Cronaca del processo agli indipendentidti catalani / 5

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Osservatorio settimanale

16/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 5

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Finalmente, nella Sala del tribunale dove da cinque settimane si celebra il processo contro l’indipendentismo catalano, arriva la testimonianza più attesa, anche se rimasta incerta fino all’ultimo: quella del major Josep Lluís Trapero che, nell’autunno del 2017, era il capo dei Mossos d’Esquadra. Incerta, perché Trapero è indagato per ribellione presso l’Audiencia Nacional e aveva quindi diritto a non deporre. Attesa, perché nei giorni precedenti il suo nome era stato pronunciato ripetutamente in quella Sala, indicando la polizia catalana come ovvia alleata dell’indipendentismo per il sovvertimento violento dell’ordine costituzionale.

Trapero non parla come complice dell’indipendentismo, di cui «non condividevamo il progetto», ma come capo dei Mossos, deciso a difendere il buon nome del suo corpo di polizia. E la sua testimonianza è già parte della difesa per l’altro processo che lo vedrà imputato.

Con un eloquio diretto e rigoroso Trapero ricostruisce con precisione ogni momento, smentisce il teorema dell’aquiescenza dei Mossos e del loro allineamento alla Generalitat, come era stato enunciato la settimana precedente dai vertici delle polizie spagnole e del Ministero degli interni dell’epoca. E perciò smonta il teorema della ribellione proposto dall’accusa, perché la polizia catalana ne è uno degli assi a sostanziarlo. Lo fa con la stessa autorevolezza e semplicità che mostrava nelle conferenze stampa dell’agosto 2017, dopo le stragi jihaidiste sulla Rambla e a Cambrils, di cui riuscì a sgominare il commando in appena tre giorni.

«Noi garantivamo un nostro cordone davanti a quello dei volontari dell’Assemblea Nacional Catalana che ci separava dai manifestanti per far passare la secretaria judicial e consideravamo questa una soluzione sicura, altrimenti non l’avremmo proposta», sostiene in relazione alla manifestazione del 20 settembre davanti al Dipartimento d’Economia e all’abbandono dell’edificio da parte della delegata del giudice. Se poi si scelse di passare per la terrazza, fu perché sembrò che il lavoro della polizia giudiziaria all’interno del Dipartimento sarebbe andato per le lunghe e il cordone di polizia cominciò a sciogliersi: quella della terrazza, quindi, fu l’alternativa scelta per non perdere tempo a riorganizzarlo. Di quel giorno, come unici atti di violenza «apprendo del lancio di una bottiglia a due nostri agenti e di un gruppetto di persone, attorno alle 22, che si mise per un tratto davanti ai volontari dell’Assemblea per impedirci di formare il nostro cordone e il lancio di qualche oggetto, qualche spintone. Oltre ai veicoli danneggiati».

«Non condividevo la scelta di Pérez de los Cobos come coordinatore delle tre polizie, perché era un politico e non un operativo – ammette in relazione al dispositivo della polizia sotto mandato giudiziario per impedire il referendum –. Ma cosa molto differente sarebbe stata non rispettare gli ordini del giudice e questo non accadde mai». L’1 di ottobre i Mossos impegnarono 7850 effettivi: «Facemmo il massimo sforzo possibile e rispettammo l’ordine giudiziario. Furono chiusi 134 collegi e altri 250 non aprirono. Furono requisite 432 urne e 90.000 schede elettorali».

Quando il pubblico ministero gli contesta l’inefficacia del piano d’intervento dei Mossos, Trapero gli risponde ficcante, senza però mai perdere la calma: «Il nostro dispositivo era all’interno di un quadro congiunto, di cui una parte era a carico dei Mossos e l’altra era di pertinenza delle altre polizie. Ma l’1 di ottobre ci accorgemmo che qualcuno aveva deciso di rompere quel coordinamento per ragioni sconosciute».

Trapero sostiene di aver preferito che si andassero a visitare gli oltre 2200 collegi con una coppia di Mossos, piuttosto che concentrarsi tutti in un centinaio di centri, perché «non è che i Mossos non abbiano la facoltà dell’uso della forza, ma ce l’hanno solo per respingere gli attacchi alla polizia o a una terza persona. Facciamo attenzione a utilizzarla. De los Cobos mi disse che la salvaguardia della convivenza non poteva essere una scusa e a me sembrò offensivo».

«Alcune dichiarazioni del consigliere degli Interni Forn sul referendum, in cui ritengo ci fosse un po’ di irresponsabilità, non vennero ben accolte all’interno dei Mossos. Ma Forn era una persona discreta nei nostri confronti e fu sempre chiara la separazione tra la sua linea politica e il funzionamento del corpo di polizia». Spiega così il rapporto tra polizia catalana e govern. «In una riunione con Puigdemont, Junqueras e Forn espressi chiaramente la preoccupazione che una situazione con due milioni di persone e 15.000 poliziotti avrebbe favorito gravi conflitti, allertai sull’esistenza di gruppi radicali con una possibile attitudine diversa dalla resistenza passiva e dissi che avremmo rispettato la legge e la Costituzione». Dal Governo ci risposero: «Fate il lavoro che dovete fare». Infine, rivela: «Il 27 ottobre, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, misi i Mossos a disposizione degli organi della giustizia. Avevamo già un piano definito per arrestare il president e i consellers se ce lo avessero ordinato». Ed è una rivelazione che fa scalpore.

Difficile, sulla base di questa testimonianza, ritenere che ci furono ribellione e sedizione.

E difficile sta diventando per l’accusa anche dimostrare la malversazione. Nelle giornate precedenti, infatti, è stata la volta di imprenditori e funzionari della Generalitat. Non c’è nessuna fattura a dimostrare l’uso di fondi pubblici per finanziare il referendum, né le procedure interne alla pubblica amministrazione lasciano spazio per il pagamento di qualcosa che non si sia precedentemente impegnato. Neppure si ebbero spese per il pagamento di osservatori elettorali che non ci furono. In Catalunya arrivarono solo alcuni deputati di altri Paesi interessati a cosa stava accadendo, come era già successo in altre occasioni (spiega Albert Royo, allora segretario generale di Diplocat, un consorzio di 39 soggetti pubblici e privati per la promozione della Catalunya all’estero), in un’iniziativa di diplomazia pubblica.

https://volerelaluna.it/catalunya/catalunya5/2019/03/16/osservatorio-settimanale-14/

 

Comunicato stampa

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“L’autodeterminazione non è un delitto. Democrazia significa poter decidere”

Sabato, 16 marzo, manifestazione a Madrid.

L’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) invita tutti coloro che credono nei valori democratici in Catalogna, in Spagna e in ogni paese del mondo a scendere in strada a Madrid il prossimo sabato, alle ore 18:00, vicino alla stazione ferroviaria di Atocha. I manifestanti marceranno fino alla Plaza de Cibeles con lo slogan ‘L’autodeterminazione non è un delitto. Democrazia significa poter decidere’. Le organizzazioni promotrici  sono l’ANC, Òmnium Cultural, l’Associazione catalana dei Diritti civili, i partiti indipendentisti catalani ERC, CUP e JxCAT, organizzazioni di tutta la Spagna come il collettivo di Madrid in difesa del diritto all’autodeterminazione (composto da 70 organizzazioni), Gure Esko Dago e il collettivo Altsasu (Paesi Baschi), sindacati di Paesi Baschi, Galizia, Asturie, Andalusia, la Via Galega e molte altre.

Con questa manifestazione vogliamo denunciare la persecuzione e il procedimento penale a carico dei dissidenti politici in Spagna. L’autodeterminazione è un diritto democratico contemplato in numerosi trattati internazionali sottoscritti e ratificati dalla Spagna. La Spagna non solo si è rifiutata categoricamente di risolvere un problema politico con la politica, ma ha fatto del diritto all’autodeterminazione e di molti altri diritti fondamentali un caso giudiziario e li ha criminalizzati. È in pericolo la democrazia stessa e non possiamo permettere che ciò accada.
Con questa marcia di protesta, tutti insieme e con la solidarietà del popolo della Spagna e delle nazioni senza stato quali i Paesi Baschi e la Galizia, chiediamo la scarcerazione immediata di tutti i prigionieri politici, che siano fatte cadere le accuse a carico di tutti i dissidenti politici e che i nostri rappresentanti eletti siano liberi di esercitare il loro mandato democratico come richiesto dal Comitato per i Diritti Umani della Nazioni Unite. Manifestiamo in difesa dei diritti politici e civili sotto attacco in Spagna. Da ultimo, ma non meno importante, chiediamo che il governo spagnolo rispetti gli obblighi previsti dai trattati internazionali e conseguentemente il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.

Giornalisti della stampa internazionale possono registrarsi pressopremsa@assemblea.cat  specificando  nome, posizione ricoperta, testata cartacea, online o radiotelevisiva, e i dettagli di contatto.

Indipendentisti catalani a processo

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Screenshot_2019-02-12 Indipendentisti catalani a processo Organizzare un referendum è un crimine Left(1)

Indipendentisti catalani a processo. Organizzare un referendum è un crimine?

Eleonora Forenza*12 Febbraio 2019EsteriOpinioniPolitica

 

Dopo aver subito una detenzione arbitraria preventiva di quattordici mesi, i nove prigionieri politici catalani (sei ex ministri regionali, l’ex presidente del Parlamento della Catalogna e due leader delle associazioni indipendentiste più grandi) devono affrontare oggi un lungo processo alla Corte suprema spagnola. Affrontano una serie accuse gravissime: ribellione, disobbedienza e appropriazione indebita di fondi pubblici.
Il loro crimine? Aver organizzato o sostenuto un referendum di autodeterminazione, seguendo il mandato democratico ricevuto nelle urne dal popolo catalano. Rischiano una pena di fino a 25 anni in carcere, dal momento in cui il crimine di ribellione, che implica una “rivolta violenta e pubblica” secondo la legge spagnola, è uno dei più gravi all’interno del codice penale spagnolo.

Tuttavia, l’innegabile verità è che non hanno né incitato né usato violenza, come affermato anche dal tribunale tedesco dello Schleswig–Holstein, che ha negato con questa motivazione l’estradizione del presidente del Governo catalano, Carles Puigdemont. In realtà, l’unica violenza esercitata proveniva dalla risposta violenta della polizia spagnola contro migliaia di elettori. Nessuna/o di noi ha dimenticato le immagini degli agenti di polizia che picchiavano le persone nei seggi elettorali, intenzionate soltanto a votare pacificamente: questa è un’immagine che non avremmo mai voluto vedere nell’Unione europea.

Insieme ai membri della piattaforma di dialogo Ue–Catalogna del Parlamento europeo, di cui faccio parte, deploriamo la risposta repressiva e giudiziaria delle autorità spagnole a un conflitto politico. Ci rammarichiamo per la falsa narrativa dietro le accuse e denunciamo che sì, si tratta di un processo politico. Il dialogo e la negoziazione, e non la reclusione e la persecuzione politica, dovevano essere gli strumenti per incanalare il dibattito sul legittimo diritto all’autodeterminazione della Catalogna.

Questo non è solo un affare interno spagnolo. Ha una chiara dimensione europea perché quanto accaduto si scontra con i valori fondamentali della nostra Unione, come la democrazia, la libertà di espressione, la libertà di riunione e la libertà di partecipazione politica. Anche il diritto a un processo equo è in pericolo, dal momento che i prigionieri politici hanno denunciato numerose irregolarità durante la fase preliminare al giudizio. Ad esempio, molti dei ricorsi depositati presso la Corte costituzionale spagnola sono ancora pendenti e ciò blocca il loro accesso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Seguiremo questo processo politico da vicino. Ci recheremo a Madrid per assistere come osservatori alle udienze, consci del fatto che le autorità spagnole stanno cercando di impedire il nostro accesso alle aule del tribunale. Lo faremo perché siamo fermamente convinti che i conflitti politici che coinvolgono i diritti fondamentali non siano un problema giuridico o magari di ordine pubblico. I catalani hanno il legittimo diritto di decidere democraticamente il loro futuro politico, e Madrid e Bruxelles hanno bisogno di politici con il coraggio di risolvere i conflitti politici non con accuse penali, ma con gli strumenti della democrazia.

Questo processo, che andrà in diretta tv, potrebbe calmare la sete di vendetta dei nazionalisti spagnoli più radicali, ma certamente non contribuirà a una soluzione ragionevole delle tensioni storiche tra la Catalogna e le istituzioni spagnole. È necessario che le istituzioni europee continuino a fare pressione per raggiungere una soluzione politica e democratica.

*L’europarlamentare Gue/Ngl Eleonora Forenza firma questo articolo a nome della piattaforma di dialogo Eu-Catalogna

https://left.it/2019/02/12/indipendentisti-catalani-a-processo-organizzare-un-referendum-e-un-crimine/