Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 18

volerelaluna-testata-2

 

Osservatorio settimanale

14/06/2019 – di Elena Marisol Brandolini

 

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 18

manif7-348x215

Sono appena passate le ore 19 di mercoledì 12 giugno, quando il presidente della Corte della Sala Seconda del Tribunal Supremo di Madrid, Manuel Marchena recita la formula di rito “Visto para sentencia”, che mette fine al dibattimento e apre la fase di redazione della sentenza motivata. Si conclude così, dopo quattro mesi e 52 sessioni quotidiane, il processo alla leadership indipendentista catalana, che vede 12 persone imputate dei delitti di ribellione, sedizione, disobbedienza e distrazione di fondi pubblici, per le quali il pubblico ministero chiede pene comprese tra i 25 e i 7 anni di reclusione. Ora si attende la sentenza del Tribunale, che si avrà probabilmente tra settembre e ottobre prossimi. Il 16 ottobre scade il periodo massimo di due anni di carcerazione preventiva per i leader dell’associazionismo indipendentista Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, anche se potrebbe essere rinnovato per un ulteriore biennio.

L’inizio del processo, lo scorso 12 febbraio, coincise con la vigilia della bocciatura della finanziaria 2019 da parte dei partiti indipendentisti che, nel giugno 2018, avevano sostenuto la mozione di sfiducia presentata da Pedro Sánchez contro Mariano Rajoy, disarcionandolo dall’Esecutivo. In quella prima settimana di processo, mentre era in auge l’estrema destra di Vox, deflagrò la crisi di governo e Sánchez convocò le elezioni politiche per il 28 aprile successivo. Quattro mesi dopo, in Spagna, si sono svolte quasi tutte le elezioni possibili, non ancora quelle catalane. Sánchez ha vinto politiche ed europee e ha iniziato le consultazioni per formare il nuovo governo; in Catalogna, Esquerra Republicana con Oriol Junqueras ha vinto le elezioni politiche e quelle amministrative, Junts per Catalunya con Carles Puigdemont ha vinto le elezioni europee. I partiti indipendentisti in Catalogna, lo scorso 26 maggio, hanno totalizzato consensi appena inferiori al 50%. Cinque dei dodici imputati sono stati eletti nel Parlamento spagnolo e quindi sono stati sospesi essendo in carcere accusati di ribellione. Uno tra loro è anche eurodeputato; un sesto è stato eletto nel consiglio municipale di Barcellona.

***

La diciottesima e ultima settimana del processo è iniziata con le arringhe delle difese e si è conclusa con l’ultima parola concessa agli imputati. Gli avvocati e le avvocate sono: Andreu Van Van Den Eynde, in difesa di Junqueras e Romeva; Xavier Melero, in difesa di Forn; Jordi Pina, difensore di Sánchez, Rull e Turull; Marina Roig, in difesa di Cuixart; Olga Arderiu, in difesa di Forcadell; Mariano Bergés, difensore di Bassa; Josep Riba, difensore di Mundó; Judit Gené, in difesa di Borrás; Joan Segarra, difensore di Vila. Nella loro diversità di strategia e di carattere, essi si coordinano su alcune questioni chiave, integrandosi senza eccessive diversità. Hanno ciascuno un’ora di tempo per difendere il proprio assistito e riescono a metterla a frutto, intrecciando il ragionamento più politico di denuncia della lesione dei diritti fondamentali con l’analisi puntuale delle prove.

La critica all’esagerazione del racconto, all’utilizzo di parole tese a provare la gravità dei fatti, all’introduzione di concetti “post-moderni” estranei alla cultura giuridica spagnola e a quella internazionale da parte del pubblico ministero, sono comuni nei discorsi della difesa: «Si è fatto molto rumore», «il diritto spagnolo non contempla il reato di golpe di Stato», «per tanto che si parli di violenza potenziale non si può banalizzare il concetto di violenza, perché sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime di tutti i sanguinari pronunciamenti militari che ci sono stati nel nostro Paese». L’indagine, iniziata nel 2015, si muove secondo la teoria del “diritto penale del nemico” che, perseguendo un’ideologia, è contrario al diritto democratico. Quelle rivolte ai “Jordis” sono «accuse basate sulla mobilitazione popolare in difesa dei diritti di autodeterminazione», nelle quali «le manifestazioni sono vissute come una sfida e una minaccia all’autorità». Ma «la difesa dell’unità della Spagna non può ridurre l’esercizio dei diritti fondamentali, come il diritto di riunione e la libertà di espressione».

Si parla di «sollevazione senz’ armi», senza però precisare quando sarebbe dovuta avvenire: se il 20 settembre, l’1 ottobre o durante il periodo cosiddetto “insurrezionale”. Ancora di più, si parla di «sollevazione normativa», in riferimento al 6 e 7 settembre 2017, quando il Parlamento catalano approvò le leggi del referendum e della disconnessione giuridica. Ma «nella ribellione la sollevazione deve essere armata, trattandosi di un reato di tipo militare e la violenza dev’essere idonea a piegare lo Stato». Inoltre, è risultata evidente «l’assenza di concertazione tra il Governo catalano e i Mossos d’Esquadra». È vero che «non c’è bisogno della dichiarazione dello stato di emergenza, ma se questa ci fosse contribuirebbe a stabilire il livello della minaccia» e invece «il l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione da parte del Governo centrale fu accettato immediatamente. Fu lo stesso Governo della Generalitat infatti a non dare applicazione alla dichiarazione di indipendenza».

Se il delitto di ribellione è plurisoggettivo «perché qui ci sono solo i capi, mentre i subalterni sono giudicati da altri tribunali e gli esecutori, ossia i votanti, non sono, peraltro ovviamente, perseguiti?». Clamoroso in questo senso è che i componenti della presidenza del Parlament siano tutti rinviati a giudizio presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati di disobbedienza, mentre la sua ex-presidente Carme Forcadell è accusata di ribellione dal Tribunal Supremo.

Il 20 settembre fu «una legittima manifestazione contro il potere giudiziario», mentre l’1 ottobre fu «un atto di disobbedienza civile che rientra nel diritto di riunione». E «non ci fu alcuna violenza generalizzata. Su oltre 2.000 seggi, solo in una trentina ci fu resistenza passiva, con pochi isolati atti di reazione violenta da parte di alcuni manifestanti». Ma neppure si può imputare del reato di sedizione l’autunno catalano, perché anche questo richiede che ci sia violenza, essendo «una sorta di ribellione in piccolo».

Alcuni avvocati affermano che si sta confondendo la ribellione con la disobbedienza, suggerendo che possa essere questo secondo il reato eventualmente da perseguire.

Né, secondo le difese, regge l’accusa di distrazione di fondi pubblici per la celebrazione del referendum imputata agli ex-consiglieri del Govern, perché i conti della Generalitat erano bloccati dallo Stato, il controllo sulle procedure di spesa nell’amministrazione pubblica è elettronico e richiede procedure lunghe con l’utilizzo di diverse unità di lavoro. Le spese contestate si riferiscono o ad attività precedenti, o non sono state pagate e l’accordo che il Govern fece il 6 settembre 2017 di responsabilità solidale per le spese del referendum, aveva solo un valore politico di impegno condiviso. «L’accusa parte da un sillogismo erroneo secondo cui la convocazione del referendum comportava necessariamente l’impiego di risorse pubbliche», mentre invece fu finanziato dai privati.

***

«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono»: Oriol Junqueras, l’ex-vicepresidente della Generalitat su cui pende una richiesta di 25 anni di carcere, cita il primo verso del Canzoniere del Petrarca per attrarre l’attenzione dei suoi ascoltatori della sala del Tribunal Supremo quando dice che «meglio sarebbe restituire il problema alla politica, da dove mai sarebbe dovuto uscire».

Il dibattimento si chiude con l’ultima parola agli imputati che non rinunciano a farne uso, prima che il carcere torni a impedirglielo:

– per raccontare cosa fu l’1 di ottobre: «non una giornata di violenza, ma un’affermazione di dignità» come sostiene Jordi Sánchez, ex-presidente dell’Assemblea Nacional Catalana. «L’1 ottobre non c’erano masse, neppure gente, c’erano persone», puntualizza l’ex-consigliere Jordi Turull. «Non ci sono carceri sufficienti per ingabbiare l’anelito di un popolo», assicura Josep Rull. E «questo paese non cadrà nella frustrazione, non smetteremo di protestare. Quando una popolazione esercita la disobbedienza sta manifestando il suo impegno con la società. Continueremo a lottare per decidere il nostro futuro, lo torneremo a fare», annuncia Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural;

– per denunciare la persecuzione della giustizia spagnola che «mi tiene qui per la mia traiettoria politica», dice Carme Forcadell, ex-presidente del Parlamento catalano. «Contro di me, per non farmi uscire di prigione, si è fatto riferimento alla mia ideologia indipendentista», accusa l’ex-consigliere Quim Forn;

– per fare un appello al dialogo e a una sentenza che possa favorirlo, perché «non c’è un cammino per il dialogo, il dialogo è il cammino», ribadisce Jordi Sánchez. «L’accusa ha strumentalizzato il concetto di odio contro la Spagna, contro gli spagnoli e contro lo Stato. Ma non è l’odio che muove milioni di persone in Catalogna. Fare un referendum non è delitto e la soluzione si chiama politica e democrazia», dice l’ex-consigliere Raül Romeva. E «la sentenza può essere il principio della soluzione», afferma l’ex-consigliera Dolors Bassa. Auspicio condiviso dall’ex-consigliere Santi Vila che aggiunge: «Agimmo sempre in buona fede». Perché «questo processo è il risultato della sconfitta della politica», fa loro eco l’ex-consigliere Carles Mundó.

Prendono la parola per ringraziare gli avvocati che li hanno difesi e sostenuti lungo il processo, la gente mobilitata in Catalogna in solidarietà, gli amici e le famiglie, con i figli piccoli che crescono malgrado tutto. E nella sala del tribunale il momento è «molto emozionante», «un giorno che non dimenticheremo», dicono le mogli presenti, che l’avvocata dello Stato alla fine della sessione va a conoscere. Tutti si commuovono, dagli imputati al pubblico, dalla gente a casa davanti ai televisori agli avvocati in aula. Il magistrato più anziano della Corte, a telecamere spente, si avvicina al banco della difesa per complimentarsi con i legali per il lavoro fatto.

***

La parola ora passa al tribunale, la sentenza deciderà della vita di 12 persone. Ma non solo, segnerà anche il confine nell’esercizio dei diritti fondamentali e delle libertà in Spagna. Riguarderà l’Europa. Qualunque sia il verdetto, la questione catalana avrà bisogno della politica per la sua soluzione. Nella Sala del tribunale l’ex-consigliera Meritxell Borràs cita i versi catalani di Joan Maragall, scritti alla fine dell’Ottocento eppure così attuali: «Escolta, Espanya, la veu d’un fill que et parla en llengua no castellana». Un poema che si conclude con le parole «Adéu, Espanya

Osservatorio settimanale

 

Catalogna, il processo è politico

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Fabio Marcelli

Catalogna, il processo è politico: le ipotesi del Tribunale supremo sono fantasiose

Mondo | 14 Giugno 2019

FMarcelli-thumb

Fabio Marcelli Giurista internazionale

 

Se c’è un processo, nel mondo contemporaneo, che merita più di ogni altro l’etichetta di “processo politico” è quello che si è concluso mercoledì 12 giugno di fronte al Tribunale supremo di Madrid, contro vari esponenti politici catalani, accusati di sedizione, ribellione e malversazione per le vicende che hanno accompagnato il referendum indipendentista dell’ottobre 2017.

catalogna-675x275

Ho assistito alle ultime due udienze. Avevo peraltro già avuto modo di mettere in evidenza, su questo blog, come si tratti di un uso assolutamente distorto della giurisdizione penale, impropriamente utilizzata nell’ambito di un pensiero politico autoritario di derivazione neofranchista, come surrogato di quella che dovrebbe essere una normale e anzi stimolante dialettica democratica.

Si potrebbero svolgere utili riflessioni sulle ragioni del permanere di un simile pensiero politico, le cui origini si situano nell’insurrezione antidemocratica di Francisco Franco, nella conseguente guerra civile e nell’edificazione di un regime totalitario spazzato via, ma a quanto pare non completamente, dalla democrazia alla fine degli anni Settanta. E di come e perché questo pensiero politico, se tale vogliamo definirlo, si riaffaccia, non solo in Spagna, ma in tutta l’Europa dell’Est e dell’Ovest, compresa l’Italia, in un momento di grave crisi economica, sociale e ideale. Mi limiterò peraltro in questa sede a qualche notazione più specifica e di carattere prevalentemente giuridico.

Come fatto notare dai vari difensori degli imputati, i reati di ribellione e di sedizione di cui sono accusati, che prevedono entrambi pene edittali gravissime, richiedono, come elemento irrinunciabile delle rispettive fattispecie, il ricorso alla violenza. Infatti il caso paradigmatico cui riferirsi è quello del golpe tentato all’inizio degli anni Ottanta dal general Tejero della Guardia Civil, il quale a capo di varie decine di suoi sottoposti armati di tutto punto fece irruzione nel Parlamento nazionale per tentare di sottomettere i deputati alle sue volontà: ma come noto e per fortuna, gli andò male.

Nel caso del referendum indipendentista catalano siamo di fronte a una vicenda diametralmente opposta. Parliamo infatti di oltre due milioni di persone che hanno voluto esprimere la loro volontà democratica esercitando un diritto fondamentale. Senza che fosse consumata alcuna violenza degna di nota se non da parte di alcuni reparti delle forze dell’ordine, che manganellavano in modo abbastanza selvaggio gli elettori per impedire loro di deporre le schede delle urne, in qualche sporadico caso con un certo successo.

Può risultare quindi intuitivamente chiara a chiunque, anche se digiuno di studi di diritto penale o costituzionale, la portata della perversione giuridica operata da parte del Fiscal general presso il Tribunale supremo, cui si teme che quest’ultimo possa accodarsi nei prossimi mesi, addirittura prima delle vacanze estive o subito dopo, emettendo una sentenza che riconosca gli imputati colpevoli dei gravissimi delitti ascritti loro senza alcun fondamento.

Sia ben chiaro. Il comportamento del govern catalano è certamente discutibile dal punto di vista politico, come ogni atto compiuto da qualsiasi governo o parlamento del pianeta. Ed è appunto in una discussione politica che si concreta l’esercizio della democrazia. Ma sottomettere questo esercizio, specialmente nel momento – questo sì davvero supremo – del ricorso alle urne, a una valutazione di tipo penalistico, per giunta ipotizzando l’applicazione di norme come quelle invocate dall’accusa, rappresenta a sua volta la negazione piena della democrazia stessa ed evoca – non solo per la Spagna, Paese democratico, ma per tutta l’Europa, di cui la Spagna fa parte a pieno titolo da oltre 32 anni, essendone venuta a far parte il primo gennaio del 1986 – scenari oltremodo inquietanti.

L’esercizio sfrenato della fantasia da parte della Procura presso il Tribunale supremo è giunta, pur di dare un fondamento alle proprie ipotesi insurrezionali assolutamente oniriche, a inventare – oltre che l’analogia penale in malam partem (assolutamente vietata dalla Costituzione spagnola) che assimila l’esercizio del voto democratico ai crimini violenti di ribellione e sedizione – una nuova fattispecie normativa, definita per l’appunto in modo testuale dal Fiscal “violenza normativa”, che consisterebbe nell’approvazione di una legge in contrasto con alcune basi giuridiche costituzionali; insomma per l’ipotesi di norma costituzionalmente illegittima per la quale gli ordinamenti democratici sono fortunatamente soliti prevedere ben altri e più proporzionati rimedi.

Occorre auspicare che il Tribunale rigetti le ipotesi dell’accusa, ma si teme fortemente che ciò non avverrà. A quel punto occorrerà ricorrere alla Corte europea dei diritti umani che probabilmente risanerà il vulnus democratico costituito dalla sentenza di condanna. Nel frattempo, però, saranno passati vari anni, con persone innocenti in prigione e una permanente lesione della democrazia spagnola ed europea, che costituisce anch’essa un danno di valore davvero incommensurabile.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/14/catalogna-il-processo-e-politico-le-ipotesi-del-tribunale-supremo-sono-fantasiose/5253407/

 

Fine del processo:i prigionieri politici sfidano lo sguardo glaciale di Marchena

 

Vilaweb.cat – Josep Casulleras Nualart –  12.06.2019

Captura-de-pantalla-2019-06-12-a-les-20.58.55-12205914-604x270

Cuixart a Marchena: “Lo faremo di nuovo”

La freddezza di Manuel Marchena come segno premonitore. Dopo un intero pomeriggio con un’intensità emotiva e politica elevatissima, dovuta alle storiche dichiarazioni finali con le ultime parole degli accusati nel processo, il presidente della camera della Corte Suprema (“Tribunal Supremo”), dove ha avuto luogo durante gli ultimi quattro mesi il processo contro l’indipendentismo, ha preso la parola e con un fil di voce ha detto: “Grazie mille a tutti, “visto para sentencia”, cioè,  in attesa di sentenza. Il gelo di due secondi del magistrato ci ha fatto tornare tutti al punto di partenza, ci ha fatto riportare a terra i pensieri innalzati dai discorsi appena pronunciati e ci ha ricordato che, dopo il processo politico, incombe la minaccia di 25 anni di carcere per Oriol Junqueras; 17 anni per Carme Forcadell, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez; 16 per Jordi Turull, Josep Rull, Raül Romeva, Joaquim Forn e Dolors Bassa; e 7 anni per Carles Mundó, Meritxell Borràs e Santi Vila.

Nulla è cambiato. Il processo è finito com’è cominciato, con delle autorità nella sala, con i corridoi pieni di gente, con riprese in diretta da parte di televisioni catalane e spagnole, e con una certa (scarsa) copertura dei media internazionali. Ma qualcosa è cambiato nella sala, qualcosa che non c’era lo scorso 12 febbraio: l’emozione da una parte e gli sguardi imbarazzati e scomodi dall’altra.

 

Javier Zaragoza, il pubblico ministero più aggressivo, che la scorsa settimana parlò di colpo di stato, iniziatore nel 2015 e ora concludente del processo generale contro l’indipendentismo, non c’era in queste ultime ore. Nemmeno Consuelo Madrigal, donna di fiducia del Partito Popolare. C’erano Fidel Cadena e Jaime Moreno. Loro hanno ricevuto gli attacchi che arrivavano dalla sedia dei testimoni, abilitata per le ultime parole degli imputati, che hanno chiesto uno dopo l’altro, come fosse possibile che, dopo tutto quello che si è potuto vedere in questi mesi, potessero mantenere le accuse. A malapena Cadena e Moreno riuscivano a reggere lo sguardo: occhi bassi, con la faccia rigida e senza muoversi neanche un millimetro dalla sedia.

 

Gli imputati potevano esprimersi senza essere interrotti da Marchena, senza che giudicasse impertinenti le loro dichiarazioni, a differenza dell’inizio del processo. Queste asserzioni finali raramente hanno validità legale, e non influenzano le deliberazioni o le sentenze dei giudici; questa è l’idea che ha trasmesso il presidente del tribunale, ascoltando tutti gli interventi con attenzione, con il mento appoggiato nel palmo della mano e gli occhi semichiusi, come facendo fatica a capire, con un certo atteggiamento altero, come chi guarda dall’alto in basso. Tutti i magistrati attenti, con sguardo serio, alcuni prendendo appunti e Marchena, soddisfatto di aver tenuto sotto controllo la situazione in ogni momento… e a Madrid alcuni già vogliono dedicargli una strada.

Junqueras ha parlato di nuovo, ‘per la seconda e ultima volta in questo processo’. E’ stato il primo e, sorprendentemente, il più breve.  Ha voluto essere discreto, in un discorso di 4 scarsi minuti iniziando con una citazione del Canzoniere di Petrarca, invitando ad ascoltare, ricordando che votare o difendere la Repubblica non può essere un reato e dicendo che il conflitto deve uscire dall’ambito giudiziario e deve essere risolto politicamente.

Questa volta si è seduto nei banchi centrali della sala, quelli degli imputati, dopo essere stato per quattro mesi seduto dietro al suo avvocato, Andreu Van den Eynde.

 

Romeva ha parlato subito dopo, ed è stato molto più duro rivolgendosi ai pubblici ministeri, accusandoli di esagerare e distorcere per punire e castigare una ideologia. Ha terminato offrendo la mano aperta, come aveva fatto il suo avvocato, dando un giro strategico finale di concordia, per dire al tribunale che ha nelle sue mani la soluzione o la perpetuazione del problema.

 

‘Qui non si perseguitano le idee politiche…è stato detto. Ma io ne dubito”, ha detto Joaquim Forn, uno degli esponenti più chiari, più letterali, di questa persecuzione. Perché, come ci ha ricordato, il giudice istruttore Pablo Llarena arrivò a scrivere in un rapporto di febbraio del 2018 che non lo lasciava in libertà provvisoria, malgrado la rinuncia all’attività politica, perché la sua ideologia indipendentista, il suo desiderio di una Catalogna indipendente, non era svanito. Forn ha messo sul tavolo la parte più vergognosa di un processo stigmatizzando Marchena e tutto il tribunale. ‘Ma dopo 19 mesi di carcere, i miei ideali restano fermi’, ha ribadito.

 

Ecco una costante negli interventi che seguono, a cominciare dal vibrante e commovente discorso di Jordi Turull: tutta questa repressione non è servita a nulla, perché l’indipendenza continua a vincere le elezioni e perché i principali imputati di questo processo, pur sapendo che possono essere condannati a molti anni di carcere, mantengono la determinazione a lavorare affinché la Catalogna sia indipendente. “Non riuscirete a troncare la volontà di decidere del popolo catalano. La società catalana è adulta”, ha detto Jordi Turull. È stato il primo a sostenere buona parte del discorso guardando i pubblici ministeri, che non sapevano dove posare lo sguardo. ‘Volete una punizione a tutti i costi. Fa paura sentirvi dire che un referendum è un reato pur essendo stato depenalizzato. Avete una assoluta e imbarazzante mancanza di conoscenza del funzionamento del governo della Generalitat e del Parlamento della Catalogna …” Finché la sua voce non si è spezzata dall’emozione, quando ha voluto esprimere gratitudine verso la sua famiglia, la moglie e le figlie. “La mia famiglia è il miglior regalo che mi ha fatto la vita … Loro sanno quello che voglio dire.” L’impatto personale e familiare di queste persone che da trecento, quattrocento, cinquecento, seicento giorni sono in carcere preventivo si è fatto sentire nella sala, di fronte al disagio permanente degli accusatori, alla posa ieratica di Marchena e alle lacrime di alcuni avvocati che, in alcuni casi, sono anche amici degli imputati.

 

Impatto famigliare che anche Josep Rull ha evidenziato: “Avete deciso che non possa veder crescere i miei due figli di 4 e 10 anni, ma non mi impedirete di lasciare loro la mia testimonianza e impegno per la lotta democratica, appassionata, perché un domani possano vivere in un paese migliore e libero, in una repubblica catalana in cui nessuno possa essere imprigionato per le proprie idee. Ce la faremo. Dopo di noi, ne arriveranno molti altri”.

 

Siamo rimasti colpiti anche nel vedere Dolors Bassa, insegnante, accusata di ribellione per uno sciopero generale in collaborazione con i sindacati e i datori di lavoro. “Sono innocente, lo dico con voce chiara”, osservando da vicino Marchena. “Non vorrei che la mia nipotina di quattro anni sentisse parlare di un processo contro la Catalogna leggendo i libri di storia. Questo dipende dalla vostra sentenza. La sentenza potrebbe essere la soluzione. Non si tratta della mia libertà, ma della libertà di molte persone”.

 

I magistrati sono stati costantemente e direttamente interpellati. Anche da Jordi Sànchez: “Penso che voi non possiate risolvere il problema, perché si tratta di una questione politica. Ma avete la responsabilità di non aggravare la crisi politica. Non vorrei essere al posto vostro per rispondere a ciò che si è visto qui in questi mesi.”

 

La maggior parte aveva con sé un foglio con delle note, anche Meritxell Borras, Santi Vila e Carles Mundò, i tre imputati dell’ultima fila che sono in libertà provvisoria, hanno chiesto al giudice di fermare la repressione e di non peggiorare il conflitto politico.

 

Invece Carme Forcadell non ha avuto bisogno di note per fare un intervento impressionante, lasciando cadere come pietre, le parole di condanna contro la sua ingiusta situazione, guardando senza battere ciglio ora Marchena ora i pubblici ministeri, avvisandoli che loro sanno come lei stessa sa, che è sotto processo per essere chi è e non per quello che fece. Lei sotto processo qui, mentre gli altri membri del consiglio del parlamento catalano sono sotto processo nel Tribunale di Giustizia della Catalogna per disobbedienza. “In questo processo, è stato fatto uno sforzo straordinario per rendermi visibile, in modo che il mio nome fosse evidenziato il maggior numero di volte possibile, per differenziarmi dai miei colleghi, per incriminarmi senza alcuna prova. Sembra che questo processo non sia servito a nulla; i testimoni sono passati, e non è servito a nulla, le accuse hanno avuto l’opportunità di cambiare il racconto, e non l’hanno fatto. Avevano la forte volontà di incriminarmi”.

 

Cuixart a Marchena: “Lo faremo di nuovo”
E Cuixart, come ha fatto il 12 febbraio scorso, è andato oltre, con un discorso intenso e appassionato. Ed è stato in grado di condannare l’atteggiamento di Filippo VI il giorno 3 ottobre, questa volta senza interruzioni di Marchena. Le parole di Cuixart hanno infastidito i magistrati: “Il discorso del re spagnolo è stato di grande profondità? Sì, sì, e un’enorme delusione per molta gente, perché ha dato sostegno all’impunità della brutalità della polizia. Le immagini erano molto potenti e fu un’opportunità che il capo dello stato perse …”, ha affermato il presidente di Omnium. “Noi non rinunciamo allo status di prigionieri politici. Questo è un processo alla democrazia. Quello che facciamo è esercitare diritti fondamentali.” Cuixart ha parlato in modo rapido e chiaro, ora parlando con i pubblici ministeri:”Vi ascoltavo; dicevate che io inneggiavo alla mobilitazione permanente. È vero! Certo che l’ho fatto! E ho l’obbligo di farlo di nuovo, una mobilitazione permanente, civica, pacifica … “Sì, signori accusatori, mobilitazione permanente e diritto di protestare. Volete che la gente smetta di protestare e noi non smetteremo di protestare. Siamo costretti a continuare a protestare perché anche i nostri figli possano protestare”.

E, infine, ha guardato Marchena per ricordargli il torto che aveva fatto a Marina Garcés, docente universitaria, più volte umiliata e interrrotta dal giudice Marchena durante la sua testimonianza. E per dire questo: “La mia priorità non è uscire dal carcere. Ci troviamo in una causa collettiva e dalla decisione di questa corte ne trarremo una lezione, ma voglio dirvi che la mia priorità è di continuare a combattere per la risoluzione del conflitto. Sono convinto che lo faremo di nuovo“.

 

Quest’ultima frase riassume il significato di questi ultimi discorsi; la corte ha ascoltato ma non ne terrà conto, perché la decisione è già quasi sicuramente presa. Ora è il momento di redigere e culminare la punizione. «Visto para sentencia», ha detto Marchena con voce fredda e tremante. ‘Potete sgomberare la sala’.

 

* traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/diari-judici-politic-josep-casulleras-presos-discursos-finals/

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 17

Osservatorio settimanale

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 17

manif20-e1550909841652-348x215

«Non ci sono prigionieri politici. Non si perseguono idee e opinioni, oggetto di questo processo è la rottura dell’ordine costituzionale»: inizia così, come a giustificarsi, il pubblico ministero Javier Zaragoza, nella prima delle quattro requisitorie dell’accusa pubblica, nella diciassettesima settimana del processo alla leadership indipendentista catalana. Il suo intervento di un’ora è una sorta d’introduzione a quello dei suoi colleghi, con cui si è alternato negli interrogatori nei quattro mesi di dibattimento. Un ragionamento tutto politico che prende a prestito il linguaggio della destra spagnola quando afferma che «quello che successe in Catalunya tra il marzo del 2015 e l’ottobre del 2017 è un golpe di Stato. Questo è il procés, un pronunciamento civile contro la Costituzione, con l’utilizzazione della violenza quando necessario e il contributo dei Mossos d’Esquadra». Il magistrato conferma l’imputazione di ribellione per 9 delle 12 persone accusate, in carcere da oltre un anno, perché «era un attacco contro l’ordine costituzionale, non contro l’ordine pubblico, che ricadrebbe nella fattispecie del reato di sedizione». Quindi enumera per titoli quelle che considera prove: accordi del 2015, tabelle di marcia dell’Assemblea Nacional Catalana, il documento Enfocats di cui non si è chiarita la provenienza e l’agendina moleskine, entrambi ritrovati nell’appartamento di Josep María Jové, braccio destro dell’ex-vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras. Per riproporre il teorema dei tre pilastri attorno cui si sarebbe costruita la ribellione: il Parlamento, il Governo e la mobilitazione popolare animata dall’associazionismo indipendentista. Ove Junqueras «era il motore principale», anche perché Carles Puigdemont è in esilio a Bruxelles; Jordi Cuixart e Jordi Sánchez «erano i signori dell’ordine pubblico a Barcellona» e i Mossos usavano a pretesto la salvaguardia della convivenza cittadina «per facilitare la celebrazione del referendum».

Gli fa seguito la requisitoria del collega Jaime Moreno che, nel suo intervento, cerca di dimostrare che nell’autunno catalano ci fu violenza. Il concetto di violenza che propone è amplissimo, con una fondatezza giuridica quanto meno discutibile. «Ci fu violenza fisica», sostiene il magistrato, come dimostrano non solo i 93 agenti di polizia che risultarono contusi l’1 ottobre, ma anche i circa 1000 votanti rimasti feriti ai seggi, la cui responsabilità ricade sugli imputati, che fecero appello ad andare a votare. Ma ci fu anche «intimidazione» con la grande presenza di gente ai seggi, «un atto di ostacolo intimidatorio e violento» alle forze dell’ordine che dovevano eseguire il mandato giudiziario. Quindi, per rafforzare la tesi secondo cui gli imputati strumentalizzarono la violenza per il fine ultimo del referendum, il magistrato propone un elenco di loro tweet in cui si incitava al voto. «Si è provato che dal 19 settembre all’1 ottobre ci fu una violenza sufficiente – conclude Moreno – senza la quale non si sarebbe fatto il referendum. Gli imputati conoscevano il rischio di incidenti e ciò nonostante spronavano la gente ad andare a votare».

Il pubblico ministero Fidel Catena concentra invece la sua prolusione sul delitto di ribellione. Secondo l’art. 472 del codice penale spagnolo sono imputati di ribellione «coloro che si sollevino violentemente e pubblicamente» per uno dei fini indicati, tra cui «dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale». Ma secondo il magistrato perché ci sia ribellione non è necessaria la violenza fisica, né l’uso delle armi. Perché è sufficiente «una moltitudine disposta a utilizzare la violenza». «Anche la resistenza è violenza» – continua Catena – com’è successo ai seggi, ove una moltitudine si è opposta alla polizia per impedirle di eseguire l’ordine giudiziario. L’importante è che essa «sia efficace nel ledere il bene giuridico protetto che è l’ordine costituzionale». E il delitto si consuma non appena si avvia il processo «anche se il risultato non è completamente raggiunto», e dunque anche se la dichiarazione d’indipendenza non ebbe alcun effetto giuridico. «Il procés è pluriconvergente, ossia plurale e convergente verso un unico obiettivo. Le azioni individuali si diluiscono in un’azione comune: sono tutti coautori» conclude Catena, confermando la richiesta iniziale delle pene: 25 anni per Oriol Junqueras, 17 anni per l’ex-presidente del parlament Carme Forcadell e per l’ex-leader dell’ANC Jordi Sánchez e il presidente di Òmnium Jordi Cuixart, 16 anni per gli ex-consiglieri Dolors Bassa, Quim Forn, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull, tutti in prigione da oltre un anno, tutti accusati di ribellione e, nel caso degli ex-componenti del govern, anche di distrazione di fondi pubblici; 7 anni per gli ex-consiglieri Meritxell Borràs, Carles Mundó e Santi Vila, in libertà condizionata, imputati di disobbedienza e distrazione di fondi pubblici.

La requisitoria della magistrata Consuelo Madrigal è tutta sul reato di distrazione di fondi pubblici. Secondo la rappresentante del pubblico ministero, le risorse pubbliche destinate alla celebrazione del referendum ammonterebbero a tre milioni di euro. Madrigal taccia la Generalitat di essere «un’organizzazione criminale», perché «la Generalitat fu pregiudicata da queste condotte, il fatto che non si sia costituita in propria difesa, dimostra il controllo che ancora esercitano gli imputati sull’amministrazione catalana». Nel caso degli imputati di ribellione la distrazione è ancora più grave, conclude la magistrata, perché «non solo agisce in pregiudizio dell’amministrazione pubblica, ma è anche un grave attacco alla democrazia spagnola, alla mercè del processo di sollevazione violenta che si è discusso in questa causa».

Dopo quattro ore di arringhe del pubblico ministero è la volta dell’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocata Rosa María Seoane e dell’accusa popolare, con gli avvocati esponenti di Vox, Pedro Fernández e Javier Ortega Smith.

L’avvocata dello Stato conferma l’imputazione di sedizione per le nove persone in regime di carcerazione preventiva. E lo fa ricostruendo l’impianto probatorio sulla base dei tre pilastri già osservati: l’attività parlamentare, quella del governo, la mobilitazione popolare. Ma accetta la sfida del pubblico ministero e spiega perché, a parere dell’Avvocatura, si tratti di sedizione e non di ribellione. «Il delitto di sedizione è un delitto plurioffensivo, perché riguarda l’ordine pubblico, il principio di autorità, il rispetto delle risoluzioni dell’autorità, l’attuazione della legge», spiega Seoane. «La ribellione presuppone una sollevazione pubblica e violenta, la sedizione sottende una sollevazione pubblica e tumultuosa», continua. E se è vero che la violenza non necessariamente dev’essere fisica, deve comunque essere vera e «non si può equiparare la violenza all’uso della forza». E conclude: «Non possiamo considerare provato che la violenza sia stata uno degli elementi strutturali per realizzare il progetto indipendentista».

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 16

volerelaluna-testata-2

Osservatorio settimanale

02/06/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 16

bandera4-e1559467782143-348x215

«La situazione in quel momento era “chiaramente insurrezionale”». Con queste parole, aggiunte al documento provvisorio di accusa, il pubblico ministero descrive il periodo compreso tra il 20 settembre 2017 (quando ci fu la grande manifestazione sotto il dipartimento di Economia a Barcellona) e il 27 ottobre dello stesso anno (quando venne dichiarata l’indipendenza e il Governo spagnolo commissariò la Generalitat attraverso l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione). Tale qualificazione del clima sociale, unitamente ad altre affermazioni aggiunte al testo iniziale ‒ il ruolo dell’associazionismo indipendentista nella mobilitazione, l’inefficace intervento dei Mossos d’Esquadra per impedire il referendum e la consapevolezza del Governo catalano che ci sarebbero potuti essere incidenti ‒ serve alla pubblica accusa per confermare i reati contestati (ribellione, distrazione di fondi pubblici e disobbedienza) e la richiesta di pene da 25 a 7 anni di reclusione (con applicazione dell’art. 36.2 del codice penale che impedisce l’applicazione di un regime carcerario più aperto fino a quando non venga scontata almeno la metà della pena) per la leadership indipendentista catalana sotto processo da ormai quasi quattro mesi.

Tutte le difese confermano per i loro assistiti la richiesta di assoluzione, chiedendo anche l’applicazione dell’art. 20.7 del codice penale, secondo cui si considera esente da responsabilità criminale «chi agisca nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio legittimo di un diritto, funzione o incarico».

Finisce così, con le dichiarazioni delle parti rispetto alle loro posizioni iniziali, la sedicesima settimana del processo presso il Tribunal Supremo, dedicata alle prove documentali e all’avvio della fase conclusiva del dibattimento. Il prossimo 12 giugno, dopo le arringhe di accusa e difesa e l’ultima parola alle 12 persone imputate, il presidente della Corte Manuel Marchena dichiarerà il “visto para sentencia”, la formula che chiude il processo e apre la fase per la scrittura della sentenza, che si attende per il prossimo settembre o ottobre.

In questa sedicesima settimana si vedono finalmente i video tanto reclamati dalla difesa nelle sessioni precedenti. Prima però, il presidente Marchena risponde alla richiesta fatta alcune settimane prima dalla difesa di un confronto all’americana tra il coordinatore delle tre polizie per l’1 ottobre, il colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, e il vice del major Trapero, Ferran López, responsabile per la parte riguardante i Mossos d’Esquadra. Le loro testimonianze avevano infatti dato due versioni completamente opposte sul dispositivo di ordine pubblico previsto per quel giorno. Ma il tribunale non ritiene di dover procedere al confronto indicato.

Sullo schermo passano oltre 200 riproduzioni audio-visive, riguardanti soprattutto le giornata del 20 settembre davanti al dipartimento di Economia e dell’1 di ottobre. I video dell’accusa vogliono dimostrare l’impedimento opposto dalla gente riunita all’esecuzione del mandato giudiziario; sono presenti alcune aggressioni specifiche da parte dei manifestanti, ma sorprende che le immagini proposte segnalino per lo più l’esistenza di un clima generalmente pacifico nelle mobilitazioni. I video prodotti della difesa privilegiano le cariche violente della polizia sulla popolazione inerme ai seggi. Sono immagini indelebili per chi quel giorno c’era, ma non così conosciute nel resto della Spagna e dalla Corte, che sembra vederle per la prima volta. Difficile poter affermare, dopo, che l’autunno catalano fu una rivolta pianificata per sovvertire violentemente l’ordine costituzionale. Ma questi video, assieme alle 422 testimonianze e alla decina di perizie dei mesi passati, non hanno modificato per nulla il pregiudizio originario dell’accusa.

Nove dei dodici imputati sono in carcere da oltre un anno; quattro da oltre un anno e mezzo. Cinque sono stati eletti alle Cortes spagnole lo scorso 28 aprile. Ma la Camera e il Senato, nei giorni scorsi, li hanno sospesi dalle loro funzioni, perché in carcere (situazione che potrebbe cambiare nel caso in cui il Tribunal Supremo li mettesse in libertà condizionata fino alla sentenza). Il leader di Esquerra Republicana ed ex-vicepresidente della Generalitat, Oriol Junqueras, è stato eletto anche eurodeputato nelle elezioni del 26 maggio. Come Carles Puigdemont, ex-presidente della Generalitat, e Toni Comín, ex consigliere della Sanità, entrambi in esilio a Bruxelles e rispettivamente primo e secondo nella lista di Junts per Catalunya per l’Eurocamera. Quim Forn, ex-consigliere degli Interni, è stato invece eletto, domenica scorsa, nel comune di Barcellona per la lista Junts per Catalunya.

Intanto il Gruppo di Lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite ha emesso una comunicazione in merito al ricorso presentato dalla difesa di Oriol Junqueras, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, in cui considera la loro privazione di libertà arbitraria, perché contravviene vari articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani e del Patto internazionale dei diritti civili e politici. Il Gruppo, le cui decisioni non sono vincolanti, chiede pertanto al Governo spagnolo la loro immediata liberazione.

Osservatorio settimanale