Catalogna, la crociata della destra contro il movimento indipendentista

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di: Natascia Ronchetti          4 Febbraio 2019

da Barcellona – “I prigionieri golpisti ultranazionalisti partono alla volta di Madrid. Solo poche decine di persone tristi sono venute a salutarli. Bellissimo”. Sono circa le 11 dell’1 febbraio scorso quando viene messo in rete il tweet che accompagna le immagini (riprese da un agente dall’interno del blindato della Guardia Civil) del trasferimento a Madrid, in vista del processo, dei nove esponenti politici catalani arrestati per sedizione, ribellione e malversazione di soldi pubblici dopo il referendum dell’1 ottobre del 2017 sull’indipendenza della Catalogna. Il tweet è emblematico. Manifesta un sentimento di intolleranza abbastanza diffuso in Spagna nei confronti del movimento indipendentista catalano. Un sentimento prepotentemente cavalcato dalla destra. Quella del Partido Popular e di Ciudadanos. E quella dell’estrema destra di Vox. Il partito fondato da Santiago Abascal, dopo aver eletto ben 12 deputati nel Parlamento andaluso, si è anche costituito al processo che inizierà il 12 febbraio davanti al Tribunale Supremo. Lo ha fatto calandosi nei panni dell’accusa popolare. Ha scelto cioè di utilizzare uno strumento previsto dall’ordinamento giudiziario spagnolo, come garanzia contro le connivenze, per fare dell’aula del tribunale il palcoscenico della propria campagna elettorale contro ogni autonomia. Vox, oltre all’indipendentismo catalano, ha altri due nemici dichiarati: le donne e gli immigrati. Vuole una Spagna ultra centralista ma anche anti femminista (ha chiesto l’abolizione della legge sulla violenza di genere), saldamente legata alle tradizioni e chiusa al fenomeno migratorio.

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Uno spot elettorale nel quale Abascal cavalca baldanzosamente alla “riconquista della Spagna” esprime bene l’idea di una parte del Paese che non vuole perdere l’orgoglio di ex potenza coloniale e che conserva nostalgie per il passato franchista: l’ultimo sondaggio sull’orientamento di voto realizzato alla fine di gennaio dal Centro di indagine sociologica ha confermato, del resto, che Vox è in ascesa, con il 6,5% dei consensi a livello nazionale, e che la questione catalana è dirimente, visto che oggi il 36,4% degli spagnoli voterebbe per chi ha preso posizioni radicali contro l’indipendentismo, proprio come Vox e il Partido Popular. “La verità è che il franchismo non è mai morto”, dice Josè Maria Noales Tintorè, giudice istruttore di Badalona, terza città della Catalogna per numero di abitanti. “Tutti noi ci siamo svegliati un giorno – prosegue – scoprendo  che sopravvive ancora”. Lo fa nell’apparato burocratico della pubblica amministrazione. Ma anche, secondo i catalani, in un sistema giudiziario che non è realmente indipendente da quello politico: il procuratore generale del Tribunale supremo è nominato dal governo, l’organismo di autogoverno della magistratura è indicato dal Parlamento.

La dura reazione di Madrid alla dichiarazione di indipendenza all’indomani del referendum (dichiarazione tutta politica e senza valore giuridico), per la Catalogna indipendentista, caratterizzata da un’anima fortemente repubblicana ed europeista, ne è la prova. Così come la repressione, che continua con incriminazioni e arresti, spesso arbitrari, come quello di cui sono state vittime recentemente due sindaci, quelli di Celrà e Verges. “La polizia nazionale mi ha fermato la mattina del 25 gennaio, senza mandato”, ricorda Dani Cornellà, sindaco di Celrà, 5.400 abitanti -. Mi hanno portato nella caserma di Girona, dove era già stato rinchiuso il sindaco di Verges, Ignaci Sabater. Mi accusavano di interruzione di pubblico servizio, perché l’1 ottobre del 2018, per ricordare il referendum, avevo partecipato a una protesta sui binari ferroviari. In realtà l’inchiesta era già stata archiviata, era solo una scusa per intimidirci. Ci hanno liberato solo nel primo pomeriggio, quando hanno deciso che ci avevano spaventato abbastanza. Adesso ci sentiamo tutti minacciati. Le autorità spagnole vogliono metterci sotto pressione anche perché in maggio in Catalogna ci saranno le amministrative per l’elezione dei sindaci e dei consigli comunali: dobbiamo formare le liste elettorali e molti candidati potrebbero tirarsi indietro perché sono intimoriti”. Cornellà è della Cup, il partito della sinistra indipendentista che ha dato l’appoggio esterno al governo della Catalogna, formato da Junts per Catalunya (il partito di Carles Puigdemont, centro destra moderato, esiliato in Belgio) e da Esquerra Republicana, centro sinistra schierato per l’indipendenza. La regione, 7,5 milioni di abitanti, non sembra disposta a chinare la testa: l’80% della popolazione, come rilevano i sondaggi, vuole un nuovo referendum regolare e non crede alle timide aperture dei socialisti di Pedro Sanchez, l’attuale premier, che pure ha riconosciuto l’esistenza di un problema politico.

Il movimento indipendentista è trasversale. Si è organizzato nei Cdr, comitati cittadini per la difesa della Repubblica, naturale prosecuzione dei comitati per il referendum. “Dentro ci sono famiglie, anziani, giovani che si battono per l’indipendenza con una protesta pacifica, ma per la Spagna siamo dei commando”, dice Pat Vila Armanguè. Che i Cdr siano una spina nel fianco del governo centrale lo dimostra il caso di Tamara Carrasco, impiegata. Il 10 aprile del 2018 è stata arrestata da 75 agenti della Guardia Civil che hanno applicato il protocollo anti terrorismo su mandato del tribunale speciale Audiencia National. Tre giorni in cella a Madrid, con la luce sempre accesa per impedirle di dormire, con l’accusa di aver tentato di pianificare un attentato alla caserma di Barcellona della Guardia Civil. “Io faccio parte dei Cdr che, senza alcuna gerarchia, organizzano in rete la protesta”, spiega Tamara. “Mi hanno arrestata per una conversazione telefonica nella quale parlavo di una manifestazione pubblica da promuovere e come prove mi hanno sequestrato un fischietto giallo, una maschera di Jordi Cuixiart (il presidente dell’associazione Omnium che è tra i nove esponenti dell’indipendentismo catalano sotto processo a Madrid, ndr), un poster del referendum, una mappa di Google maps e una medaglia della Cup”. L’impianto accusatorio che faceva di lei una terrorista è crollato in pochi giorni, ma è rimasto l’obbligo di dimora nel suo paese, Viladecans. “Sto aspettando che il Tribunale mandi il fascicolo al mio avvocato, per chiedere la revoca del provvedimento – prosegue Tamara -. Ora soffro di stress post traumatico. Tutta la vicenda è politica, mi hanno arrestata e perseguitata per intimorire tutti.

Il giudice di Madrid mi ha anche detto che la mia libertà dipendeva da quello che facevano i Cdr. Ma quando questa storia sarà finita farò causa allo Stato, per riprendermi la mia dignità”. In tanti ora, in Catalogna, devono difendersi. Deve farlo Jordì Pesarrodona, consigliere comunale di Esquerra Republicana a Sant Joan de Villatorrada, per avere irriso la Guardia Civil indossando un naso da pagliaccio accanto a un agente e per aver difeso le operazioni referendarie dalle violente cariche della polizia. “Disobbedienza grave è il crimine di cui sono stato accusato dalla magistratura di Manresa – dice Pesarrodona -. Il mio gesto è diventato virale e sono stato vittima su Twitter di insulti e minacce di morte. Ma non sarei diventato un caso se così non lo avesse fatto diventare la Guardia Civil, con la sua ossessione per l’onore”. Per disobbedienza devono difendersi i sindaci che hanno permesso il referendum, andando contro la Costituzione spagnola, che prevede che solo il capo del governo lo possa indire. E deve fare i conti con la giustizia anche il giovane Joan Mangues, studente di Scienze politiche, militante di Esquerra Repubblicana, per un twitt sulla morte in circostanze misteriose di un ambulante senegalese. Mangues mostra il filmato di un raduno a Barcellona, il 27 gennaio scorso, dei neofranchisti, per celebrare il giorno in cui le truppe di Francisco Franco fecero capitolare la Catalogna. “Hanno manifestato con il simbolo delle SS – dice -.

Ma il fatto è che vengono applicati due pesi e due misure. Vengono autorizzate le manifestazioni dell’estrema destra mentre le nostre richieste spesso vengono respinte. Tutto si inquadra nella Ley Mordaza, la legge bavaglio voluta dall’ex premier Rajoy, che limita fortemente la libertà di manifestare. Legge contestata dai socialisti, che però ne hanno fatto solo uno strumento di propaganda elettorale: la normativa è ancora lì e siamo al punto di partenza”. Nello scontro tra il movimento indipendentista e Madrid la sinistra di Podemos ha avuto fino ad ora un atteggiamento ambiguo. Una prudenza contestata dall’ex segretario del partito in Catalogna, Albano Dante Fachin, che nei giorni scorsi, con una lettera aperta, ha invitato tutti i militanti a fermare l’avanzata della destra. “Se Podemos non prenderà una posizione forte e chiara, sarà la fine della sinistra”, ha scritto Fachin, per il quale le prove contro gli esponenti politici arrestati, “hanno la stessa credibilità del programma di Ana Rosa Quintane”, giornalista molto contestata dai catalani. Del resto, secondo il giudice Noales Tintorè, davanti alla Corte di Strasburgo l’accusa formulata dalla Procura generale per processare i nove politici catalani, si sgretolerebbe. “Tutti i giuristi – dice Noales Tintorè – sono consapevoli del fatto che a Strasburgo emergerebbe la chiara violazione dei diritti fondamentali dell’individuo”. La natura del conflitto ha, evidentemente, radici economiche.

La Catalogna, regione ricca, rappresenta il 20% del Pil spagnolo e il 25% delle esportazioni totali del Paese. “Una secessione farebbe schizzare al 130% del Pil il debito pubblico spagnolo”, spiega l’economista catalano Josep Reyner Serrà. “Sarebbe un disastro per la Spagna, anche perché potrebbe innescare un effetto domino su altre regioni, come i Paesi baschi. Ma ci sono altre due ragioni profonde. La prima è di carattere identitario: la Spagna ha un concetto di proprietà e la Catalogna è trattata come l’ultima colonia. L’8,5% del Pil va al governo spagnolo, caratterizzato da politiche centriste, e ben poco viene restituito ai catalani per gli investimenti nella scuola, nel sociale, nella sanità. La seconda ragione è tutta politica. Se la Catalogna se ne va si rompe un sistema di potere”.

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Il processo contro il diritto all’autodeterminazione della Catalogna

All’inizio del 2019 si terrà a Madrid un processo contro i leader politici e civili catalani. Per mesi i rappresentanti del popolo catalano scelti democraticamente dovranno affrontare le accuse di un reato di ribellione che non hanno commesso, dal momento che l’unica violenza del processo di autodeterminazione in Catalogna è stata quella esercitata dalla polizia spagnola l’1 ottobre 2017, per reprimere il referendum di indipendenza. Le istituzioni spagnole stanno cercando di trasformare un diritto – quello di autodeterminazione – in un reato. Le società democratiche non dovrebbero tollerare la violazione dei diritti fondamentali nel cuore dell’Europa.

Autunno del 2017: eventi politici e giudiziari

  • 1 ottobre: La polizia spagnola reprime violentemente il referendum sull’autodeterminazione in Catalogna. Mille sessantasei elettori sono assistiti da servizi medici. Duecentocinquanta collegi elettorali sono chiusi. Nonostante la repressione, si celebra il referendum, con una partecipazione di 2.286.217 voti (43%), di cui il SÍ impone il 90% (2.044.038).
  • 16 ottobre: I presidenti delle due ONG catalane Jordi Sanchez, dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC – Assemblea Nazionale Catalana), e Jordi Cuixart, dell’Òmnium Cultural, sono accusati di sedizione e imprigionati senza cauzione per l’organizzazione di una manifestazione pacifica tenutasi il 20 settembre.
  • 27 ottobre: Il Parlamento della Catalogna approva la Dichiarazione di Indipendenza con 70 deputati a favore, 10 contrari, 2 voti in bianco e 52 astensioni. Il governo spagnolo attiva l’amministrazione diretta, cessa il governo catalano, scioglie il Parlamento della Catalogna e convoca nuove elezioni.
  • 2 novembre: Il presidente Carles Puigdemont e quattro ministri si esiliano a Bruxelles. Otto ministri – la maggior parte ritornati volontariamente dal Belgio – sono imprigionati inizialmente a Madrid, senza cauzione, accusati di ribellione per aver organizzato un referendum che avrebbe portato alla risoluzione parlamentare che dichiarò l’indipendenza.
  • 21 dicembre: Elezioni al Parlamento della Catalogna. Vincono le opzioni indipendentiste. Con una quota di partecipazione del 70,09%, i partiti proindipendenza ottengono il 47,5% dei voti e 70 seggi, i partiti unionisti il 43,3% dei voti e 57 seggi, mentre una coalizione pro referendum ma ambigua nei termini di indipendenza, ottiene il 7,4% dei voti e 8 seggi.

I Processi e repressione politica

  • Luglio 2018: Un tribunale tedesco nega l’estradizione del presidente Carles Puigdemont per ribellione perché non ottiene prove che dimostrino la violenza richiesta per questo tipo di reato. Il giudice spagnolo ritira il mandato europeo d’arresto per evitare di giudicarlo unicamente per appropriazione indebita di fondi e/o perdere gli altri casi di estradizione dei ministri catalani: quelli di Clara Ponsatí – in Scozia –, Toni Comín, Lluís Puig e Meritxell Serret – in Belgio – , e quella della      leader politica Marta Rovira – in Svizzera- dove si trova in esilio anche l’ex deputata  Anna Gabriel.
  • Novembre 2018: La Procura presenta le seguenti accuse:

        -Ribellione e appropriazione indebita di fondi pubblici: per il Vicepresidente Junqueras (25 anni di carcere); Jordi Sànchez, dell’ANC, Jordi Cuixart, dell’Òmnium, e Carme Forcadell, presidente del Parlamento (17 anni di carcere); i ministri Jordi Turull, Josep Rull, Raül Romeva, Dolors Bassa e Joaquim Forn (16 anni di carcere).

-Oltraggio all’autorità e appropriazione indebita di fondi pubblici: per i ministri Carles Mundó, Meritxell Borràs e Santi Vila (7 anni di carcere).

-Oltraggio: per Anna Simó, Lluís Coromines, Ramona Barrufet, Lluís Guinó e Joan-Josep Nuet, membri della segreteria di Presidenza del Parlamento; e per il deputato Mireia Boya (interdizione delle funzioni pubbliche e ammenda).

  • Gennaio 2019: La Corte Suprema inizia il processo contro dodici leader politici e leader dei movimenti sociali, accusati di ribellione e/o appropriazione indebita di fondi pubblici, mentre i cinque membri della segreteria di Presidenza del Parlamento – escludendo la presidente –, e la deputata Mireia Boya saranno processati dall’Alta Corte di Giustizia in Catalogna (TSJC) per oltraggio.

Il capo della polizia catalana, Josep-Lluís Trapero, e altri tre alti funzionari saranno processati dalla Corte Nazionale accusati di ribellione e sedizione per non aver represso violentemente il referendum.

Inoltre, settecento sindaci sono indagati, diversi insegnanti sono stati accusati di reato d’istigazione all’odio, decine di attivisti sono stati detenuti (per aver partecipato allo sciopero generale il 3 ottobre o l’8 novembre 2017, o durante le manifestazioni di protesta contro la reclusione dei leader politici). Due di loro sono stati detenuti in base alla legge anti-terrorismo e diversi rapper sono stati reclusi o sono esiliati per il contenuto politico delle loro canzoni (Pablo Hasél, Valtònyc).

Violazione dei diritti umani

1) Negare il diritto dei catalani a celebrare un referendum implica di per sé una seria negazione della democrazia. L’articolo 1 del Trattato Internazionale sui diritti civili e politici – ratificato dalla Spagna nel 1977 – riconosce il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione. Nel reprimere il referendum sull’autodeterminazione, lo stato spagnolo ha anche violato altri articoli del trattato:

Articolo 7 (trattamento inumano o degradante di persone da parte della polizia);

Articolo 19 (diritto alla libertà di espressione);

Articolo 21 (diritto all’assemblea pacifica);

Articolo 22 (diritto all’associazione libera);

Articolo 25 (diritto di partecipare alla direzione degli affari pubblici).

2) Abuso della carcerazione preventiva: All’inizio del processo, gli imputati avranno accumulato tra dieci e quindici mesi di carcerazione preventiva. Il giudice ha ripetutamente negato la loro libertà

sostenendo che non abbiano rinunciato alle loro convinzioni sull’indipendenza, o per la probabilità che organizzino nuove dimostrazioni.

La Corte Costituzionale ha ritardato per oltre un anno la risoluzione dei ricorsi presentati contro la carcerazione preventiva, bloccando di conseguenza l’accesso dei detenuti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Pertanto, il mancato trattamento di tali richieste aumenta il periodo di danni irreparabili causati da arresti arbitrari.

3) Il diritto a un processo equo non è garantito: La maggior parte delle citazioni per presentarsi davanti al giudice il 2 novembre sono state ricevute meno di 24 ore prima, il che costituisce derisione dei diritti fondamentali, impedendo la preparazione di una dichiarazione giudiziaria con le garanzie appropriate.

Molti degli imputati saranno processati da un tribunale (la Corte Suprema) senza poteri e ciò impedisce loro di fare appello, poiché è il più alto organo giudiziario ordinario. Gli eventi sono accaduti in Catalogna e dovrebbero essere giudicati in Catalogna. La presidente del Parlamento, che è membro di un organo collegiale, sarà processata dalla Corte Suprema, mentre i restanti membri saranno giudicati dall’Alta Corte di Giustizia in Catalogna.

La Corte Suprema ha negato ai prigionieri politici catalani il diritto di essere processati nella loro lingua, il catalano. Il partito di estrema destra Vox, che promuove la messa fuorilegge di partiti e associazioni indipendentiste, funge da accusa popolare nei processi, chiedendo condanne più lunghe di quelle richieste dall’ufficio del pubblico ministero.

4) Altri diritti politici sono stati violati: A Carles Puigdemont (presidente in esilio) e a Jordi Sànchez (ex presidente dell’ANC attualmente in carcerazione preventiva) è stato negato il diritto come deputati eletti di presentare la loro candidatura alla presidenza del governo catalano. Il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite richiese misure provvisorie per garantire i diritti politici di Jordi Sànchez, ma sono stati ignorate dal giudice spagnolo.

Carles Puigdemont, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Josep Rull, Jordi Turull e Raül Romeva, membri del Parlamento della Catalogna, sono stati sospesi dalla carica prima che il processo abbia inizio.

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Arresti arbitrari stamattina in Catalogna

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Potere al Popolo! denuncia gli arresti arbitrari di stamattina in Catalogna

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Stamattina, 16 gennaio 2019, nella regione di Girona (Catalogna) alcuni sindaci e alcuni attivisti della sinistra indipendentista si sono svegliati con uomini incappucciati della Polizia Nazionale Spagnola (PNE) alle loro porte. Ignasi Sabater e Dani Cornellà, entrambi della CUP e rispettivamente sindaci di Verges e di Celrà, e altri nove militanti, tra cui appartenenti ai CDR (Comitati in Difesa della Repubblica) sono stati arrestati. L’operazione è stata condotta dalla PNE senza alcun mandato giudiziario del Tribunal Superior de Justícia de Cataluña. L’accusa è di presunti “disordini pubblici” in occasione dell’anniversario del 1 ottobre 2017, il giorno in cui in Catalogna si è tenuto il referendum per l’indipendenza.

Si tratta di un’operazione di polizia che palesa il volto violento dello Stato spagnolo. Qui non è in gioco solo il rispetto del diritto all’autodeterminazione, ma anche quello dei diritti civili e politici, individuali e collettivi. Gli arresti di stamattina sono l’ennesima risposta “repressiva” di uno Stato che nega la questione politica di fondo e la tratta come fosse problema di ordine pubblico, chiudendo la porta in faccia a chi rivendica una soluzione democratica del conflitto. Ed è problema di tutte e tutti noi, non solo dei catalani; ancor più perché accade a pochi chilometri dalle nostre città, nel cuore di quella Unione Europea che si auto-esalta come costruzione democratica e che non riesce a pronunciare nemmeno una parola – lasciamo stare i fatti – contro la repressione e la violenza che avviene in uno degli Stati membri.

Mentre scriviamo, ci giungono notizie dalla Catalogna che ci informano che alcuni degli arrestati sono stati liberati. Ad alcuni pare sia stato riservato un trattamento non proprio tenero. A tutti loro, a chi è di nuovo in libertà e a chi è ancora nelle mani della PNE, il nostro più caloroso abbraccio.

Libertà immediata per tutti gli arrestati!

https://poterealpopolo.org/pap-denuncia-arresti-arbitrari-catalogna/?fbclid=IwAR01syWEWQ3GW0Wh4Q2bppO1P2onmmdtdzt-sNA2siluseb95_gqLM49Opw

 

Chi e Cosa può limitare che un popolo possa essere tale ?

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ecosicilia  di Massimo Costa

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Secondo questi avvocati internazionalisti gli indipendentisti catalani “violano lo stato di diritto” e quindi “rischiano grosso”. Certo, lo Stato di diritto Spagnolo non può ammettere secessioni dal proprio punto di vista interno.
Neanche il diritto britannico prevedeva la secessione delle 12 colonie da cui sono nati gli Stati Uniti d’America.
Neanche il diritto francese prevedeva che un territorio metropolitano potesse secedere. Per questo l’Algeria, a differenza delle altre colonie francesi, ha avuto bisogno di una guerra per avere l’indipendenza.
E gli esempi potrebbero sprecarsi.
Ma a questo punto bisogna chiarire una cosa. Di quale diritto si parla? Esiste o no un “diritto naturale” al di sopra del “diritto positivo”? Non tutti i giuristi sono d’accordo sul tema.
Dove arriva il “principio di autodeterminazione dei popoli”?
Sono consapevole che non si possono dare risposte troppo semplici.
Ma una cosa è certa. Se la risposta è che lo Stato, in forza del proprio “monopolio della forza coercitiva” (Weber) può impedire, per il diritto positivo, a un intero popolo, che ha caratteristiche storiche di stato-nazione, di prendere per la propria strada, la risposta non potrà più essere pacifica. È una strada senza sbocco, che conduce alla violenza e alla guerra civile.

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La scommessa del governo spagnolo è che i Catalani, alla fine, non ci tengono poi così tanto all’indipendenza, fino a essere disposti a morire per la stessa. È un calcolo che molte volte si è fatto in passato, ma che ha avuto conseguenze sciagurate.
Purtroppo il diritto internazionale non consente di andare molto indietro. Nessuno a L’Aja, sarebbe disposto a sindacare la fusione del 1713 tra Catalogna e Spagna. Prima d’allora teoricamente la Catalogna era un insieme di contee federate, la cui titolarità era casualmente dello stesso re di Castiglia. E, sempre su piano teorico, queste contee facevano parte del Regno di Francia e nemmeno del Regno di Aragona, da cui si erano distaccate a poco a poco e di fatto dai tempi di Carlo Magno. Ma non si va mai così indietro, altrimenti nulla sarebbe legittimo dell’attuale ordinamento. Dopo secoli, purtroppo, il fatto vale diritto. È come se esistesse una sorta di prescrizione del diritto alla sovranità dei popoli per mancato esercizio.
Quindi la parola passerà alle armi? Speriamo di no. Ma, a questo punto, l’alternativa è la totale dissoluzione della Nazione Catalana dentro la Spagna. L’alternativa pare essere la morte e distruzione della Catalogna. O la violenza. Brutto bivio. Nel quale però non si sono cacciati gli indipendentisti, ma anche l’ottuso centralismo della monarchia borbonica iberica.
La mia conclusione è che non può essere impedito a un Popolo che ha avuto secoli di stato proprio di esprimersi per mezzo di un libero referendum. Vietarlo significa essere un regime. E la Spagna oggi è quindi un regime.

 

 

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Mano pesante dei giudici contro i vertici catalani

 

Spagna, mano pesante dei giudici contro i vertici catalani. Ora gli indipendentisti rischiano grosso

 

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Andrea Lupi e Pierluigi Morena     7 novembre 2018

 

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Per alcuni sarà un processo politico, per altri la risposta inevitabile di uno Stato di diritto. Da quando il Tribunal Supremo di Madrid ha chiuso le indagini condotte dal magistrato Pablo Llarena, con il conseguente rinvio a giudizio per i protagonisti del referendum per la Repubblica catalana del 1 ottobre dello scorso anno, in Spagna sono esplose nuove polemiche. Con riflessi sulla tenuta dell’esecutivo, il premier socialista Pedro Sánchez è chiamato in questi giorni a resistere al chantaje, il ricatto, dei principali partiti indipendentisti, la sinistra di Esquerra Republicana (Erc) e i centristi di PdeCat (il Partito democratico europeo catalano) dell’ex presidente Puigdemont. Da settimane i separatisti, in cambio del possibile appoggio a una risicata maggioranza di sinistra (socialisti e Podemos) sulla manovra finanziaria in discussione, chiedevano un deciso intervento del governo sui pubblici ministeri perché venissero mitigate le richieste di condanna nei confronti dei leader della causa catalana.

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Se l’esecutivo avesse ceduto alle pressioni sarebbe andato in frantumi lo Stato di diritto. La Pubblica Accusa ha quindi proseguito fino in fondo il proprio lavoro e 18 dirigenti catalani dovranno ora affrontare il processo, un giudizio con capi d’accusa così pesanti da far tremare i polsi: delitto di ribellione per imputati eccellenti quali Oriol Junqueras, leader di Erc ed ex vice presidente della Generalitat, e Carme Forcadell, già presidente del Parlamento catalano.

Secondo la tesi dell’accusa il primo avrebbe incitato la popolazione a tenere manifestazioni pubbliche, pur avendo egli partecipato a riunioni con i vertici dei Mossos, la polizia regionale, dalle quali emergeva la possibilità di scontri di piazza, nella convinzione che col sostegno della polizia locale si sarebbe forzato l’accerchiamento del governo centrale. La seconda è accusata di aver portato all’ordine del giorno dell’assemblea legislativa la votazione per una legge di transizione verso la repubblica, mettendo di fatto il Parlamento al servizio del risultato di una consultazione dichiarata illegittima dal Tribunale costituzionale.

Non è di poco rilievo il rischio cui vanno incontro gli esponenti separatisti, la procura dell’Alta Corte madrilena ha formalizzato la richiesta di 25 anni – il massimo della pena prevista dall’articolo 473 del codice penale – per Oriol Junqueras, 16 anni per altri ex membri del congresso regionale, e ben 17 anni per Carme Forcadell e i responsabili delle associazioni civiche (Assemblea Nacional Catalana e Ómnium Cultural) che maggiormente hanno supportato nelle piazze il procés verso il contestato referendum. Con due fatti ulteriori messi in rilievo nelle carte dei pubblici ministeri: gli artifici di bilancio operati dal governo regionale il quale imputava i tre milioni di spese per la consultazione referendaria a generiche partite contabili per logistica e pubblicità – di qui l’accusa di malversazione di fondi pubblici – e la presunta complicità con lo stato maggiore separatista dei vertici dei Mossos d’Esquadra, con l’ex capo Josep Lluís Trapero considerato parte del programma politico.

Il percorso processuale appare disseminato di ostacoli, con le polemiche interne per le lunghe misure restrittive adottate in via cautelare nei confronti dei politici catalani già trasferite in consessi internazionali quali il Comitato dei diritti umani dell’Onu e la Corte di Strasburgo. Con la singolarità che nelle schermaglie che caratterizzeranno il dibattimento le parti non potranno invocare precedenti dei tribunali iberici. L’unico provvedimento per reato di ribellione conosciuto nella storia della democrazia spagnola è quello che interessò il tenente-colonnello Antonio Tejero, protagonista del golpe del 23 febbraio del 1981 quando con in testa il “tricornio”, il curioso copricapo della Guardia civil, e stretta in pugno una pistola fece irruzione nel Congresso dei deputati di Madrid. ¡Quieto todo el mundo! gridò, facendo così traballare la giovane democrazia iberica. Ora divenuta più matura, ma chiamata, forse, a sostenere prove più dure.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/07/spagna-mano-pesante-dei-giudici-contro-i-vertici-catalani-ora-gli-indipendentisti-rischiano-grosso/4747918/