Riscattando Llarena

 

Non ci sono motivi perché i cittadini riscattiamo un magistrato linguacciuto. Vedremo come lo spiegano.

Fino ad oggi il rassegnato contribuente spagnolo si è visto costretto a riscattare banche e concessionarie autostradali varie, ma non era mai capitato finora che gli si chiedesse di riscattare un giudice.

Elisa Beni   ElDiario.es   18.08.2018

Pablo Llarena

Pablo Llarena, judice del Tribunale Supremo

Tuttavia, quello è esattamente ciò che sta succedendo. Il magistrato Llarena, con il dubbio appoggio del suo amico Lesmes, il Dungeon Master del CGPJ (Consiglio Generale del Potere Giudiziario), pretende che venga usato denaro pubblico per pagare la rappresentazione legale di Pablo Llarena in una causa civile a Bruxelles e, inoltre, che nel caso in cui essa si perda e lui venga condannato, si usi il denaro di tutti per pagare l’indennità, che sarebbe simbolica, e sostenere le spese, che non lo sarebbero tanto.

Sì, ecco, era quella causa civile presentata da Puigdemont e gli ex ministri Serret, Comín, Puig e Ponsatí di tutela della reputazione per manifestazioni private portate a termine dal magistrato in conferenze (patrocinate da BMW, in FAES [Fondazione per l’Analisi e gli Studi Sociali] e in università d’estate), nelle quali sarebbe stato violato il loro diritto alla presunzione d’innocenza da parte del giudice che istruisce la loro causa.

Quella causa civile che faceva ridere a crepapelle Llarena e il resto del mondo, e che chi era allora la più alta autorità giudiziaria di Madrid considerò che non era nemmeno il caso di fargliela arrivare. Quella causa che è proseguita e che mantiene la citazione per settembre. Ciò che era un divertimento e una trovata due mesi fa ha finito per avviare dei meccanismi inauditi per il riscatto di Llarena.

Con il denaro di tutti.

E attenzione a questo. Perché quel che si comprova a Bruxelles – luogo in cui risiedono i ricorrenti – è se il magistrato Llarena, che nei suoi scritti giudiziali ritiene i catalani presunti autori di un delitto di ribellione e malversazione, ha commesso un illecito civile nel dare per scontata la loro colpevolezza in manifestazioni private.

Vi chiederete: e che c’entrano il CGPJ e il Ministero della Giustizia, e soprattutto che c’entra il nostro denaro con il fatto che Llarena sia un linguacciuto o che gli scappi il subconscio quando va in tournée? Io mi chiedo la stessa cosa, e credo che anche Giustizia dovrebbe studiare molto bene la situazione prima di prendere una decisione che potesse supporre un uso abusivo del denaro pubblico, poiché questo fatto ha un nome bruttissimo. Lo sapete.

Dicevamo che Llarena e gli altri ridevano a crepapelle due mesi fa per via della causa, e che questi respinse rapidamente la ricusazione richiestagli poiché considerava di avere controversie con quelle persone, il ché è motivo legale per abbandonare il caso. Ma non lo turbava per niente!

Invece, pochi giorni fa il giudice presentò una richiesta di tutela davanti al CGPJ, sentendosi turbato nella sua indipendenza.

E come si può non avere il minimo interesse e respingere una ricusazione per un dato argomento e invece, alcune settimane dopo, affermare che quel argomento perturba tanto da avere bisogno di tutela? Proverò a spiegarvelo.

L’imperturbabile magistrato si è accorto che la procedura civile belga va avanti e che potrebbe optare per essere rappresentato o in assenza. Quest’ultima modalità non permette nessuna difesa, per cui, dovrebbe contrattare un avvocato e pagarlo di tasca propria? Bella fregatura! Inoltre, a pensarci bene, potrebbe addirittura perdere e, benché le indennità ammontino a cinque euro, le spese processuali, compresi gli onorari degli avvocati, potrebbero andare alle stelle. Con la tasca propria minacciata, Llarena ha chiesto aiuto. Ma questo aiuto non è facile.

Mi dicono che il proprio Lesmes dichiarò nella Commissione Permanente di aver avuto una conversazione con l’Avvocatessa Generale dello Stato per vedere se l’Avvocatura poteva farsi carico della situazione. Lei gli disse che così, senza stimolare la questione dal Consiglio, sarebbe stato piuttosto impossibile. Pertanto, si misero a stimolare e la stimolazione è consistita nell’utilizzo illegittimo della figura della tutela, concepita per preservare l’indipendenza giudiziaria rispetto ad altri poteri dello Stato.

Non finiscono qui le invenzioni e le anomalie.

In effetti, per concedere la tutela si visse una sessione di alta tensione nella Commissione Permanente del CGPJ, nella quale non mancarono le grida, letteralmente. Il fatto è che la richiesta di tutela di Llarena non si sarebbe dovuta inoltrare nemmeno. La legge raccoglie un termine di decadenza di dieci giorni per presentarla dal momento in cui si produce il fatto perturbatore. Altre volte è stato rifiutato l’inoltro di richieste di tutela per aver superato il termine di un giorno.

Ebbene, quella di Llarena l’ha superato non di un giorno ma di quasi due mesi. Questo motivo fu allegato da uno dei membri della commissione che si negava a studiare nemmeno la richiesta per considerarla illegale. Niente di tutto questo importò al bulldozer Lesmes. Inoltre, la richiesta di tutela comporta un errore concettuale dato che il meccanismo per garantire l’indipendenza c’entra poco con le azioni private di un magistrato e con la possibilità che quelle azioni implichino una spesa.

Cosicché si parla di proteggere, di fronte a ingerenze straniere, l’indennità della giurisdizione spagnola quando non corre nessun rischio in un procedimento personale che, in più, non costituirebbe neanche motivo di tutela. Il fatto è che nella tumultuosa riunione si sentì la frase: “Vediamo, stiamo parlando di denaro rispetto a una persona che vive del suo stipendio”. Pertanto si esige il riscatto del magistrato Llarena e così l’ha comunicato il CGPJ al Ministero della Giustizia.

La causa civile presentata in Belgio dice testualmente: “il giudice Llarena ha commesso una contravvenzione AI MARGINI DELLA SUA FUNZIONE GIURISDIZIONALE”.

Adesso Lesmes ha deciso che, se il magistrato è stato un malalingua, dobbiamo pagarlo tutti. Il Ministero ha già detto che l’Avvocatura dello Stato non può agire e che, caso mai, occorrerebbe contrattare degli avvocati. Attenzione a questo. Attenzione! Usare denaro pubblico per pagare avvocati in incombenze private non è accettabile. Ed ha un brutto nome.

Non ci sono motivi perché i cittadini riscattiamo un magistrato linguacciuto. Vedremo come lo spiegano.

traduzione  Babel Republicat

https://www.eldiario.es/zonacritica/

Fonte original – El diario.es (18/08/2018)

 

 

Il racconto dell’inesistente

Iu Forn   ElNacional.cat   19.08.2018

IuForn_8_300x300

Oggi sta girando questo link:

https://videos.telesurtv.net/video/736030/reportajes-telesur-736030/

Riguarda un servizio andato in onda ieri per la prima volta dal titolo “El relato de lo inexistente” (il racconto dell’inesistente) realizzato dalla catena televisiva sudamericana Telesur. Durante 25 minuti si narrano i fatti accaduti in Catalogna dal 20 settembre dell’anno scorso in poi e di come lo Stato abbia cercato di creare il discorso della violenza.

Ed ora Lei forse mi dirà:

“Ovvio, Telesur…. non c’è bisogno di aggiungere altro. È una catena finanziata dal Venezuela e che gode del sostegno di diversi paesi ostili all’Occidente e populisti come Cuba, Nicaragua o l’Ecuador. Quello che questi possano raccontare è già noto a tutti noi, manipolazione contro la Spagna e voglia di destabilizzare.”

Bene, se Lei ha pensato questo è anche probabile che pensi che TV3 (televisione pubblica della Catalogna) sia una catena che bisogna chiudere in quanto golpista, manipolatrice, indottrinatrice, eccetera, eccetera. Quindi, con questo stesso ragionamento, si deduce che Lei ritiene il servizio di Telesur sulla situazione in Catalogna ed i servizi andati in onda in TV3 sulla stessa questione puramente propagandistici e, di conseguenza, lei intenda ignorarli completamente. Perfetto.

A questo punto, mi permetta di farle una domanda: Lei crede nella libertà di espressione?  Se la risposta è no, io e lei non abbiamo nient’altro di cui parlare su questa questione. Se invece la sua risposta è sì, mi permette di condividere con lei una riflessione?

Grazie.

Questo servizio di Telesur forse sarà un semplice “pamphlet”, o forse spiega i fatti con una squisita equidistanza, forse può aiutare a comprendere alcune cose, o semplicemente può essere utile per avere una visione diversa da quella raccontata dai media spagnoli che, guarda caso, difendono sempre il solito racconto ufficiale. In ogni caso, Lei e gli altri essere umani potranno conoscere cosa racconta questo servizio e come lo racconta, e cosa e come lo raccontano i documentari trasmessi da TV3 solo dopo averli visti. Mai prima.

La differenza, per niente trascurabile, è che qui si possono vedere tutti i documentari, notiziari, programmi e puntate speciali che emettono le catene televisive spagnole.  Per contro, nessuna catena spagnola ha voluto trasmettere nemmeno uno dei servizi e documentari qui prodotti. E non solo quelli di TV3, ma neppure quelli di Mediapro (gruppo leader nel settore audiovisivo europeo). Né quelli di nessun’altro. Né sui fatti dell’1 di ottobre o quelli del 21 settembre, né sulle fogne dello stato, né altro. Nulla. Fuggono da tutto quello che sia al di fuori dal loro copione ufficiale.

Se fossero davvero così sicuri che la loro versione corrisponda alla verità assoluta, per quale motivo dovrebbero quindi negare ai loro cittadini la possibilità di potere ricevere altre versioni?  Anche trasmettendole definendole “pamphlet” ed organizzando dibattiti a seguire con la partecipazione dei soliti dicendo le solite cose. Naturalmente contro.

Perché questo silenzio, però? Come mai questa censura? Perché questa paura della discrepanza? Perché questa negazione prestabilita di qualsiasi altra opinione che non sia quella ufficiale?  Come mai quest’uniformità, questo totalitarismo comunicativo?  Da cosa si nascondono?

Forse qualcuno potrebbe fare un servizio parlando di questo tema. Un servizio che di sicuro non sarebbe trasmesso nella Spagna che ha assolutamente ragione. Perché, come qui dice una battuta: “Perché mai? Per fare dei casini?”

traduzione Esther Sagrera-AncItalia

https://www.elnacional.cat/ca/opinio/iu-forn-relat-de-inexistent_297543_102.html

 

Spagna, Catalogna, una lettera dal carcere

Concita De Gregorio   invececoncita.blogautore.repubblica.it  14.07.2018

 

Junqueras

Oriol Junqueras leader di Esquerra Republicana

Grazie a Carla Signorile

 

Questa che segue è una poesia scritta dal carcere dall’ex vicepresidente della Catalogna Oriol Junqueras ai suoi due figli, Luc e Joana. Mi arriva per il tramite di una comune conoscenza, Carla Signorile: la speranza di Junqueras è che possa essere pubblicata, che i suoi figli possano leggerla su un giornale e molte altre persone con loro.

Junqueras, esponente del partito Esquerra Republicana ha studiato in Italia, in scuole cattoliche, nei suoi anni giovanili. Da più di otto mesi – dal 2 novembre 2017 – si trova in carcere in Spagna con l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione (uso improprio di fondi pubblici) dopo il referendum dell’Ottobre 2017, giudicato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola. Il movimento di cittadini che esibisce al petto nastri gialli chiede da mesi la liberazione sua e degli altri esponenti politici e sociali arrestati con lui, giudicati ‘detenuti politici’, poiché incarcerati per reati di opinione.

Da novembre è intanto cambiato il governo, in Spagna: è di questi giorni la notizia di una ripresa del dialogo fra il presidente del consiglio Pedro Sanchez, socialista, succeduto a Mariano Rajoy, popolare, e il nuovo presidente della catalogna Quim Torra. Intanto il tribunale tedesco dello Schleswig-Holstein ha deciso che l’ex presidente catalano Carles Puidgemont potrà essere estradato in Spagna dalla Germania, dove si trova, ma non per il reato di ribellione, per il quale si rischiano fino a 30 anni di carcere, reato che i giudici tedeschi hanno valutato inconsistente. L’estradizione sarà possibile solo per il reato di malversazione di denaro pubblico, relativamente all’allestimento del referendum di ottobre. Perché la sentenza sia esecutiva bisogna ora attendere il pronunciamento della Corte federale.

Nell’ultima lettera dal carcere di Estremera Junqueras ha inviato queste parole, in italiano.
“Ogni tanto scrivo qualche racconto e qualche poesia per i miei figli Luca e Giovanna. Una di queste l’ho scritta per loro in italiano, e poi tradotta in catalano. E’ una semplice poesiola. Eccola.
‘Anche se ora sembra
Che un oceano separi le nostre spiagge
Un giorno mi vedrete ritornare
Su un ponte di racconti e di storie
Che mi avrò spiegato
Allora una infinità di abbracci
Consolerà la lunga assenza
E le nostre anime, ora già così forti
Non permetteranno
Che nessuna piccolezza ci rubi mai il sorriso’
Mi scuso per gli errori ortografici che sicuramente ho fatto. Qui in carcere non ho nessun dizionario. Spero che nel giudizio sul mio poema (!) possiate tenere in conto le circostanze. Papà”.

 

Le circostanze che hanno portato all’incarcerazione di Junqueras e di altri esponenti politici, sotto il governo di Mariano Rajoy, hanno suscitato in Spagna un grandissimo movimento di opinione. Le violenze della polizia di stato, durante il referendum, sono state documentate da osservatori internazionali di tutto il mondo. Nei mesi successivi il Partito popolare dell’ex presidente Rajoy è stato al centro di grande attenzione per episodi gravi di corruzione, già noti e da ultimo sanzionati, che hanno contribuito a determinare le dimissioni e il cambio di governo.

http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2018/07/14/spagna-catalogna-una-lettera-dal-carcere/

Lettere per la libertà

 

“Il mondo alla rovescia”, lettera di Jaume Cabré a Raül Romeva

carta-romeva-cabre-30150010-604x270

Lettera dello scrittore Jaume Cabré  a Raul Romeva, che è in carcere  a Estremera dal 23 marzo · “Lettere per la libertà” è una sezione del giornale elettronico Vilaweb per esprimere solidarietà con i prigionieri ed esiliati politici, e anche , per far sapere chi sono.

Caro Raül,

dottore in relazioni internazionali, laureato in economia, Consigliere per gli Affari Esteri, Relazioni Istituzionali e Trasparenza della Generalitat, governo autonomo della Catalogna; futuro ministro degli Affari Esteri della Repubblica catalana; politico ammirato; prigioniero politico che tanto ci manca, caro amico.

I titoli ufficiali non sarebbero necessari, ma mi è venuto cosí, Raül. Soprattutto perché leggerai questa lettera, se te lo permetteranno, nella prigione di Estremera. Rileggo ciò che ho scritto e mi rendo conto che mancano ancora altri titoli onorifici; ne citerò solo uno di cui sei molto fiero: membro attivo dei Castellers de Sant Cugat, i Gausacs (torri umane popolari in Catalogna, ndt) , che, nonostante la loro giovinezza, nell’ottobre 2017 (sì, nell’ottobre 2017!) hanno completato un tre di nove (una torre di nove piani particolarmente difficile da costruire, ndt). Nessuno riuscirà a strapparti il titolo di membro attivo de I Gausacs.

Quando rivedo la tua carriera e le informazioni del tuo curriculum, capisco perché ti tengono in carcere; i politici che detengono il potere in Spagna (con la loro politica o con il loro silenzio) non raggiungono neanche la suola della tua scarpa. Sai tantissime cose; hai vissuto da vicino il conflitto dei Balcani in Bosnia Erzegovina e in Croazia. Hai lavorato aiutando i rifugiati nei campi in Croazia; sei stato responsabile del programma educativo e la promozione del programma Cultura della Pace dell’UNESCO. Sei stato, anche, il supervisore dell’OSCE per le elezioni in Bosnia Erzegovina nel 1996 e nel 1997; e, dopo tanta generosità, ti sei fatto un regalo che ami moltissimo: hai imparato a parlare il croato. Trovo molto bello che tu consideri questa incorporazione come un regalo. Forse i monolingui acerrimi non potrano mai capirlo.

C’è una cosa della quale non ti ho mai parlato: ancora non  ti conoscevo personalmente, ma mi interessò molto l’europarlamentare Raül Romeva, lavoratore instancabile, con una performance ammirevole come deputato europeo che si concreta, tra mozioni e domande, in mille seicento interventi. Considerando che n’erano e ce ne sono tuttora che passano il badge, entrano da una porta ed escono tranquillamente dall’altra… è logico che tu sia in prigione mentre i “furbi” continuano a far niente mentre approfittano di qualsiasi imbroglio politico che possa arricchirli. Il mondo alla rovescia: la tua integrità ti ha portato in prigione. Il mondo è capovolto? Oppure no: è la rivoluzione degli integri: tua e quella degli altri prigionieri politici e politici in esilio. Ora che i WhatsApp proliferano come funghi, mentre ti scrivevo, me ne è arrivato  uno che dice che ci fanno vivere in un paese dove uno stupro di gruppo è solo un  abuso, o che una rissa in un bar è terrorismo. E i neo-nazisti con le armi sono assolti come patrioti. In un paese in cui l’uccisione di un toro è una celebrazione culturale; dove i nonni, i coraggiosi, gli eroi, sono stati malmenati dai manganelli per difendere i seggi; dove i rapper vanno  in prigione per le loro critiche, dove gli insegnanti che fanno discutere in classe delle questioni che stiamo vivendo sono accusati d’”incitamento all’odio” … Come dice il professore di diritto penale di una università catalana, attualmente Il regno di Spagna è “uno stato di perversione del diritto”. E ce ne ricorderemo.

Revenons à nos moutons: riferendomi al tuo lavoro come eurodeputato,  voglio dirti qualcosa che molta gente pensa dei nostri prigionieri ed esuli :  davanti  a tanta ignoranza, inettitudine e cattiveria, vedere che persone preparate, con una profonda esperienza di vita riguardo l’Europa, sono  imprigionate o esiliate, fa sembrare di vivere in un mondo alla rovescia.

Alcuni mesi fa abbiamo parlato di letteratura; e abbiamo parlato dei tuoi libri, dei tuoi romanzi. Ora mi prende una specie di pudore; trovo sia troppo personale riferirmici in questa lettera che scrivo in privato ma che sarà resa pubblica. Ma una cosa posso dirti: mi stupisce che, con tutta l’attività frenetica che hai vissuto, tu abbia conservato l’umore, tempo, energia ed entusiasmo di scrivere, di tanto in tanto, un romanzo.

Lasciami fare riferimento, per finire, al titolo di un saggio che hai pubblicato nel 2014: “Siamo una nazione europea (ed una cartella scomoda): la Catalogna vista dall’Europa.” Questo è il titolo completo: assolutamente esplicito; assolutamente premonitorio.

Raül: devo concludere. A quattr’occhi parleremo di altre cose, non necessariamente profonde: forse del colore di quella rosa. O forse staremmo zitti per un po’, senza dover fare commenti intelligenti e necessari: semplicemente, stando. Come vorrei che fosse possibile! E lo sarà, perché la Storia, se fa un passo indietro, dopo ne fa due avanti ; è capricciosa, d’accordo: ma non si ferma.

Grazie per la tua generosità, per la vostra generosità e coraggio.

Tuo, Vostro

Jaume Cabré

https://www.vilaweb.cat/noticies/el-mon-a-linreves-carta-de-jaume-cabre-a-raul-romeva/

 

“Sono convinto dell’importanza della cultura per costruire (una) repubblica “(*), lettera di Raül Romeva a Jaume Cabré.

romeva-cabre-08171921-604x270

 Raül Romeva, che si trova nel carcere di Estremera dal 23 marzo, risponde alla lettera inviata da Jaume Cabré attraverso questa sezione. “Lettere per la libertà” è uno spazio di VilaWeb per esprimere solidarietà con i prigionieri politici ed esiliati e, allo stesso tempo, per sapere chi sono     

 

Caro Jaume Cabré,

Ancora una volta, devo ringraziarti per le tue parole di sostegno e per l’incoraggiamento che ci hai fatto raggiungere in modo collettivo con la tua “Lettera per la libertà”. La verità è che siamo molto onorati e, allo stesso tempo, fortunati, ricevere tanti segni di affetto e solidarietà, e questo ci fa credere che, prima o poi, prevarrà il buon senso.

La nostra determinazione repubblicana, sempre pacifica e democratica, è il riflesso del fallimento di uno Stato che non ha saputo ascoltare, gestire ne canalizzare le proprie diversità. Ma è anche l’espressione di diverse generazioni che, a prescindere dalle origini di ciascuno, sono chiare che vogliono costruire un progetto giusto, etico, solidale e inclusivo.

È anche fondamentale che la cultura sia uno dei pilastri di questo progetto. E in questo senso, faccio mie le parole di Joan Manuel Tresserras, quando dice che non dovremmo partire dalla volontà di dominio ma dall’opposizione frontale a tutte le forme di dominio, e non dobbiamo partire dall’economia e la politica per pensare il nostro modello sociale e di potere, ma, al contrario, dobbiamo iniziare dalla cultura, se necessario, per usare strumentalmente l’economia e la politica al fine di raggiungere i nostri obiettivi.

Ecco perché sono così convinto dell’importanza della cultura, in tutte le sue dimensioni, per costruire legami, società e repubblica (*)

Grazie, Jaume, per il tuo impegno personale a favore di un progetto entusiasta e integrante.

Continueremo a lavorare, ognuno dal nostro spazio, per condividere questo futuro. Ed è che, prima o poi, il bene trionferà. Ne sono convinto.

Un grande abbraccio!

Raül

[In questo scritto Raül Romeva risponde alla lettera inviata a lui da Jaume Cabré nel progetto VilaWeb ‘Lettere per la libertà’]

https://www.vilaweb.cat/noticies/cartes-per-la-lliberta-raul-romeva-jaume-cabre/

 

traduzione Margherita Ravera-ANC Italia

(*) Nota della traduttrice: Romeva usa il termino repubblica come lo usiamo in Catalogna; diciamo che “facciamo repubblica”  in un parallelismo col termino “facciamo strada”, coscienti che la meta è “la repubblica” però, per il momento “facciamo repubblica” cioè prepariamo la strada verso la repubblica.  Ogni passo verso la futura repubblica indipendente catalana è un “fare repubblica”.

 

 

 

La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia.

 

La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia. Da Viva Zapatero! al «bel gesto» sull’#Aquarius

Sanchez

L’abbagliante Pedro Sanchez,nuovo premier socialista

 

di Victor Serri *       Pubblicato il 14.06.2018 Wu Ming

Ancora una volta la Spagna riempie le prime pagine italiane. La mozione di sfiducia al conservatore Rajoy ha fatto diventare premier il socialista Pedro Sánchez e così per Left «la Spagna vede rosso», mentre per Il manifesto è semplicemente «Cambio».

Scompare la questione catalana, già passata di moda, e si torna alla visione idilliaca della Spagna pre-crisi del 2008. Dai mille feriti del referendum dell’1 ottobre ci separa meno di un anno, e sembra che tutto si sia già risolto con un nuovo governo. È chiaramente una narrazione distorta, che nega la complessità dei processi politici, istituzionali e di movimento.

Quest’idea della «Spagna felice» ha cominciato a formarsi una quindicina di anni fa.

Fino ai primissimi anni del nuovo secolo la Spagna era vista come un paese economico per andarci in vacanza, leggermente esotico. Se ne sapeva poco e, al di là di un interesse politico per il conflitto basco, solo pochi specialisti ne parlavano. Era la terra del flamenco, delle spiagge, delle belle vacanze.

appartamentospagnolo

Ma nel 2002 esce un film, intitolato L’appartamento spagnolo. Parla di studenti Erasmus, di una vita di amori e viaggi, della ricerca di una realtà aperta in una Barcellona aperta, soleggiata, gioiosa. In Italia sono gli anni dell’editto bulgaro di Berlusconi, della legge Biagi, del dibattito sul conflitto d’interessi. C’è appena stato il G8 di Genova e si respira repressione, mentre la sinistra istituzionale comincia ad annaspare.

Proprio l’editto di Sofia è uno dei presupposti del documentario Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, del 2004. Vi si parla ancora dell’Italia e della Spagna, comparandole, con una visione bianco vs. nero. José Luis Rodríguez Zapatero, il leader socialista spagnolo, diventa l’esempio a seguire. Lui, capace di trasformare un paese, affermando una reale libertà d’espressione nelle televisioni nazionali, è l’antitesi di Berlusconi. Si ritorna a guardare alla Spagna, ma la visione ora è cambiata: è una terra di democrazia e libertà.

la-locandina-di-viva-zapatero-18161

Inseriamo questi nuovi elementi nel tradizionale immaginario collettivo italiano sulla Spagna: un paese dove si mangia la paella, c’è il sole, il mare, sesso facile, divertimento a prezzi modici.

Un immaginario in parte costruito durante il franchismo per dar vita a una industria turistica, ma che ha svolto anche una seconda funzione: imporre l’immagine di una nazione unica e omogenea. La Spagna non si è mai sentita così, neppure negli anni neri della dittatura.

In quel momento si forma in Italia un’idea: quella della fuga. Fuga «dei cervelli», o per cercare un posto migliore dove vivere. Anche dove vivere a sinistra, cosa che in Italia sembra sempre meno possibile. Detto fatto. Inizia la migrazione verso la Spagna.

Nel giro di pochi anni, quella italiana diventa la prima comunità di stranieri a Barcellona, e il flusso migratorio è costante, sostenuto anche dai media italiani: Il Fatto Quotidiano apre addirittura una sezione in cui si raccolgono le testimonianze dei «cervelli» che hanno deciso di emigrare, principalmente nella penisola iberica. La narrazione è abbastanza semplice e ripetitiva: un giovane italiano, formato e preparato, non riesce a vivere nel Belpaese, quindi decide di andare all’estero e la sua vita diventa un successo.


[Aggiungiamo che  nel 2006 MTV Italia manda in onda Italo… Spagnolo, programma in ben 27 puntate presentato da Fabio Volo in un appartamento molto fico sulla Ramba di Barcellona, N.d.R.]


Con tutto questo background culturale, è quasi ovvio che si veda in modo distorto questo nuovo governo spagnolo, negandone tutte le criticità.

Sánchez diventa un nuovo condottiero delle sinistre abituate alla sconfitta: batte Rajoy e le destre, annulla la corruzione, è progressista, porta il sole dell’avvenire. Un insieme di elementi perfetto e impossibile.

Governo Sánchez: un reale cambiamento?

Per rendere epico il racconto bisogna parlare di una grande vittoria. Che in realtà non c’è stata. Infatti Sánchez è riuscito a vincere la mozione di sfiducia unendo partiti molto diversi tra loro: i socialisti e Podemos sono fortemente unionisti, ma a permettere loro di ottenere la maggioranza dei voti sono stati gli indipendentisti baschi e catalani. Non c’è una vittoria alle urne, né una maggioranza nelle due camere, ma una convergenza su un solo punto e molto fragile, che renderà difficile legiferare.

Inoltre, per poter ottenere il sostegno del Partito Nazionalista Basco (PNV), Sánchez ha dovuto accettare di non toccare la legge finanziaria appena approvata dal governo Rajoy, soprattutto nella parte inerente al finanziamento a Euskadi.

Si fanno paragoni tra il governo del Partido Popular, conservatore e corrotto, e il nuovo governo di Sanchez, che ne esce come progressista e “pulito”. Ma proviamo a vedere chi sono i ministri.

Teresa Ribera, ministra dell’energia e dell’ambiente, avallò il disastroso Progetto Castor, grande deposito di gas nel golfo di Valencia, a 1750 metri di profondità. Nel 2009 fu denunciata per «prevaricazione ambientale».

Josep Borrell pronuncia la conferencia "El futuro del euro"

Josep Borrell, ministro degli esteri

 

Josep Borrell, ministro degli esteri, venne indagato per il falso in bilancio dell’impresa Abegoa. Non venne processato, perché la magistratura imputò soltanto il presidente della compagnia, archiviando una querela all’intero consiglio d’amministrazione. Riferendosi alla situazione catalana Borrell ha utilizzato espressioni non molto tranquillizzanti. Una su tutte: «Ci sono ferite nella società catalana e, sì, bisogna cucire le ferite, ma prima bisogna disinfettare». Ha partecipato anche alla famosa manifestazione contro l’indipendenza del 29 ottobre, manifestazione in cui socialisti, popolari e il partito neoliberista Ciudadanos hanno marciato insieme senza grossi problemi. [Per la cronaca, quel giorno si è registrata un’aggressione a un giornalista e a un tassista Sikh da parte di alcuni partecipanti al corteo.]

Maria José Montero, ministra delle finanze, dal 2004 al 2013 è stata assessora alla sanità in Andalusia, regione amministrata dai socialisti fin dal 1980. Il suo mandato corrisponde agli anni in cui nel governo locale si sviluppò, secondo le indagini del Tribunale di Siviglia, una complessa trama di corruzione basata su prepensionamenti fraudolenti, sovvenzioni false e mazzette a consulenti esterni. Lo scandalo è noto come «caso ERE». Si parla di una truffa alle casse della regione per almeno 160 milioni di euro. Le indagini sono ancora in corso.

Isabel Celaá, ministra dell’istruzione e della formazione, impose un sistema «trilingue» nelle scuole basche per ridurre l’uso della lingua basca. Una lingua già perseguitata durante la dittatura, che si sta cercando di difendere come elemento culturale di chi vive in Euskal Herria.

Grande-Marlaska

Fernando Grande-Marlaska

Il ministro più emblematico è Fernando Grande-Marlaska. Viene descritto come un magistrato-simbolo nella lotta contro la corruzione, ma non si specifica in che tribunale operava: era giudice dell’Audiencia Nacional, il tribunale d’eccezione dello stato spagnolo, erede diretto del Tribunale dell’Ordine Pubblico franchista.

È il tribunale che di recente ha condannato diversi rapper per «apologia del terrorismo» e «ingiurie alla corona». [In loro solidarietà un vero e proprio battaglione di artisti ha inciso la canzone Los Borbones sonos unos ladrones, che proponiamo qui sotto con sottotitoli in italiano, N.d.R.]


È il tribunale che ha condannato una studentessa colpevole di aver twittato una battuta su Luis Carrero Blanco, braccio destro del dittatore Franco ucciso da un commando di ETA nel 1973.

È il tribunale che ha avviato i processi contro gli indipendentisti catalani e si è occupato per anni di giudicare ETA e i suoi militanti. Grande-Marlaska entrò all’Audiencia Nacional mentre cambiava la dottrina giuridica e si imponeva la parola d’ordine «Todo es ETA». Con «todo» si intendono organizzazioni politiche, partiti, giornali di sinistra e indipendentisti baschi. Il nuovo giudice imparò in fretta la lezione e nascose molti casi di tortura: dei 9 casi per cui il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha condannato la Spagna, 6 erano di sua competenza.

È il tribunale che colpì anche il movimento degli Indignados del 15M, processando gli attivisti che avevano accerchiato il parlamento per non permettere ai politici della destra catalana di votare i tagli sociali.

Huerta

Maxim Huerta

Infine, una nota di colore: il ministro della cultura, che è durato meno di una settimana. Era Maxim Huerta, scrittore e giornalista, divenuto celebre come opinionista in un talk show della tv spagnola. Ha definito «provinciale» la richiesta dello statuto catalano e mandato «affanculo» gli indipendentisti. Non solo: ha fatto tweet con tinte razziste sulla percentuale della popolazione nera in Francia. Ma non sono state queste le ragioni del suo brevissimo mandato. A costringerlo a dimettersi è stato un articolo del Confidencial in cui si ricordava che tra il 2006 e il 2008 Huerta aveva evaso il fisco spagnolo per più di duecentomila euro tramite una società a responsabilità limitata di cui era l’unico azionista e amministratore. Una evasione sanzionata nel maggio 2017 dal Tribunale di Madrid, che ha condannato Huerta per frode fiscale, costringendolo a pagare un’ammenda di 366.000 euro. Nella conferenza stampa in cui annunciava le dimissioni Huerta si è dichiarato vittima di una «caccia alle streghe» e ha detto di non aver fatto nulla di male, semplicemente è stato ingannato dai suoi consulenti fiscali.

Insomma, risulta difficile ritenere questo governo progressista e pulito. Ma basta poco per costruire la narrazione in cui la Spagna è un paese che sta cambiando: basta nascondere tutti gli elementi conservatori e legarsi stretti a un concetto: socialista è di sinistra, a prescindere.

La cosa risulta ancora più curiosa se si osserva il caso catalano. Fu il partito socialista ad accettare e appoggiare con zelo l’applicazione dell’articolo 155, ossia il commissariamento della regione Catalana, con sospensione della sua autonomia, scioglimento del parlamento e indizione di nuove elezioni.

In questi giorni, a Badalona (la quarta città più popolata della Catalogna), il partito socialista è alleato del PP e del partito di destra Ciudadanos per cacciare un governo di coalizione di sinistra. Parliamo di un governo che unisce aree politiche tanto di Podemos quanto della sinistra anticapitalista della CUP, con una forte direzione di cambiamento sociale nel comune.

Aquarius, i muri di Ceuta e Melilla e i CIE

L’idea del «cambiamento targato Sanchez» viene rafforzata dalla vicenda dell’Aquarius, la notizia con cui si è aperta la settimana informativa tanto in Italia come nello stato spagnolo.

aquarius.jpg_997313609

La nave Aquarius

Lunedì 11 giugno arriva la notizia: una nave che ha soccorso più di 600 migranti nel mediterraneo non trova un porto dove farli sbarcare e metterli al sicuro. Il ministro degli interni italiano Salvini si oppone, rimbalza le responsabilità a Malta, la quale se ne lava le mani. Aquarius resta in mezzo al mare, tra Italia e Malta, in attesa di ricevere ordini dai centri di salvataggio marittimo.

I giornali ne parlano, i social network si infiammano, fino a quando esce un comunicato del governo spagnolo che sblocca la situzione: Aquarius potrà attraccare al porto di Valencia.

La richiesta viene principalmente da Ximo Puig, socialista presidente della Generalitat Valenziana, sostenuta dai partiti di sinistra come Compromis (una formazione valenciana legata a Podemos). La notizia arriva poche ore dopo quella sul Partido Popolar Valenciano condannato per finanziamento illecito. L’immagine del cambio.

Sembra una situazione in cui tutti vincono: Salvini celebra la vittoria, il governo di Malta pure, e la vicepresidente della Generalitat Valenciana Monica Oltra, la sindaca di Barcellona Ada Colau e i socialisti si fanno forti del bel gesto. Tutti contenti insomma. Il governo Sanchez ha già mostrato un cambiamento di direzione importante: accoglie i rifugiati e istantaneamente si rafforza l’ideale della Spagna come paese fantastico che dà «lezioni di umanità», accoglie i migranti, è solidale. Ancora una volta si guarda alla Spagna con ammirazione.

È il segnale di un cambiamento nelle politiche dello stato spagnolo sull’immigrazione?

Valla-fronteriza-Marruecos-Melilla_ECDIMA20131205_0020_22

La frontiera tra Marocco e Melilla

Finora non c’è stata nessuna dichiarazione ufficiale al riguardo. Le barriere di Ceuta e Melilla restano li, a difendere le énclaves spagnole nel territorio marocchino, per impedire l’arrivo dei migranti. Parliamo di barriere di 8 e 12 km rispettivamente, composte da tre reti parallele, con filo spinato tagliente, costruite durante il governo di Aznar. Inizialmente il progetto prevedeva una rete di tre metri di altezza, ma con il tempo si è trasformata in una sorta di «muro tecnologico». Sensori sotterrati nella vicinanza della rete captano il movimento di chi si avvicina, camere di sorveglianza controllano il perimetro 24 ore su 24. Nel 2005, in pieno governo Zapatero, la rete passò da 3 a 12 metri di altezza.

Il fatto più oscuro è la tragedia del Tarajal. Il 4 febbraio 2014 quindici migranti annegarono mentre cercavano di aggirare la barriera via mare, nuotando verso la spiaggia di Ceuta. Facevano parte di un gruppo di duecento-trecento persone che cercava di raggiungere a nuoto la costa spagnola. Mentre nuotavano, 56 agenti della Guardia civil cercarono di impedirne l’arrivo, scaricando sul gruppo 145 proiettili di gomma. Solo 23 arrivarono sulla spiaggia, ma per poco tempo. Vennero catturati e riportati istantaneamente in territorio marocchino.

Di quel caso hanno parlato i movimenti sociali, tramite il documentario Tarajal. Desmuntando la impunidad en la frontera sud, che ha portato anche a un processo giudiziario per trovare tra i membri della  Guardia Civil i responsabili di quelle morti.


Non solo. Anche i CIE – Centri di Internamento per Stranieri – continuano a funzionare perfettamente. Curiosamente, quello della Zona Franca di Barcellona venne inaugurato un anno dopo l’uscita nelle sale del documentario di Sabina Guzzanti, da quel governo che tanto ammirava.

Proprio in questo CIE, nel 2012, morì Idrissa Diallo, un giovane guineano che aveva saltato la barriera di Melilla pochi mesi prima. Arrestato e portato a Barcellona, morì per negligenza medica sotto custodia dello stato. Furono sempre i movimenti sociali a scoprirlo e a raccontarlo, fino ad organizzarsi per poter reimpatriare il corpo del giovane, che era stato sepolto in una tomba anonima nel cimitero del Monjtuic.

Al giorno d’oggi continuano le pratiche di detenzione e deportazione dei migranti non regolari: recentemente è stato deportato in Marocco un giovane che richiedeva asilo per la sua condizione di omosessuale.

Se non rappresenta un reale cambiamento nelle politiche sull’immigrazione, quali sono le ragioni del “bel gesto”?

Mentre si parlava di Aquarius, nello stato spagnolo si svolgeva la prima seduta del dibattito sulla legge finanziaria al Senato. Una finanziaria fatta dal PP, che il PSOE di Sanchez ha deciso di approvare senza modificarla. Sembra paradossale: i socialisti del cambiamento che vogliono approvare una finanziaria fatta da un governo conservatore.

È una questione strategica. Considerando i complessi e fragili equilibri su cui si appoggia, il governo Sanchez non avrà la forza per fare una finanziaria nuova, e difatti ha promesso al PNV di mantenere quella attuale. Si, perché in questa legge il PP “regalava” un aumento del 30% del finanziamento statale al governo basco, che è l’ago della bilancia, in cambio del suo appoggio. Appoggio ora passato a Sanchez, che non può assolutamente farne a meno, se non vuole cadere.

La finanziaria potrebbe essere il primo grosso scoglio contro cui andrà a cozzare il giovane governo di Sanchez. Per questo, per alcuni analisti politici spagnoli – come Arturo Puente – la decisione sull’Aquarius è un modo per capitalizzare consenso elettorale ed evitare i probabili attacchi che arriveranno per l’incoerenza sulla finanziaria. Più che una decisione politica, una mossa pubblicitaria.

Ecco perché risulta difficile provare entusiasmo per un governo che probabilmente non è così reazionario come quello del PP (ad esempio sulle tematiche legate all’aborto), ma che su molti punti ne condivide la linea: su come risolvere la questione nazionale aperta dagli indipendentismi, sulla libertà d’espressione, sulle lotte sociali e forse sull’immigrazione.

* Victor Serri è fotoreporter per Directa ed è membro di Barnaut, collettivo di informazione in italiano da Barcellona. Su Twitter è @_ittos_

https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/06/spagna-paese-incantato/?utm_source=whatsapp&utm_medium=Social&utm_campaign=SocialWarfare

video correlati     https://youtu.be/ySqxLQ-UsNo