «Chiediamo al governo italiano e a quelli europei di far rispettare in Spagna i diritti umani. Dovete permettere ai catalani di votare senza essere picchiati dalla polizia e di non essere messi in carcere per le proprie idee. Il diritto al voto non può essere un crimine».
Ecco Bosch, partiamo dal voto. Il governo Sanchez ha indetto le elezioni anticipate per il 28 aprile dopo che avete bocciato la sua legge di bilancio. Gli osservatori politici dicono che è stata una ripicca perché il premier non ha nominato un mediatore per risolvere la questione catalana.
Chiariamo una cosa: è stata una decisione di Pedro Sanchez e solo sua. Solo lui può indire nuove elezioni, non certo io. La verità è che ha voluto forzare la mano. Ma aveva tante opzioni differenti sul tavolo.

Quali?
Continuare a prorogare il vecchio bilancio fino al 2020 come ha fatto negli ultimi mesi. Oppure continuare a dialogare con noi repubblicani nel negoziato per trovare una soluzione democratica. Ovvero quello che ha concordato a dicembre in un comunicato congiunto con il presidente della Generalitat, Quim Torra.

Perché secondo lei Sanchez ha indetto nuove elezioni?
È stato un calcolo politico. Lo rispettiamo, però non date la colpa a noi. Chiedevamo solo un mediatore internazionale che trovasse un punto d’incontro tra Madrid e Barcellona. E poi pretendiamo quello che ci è stato promesso a dicembre: di poterci sedere a questo benedetto tavolo del negoziato.

Voi volete l’indipendenza, il governo Spagnolo no. Cosa può cambiare un negoziato, seppur democratico?
Tutto. Può far trovare una soluzione politica da presentare agli elettori e come in tutte le democrazie far decidere al popolo con un voto. Ma almeno parliamone. Sediamoci insieme a un tavolo e creiamo un clima di fiducia. Così potremo parlare di questa e altre cose.

Mi permetta di tradurre dal politichese: se il governo avesse aperto al negoziato avreste approvato la legge di bilancio.
Forse. Ma il governo socialista ha deciso di rimangiarsi la promessa e di non voler più discutere dell’indipendenza con noi e di andare alle elezioni. Forse Sanchez non ricorda che è diventato primo ministro nel giugno del 2018 anche grazie ai nostri voti.

Dopo le elezioni si riproporrà lo stesso problema. Cosa chiedete al prossimo governo?
Tre cose. La prima è il metodo: il dialogo. Senza si aumenta solo la tensione sociale. Secondo un mediatore straniero, terzo e imparziale, non coinvolto nella questione. Una persona d’esperienza che magari ha partecipato già a tavoli negoziali del genere. Terzo, una soluzione democratica. Certo dobbiamo ammettere che con Sanchez avevamo fatto grandi passi in avanti visto che il suo predecessore, Mariano Rajoy, ci ha sempre ignorato.

Il rischio per voi è che non troverete più un governo conciliante. Uno dei partiti in ascesa, Vox, addirittura ha promesso di togliervi l’autonomia.
Beh, è chiaro che non vogliamo un governo xenofobo. Ma neanche un esecutivo conservatore (il partito popolare, ndr), in molti aspetti intollerante che ha mandato la polizia a picchiare le persone, ferendone mille, solo perché avevano votato in un referendum e applaude quando si mandano i leader politici in prigione.

 

Darci la colpa dell’ascesa di Vox perché vogliamo l’indipendenza è come dire che in Europa cresce l’estrema destra per colpa dei migranti.”            Alfred Bosch

 

Siete coscienti però di essere diventati il capro espiatorio della nazione? Molti analisti imputano alla questione catalana l’ascesa dell’estrema destra.
Darci la colpa dell’ascesa di Vox perché vogliamo l’indipendenza è come dire che in Europa cresce l’estrema destra per colpa dei migranti. La nostra colpa è quella di esistere? È ingiusto e lontano della realtà. Di questo passo ci daranno pure la colpa per il buco dell’ozono. Non scherziamo, la questione catalana non è una buffonata ma un problema serio per il Regno di Spagna e tutta l’Europa. Bisogna trovare una soluzione democratica.

Chi appoggerete alle elezioni del 28 aprile?
Faremo il massimo per far votare il nostro partito Esquerra Republicana. Con la nostra forza continueremo a fare come sempre: spingere per il dialogo. Se Sanchez e i socialisti ci verranno incontro potremmo sostenerli di nuovo, ma solo in cambio di un tavolo negoziale. Il nostro dovere non è dare un appoggio a un partito ma trovare una soluzione.

E se la soluzione politica, trovata in modo democratico, attraverso il dialogo e da far votare ai cittadini fosse solo una maggiore autonomia?
Il mio partito politico si chiama Esquerra Republicana. È chiaro che io vorrei una repubblica catalana indipendente, penso che sarebbe la soluzione ideale per migliorare la vita della mia gente. Però prima di essere repubblicani siamo persone, e vogliamo che la gente faccia scelte democratiche. Per questo accetteremo tutte le decisioni che prenderà il popolo catalano.

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Martedì è iniziato il processo per dodici leader separatisti. Come sta vivendo umanamente la consapevolezza che i suoi colleghi e amici potrebbero rimanere in carcere per 25 anni?
È dura: li conosciamo da sempre, così come le loro mogli, i mariti, i figli piccoli. Non stanno passando un bel momento psicologico ma anche finanziario. Però ci consola una cosa: sapere che sono il nostro riferimento politico. Sono persone forti, fortissime, che rappresentano la nostra determinazione e promuovono gli ideali dell’Europa di Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer.

Loro però non si sarebbero mai immaginati una Catalogna fuori dalla Spagna.
Vero, ma come i nostri leader hanno sempre scelto la via del dialogo. E loro venivano dalla catastrofe di due guerre mondiali. Noi catalani difendiamo gli stessi valori di democrazia e tolleranza. Crediamo che l’unico modo di cambiare le cose, anche quelle che non avremmo mai previsto, si risolvono parlando e votando, non mettendo i politici in carcere.

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/02/18/caos-catalano-la-parola-agli-indipendentisti-siamo-diventati-il-capro-/41117/

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 1

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Osservatorio settimanale

16/02/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI  / 1

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I primi tre giorni

È cominciato martedì 12 febbraio, presso il Tribunal Supremo di Madrid, il processo (Causa Speciale 20907/2017) ai 12 leader dell’indipendentismo catalano che nell’autunno del 2017 realizzarono il referendum del 1 ottobre, che portò alla dichiarazione unilaterale di indipendenza il 27 di quello stesso mese. La risposta del Governo spagnolo, allora guidato dal popolare Mariano Rajoy, fu l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione con il commissariamento della Generalitat, il carcere per metà del Governo (l’altra metà si rifugiò all’estero) e la celebrazione di elezioni catalane il 21 dicembre del 2017, elezioni in cui i partiti indipendentisti riconquistarono la maggioranza parlamentare.
Il processo è iniziato all’indomani della sospensione del dialogo con la Generalitat da parte del Governo del socialista Pedro Sánchez, stretto tra le critiche interne al suo partito e la destra in piazza. Viene celebrato in contemporanea con la bocciatura della finanziaria da parte dei partiti indipendentisti, che ha fatto saltare la fragile maggioranza che aveva permesso nel luglio scorso la cacciata dal governo del Partito popolare. E continuerà nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche anticipate del prossimo 28 di aprile.

Sul banco degli imputati, cinque ex-consiglieri e il vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras, l’ex-presidente del Parlament Carme Forcadell e i due leader dell’associazionismo indipendentista, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart. Tutti in prigione preventiva da tempo, anche oltre un anno. Tutti accusati di ribellione, e chi era al governo anche di malversazione di fondi pubblici, con una richiesta di pene tra i 16 e i 25 anni di reclusione. A essi si aggiungono altri tre ex-consiglieri in libertà vigilata, accusati di disobbedienza e malversazione, con richiesta di 7 anni di carcere.
L’accusa è rappresentata dalla Procura Generale, dall’Avvocatura dello Stato e dal partito di estrema destra Vox, nella sua componente popolare.

I primi due giorni sono stati occupati dalle considerazioni della difesa e dell’accusa

Il pubblico ministero ha confermato l’impianto accusatorio contenuto nella sua memoria processuale, per giustificare l’imputazione del delitto di ribellione. Questo delitto richiede l’esercizio della violenza, come fu nel caso del tentato golpe di Stato del colonnello Antonio Tejero il 23 febbraio del 1981. Una violenza che, invece, nel corso dell’autunno catalano e di tutto il procés non c’è mai stata, come hanno ritenuto le autorità giudiziarie di Belgio e Germania, negando, per assenza del relativo presupposto, l’estradizione richiesta per Carles Puigdemont e gli altri indipendentisti esiliati. Ma nella macro-causa contro l’indipendentismo, l’accusa indvidua la violenza nella pressione delle masse popolari sulle forze dell’ordine, il 20 settembre e il 1 ottobre, per impedire il compimento del loro mandato. Aggiungendo che, se ci fu un uso della forza da parte delle polizie spagnole, esso fu indotto dalla presenza massiccia e minacciosa dei manifestanti.
Le difese, pur con accenti differenti al loro interno, hanno denunciato la violazione delle libertà e dei diritti fondamentali che si vanno compiendo nel processo: dalla libertà di espressione al diritto di protesta, dal diritto al giudice naturale stabilito per legge a quello alla libertà personale. Un processo, secondo l’avvocato capofila della difesa, che ha per oggetto un progetto politico, un’ideologia concreta.

Nel terzo giorno sono cominciati gli interrogatori degli imputati

Il primo a rispondere è stato Oriol Junqueras. Fin dalle prime parole ha chiarito il senso della sua deposizione: dichiarandosi prigioniero politico, ha annunciato che avrebbe risposto solo alla difesa. Junqueras si è assunto le responsabilità di quanto fatto allora dal Governo «perché dovevamo eseguire il mandato democratico», ma sempre rivendicando il dialogo «perché quando c’è una mobilitazione pacifica prolungata nel tempo bisogna darle una soluzione politica». «Mai, mai, mai abbiamo accettato né avallato la violenza. Non lo dico io, ma l’opinione e la stampa mondiale». «Votare non è un delitto, ma impedirlo con la forza sì che è un delitto», ha affermato, riferendosi al referendum del 1 ottobre.
Quindi è stata la volta di Quim Forn, anche lui in carcere, ex-conseller degli interni, alle cui dipendenze sono i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Ha risposto alle sole domande della Procura Generale e dell’Avvocatura dello Stato, oltre a quelle del suo avvocato. La sua strategia difensiva si è differenziata da quella di Junqueras, anche per il ruolo ricoperto nel Governo. Perciò ha insistito nel distinguere la sua adesione politica al progetto indipendentista dall’attività del suo dipartimento: «Ero d’accordo col referendum ma non ho mai utizzato il dipartimento per questo. Anzi, dissi ai Mossos che avrebbero dovuto eseguire gli ordini giudiziari». Come Junqueras, ha rivendicato la legittimità del ricorso alle urne, l’assenza di violenza nell’indipendentismo e la necessità di una soluzione politica.

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https://volerelaluna.it/catalunya/2019/02/16/osservatorio-sul-processo/

 

Barcellona in piazza

 

Barcellona in piazza: “A Madrid processo politico”

Di Euronews  •     16/02/2019 

La manifestazione degli indipendentisti catalani era annunciate e puntuale è arrivata. Enorme.

A Barcellona dove almeno 200mila persone, mezzo milione per gli organizzatori, hanno manifestato per denunciare che a Madrid c’è in corso un processo politico: quello ai 12 indipendentisti catalani accusati di sedizione in riferimento al referendum per l’autonomia della regione del 2017.

“L’auto-determinazione non è un crimine”, lo slogan della piazza che guarda anche alle elezioni politiche anticipate del 28 aprile.

A proposito il primo ministro uscente Pedro Sanchez ha comunicato l’esito del primo sondaggio che risulta favorevole al suo partito, il partito socialista, che vincerebbe circa 116 su 350 seggi mentre ai popolari ne andrebbero più o meno 75. (Sondaggio GESOP per El Periodico ).

Uno scenario in cui, comunque, neanche il partito vincitore potrebbe governare senza alleanze.

 

https://it.euronews.com/2019/02/16/barcellona-in-piazza-a-madrid-processo-politico

 

Il caso speciale 20907/2017

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14 Febbraio 2019

Catalogna, il caso speciale 20907/2017: cos’ha di tanto speciale?

di Fulvio Capitanio

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Si è appena avviato a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017, il processo contro i prigionieri politici catalani. Facciamo un poco d’ordine in questa complessa vicenda e cerchiamo di capire chi sono le persone processate, quali sono i capi d’imputazione e le richieste delle accuse. Inoltre, per evitare confusione, sarà necessario spiegare alcune differenze importanti del procedimento penale spagnolo rispetto a quello italiano.

Ricordiamo innanzitutto chi sono gli imputati in questo processo. Oriol Junqueras, Jurdi Turull, Joaquim Forn, Raül Romeva, Dolors Bassa, Josep Rull, rispettivamente ex vice presidente ed ex membri del governo della Catalogna, Carme Forcadell ex Presidente del Parlamento della Catalogna, Jordi Cuixart, presidente della associazione culturale “Omnium Cultural” fondata nel 1961 con oltre 130.000 soci e infine Jordi Sanchez, ex presidente dell’associazione di promozione civica e politica Assemblea Nazionale Catalana fondata nel 2011 e con circa 100.000 soci.

Tutti attualmente in prigione preventiva, alcuni di loro da 15 mesi. Merixell Borràs, Carles Mundó, Santi Vila, tutti ex membri del Governo della Catalogna, imputati anche loro in questo processo sono invece in libertà condizionale sotto cauzione. Poi, essendo stato il processo sdoppiato in due tronconi, altri sei ex parlamentari in libertà condizionale saranno invece giudicati dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna.

Inoltre vi sono altri ex membri del Governo e del parlamento catalano che non saranno processati perché assenti, avendo scelto di non presentarsi all’ordine di comparizione del giudice istruttore e per i quali è in vigore un ordine di ricerca solamente nel territorio spagnolo, avendo il giudice istruttore emesso e ritirato l’ordine di ricerca e cattura internazionale in due occasioni. Si tratta di Carles Puigdemont, Toni Comín, Clara Ponsatí, Meritxell Serret, Lluís Puig, rispettivamente presidente ed ex membri del governo catalano e di Marta Rovira e Anna Gabriel, ex parlamentari.

Queste persone non verranno giudicate nel processo che inizia il 12 febbraio, perché nel procedimento penale spagnolo non è previsto il processo in contumacia. L’articolo 786 del codice di procedura penale stabilisce infatti il requisito obbligatorio della presenza in aula dell’accusato e del suo avvocato. La scelta dell’esilio non è comunque una scelta facile, visto che nel peggiore dei casi, per gli accusati del reato più grave, la prescrizione non interverrebbe prima di 20 anni.

Un’altra caratteristica peculiare del processo risiede nelle parti che rappresentano l’accusa. Oltre al Pubblico Ministero in Spagna esiste una figura denominata “Acusación Popular” che non va confusa con la “parte civile” come la conosciamo in Italia. La costituzione di parte civile, infatti, è volta a ottenere dall’imputato e dal responsabile civile il risarcimento dei danni prodotti dal reato, il rimborso delle spese di giudizio e la restituzione dei beni di cui il danneggiato sia stato eventualmente privato in seguito al reato.

Nel processo penale spagnolo, l’azione o l’accusa popolare è una figura procedurale criminale che conferisce a qualsiasi persona che invochi la violazione della legge da parte dell’imputato (senza dover giustificare il proprio interesse a farlo per aver subito un particolare danno causato dall’agente della condotta denunciata) una legittimazione attiva, cioè il potere di essere un querelante o accusatore in un processo.
Questa figura esiste in pochi paesi europei e viene introdotta nell’ordinamento giuridico spagnolo per controbilanciare la dipendenza gerarchica del Pubblico Ministero dal governo che lo nomina. In Spagna, infatti, si sottolinea spesso la dipendenza del Pubblico Ministero dall’esecutivo e i rischi che ne conseguono per quanto riguarda l’imparzialità del suo giudizio.

Normalmente si costituiscono come Accusa Popolare gruppi di cittadini o associazioni che rappresentano un collettivo i cui interessi possono considerarsi lesi dagli imputati o essere interessati dal verdetto del processo. Nella causa speciale contro il movimento indipendentista catalano, molto scaltramente e opportunisticamente, si è costituito come “Accusa Popolare” un partito politico di estrema destra (VOX) che aveva a quel tempo una presenza marginale in una mezza dozzina di comuni. Nello scorso dicembre, però, Vox ha ottenuto 12 seggi nel parlamento regionale in Andalusia ed ora appoggia il governo delle destre del Partido Popular e Ciudadanos in quella regione grazie alla pubblicità mediatica che ha ottenuto durante i mesi di istruzione della causa speciale.

Anche se riguarda solamente la fase istruttoria della causa, preme ricordare un’altra differenza sostanziale nel procedimento penale spagnolo rispetto a quello che conosciamo in Italia, che risiede nella mancanza di separazione delle funzioni del Pubblico Ministero e del Giudice delle Indagini Preliminari. In Spagna Giudice istruttore e Pm coincidono. É del tutto evidente come questo rappresenti un fattore che incide molto negativamente sulla correttezza del processo.

Se riuniamo insieme questi fatti oggettivi:

  • Il Pubblico Ministero dipende gerarchicamente dal Procuratore Generale che a sua volta è di nomina governativa.
  • I magistrati arrivano Tribunale Supremo o Costituzionale grazie alla nomina del Consejo General del Poder Judicial (CGPJ l’equivalente del CSM italiano) e che TUTTI i membri del CGPJ sono di nomina politica.
  • L’avere sottratto la causa al giudice naturale (il Tribunale Superiore di Giustizia di Catalogna) per portarla al Tribunale Supremo, sta privando gli imputati di alcuni importanti garanzie, tra queste, la possibilità di ricorrere in appello, essendo il Tribunale Supremo organo di Cassazione.
  • L’essere tuttora in carcerazione preventiva sta limitando enormemente il lavoro di preparazione della difesa e costringerà gli accusati ad un trasferimento quotidiano, di almeno un paio d’ore per ogni tragitto (due ore dal carcere al tribunale e altrettanto al ritorno).

Basta quanto detto per rendere quantomeno plausibili i dubbi sulla regolarità in cui si è svolta la fase istruttoria. E sono già emersi significativi problemi anche in questa fase preliminare al dibattito, che vanno a discapito del diritto di difesa. Della lista dei testimoni e degli elementi probatori presentati, il tribunale ha accettato:

  • Tutti quelli richiesti dal Pubblico Ministero e dall’Avvocato dello Stato.
  • Tutti quelli richiesti dall’Accusa Popolare (VOX) tranne quattro.
  • Ha rifiutato oltre 40 fra testimoni e perizie presentate dalla difesa, tra i quali la testimonianza del principale protagonista dei fatti, l’ex presidente catalano Carles Puigdemont. Invece ha ammesso la dichiarazione del ex presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy.

Fra le richieste della difesa respinte dai magistrati, troviamo specialmente grave il rifiuto a riservare 5 posti a sedere nella parte della sala adibita al pubblico per permettere ad alcune associazioni a difesa dei diritti umani di essere presenti durante il dibattimento, come ad esempio Amnesty International e, per l’Italia, l’Associazione Antigone.

Invece, con una decisione senza precedenti, l’organo di governo della magistratura ha deciso di assegnare due giudici permanentemente ad assistere, consigliere ed aiutare i giornalisti della stampa estera a risolvere eventuali dubbi interpretativi e rispondere alle domande che possano sorgere. Un vero e proprio ufficio stampa del tribunale dedicato a preparare le “veline” da passare ai giornalisti.

Il processo che comincia si svolgerà sotto gli occhi attenti dell’opinione pubblica internazionale e l’immagine internazionale della qualità democratica dello stato spagnolo rischia di uscirne ulteriormente deteriorata. Oppure, ed in molti sperano che sia così, se la Sala Seconda del Tribunale Supremo di Madrid riuscisse a mantenere il procedimento dentro l’alveo della tutela assoluta del principio della presunzione d’innocenza e delle garanzie di difesa degli imputati, potrebbe essere l’occasione del riscatto per una giustizia che fino ad ora non ha mostrato la sua faccia migliore.

Ma se in buongiorno si vede dal mattino…

http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2019/02/catalogna-il-caso-speciale-20907-2017-cosha-di-tanto-speciale/

 

Al via il processo agli indipendentisti catalani

Al via il processo agli indipendentisti catalani: “Ci accusano per motivi politici”

Sul banco degli imputati i politici catalani che nell’ottobre del 2017 organizzarono il referendum proibito dalla corte costituzionale

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Oriol Junqueras

LaStampa

Francesco Olivo 12/02/2019

madrid

 

Oriol Junqueras in prima fila, accanto e alle sue spalle gli altri leader indipendentisti. È cominciato alle 10,23 nell’aula del Tribunale Supremo il processo più importante della storia spagnola. Sul banco degli imputati i politici catalani che nell’ottobre del 2017 organizzarono il referendum proibito dalla corte costituzionale. Dei dodici accusati, nove sono in carcere preventivo da molti mesi. Tra loro non c’è l’ex presidente Carles Puigdemont che, con altri politici secessionisti, si è rifugiato all’estero. Il dibattimento andrà avanti per almeno tre mesi, la sentenza è attesa per l’estate.

La tensione è altissima, la polizia ha blindato la zona, intorno al palazzo del centro di Madrid si sono radunati manifestanti catalani e dell’estrema destra, tenuti distanti dalle forze dell’ordine. All’ingresso degli imputati in libertà provvisoria, si sentono grida di insulti «golpisti!». Gli occhi del Paese sono rivolti al Tribunale Supremo, il processo viene trasmesso in diretta televisiva, da quello che succederà in questa aula dipenderà il futuro della politica spagnola, a partire dalla tenuta del governo Sánchez che ha bisogno dei voti dei partiti indipendentisti. Domani il giorno decisivo, quando in parlamento si voterà il via libera preliminare alla manovra economica.

Il processo ai leader del referendum catalano cambierà la storia spagnola

Junqueras e gli altri 11 imputati sono accusati a vario titolo di ribellione, sedizione e malversazione. Il reato più grave contestato è proprio la ribellione, che prevede l’uso della violenza, e proprio su questo punto si gioca la partita principale tra difesa e accusa. Secondo la procura generale il tentativo di ottenere l’indipendenza sarebbe stato portato avanti attraverso atti violenti, anche implicitamente. Una ricostruzione duramente contestata dagli avvocati degli imputati e più in generale dal mondo indipendentista che rivendica il carattere pacifico di tutto il movimento.

Il primo a intervenire è stato l’avvocato di Oriol Junqueras e Raul Romeva, ex «ministro» degli esteri della Generalitat, Andreu Van den Eynde: «È un processo che giudica le scelte politiche» ha esordito il legale rivendicando il diritto dei catalani a protestare all’interno di una società democratica. Gli imputati parleranno a partire da giovedì.

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