Spagna, Catalogna, una lettera dal carcere

Concita De Gregorio   invececoncita.blogautore.repubblica.it  14.07.2018

 

Junqueras

Oriol Junqueras leader di Esquerra Republicana

Grazie a Carla Signorile

 

Questa che segue è una poesia scritta dal carcere dall’ex vicepresidente della Catalogna Oriol Junqueras ai suoi due figli, Luc e Joana. Mi arriva per il tramite di una comune conoscenza, Carla Signorile: la speranza di Junqueras è che possa essere pubblicata, che i suoi figli possano leggerla su un giornale e molte altre persone con loro.

Junqueras, esponente del partito Esquerra Republicana ha studiato in Italia, in scuole cattoliche, nei suoi anni giovanili. Da più di otto mesi – dal 2 novembre 2017 – si trova in carcere in Spagna con l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione (uso improprio di fondi pubblici) dopo il referendum dell’Ottobre 2017, giudicato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola. Il movimento di cittadini che esibisce al petto nastri gialli chiede da mesi la liberazione sua e degli altri esponenti politici e sociali arrestati con lui, giudicati ‘detenuti politici’, poiché incarcerati per reati di opinione.

Da novembre è intanto cambiato il governo, in Spagna: è di questi giorni la notizia di una ripresa del dialogo fra il presidente del consiglio Pedro Sanchez, socialista, succeduto a Mariano Rajoy, popolare, e il nuovo presidente della catalogna Quim Torra. Intanto il tribunale tedesco dello Schleswig-Holstein ha deciso che l’ex presidente catalano Carles Puidgemont potrà essere estradato in Spagna dalla Germania, dove si trova, ma non per il reato di ribellione, per il quale si rischiano fino a 30 anni di carcere, reato che i giudici tedeschi hanno valutato inconsistente. L’estradizione sarà possibile solo per il reato di malversazione di denaro pubblico, relativamente all’allestimento del referendum di ottobre. Perché la sentenza sia esecutiva bisogna ora attendere il pronunciamento della Corte federale.

Nell’ultima lettera dal carcere di Estremera Junqueras ha inviato queste parole, in italiano.
“Ogni tanto scrivo qualche racconto e qualche poesia per i miei figli Luca e Giovanna. Una di queste l’ho scritta per loro in italiano, e poi tradotta in catalano. E’ una semplice poesiola. Eccola.
‘Anche se ora sembra
Che un oceano separi le nostre spiagge
Un giorno mi vedrete ritornare
Su un ponte di racconti e di storie
Che mi avrò spiegato
Allora una infinità di abbracci
Consolerà la lunga assenza
E le nostre anime, ora già così forti
Non permetteranno
Che nessuna piccolezza ci rubi mai il sorriso’
Mi scuso per gli errori ortografici che sicuramente ho fatto. Qui in carcere non ho nessun dizionario. Spero che nel giudizio sul mio poema (!) possiate tenere in conto le circostanze. Papà”.

 

Le circostanze che hanno portato all’incarcerazione di Junqueras e di altri esponenti politici, sotto il governo di Mariano Rajoy, hanno suscitato in Spagna un grandissimo movimento di opinione. Le violenze della polizia di stato, durante il referendum, sono state documentate da osservatori internazionali di tutto il mondo. Nei mesi successivi il Partito popolare dell’ex presidente Rajoy è stato al centro di grande attenzione per episodi gravi di corruzione, già noti e da ultimo sanzionati, che hanno contribuito a determinare le dimissioni e il cambio di governo.

http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2018/07/14/spagna-catalogna-una-lettera-dal-carcere/

Lettere per la libertà

 

“Il mondo alla rovescia”, lettera di Jaume Cabré a Raül Romeva

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Lettera dello scrittore Jaume Cabré  a Raul Romeva, che è in carcere  a Estremera dal 23 marzo · “Lettere per la libertà” è una sezione del giornale elettronico Vilaweb per esprimere solidarietà con i prigionieri ed esiliati politici, e anche , per far sapere chi sono.

Caro Raül,

dottore in relazioni internazionali, laureato in economia, Consigliere per gli Affari Esteri, Relazioni Istituzionali e Trasparenza della Generalitat, governo autonomo della Catalogna; futuro ministro degli Affari Esteri della Repubblica catalana; politico ammirato; prigioniero politico che tanto ci manca, caro amico.

I titoli ufficiali non sarebbero necessari, ma mi è venuto cosí, Raül. Soprattutto perché leggerai questa lettera, se te lo permetteranno, nella prigione di Estremera. Rileggo ciò che ho scritto e mi rendo conto che mancano ancora altri titoli onorifici; ne citerò solo uno di cui sei molto fiero: membro attivo dei Castellers de Sant Cugat, i Gausacs (torri umane popolari in Catalogna, ndt) , che, nonostante la loro giovinezza, nell’ottobre 2017 (sì, nell’ottobre 2017!) hanno completato un tre di nove (una torre di nove piani particolarmente difficile da costruire, ndt). Nessuno riuscirà a strapparti il titolo di membro attivo de I Gausacs.

Quando rivedo la tua carriera e le informazioni del tuo curriculum, capisco perché ti tengono in carcere; i politici che detengono il potere in Spagna (con la loro politica o con il loro silenzio) non raggiungono neanche la suola della tua scarpa. Sai tantissime cose; hai vissuto da vicino il conflitto dei Balcani in Bosnia Erzegovina e in Croazia. Hai lavorato aiutando i rifugiati nei campi in Croazia; sei stato responsabile del programma educativo e la promozione del programma Cultura della Pace dell’UNESCO. Sei stato, anche, il supervisore dell’OSCE per le elezioni in Bosnia Erzegovina nel 1996 e nel 1997; e, dopo tanta generosità, ti sei fatto un regalo che ami moltissimo: hai imparato a parlare il croato. Trovo molto bello che tu consideri questa incorporazione come un regalo. Forse i monolingui acerrimi non potrano mai capirlo.

C’è una cosa della quale non ti ho mai parlato: ancora non  ti conoscevo personalmente, ma mi interessò molto l’europarlamentare Raül Romeva, lavoratore instancabile, con una performance ammirevole come deputato europeo che si concreta, tra mozioni e domande, in mille seicento interventi. Considerando che n’erano e ce ne sono tuttora che passano il badge, entrano da una porta ed escono tranquillamente dall’altra… è logico che tu sia in prigione mentre i “furbi” continuano a far niente mentre approfittano di qualsiasi imbroglio politico che possa arricchirli. Il mondo alla rovescia: la tua integrità ti ha portato in prigione. Il mondo è capovolto? Oppure no: è la rivoluzione degli integri: tua e quella degli altri prigionieri politici e politici in esilio. Ora che i WhatsApp proliferano come funghi, mentre ti scrivevo, me ne è arrivato  uno che dice che ci fanno vivere in un paese dove uno stupro di gruppo è solo un  abuso, o che una rissa in un bar è terrorismo. E i neo-nazisti con le armi sono assolti come patrioti. In un paese in cui l’uccisione di un toro è una celebrazione culturale; dove i nonni, i coraggiosi, gli eroi, sono stati malmenati dai manganelli per difendere i seggi; dove i rapper vanno  in prigione per le loro critiche, dove gli insegnanti che fanno discutere in classe delle questioni che stiamo vivendo sono accusati d’”incitamento all’odio” … Come dice il professore di diritto penale di una università catalana, attualmente Il regno di Spagna è “uno stato di perversione del diritto”. E ce ne ricorderemo.

Revenons à nos moutons: riferendomi al tuo lavoro come eurodeputato,  voglio dirti qualcosa che molta gente pensa dei nostri prigionieri ed esuli :  davanti  a tanta ignoranza, inettitudine e cattiveria, vedere che persone preparate, con una profonda esperienza di vita riguardo l’Europa, sono  imprigionate o esiliate, fa sembrare di vivere in un mondo alla rovescia.

Alcuni mesi fa abbiamo parlato di letteratura; e abbiamo parlato dei tuoi libri, dei tuoi romanzi. Ora mi prende una specie di pudore; trovo sia troppo personale riferirmici in questa lettera che scrivo in privato ma che sarà resa pubblica. Ma una cosa posso dirti: mi stupisce che, con tutta l’attività frenetica che hai vissuto, tu abbia conservato l’umore, tempo, energia ed entusiasmo di scrivere, di tanto in tanto, un romanzo.

Lasciami fare riferimento, per finire, al titolo di un saggio che hai pubblicato nel 2014: “Siamo una nazione europea (ed una cartella scomoda): la Catalogna vista dall’Europa.” Questo è il titolo completo: assolutamente esplicito; assolutamente premonitorio.

Raül: devo concludere. A quattr’occhi parleremo di altre cose, non necessariamente profonde: forse del colore di quella rosa. O forse staremmo zitti per un po’, senza dover fare commenti intelligenti e necessari: semplicemente, stando. Come vorrei che fosse possibile! E lo sarà, perché la Storia, se fa un passo indietro, dopo ne fa due avanti ; è capricciosa, d’accordo: ma non si ferma.

Grazie per la tua generosità, per la vostra generosità e coraggio.

Tuo, Vostro

Jaume Cabré

https://www.vilaweb.cat/noticies/el-mon-a-linreves-carta-de-jaume-cabre-a-raul-romeva/

 

“Sono convinto dell’importanza della cultura per costruire (una) repubblica “(*), lettera di Raül Romeva a Jaume Cabré.

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 Raül Romeva, che si trova nel carcere di Estremera dal 23 marzo, risponde alla lettera inviata da Jaume Cabré attraverso questa sezione. “Lettere per la libertà” è uno spazio di VilaWeb per esprimere solidarietà con i prigionieri politici ed esiliati e, allo stesso tempo, per sapere chi sono     

 

Caro Jaume Cabré,

Ancora una volta, devo ringraziarti per le tue parole di sostegno e per l’incoraggiamento che ci hai fatto raggiungere in modo collettivo con la tua “Lettera per la libertà”. La verità è che siamo molto onorati e, allo stesso tempo, fortunati, ricevere tanti segni di affetto e solidarietà, e questo ci fa credere che, prima o poi, prevarrà il buon senso.

La nostra determinazione repubblicana, sempre pacifica e democratica, è il riflesso del fallimento di uno Stato che non ha saputo ascoltare, gestire ne canalizzare le proprie diversità. Ma è anche l’espressione di diverse generazioni che, a prescindere dalle origini di ciascuno, sono chiare che vogliono costruire un progetto giusto, etico, solidale e inclusivo.

È anche fondamentale che la cultura sia uno dei pilastri di questo progetto. E in questo senso, faccio mie le parole di Joan Manuel Tresserras, quando dice che non dovremmo partire dalla volontà di dominio ma dall’opposizione frontale a tutte le forme di dominio, e non dobbiamo partire dall’economia e la politica per pensare il nostro modello sociale e di potere, ma, al contrario, dobbiamo iniziare dalla cultura, se necessario, per usare strumentalmente l’economia e la politica al fine di raggiungere i nostri obiettivi.

Ecco perché sono così convinto dell’importanza della cultura, in tutte le sue dimensioni, per costruire legami, società e repubblica (*)

Grazie, Jaume, per il tuo impegno personale a favore di un progetto entusiasta e integrante.

Continueremo a lavorare, ognuno dal nostro spazio, per condividere questo futuro. Ed è che, prima o poi, il bene trionferà. Ne sono convinto.

Un grande abbraccio!

Raül

[In questo scritto Raül Romeva risponde alla lettera inviata a lui da Jaume Cabré nel progetto VilaWeb ‘Lettere per la libertà’]

https://www.vilaweb.cat/noticies/cartes-per-la-lliberta-raul-romeva-jaume-cabre/

 

traduzione Margherita Ravera-ANC Italia

(*) Nota della traduttrice: Romeva usa il termino repubblica come lo usiamo in Catalogna; diciamo che “facciamo repubblica”  in un parallelismo col termino “facciamo strada”, coscienti che la meta è “la repubblica” però, per il momento “facciamo repubblica” cioè prepariamo la strada verso la repubblica.  Ogni passo verso la futura repubblica indipendente catalana è un “fare repubblica”.

 

 

 

La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia.

 

La Spagna, un paese incantato che esiste solo in Italia. Da Viva Zapatero! al «bel gesto» sull’#Aquarius

Sanchez

L’abbagliante Pedro Sanchez,nuovo premier socialista

 

di Victor Serri *       Pubblicato il 14.06.2018 Wu Ming

Ancora una volta la Spagna riempie le prime pagine italiane. La mozione di sfiducia al conservatore Rajoy ha fatto diventare premier il socialista Pedro Sánchez e così per Left «la Spagna vede rosso», mentre per Il manifesto è semplicemente «Cambio».

Scompare la questione catalana, già passata di moda, e si torna alla visione idilliaca della Spagna pre-crisi del 2008. Dai mille feriti del referendum dell’1 ottobre ci separa meno di un anno, e sembra che tutto si sia già risolto con un nuovo governo. È chiaramente una narrazione distorta, che nega la complessità dei processi politici, istituzionali e di movimento.

Quest’idea della «Spagna felice» ha cominciato a formarsi una quindicina di anni fa.

Fino ai primissimi anni del nuovo secolo la Spagna era vista come un paese economico per andarci in vacanza, leggermente esotico. Se ne sapeva poco e, al di là di un interesse politico per il conflitto basco, solo pochi specialisti ne parlavano. Era la terra del flamenco, delle spiagge, delle belle vacanze.

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Ma nel 2002 esce un film, intitolato L’appartamento spagnolo. Parla di studenti Erasmus, di una vita di amori e viaggi, della ricerca di una realtà aperta in una Barcellona aperta, soleggiata, gioiosa. In Italia sono gli anni dell’editto bulgaro di Berlusconi, della legge Biagi, del dibattito sul conflitto d’interessi. C’è appena stato il G8 di Genova e si respira repressione, mentre la sinistra istituzionale comincia ad annaspare.

Proprio l’editto di Sofia è uno dei presupposti del documentario Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, del 2004. Vi si parla ancora dell’Italia e della Spagna, comparandole, con una visione bianco vs. nero. José Luis Rodríguez Zapatero, il leader socialista spagnolo, diventa l’esempio a seguire. Lui, capace di trasformare un paese, affermando una reale libertà d’espressione nelle televisioni nazionali, è l’antitesi di Berlusconi. Si ritorna a guardare alla Spagna, ma la visione ora è cambiata: è una terra di democrazia e libertà.

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Inseriamo questi nuovi elementi nel tradizionale immaginario collettivo italiano sulla Spagna: un paese dove si mangia la paella, c’è il sole, il mare, sesso facile, divertimento a prezzi modici.

Un immaginario in parte costruito durante il franchismo per dar vita a una industria turistica, ma che ha svolto anche una seconda funzione: imporre l’immagine di una nazione unica e omogenea. La Spagna non si è mai sentita così, neppure negli anni neri della dittatura.

In quel momento si forma in Italia un’idea: quella della fuga. Fuga «dei cervelli», o per cercare un posto migliore dove vivere. Anche dove vivere a sinistra, cosa che in Italia sembra sempre meno possibile. Detto fatto. Inizia la migrazione verso la Spagna.

Nel giro di pochi anni, quella italiana diventa la prima comunità di stranieri a Barcellona, e il flusso migratorio è costante, sostenuto anche dai media italiani: Il Fatto Quotidiano apre addirittura una sezione in cui si raccolgono le testimonianze dei «cervelli» che hanno deciso di emigrare, principalmente nella penisola iberica. La narrazione è abbastanza semplice e ripetitiva: un giovane italiano, formato e preparato, non riesce a vivere nel Belpaese, quindi decide di andare all’estero e la sua vita diventa un successo.


[Aggiungiamo che  nel 2006 MTV Italia manda in onda Italo… Spagnolo, programma in ben 27 puntate presentato da Fabio Volo in un appartamento molto fico sulla Ramba di Barcellona, N.d.R.]


Con tutto questo background culturale, è quasi ovvio che si veda in modo distorto questo nuovo governo spagnolo, negandone tutte le criticità.

Sánchez diventa un nuovo condottiero delle sinistre abituate alla sconfitta: batte Rajoy e le destre, annulla la corruzione, è progressista, porta il sole dell’avvenire. Un insieme di elementi perfetto e impossibile.

Governo Sánchez: un reale cambiamento?

Per rendere epico il racconto bisogna parlare di una grande vittoria. Che in realtà non c’è stata. Infatti Sánchez è riuscito a vincere la mozione di sfiducia unendo partiti molto diversi tra loro: i socialisti e Podemos sono fortemente unionisti, ma a permettere loro di ottenere la maggioranza dei voti sono stati gli indipendentisti baschi e catalani. Non c’è una vittoria alle urne, né una maggioranza nelle due camere, ma una convergenza su un solo punto e molto fragile, che renderà difficile legiferare.

Inoltre, per poter ottenere il sostegno del Partito Nazionalista Basco (PNV), Sánchez ha dovuto accettare di non toccare la legge finanziaria appena approvata dal governo Rajoy, soprattutto nella parte inerente al finanziamento a Euskadi.

Si fanno paragoni tra il governo del Partido Popular, conservatore e corrotto, e il nuovo governo di Sanchez, che ne esce come progressista e “pulito”. Ma proviamo a vedere chi sono i ministri.

Teresa Ribera, ministra dell’energia e dell’ambiente, avallò il disastroso Progetto Castor, grande deposito di gas nel golfo di Valencia, a 1750 metri di profondità. Nel 2009 fu denunciata per «prevaricazione ambientale».

Josep Borrell pronuncia la conferencia "El futuro del euro"

Josep Borrell, ministro degli esteri

 

Josep Borrell, ministro degli esteri, venne indagato per il falso in bilancio dell’impresa Abegoa. Non venne processato, perché la magistratura imputò soltanto il presidente della compagnia, archiviando una querela all’intero consiglio d’amministrazione. Riferendosi alla situazione catalana Borrell ha utilizzato espressioni non molto tranquillizzanti. Una su tutte: «Ci sono ferite nella società catalana e, sì, bisogna cucire le ferite, ma prima bisogna disinfettare». Ha partecipato anche alla famosa manifestazione contro l’indipendenza del 29 ottobre, manifestazione in cui socialisti, popolari e il partito neoliberista Ciudadanos hanno marciato insieme senza grossi problemi. [Per la cronaca, quel giorno si è registrata un’aggressione a un giornalista e a un tassista Sikh da parte di alcuni partecipanti al corteo.]

Maria José Montero, ministra delle finanze, dal 2004 al 2013 è stata assessora alla sanità in Andalusia, regione amministrata dai socialisti fin dal 1980. Il suo mandato corrisponde agli anni in cui nel governo locale si sviluppò, secondo le indagini del Tribunale di Siviglia, una complessa trama di corruzione basata su prepensionamenti fraudolenti, sovvenzioni false e mazzette a consulenti esterni. Lo scandalo è noto come «caso ERE». Si parla di una truffa alle casse della regione per almeno 160 milioni di euro. Le indagini sono ancora in corso.

Isabel Celaá, ministra dell’istruzione e della formazione, impose un sistema «trilingue» nelle scuole basche per ridurre l’uso della lingua basca. Una lingua già perseguitata durante la dittatura, che si sta cercando di difendere come elemento culturale di chi vive in Euskal Herria.

Grande-Marlaska

Fernando Grande-Marlaska

Il ministro più emblematico è Fernando Grande-Marlaska. Viene descritto come un magistrato-simbolo nella lotta contro la corruzione, ma non si specifica in che tribunale operava: era giudice dell’Audiencia Nacional, il tribunale d’eccezione dello stato spagnolo, erede diretto del Tribunale dell’Ordine Pubblico franchista.

È il tribunale che di recente ha condannato diversi rapper per «apologia del terrorismo» e «ingiurie alla corona». [In loro solidarietà un vero e proprio battaglione di artisti ha inciso la canzone Los Borbones sonos unos ladrones, che proponiamo qui sotto con sottotitoli in italiano, N.d.R.]


È il tribunale che ha condannato una studentessa colpevole di aver twittato una battuta su Luis Carrero Blanco, braccio destro del dittatore Franco ucciso da un commando di ETA nel 1973.

È il tribunale che ha avviato i processi contro gli indipendentisti catalani e si è occupato per anni di giudicare ETA e i suoi militanti. Grande-Marlaska entrò all’Audiencia Nacional mentre cambiava la dottrina giuridica e si imponeva la parola d’ordine «Todo es ETA». Con «todo» si intendono organizzazioni politiche, partiti, giornali di sinistra e indipendentisti baschi. Il nuovo giudice imparò in fretta la lezione e nascose molti casi di tortura: dei 9 casi per cui il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha condannato la Spagna, 6 erano di sua competenza.

È il tribunale che colpì anche il movimento degli Indignados del 15M, processando gli attivisti che avevano accerchiato il parlamento per non permettere ai politici della destra catalana di votare i tagli sociali.

Huerta

Maxim Huerta

Infine, una nota di colore: il ministro della cultura, che è durato meno di una settimana. Era Maxim Huerta, scrittore e giornalista, divenuto celebre come opinionista in un talk show della tv spagnola. Ha definito «provinciale» la richiesta dello statuto catalano e mandato «affanculo» gli indipendentisti. Non solo: ha fatto tweet con tinte razziste sulla percentuale della popolazione nera in Francia. Ma non sono state queste le ragioni del suo brevissimo mandato. A costringerlo a dimettersi è stato un articolo del Confidencial in cui si ricordava che tra il 2006 e il 2008 Huerta aveva evaso il fisco spagnolo per più di duecentomila euro tramite una società a responsabilità limitata di cui era l’unico azionista e amministratore. Una evasione sanzionata nel maggio 2017 dal Tribunale di Madrid, che ha condannato Huerta per frode fiscale, costringendolo a pagare un’ammenda di 366.000 euro. Nella conferenza stampa in cui annunciava le dimissioni Huerta si è dichiarato vittima di una «caccia alle streghe» e ha detto di non aver fatto nulla di male, semplicemente è stato ingannato dai suoi consulenti fiscali.

Insomma, risulta difficile ritenere questo governo progressista e pulito. Ma basta poco per costruire la narrazione in cui la Spagna è un paese che sta cambiando: basta nascondere tutti gli elementi conservatori e legarsi stretti a un concetto: socialista è di sinistra, a prescindere.

La cosa risulta ancora più curiosa se si osserva il caso catalano. Fu il partito socialista ad accettare e appoggiare con zelo l’applicazione dell’articolo 155, ossia il commissariamento della regione Catalana, con sospensione della sua autonomia, scioglimento del parlamento e indizione di nuove elezioni.

In questi giorni, a Badalona (la quarta città più popolata della Catalogna), il partito socialista è alleato del PP e del partito di destra Ciudadanos per cacciare un governo di coalizione di sinistra. Parliamo di un governo che unisce aree politiche tanto di Podemos quanto della sinistra anticapitalista della CUP, con una forte direzione di cambiamento sociale nel comune.

Aquarius, i muri di Ceuta e Melilla e i CIE

L’idea del «cambiamento targato Sanchez» viene rafforzata dalla vicenda dell’Aquarius, la notizia con cui si è aperta la settimana informativa tanto in Italia come nello stato spagnolo.

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La nave Aquarius

Lunedì 11 giugno arriva la notizia: una nave che ha soccorso più di 600 migranti nel mediterraneo non trova un porto dove farli sbarcare e metterli al sicuro. Il ministro degli interni italiano Salvini si oppone, rimbalza le responsabilità a Malta, la quale se ne lava le mani. Aquarius resta in mezzo al mare, tra Italia e Malta, in attesa di ricevere ordini dai centri di salvataggio marittimo.

I giornali ne parlano, i social network si infiammano, fino a quando esce un comunicato del governo spagnolo che sblocca la situzione: Aquarius potrà attraccare al porto di Valencia.

La richiesta viene principalmente da Ximo Puig, socialista presidente della Generalitat Valenziana, sostenuta dai partiti di sinistra come Compromis (una formazione valenciana legata a Podemos). La notizia arriva poche ore dopo quella sul Partido Popolar Valenciano condannato per finanziamento illecito. L’immagine del cambio.

Sembra una situazione in cui tutti vincono: Salvini celebra la vittoria, il governo di Malta pure, e la vicepresidente della Generalitat Valenciana Monica Oltra, la sindaca di Barcellona Ada Colau e i socialisti si fanno forti del bel gesto. Tutti contenti insomma. Il governo Sanchez ha già mostrato un cambiamento di direzione importante: accoglie i rifugiati e istantaneamente si rafforza l’ideale della Spagna come paese fantastico che dà «lezioni di umanità», accoglie i migranti, è solidale. Ancora una volta si guarda alla Spagna con ammirazione.

È il segnale di un cambiamento nelle politiche dello stato spagnolo sull’immigrazione?

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La frontiera tra Marocco e Melilla

Finora non c’è stata nessuna dichiarazione ufficiale al riguardo. Le barriere di Ceuta e Melilla restano li, a difendere le énclaves spagnole nel territorio marocchino, per impedire l’arrivo dei migranti. Parliamo di barriere di 8 e 12 km rispettivamente, composte da tre reti parallele, con filo spinato tagliente, costruite durante il governo di Aznar. Inizialmente il progetto prevedeva una rete di tre metri di altezza, ma con il tempo si è trasformata in una sorta di «muro tecnologico». Sensori sotterrati nella vicinanza della rete captano il movimento di chi si avvicina, camere di sorveglianza controllano il perimetro 24 ore su 24. Nel 2005, in pieno governo Zapatero, la rete passò da 3 a 12 metri di altezza.

Il fatto più oscuro è la tragedia del Tarajal. Il 4 febbraio 2014 quindici migranti annegarono mentre cercavano di aggirare la barriera via mare, nuotando verso la spiaggia di Ceuta. Facevano parte di un gruppo di duecento-trecento persone che cercava di raggiungere a nuoto la costa spagnola. Mentre nuotavano, 56 agenti della Guardia civil cercarono di impedirne l’arrivo, scaricando sul gruppo 145 proiettili di gomma. Solo 23 arrivarono sulla spiaggia, ma per poco tempo. Vennero catturati e riportati istantaneamente in territorio marocchino.

Di quel caso hanno parlato i movimenti sociali, tramite il documentario Tarajal. Desmuntando la impunidad en la frontera sud, che ha portato anche a un processo giudiziario per trovare tra i membri della  Guardia Civil i responsabili di quelle morti.


Non solo. Anche i CIE – Centri di Internamento per Stranieri – continuano a funzionare perfettamente. Curiosamente, quello della Zona Franca di Barcellona venne inaugurato un anno dopo l’uscita nelle sale del documentario di Sabina Guzzanti, da quel governo che tanto ammirava.

Proprio in questo CIE, nel 2012, morì Idrissa Diallo, un giovane guineano che aveva saltato la barriera di Melilla pochi mesi prima. Arrestato e portato a Barcellona, morì per negligenza medica sotto custodia dello stato. Furono sempre i movimenti sociali a scoprirlo e a raccontarlo, fino ad organizzarsi per poter reimpatriare il corpo del giovane, che era stato sepolto in una tomba anonima nel cimitero del Monjtuic.

Al giorno d’oggi continuano le pratiche di detenzione e deportazione dei migranti non regolari: recentemente è stato deportato in Marocco un giovane che richiedeva asilo per la sua condizione di omosessuale.

Se non rappresenta un reale cambiamento nelle politiche sull’immigrazione, quali sono le ragioni del “bel gesto”?

Mentre si parlava di Aquarius, nello stato spagnolo si svolgeva la prima seduta del dibattito sulla legge finanziaria al Senato. Una finanziaria fatta dal PP, che il PSOE di Sanchez ha deciso di approvare senza modificarla. Sembra paradossale: i socialisti del cambiamento che vogliono approvare una finanziaria fatta da un governo conservatore.

È una questione strategica. Considerando i complessi e fragili equilibri su cui si appoggia, il governo Sanchez non avrà la forza per fare una finanziaria nuova, e difatti ha promesso al PNV di mantenere quella attuale. Si, perché in questa legge il PP “regalava” un aumento del 30% del finanziamento statale al governo basco, che è l’ago della bilancia, in cambio del suo appoggio. Appoggio ora passato a Sanchez, che non può assolutamente farne a meno, se non vuole cadere.

La finanziaria potrebbe essere il primo grosso scoglio contro cui andrà a cozzare il giovane governo di Sanchez. Per questo, per alcuni analisti politici spagnoli – come Arturo Puente – la decisione sull’Aquarius è un modo per capitalizzare consenso elettorale ed evitare i probabili attacchi che arriveranno per l’incoerenza sulla finanziaria. Più che una decisione politica, una mossa pubblicitaria.

Ecco perché risulta difficile provare entusiasmo per un governo che probabilmente non è così reazionario come quello del PP (ad esempio sulle tematiche legate all’aborto), ma che su molti punti ne condivide la linea: su come risolvere la questione nazionale aperta dagli indipendentismi, sulla libertà d’espressione, sulle lotte sociali e forse sull’immigrazione.

* Victor Serri è fotoreporter per Directa ed è membro di Barnaut, collettivo di informazione in italiano da Barcellona. Su Twitter è @_ittos_

https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/06/spagna-paese-incantato/?utm_source=whatsapp&utm_medium=Social&utm_campaign=SocialWarfare

video correlati     https://youtu.be/ySqxLQ-UsNo

 

 

E’ la Spagna un Paese democratico ?

 

Bye bye Catalogna

Scritto da Elena Fieschi il 21 maggio 2018.

Carles Puigdemont

Carles Puigdemont

È la Spagna un Paese democratico? (In)giustizia e repressione. In questo momento continuano ad essere in prigione preventiva accusati di sedizione e ribellione violenta i rappresentanti di associazioni civili Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, e i rappresentanti politici eletti al Parlamento Catalano: Oriol Junqueras, Joaquim Forn, Carme Forcadell, Dolors Bassa, Jordi Turull, Josep Rull e Raül Romeva. Si trovano in carcere nella Comunidad de Madrid, a piú di 600 km da casa, alcuni di loro da più di sei mesi. Intanto Carles Puigdemont, Toni Comín, Clara Ponsatí, Meritxell Serret, Lluís Puig, Marta Rovira e Anna Gabriel sono in esilio in diversi paesi europei. Non voglio però parlare di questo, adesso. Voglio solo ricordare i loro nomi. Portare il nastro giallo per ricordarli è considerato ‘offensivo’ dal ministro di giustizia spagnolo, Rafael Català.

Vorrei toccare altri aspetti, collegati a questa situazione, della ‘giustizia’ spagnola. Negli ultimi mesi diverse persone, implicate in qualche modo nel processo catalano per l’indipendenza, si sono viste accusate e a volte incriminate per “delitti d’odio” o di terrorismo. Ogni giorno ci sono nuovi accusati.

Jordi Passarodona

Jordi Passarodona

Jordi Pessarodona, consigliere comunale di un paese della Catalunya centrale, clown di professione, per aver sostato con un naso da clown accanto a un membro della guardia civil durante la perquisizione al Dipartimento di economia il 20 settembre (alla manifestazione pacifica che è costata l’imputazione e il carcere ai due Jordi), è accusato di un delitto d’odio. In seguito lui e la sua famiglia hanno ricevuto minacce di morte (non considerate, fino ad ora, come delitti d’odio).

Il cantante di rap Hasél, è accusato di apologia del terrorismo e ingiurie contro la corona per le parole di una canzone contro l’ex re Juan Carlos I, contro la polizia spagnola e la guardia civil.
Sono accusati di terrorismo i Comitati di Difesa della Repubblica (movimento indipendentista cittadino) per avere interrotto (senza violenza) delle strade come azione di protesta. L’esposizione di fotografie intitolata “Prigionieri politici nella Spagna contemporanea”, che tra molti altri conteneva i ritratti di quattro politici catalani indipendentisti, è stata ritirata dalla fiera d’arte Arco, realizzata a Madrid, su richiesta del governo di questa comunità autonoma..
Nove giovani coinvolti in una violenta lite in un bar di Pamplona con agenti della guardia civil in borghese, nel 2015, sono adesso sotto processo per terrorismo, dopo due anni di prigione preventiva, con una richiesta di fino a 30 anni di carcere.

Dodici insegnanti della scuola secondaria El Palau di un paese della zona di Barcellona, sono accusati di un delitto d’odio per i commenti fatti in classe sulla violenza della polizia il primo di ottobre. Nella loro classe ci sono alunni figli di guardia civiles, i cui genitori dicono di essersi sentiti offesi o feriti dal dibattito della classe.
Anche un meccanico di Reus che, dopo i fatti dell’1 Ottobre, si era rifiutato di aggiustare la macchina di un guardia civil è accusato di un delitto d’odio.
Un giovane di Tenerife (Isole Canarie) è stato arrestato e accusato d’ odio e ingiurie per aver scritto sul suo muro di Facebook “Borbones a los tiburones” (ai pescecani).

Trascrivo questi casi – ce ne sono altri – perché mostrano l’attacco alla libertà di espressione, alla scuola e alla cultura. I “Delitti di incitazione all’odio”, secondo il dottor Dopico, professore di Diritto Penale, hanno come obiettivo la protezione di gruppi o minoranze vulnerabili o discriminati. L’attacco deve essere motivato da ragioni di tipo razzista o riferiti all’ideologia, alle credenze, all’identità sessuale, ecc.

Secondo questo professore, non si danno queste circostanze nei casi citati. Si sono dichiarati d’accordo numerosi altri giuristi che hanno sottolineato che la critica all’azione della polizia è legittima e forma parte del dibattito democratico. Infatti non si tratta di una critica per il fatto di essere poliziotti o spagnoli, ma per la repressione.
I delitti di incitazione all’odio e di terrorismo sono stati creati soprattutto in funzione della lotta contro ETA e vengono adesso indiscriminatamente usati per combattere l’indipendentismo catalano, che si è sempre espresso con mezzi pacifici.

Mi ricordo che da ragazzina avevo ascoltato delle canzoni con testi rivoluzionari o anarchici, senza essermi mai sentita una terrorista, senza aver sentito odio per nessuno. Per esempio, la canzone Raffaele, di Dario Baraldi: …Mamma dimmi è proprio male impiccare un generale, uno solo a testa in giú e non chiedere di piú… Oppure l’Inno a Oberdan, di cui ricordo l’inizio: Le bombe, le bombe all’Orsini il pugnale, il pugnale alla mano. A morte l’austriaco sovrano! E noi vogliamo la libertà! Per non parlare di Contessa: …Voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete, ma se questo per il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finire sotto terra!

E la Marsigliese, o Ça ira? (les aristocrates à la lanterne…). E tanti altri canti di protesta e rivoluzionari, che forse oggi non sono tanto di moda, ma che sono almeno impressi nella memoria di tutta la sinistra italiana e non solo. In epoche recenti non c’è stata persecuzione per le parole di una canzone, che io ricordi. Per questo mi sento sconcertata e preoccupata per quello che sta succedendo nel paese in cui vivo. Intanto associazioni come la Fundación Francisco Franco esercitano liberamente l’apologia del franchismo e della dittatura. Le donazioni a questa fondazione e ad altre associazioni dell’estrema destra sono beneficiate da una deduzione fiscale. Intanto il governo di Rajoy ha lasciato senza nessuna sovvenzione la Legge della Memoria Storica. Ci si lamenta che tutto questo non è proprio di un paese democratico. Ma viene da chiedersi se la Spagna sia davvero un paese democratico.

Last but not least, la sentenza della Manada (Il Branco). Sembra che non c’entri con i fatti della politica catalana. Ma è pertinente quando parliamo della situazione della giustizia spagnola. Credo che tutti ormai conoscano la sentenza (abuso e non violazione) e in particolare le parole di uno dei giudici, che avrebbe voluto l’assoluzione degli stupratori, che dice di non vedere nei video (registrati dagli accusati, tra cui un guardia civil e un militare) altro che una “cruda e disinibita relazione sessuale tra cinque uomini e una donna” (una ragazza di 18 anni). Aggiunge che non si può dimostrare che la denunciante (immobile e con gli occhi chiusi) si trovasse in uno stato di shock che le impedisse di manifestare il suo disaccordo. La mentalità di questo giudice è lontana dal senso di rispetto e civismo propio di una società democratica.

http://www.7per24.it/2018/05/21/bye-bye-catalognae-la-spagna-un-paese-democratico/

La libertà di coscienza

 

Scritto da Oriol Junqueras – 14 Maggio 2018 – Categoria: Il presente e noi

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 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell’International Press Institute). 

In Italia viene spesso evocata l’analogia con l’indipendentismo leghista, diverso da ogni punto di vista. L’indipendentismo catalano si nutre di una solida cultura democratica che affonda le radici nella guerra civile antifranchista (e basterebbe ricordare Omaggio alla Catalogna di George Orwell); è antimonarchico e repubblicano; è, soprattutto, cosmopolita ed europeista. Contesta i residui postfranchisti della società politica e giuridica spagnola, che esibiscono una scarsa separazione fra i poteri. Crede in una scuola multilingue e multiculturale.

L’intervento che segue è stato pubblicato nel 2014, e oggi Junqueras lo ha tradotto in italiano. Non vi si parla della situazione politica in corso, né della propria prigionia. Vi si allineano alcune citazioni più o meno celebri che evocano il tema della libertà di pensiero e del rapporto fra ricerca intellettuale e potere, facendo centro sulla figura emblematica di Socrate e sul suo rispetto delle leggi. Non può sfuggire la natura allegorica che questa riflessione assume in questo momento; né il significato politico e culturale di questo gesto. È come se questo politico e intellettuale chiedesse ai politici e agli intellettuali italiani di assumere la responsabilità di ciò che sta avvenendo a pochi chilometri, in territori amici presso i quali tanto spesso andiamo per scambi culturali o in vacanza. Come se chiedesse di sapere e di pronunciarci.

(Pietro Cataldi)

Ecco un link di video raccolti da Wikileaks che testimoniano la violenza poliziesca contro i votanti al referendum del 1° ottobre 2017: https://spanishpolice.github.io/

Come diceva R.W. Emerson, la prima delle virtù eroiche consiste nel dire la verità, perché “la sincerità è l’unica forma di parlare e di scrivere che non smette mai di essere attuale”. Inoltre, “il genio consiste nel dimostrare che quello che è vero per noi, nel nostro pensiero e nel nostro cuore, è anche vero per tutti gli umani”. E benché Kant affermi che “nel profondo delle tenebre, l’immaginazione lavori più attivamente che in piena luce”, bisogna ricordare che – come diceva Voltaire – “è pericoloso avere ragione quando il governo ha torto”. Infatti, il potere percepisce, troppo spesso, la libertà di opinione e di pensiero come una minaccia. Tanto che perfino la democrazia ateniese finì per assassinare la libertà della coscienza daimonica di Socrate.

Nella primavera dell’anno 399 a. C., Socrate fu accusato di empietà con l’argomento che spesso faceva appello a una “divinità interiore” (daimon), che guidava i suoi pensieri, opinioni, azioni e omissioni. Socrate era convinto che esista una “norma” universale, eterna e immutabile, di ciò che è buono e giusto. Una norma così assoluta che tutta la natura è orientata alla sua comprensione. E, per questa ragione, ci chiede lo sforzo di esaminare tutto e tutti. Anche noi stessi, perché “una vita senza esame non merita di essere vissuta”. Il vero compito della nostra vita, dunque, consiste nel tentare di capire tutto, sottoponendo a prova la nostra verità – sempre parziale e provvisoria – mediante un dialogo costante, dove è più importante saper fare le domande piuttosto che esporre le proprie convinzioni. Una modestia – qualche volta ironica – che viene sintetizzata dall’aforisma “so soltanto di non sapere”.

Un invito al dialogo, imprescindibile nella costruzione del sapere, sempre così bisognoso di sforzo intellettuale e di tolleranza emotiva. In questo senso, la migliore lezione ce la fornisce una frase di Evelyn Beatrice Hall, attribuita erroneamente a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. E il poeta canadese William Henry diceva: “Chi non vuole ragionare è un fanatico, chi non sa ragionare è un folle e chi non si arrischia a ragionare è uno schiavo”.

Il fatto che Socrate mettesse in dubbio sistematicamente la realtà, però, fu interpretato dai suoi concittadini come una beffa. In realtà, egli non pretendeva di fare nessun gioco di parole sofistico. Al contrario. Spesso criticava i sofisti per la mancanza di contenuto etico dei loro insegnamenti. Paradossalmente, però, un’assemblea di cittadini ateniesi considerò che la solida coscienza etica del daimon socratico era un ricorso retorico di un filosofo abile nell’uso della parola. E, pertanto, fu condannato.

Senza dubbio, questa è una lezione che non bisognerebbe dimenticare. E non deve meravigliare che questo sia anche lo spirito che pervade John Stuart Mill e Voltaire, quando affermano, rispettivamente, che “il genio può respirare solo in un’atmosfera di libertà” e che “la storia si può scrivere bene solo in un paese libero”. Socrate avrebbe potuto scegliere l’esilio, però – volendo dare testimonianza fino alla fine dell’integrità del suo comportamento – affrontò coloro che lo condannavano, raccomandando che venisse concesso loro un vitalizio come benefattori della società. Infuriati per quest’ultima ironia, furono ancora di più i membri della giuria che lo condannarono a morte, rispetto a quelli che, poco prima, lo avevano giudicato colpevole. E, dopo aver parlato eloquentemente dell’anima – quando il sole si stagliava all’orizzonte –, Socrate bevve la cicuta.

https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/792-la-libert%C3%A0-di-coscienza.html

TESTO ORIGINALE:

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       Oriol Junqueras                    Quim Forn                                                     Jordi Sanchez           Jordi Cuixart

Llibertat del consciència

Segons Emerson, la primera de les heroïcitats consisteix a dir la veritat. Doncs, la “sinceritat és l’única forma de parlar i escriure que mai passarà de moda”. A més, “el geni radica en acreditar que allò que és veritable per a nosaltres, en el nostre pensament i en el fons del nostre cor, també és cert per a tots els humans”. I, malgrat que Kant afirmi que “enmig de les tenebres la imaginació treballa més activament que a plena llum”, el cert és que –tal com assenyala Voltaire– “és perillós tenir raó, quan el govern està equivocat”. I, de fet, massa sovint, el poder percep la llibertat d’opinió –àdhuc de pensament– com una amenaça. Tant és així que fins i tot les democràcies poden assassinar la llibertat de la nostra consciència daimònica.

Així, la primavera de l’any 399 aC., Sòcrates va ser acusat d’impietat amb l’excusa que sovint apel•lava a una “divinitat interior” (daimon), que guiava els seus pensaments, opinions, accions i omissions. Curiosament, el concepte daimon adquireix una connotació moralment negativa (com encarnació del mal), quan –en l’intent d’imposar el seu monoteisme– els cristians consideren aquesta figura com un déu alternatiu a l’únic Déu possible. De tal manera que aquella bondadosa veu interior esdevé l’expressió d’un dimoni malvat. En realitat, però, Sòcrates està convençut que existeix una norma universal, eterna i immutable d’allò que és bo i correcte. Una norma tan absoluta que tota la natura està orientada a la seva comprensió. I, per tant, ens exigeix l’esforç d’examinar-ho tot i a tothom. Fins i tot a nosaltres mateixos. “Una vida sense examen no mereix ser viscuda”. La veritable missió de la nostra existència, doncs, consisteix a entendre-ho tot, confrontant la nostra veritat –sempre parcial i provisional–, mitjançant un diàleg constant, en què és més important saber preguntar que no pas exposar les nostres conviccions. Una modèstia –de vegades irònica– que es condensa en el famós aforisme “només sé que no sé res”.

Una invitació al diàleg, imprescindible en la construcció del coneixement, tan necessitat d’esforç intel•lectual com de tolerància emocional. Tal vegada, en aquest sentit, la millor lliçó ens la dóna una frase d’Evelyn Beatrice Hall, atribuïda erròniament a Voltaire: “Estic absolutament en desacord amb el que dius, però donaria la meva vida per a què ho puguis dir”. I el poeta canadenc William Henry també és força contundent en exposar el ventall de causes que poden explicar l’absència d’un diàleg intel·ligent: “El qui no vol raonar és un fanàtic, el qui no sap raonar és un boig i el qui no s’atreveix a raonar és un esclau”.

El fet que Sòcrates qüestionés sistemàticament la realitat, però, va ser interpretat pels seus conciutadans com una burla. En realitat, ell no pretenia pas fer cap mena de joc de paraules sofístic. Ans al contrari. Sovint criticava els sofistes per la manca de contingut ètic de llurs ensenyaments. Paradoxalment, però, una assemblea de ciutadans atenencs va considerar que la sòlida consciència ètica del daimon socràtic només era un recurs retòric d’un filòsof hàbil en l’ús de la paraula. I, per tant, va ser condemnat.

Sens dubte, aquesta és una lliçó que caldria no oblidar. I no és estrany que aquest sigui l’esperit que transpira arreu de l’epidermis de John Stuart Mill i de Voltaire, quan afirmen respectivament que “el geni tan sols pot respirar en una atmosfera de llibertat” i que “la història només es pot escriure bé en un país lliure”.

Sòcrates hauria pogut escollir l’exili, però –volent donar testimoni fins al final de la integritat del seu comportament– es va encarar a aquells que el condemnaven, recomanant-los que li concedissin una pensió vitalícia com a benefactor de la societat. Enfurismats per aquesta darrera ironia, van ser molts més els membres del jurat que el van condemnar a mort, que no pas els que –poc abans– l’havien considerat culpable. I, després de parlar eloqüentment de l’ànima –mentre el Sol es ponia a l’horitzó–, Sòcrates va beure la cicuta.

https://www.nuvol.com/opinio/llibertat-de-consciencia/