Ma come è finita in Catalogna ?

 

Fra due settimane il voto più anomalo: Puigdemont in Belgio e Junqueras in carcere. Gli indipendentisti sono a un seggio dalla maggioranza assolut

 

FRANCESCO OLIVO   La Stampa   4.12.2017

Resta alta la tensione in Catalogna. A poco più di due settimane dalle elezioni, non arriva il segno di distensione che in molti si aspettavano. Il Tribunal Supremo di Madrid ha deciso di lasciare in carcere il vicepresidente decaduto della Generalitat Oriol Junqueras, detenuto nella capitale spagnola dal 2 novembre scorso con l’accusa di sedizione, ribellione e malversazione. Domani inizia una campagna elettorale che è poco definire anomala, visto che due dei protagonisti principali non vi potranno prendere parte: Carles Puigdemont in Belgio e il suo vice Junqueras in prigione.

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Le elezioni

Il 21 dicembre si vota in Catalogna. Si tratta di normali elezioni per il parlamento regionale, il quale poi troverà un presidente. L’anomalia però sta nella convocazione: a indire il voto è stato infatti il governo spagnolo di Mariano Rajoy e non, come vuole lo statuto catalano, il presidente della Generalitat. L’esecutivo di Madrid ha convocato le elezioni in virtù dell’articolo 155 che sospende l’autonomia regionale.

 

 

I sondaggi

Secondo l’ultimo sondaggio, quello del Cis, l’istuto ufficiale spagnolo, le tre liste indipendentiste catalane otterrebbero 67 seggi su 135 . I secessionisti, a differenza del 2015, si presentano separati, da una parte Junts per Catalunya guidata dall’esilio da Carles Puigdemont, dall’altra Esquerra republicana, il cui leader Oriol Junqueras è in carcere.

Il primo partito, secondo i sondaggi, potrebbe essere Ciudadanos, i centristi di Ines Arrimadas, i più duri oppositori dell’indipendentismo (31-32 seggi) . In ripresa anche i socialisti di Miquel Iceta. Ma la somma dei cosiddetti “costituzionalisti” non raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi. Decisivi saranno a quel punto i deputati di Ada Colau, la sindaca di Barcellona, che con la sua Catalunya en Comú (alleati di Podemos) non si schiera né con i secessionisti di Puigdemont né con gli avversari.

 

 

I ministri

I componenti del governo Puigdemont, destituiti dalla Spagna dopo la dichiarazione d’indipendenza della Catalogna, sono da oggi sparsi in tre gruppi. L’ex president si trova in Belgio, sul suo capo pende un mandato di cattura europeo su richiesta della giustizia spagnola, ma i magistrati belgi hanno ancora una volta rinviato la decisione. La prossima udienza, che probabilmente non sarà l’ultima, è stata fissata per il 14 dicembre. Con Puigdemont ci sono quattro “ministri”.

Un secondo gruppo è formato dai membri dell’esecutivo indipendentista scarcerati ieri, dietro pagamento di una carissima cauzione (100.000 euro) e con il ritiro del passaporto. Si tratta di Carles Mundó, Raul Romeva, Jordi Turul, Josep Rull, Dolors Bassa e Meritxell Borrás.

 

In carcere a Madrid restano invece Oriol Junqueras, ex vicepresidente e Joaquim Forn, ex ministro degli Interni. Stesso destino per i due leader delle associazioni della società civile indipendentista Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Si tratta, secondo i giudici, del nucleo duro dell’indipendentismo.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/12/04/esteri/ma-come-finita-in-catalogna-2xUuaS16NaT9miQ1np2pRN/pagina.html

 

Catalogna al voto blindata dai divieti

 

 

 ELENA MARISOL BRANDOLINI      strisciarossa.it     30.1.2017

BARCELLONA – Normalmente in Catalogna, quando un presidente della Generalitat non è più nelle funzioni, conserva il titolo; succede così anche quando si è assunto l’incarico di presidente del governo spagnolo. Ma la Giunta elettorale, già attiva per le elezioni catalane del 21 dicembre prossimo, ha proibito ai mezzi d’informazione pubblici catalani di chiamare Carles Puigdemont “presidente”, così come i componenti del suo governo “consiglieri” in esilio o imprigionati. Perché, agli effetti dell’applicazione dell’articolo 155, sono tutti degli “ex”, perché la condizione di “esilio” non esiste e forse non ci sono, o non ci sono mai stati, neppure dei politici catalani in carcere nell’ultimo mese.

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La Giunta ha anche proibito l’uso del colore giallo nei fiocchi portati ai seggi elettorali in segno di lutto per la libertà dei prigionieri politici,  e nelle fontane e sulle facciate degli edifici municipali con cui il Comune di Barcellona aveva voluto colorare le luminarie natalizie in segno di solidarietà. D’altra parte, il fatto che le elezioni siano state convocate dal presidente del governo spagnolo, che il governo della Generalitat sia stato destituito d’autorità, che metà di questo governo sia finito in carcere e l’altra metà con Puigdemont si sia rifugiato a Buxelles sottoponendosi alla giustizia belga, non depongono per una recuperata normalità politica in Catalogna, a cominciare dal fatto che non tutti i candidati delle liste godranno delle medesime condizioni di libertà per fare la campagna elettorale.

Il mondo indipendentista s’interroga un po’ sgomento su come si sia potuti arrivare a questo punto. L’autocritica è ancora affrettata, troppo obbligata dagli avvenimenti giudiziari, si fatica ad individuare una nuova prospettiva. La Repubblica è durata solo alcune ore, poi tutto è stato normalizzato dall’applicazione del 155. Il cambio è iniziato con l’1 di ottobre. Da un lato l’orgoglio per aver mantenuto la compostezza democratica e pacifica, dall’altro l’inaudita violenza della polizia spagnola che nessuno immaginava così. E poi lo sciopero del 3 ottobre, quando persone avvolte nelle diverse bandiere si ritrovarono insieme in piazza per la democrazia. Fino al discorso del re Felipe VI, che schierava senza esitazione la monarchia a sostegno del governo di Mariano Rajoy, dando inizio e copertura alla reazione successiva dello Stato spagnolo.

Puigdemont, in questi giorni, ha detto che non aveva convocato le elezioni invece di proclamare la repubblica, come pure ebbe in mente di fare ad un certo punto, perché il governo spagnolo non gli assicurò mai che avrebbe desistito dall’applicazione del 155. D’altronde, il ricorso al 155 è un’azione che il PP rivendica con fierezza in questa campagna elettorale, minacciandone la reiterazione. Il president ed altri esponenti dell’indipendentismo hanno anche spiegato che se la proclamazione della repubblica si limitò ad un atto puramente simbolico fu per evitare al popolo catalano una nuova e più grave violenza da parte delle forze dell’ordine dello Stato.

La campagna elettorale è iniziata a pieno ritmo per lo schieramento costituzionalista, popolari, socialisti e Ciutadans. Un po’ più incerto e sotto tono invece quella dei partiti indipendentisti che si presentano con tre opzioni elettorali diverse anche se unificate idealmente da alcuni punti comuni, a partire dalla fine del 155 e la restituzione del potere alle istituzioni catalane: la lista di Puigdemont, Junts per Catalunya, che si appoggia al Partit Demócrata, la lista di Esquerra Republicana e quella della sinistra radicale della Candidatura d’Unitat Popular. Nel passato, liste separate hanno ottenuto più voti di quelle in alleanza come Junts pel Sí dell’ultima legislatura, ma la situazione è ora molto cambiata nei soggetti che concorrono alle elezioni e nei programmi elettorali. Nel mezzo, c’è la lista progressista dell’area dei Comuns e di Podem, contraria all’applicazione del 155 e alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, che scommette sul dialogo e difende una soluzione pattuita del conflitto e il diritto a decidere del popolo catalano. Difficile dire quale sarà l’esito, poco affidabili ancora i sondaggi, ma per certo sarà una campagna elettorale combattuta fino all’ultimo voto, perché in ballo c’è il futuro della Catalogna.

 

https://www.strisciarossa.it/catalogna-al-voto-dopo-lo-shock-campagna-blindata-dai-divieti/

Dal Belgio : lettera del presidente della Generalitat e dei consiglieri (ministri) a tutti i cittadini della Catalogna

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Cari concittadini,

affrontiamo una situazione inimmaginabile in ambito democratico. Una parte del governo legittimo della Catalogna (il vicepresidente e sette consiglieri) è in prigione [in Spagna] ed il presidente e quattro consiglieri sono in esilio [in Belgio]; il parlamento [catalano] è stato chiuso prima di della scadenza [con un’azione di forza del governo centrale spagnolo] e buona parte dei membri dell’ufficio di presidenza del suddetto parlamento vivono sotto la minaccia di essere imprigionati. Tutto ciò perché sono stati leali alla fiducia che la maggioranza degli elettori ci diede [nelle votazioni per il parlamento catalano tenute a settembre del 2015].  Parliamo di una situazione chiaramente contraria allo stato di diritto e all’ordinamento dell’Unione Europea che allontana ulteriormente lo stato spagnolo dal gruppo di paesi di riferimento per le buone pratiche democratiche. Per dirlo in modo morbido, lo stato si è messo nella lontana periferia del blocco democratico centrale europeo.

Abbiamo sempre detto che la via democratica è la sola che ci consenta di veicolare la legittima aspirazione all’indipendenza della Catalogna; proprio per questo, lo stato ha ritenuto che solo la si potesse tenera a bada frenando la democrazia con una strategia disperata ed estrema di fronte alla fermezza democratica delle istituzioni e dei cittadini della Catalogna. Morta le democrazia, morta l’indipendenza: ecco la sua grottesca strategia.

I fatti delle ultime settimane confermano che lo Stato spagnolo non ha capito come funziona il mondo del secolo XXI. L’unica risposta che ha saputo articolare alle ripetute offerte di dialogo, avanzate con insistenza dalle istituzioni catalane, è stata quella di privare della libertà i membri del governo e di sciogliere con decreto il parlamento della Catalogna e, dunque,  di rubare ai catalani la loro sovranità. È grave errore credere che la repressione sia la strada giusta per far sì che una buona parte dei catalani rinunci alle sue legittime aspirazioni. Potranno imporsi a noi dal punto di vista fisico, ma non riusciranno mai a sconfiggere i nostri parametri mentali. Potranno asfissiarci dal punto di vista economico, ma non riusciranno a frenare la potenza di un paese europeo imprenditore e con una grande capacità di produrre talento e prosperità. Potranno umiliarci e stringere d’assedio noi e le nostre famiglie con l’aiuto del perverso sistema mediatico spagnolo, che ha imposto un racconto di odio e di menzogna permanente sulle istituzioni politiche e le organizzazioni indipendentiste e quelle dei cittadini, ma non riusciranno mai ad affondare le nostre aspirazioni democratiche.

Siamo pienamente coscienti delle incertezze e dei timori che in  questi giorni vi hanno soverchiato e capiamo il disorientamento causato dalla mancanza di nostre risposte immediate agli attacchi smisurati ai rappresentanti e alle istituzioni legittime catalane, ma vi assicuriamo di essere forti ed in piedi e che né a voi né a noi potranno rubare neanche un particella della dignità con cui affrontiamo queste ore difficili delle nostre vite e della vita del nostro paese.

Davanti al complesso scenario, il governo legittimo della Catalogna ha un duplice obbligo, che adempieremo malgrado le circostanze. Il primo, mantenere la legittimità della libera elezione che avete fatto alle urne il 27 settembre 2015. Lo diremo  al mondo intero tutte le volte che occorrerà: siamo un governo legittimo e abbiamo un parlamento legittimo. Da Bruxelles, appoggiati su una struttura stabile che oggi mettiamo in moto per coordinare la azioni del governo, esigeremo questo impegno ogni giorno e in ogni circostanza alla comunità internazionale, denunciando la politicizzazione della giustizia spagnola, la sua mancanza d’imparzialità, la sua volontà di perseguitare le idee e riaffermando la ferma scommessa del popolo sul diritto di autodeterminazione, sul dialogo e su una soluzione concordata. Il tempo che trascorreremo in prigione o in esilio non sarà inutile se, più che mai, marceremo insieme per difendere la Catalogna e denunciare il decadimento democratico dello stato spagnolo, come anche gli abusi di un’Unione Europea che ha tollerato e perfino coperto in modo vergognoso le azioni repressive spagnole. Il nostro impegno sui valori dell’Europa  è più forte che mai, perché tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri, perché vogliamo rafforzare un’Europa dei cittadini capaci di vincere la paura e le minacce.
Il secondo obbligo, che coinvolge voi tutti, è quello di riprenderci e di sostenere la democrazia, adesso minacciata dalla coalizione [Partito Popolare (PP) Partito Socialista Operaio Spagnolo [PSOE), Ciudadanos (C’s)] che ha messo in opera il 155 [articolo della Costituzione spagnola, che, ampiamente stravolto, ha servito al governo centrale per esautorare il governo e il parlamento della Catalogna] con connivenza e violenza giuridica, poliziesca e dell’estrema destra. Vi chiediamo di mettere insieme un efficace combinazione di coraggio, fermezza,  indignazione, rifiuto, insieme a pace e rispetto, come il miglior atteggiamento per vincere il combattimento al quale ci sfida uno stato impazzito e fuori controllo. Non lasciamoci sopraffare dalla pulsione violenta imperante in buona parte del  sistema politico spagnolo, perché questo è l’unico campo in cui sicuramente perderemmo. Ricordate che abbiamo vinto tutte le sfide democratiche. Sempre. L’ultima è stata il primo ottobre [giornata di referendum sull’indipendenza della Catalogna], in condizioni estremamente difficile, con un’indecente offensiva di violenza ordinata dallo stato.
Le direttive di marcia per i prossimi giorni e le prossime settimane son chiare e nitide. Anzitutto, difendere la democrazia. Per sfortuna, dobbiamo rifarlo ancora, come è accaduto altre volte nella nostra storia, quando ci hanno visitato quelli del clan 155 sotto forma di Primo di Rivera [generale dittatore degli anni ’20 del XX secolo], Franco [generale dittatore che scatenò la guerra civile spagnola degli anni ’30 del secolo XX con un colpo di stato contro la repubblica spagnola] o Filippo V [primo Borbone della Spagna all’inizio del secolo XVIII, che soppresse tutti i diritti storici della Catalogna]. Occorre resistere, perseverare, continuare a difendere la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra storia, una storia di successi costruita con la diversità, la capacità di accogliere altri popoli della Spagna e del mondo e, soprattutto, costruita con molte speranze di futuro. Occorre scacciare democraticamente dalle nostre istituzioni coloro che se le sono volute prendere con un colpo di stato. Occorre dare risposta a coloro che vogliono stritolare l’autogoverno che ci era rimasto dopo la sentenza sullo statuto di autonomia [con la quale il tribunale costituzionale lo ridimensionò nel 2010 al ribasso, pur se approvato dai catalani in referendum e dalla camera dei deputati spagnola] e inseguito all’insieme di leggi, decreti e misure sempre tendenti alla centralizzazione più o meno coperta, ma sempre effettiva in pratica. Difenderemo la democrazia votando, come sempre abbiamo voluto fare. Volevamo votare e vogliamo votare. Senza meno vorremmo farlo come già è stato  fatto in Scozia e come faranno altri paesi in futuro. Volevamo e vogliamo dare risposta alle aspirazioni dei cittadini tramite le urne; perciò prendiamo le elezioni che lo stato spagnolo ci pone per il 21 [dicembre] quale sfida per recuperare la democrazia piena, senza prigionieri, senza vendette, senza imposizioni, senza furia, bensì piena di futuro, di dialogo e di accordo.

L’altro elemento centrale delle direttive di marcia consiste nell’esigere ed ottenere la  liberazione dei prigionieri politici che lo stato spagnoli tiene sotto sequestro: il vicepresidente [del governo catalano], sette consiglieri [dello stesso governo], il presidente di Òmnium Cultural e quello di Assemblea Nacional Catalana [organizzazioni della società civile], rispettivamente Jordi Cuixart i Jordi Sànchez. Non possiamo fallire, non possiamo rimanere immobili davanti alla sofferenza dei loro figli, dei loro partner, delle loro famiglie, dei loro amici, della loro gente, che siamo tutti noi. È il momento di essere più perseveranti che mai. Dieci persone e le loro famiglie sono, a questo punto, la vostra dignità individuale e collettiva. Per loro e per altre persone che possono seguire la via del carcere, occorre che denunciamo ogni giorno la  loro situazione e che sabato venturo [11 novembre]  siamo in centinaia di migliaia alla Giornata Nazionale per la Libertà da tenersi a Barcellona [vi hanno partecipato circa 750.000 persone]. Ciò dipende soltanto da noi, da voi, dalla nostra forza d’animo, dai nostri convincimenti.

Soltanto a partire dai cittadini, con l’impegno democratico, con la risposta della base, organizzata, democratica, pacifica ma radicalmente incorruttibile, potremo recuperare il controllo della nostra vita collettiva e costruire insieme, in modo democratico, dialogante, una repubblica che ci siamo conquistati alle urne e che occorrerà edificare, anche tramite le urne, dandole senso e contenuto. Questa sarà la sfida per le istituzioni, le organizzazioni civili, le aziende e tutti voi nei tempi che verranno. Recuperiamo la libertà questo sabato nella grande manifestazioni di Barcellona e nella sfida elettorale che lo stato ci impone per il 21. Il giorno dopo, seguitiamo a camminare insieme, in libertà.

 

Carles Puigdemont

Toni Comín

Meritxell Serret

Clara Posantí

Lluís Puig

 

traduzione  Jordi Minguell – ANC Italia

il testo originale :  https://www.vilaweb.cat/noticies/des-de-belgica-carta-completa-del-president-de-la-generalitat-i-els-consellers-del-govern-carles-puigdemont-toni-comin-meritxell-serret-clara-ponsati-lluis-puig-republica-catalana-exili/

video discorso   http://president.exili.eu/pres_gov/president/ca/president.mp4

La questione catalana nel 2017 non è più questione di nazionalismo

Aureliana Sorrento   Contropiano.org  11.10.2017

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L’ho già scritto altre volte, ma siccome su Facebook noto che l’informazione sulla questione catalana in Italia è praticamente nulla, e siccome ogni volta che la leggo mi incazzo seriamente a sentire la storiella dei ricchi catalani che vogliono tenersi i loro soldi, ripeto qui per l’ennesima volta in lungo e largo: La questione catalana non è una questione nazionalista, non oggi, nel 2017.

La Catalogna ha davvero quasi il 20% del PIL spagnolo, nel senso che lo produce, ma tutti i ricavati delle tasse vengono mandati a Madrid, perché il PP di Rajoy ha di fatto sospeso l’autonomia dal 2006, quando ha bloccato una riforma costituzionale che doveva dare maggiore autonomia alle regioni. Il governo centrale non ridistribuisce questi soldi in base ad un criterio generale uguale per tutte le regioni, ma secondo chi piace a Rayoj e ai suoi accoliti, figli e nipoti di Franco, e chi no.

E siccome la Catalogna da qualche anno i soldi li vuol spendere per limitare i disastri sociali provocati dalla politica di “austerità”, chiamiamola così, alla Catalogna non arrivano quasi più soldi da Madrid, nonostante sia la regione con il Pil maggiore della Spagna.

Oltre ai soldi c’è un problema di leggi: Tra le leggi che il governo catalano aveva fatto c’era uno stop degli sfratti, che hanno colpito masse di popolazione grazie alla speculazione, a contratti truffaldini appioppati dalle banche a cittadini ignari e a leggi assurde fatte dal PP in favore di costruttori e banche. Bene, questa legge del parlamento catalano come altre leggi sociali è stata annullata dal governo centrale del PP. Col risultato che nella regione che ha il maggior PIL di tutta la Spagna ci sono masse di senzatetto. Gente che lavora, che ha sempre lavorato, che é stata con figli e nonni, semplicemente truffata dalle banche. Protette dal PP. Voi non v’incazzereste?

Chi produce la ricchezza di un paese o di un’impresa non s’incazza se il ricavato gli viene totalmente tolto? Il movimento operaio da cosa partiva se non dalla consapevolezza che la ricchezza prodotta dall’operaio gli veniva tolta totalmente o quasi?

Lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna ha fatto finire sulla strada milioni di persone.

Dopodiché è nato il movimento delle PAH, Piattaforma delle vittime dell’ipoteca, che fa una vera e seria e ben organizzata resistenza alle banche costringendole – con occupazioni di case e azioni plateali come la visita in massa delle filiali delle banche in accompagnamento di persone che dovrebbero essere sfrattate o lo sono state – a trattare, a non sfrattare la gente o a dare gli appartamenti vuoti a un affitto sociale a chi è già sulla strada.

Una delle fondatrici di questo movimento è Ada Colau, oggi sindaco di Barcelona.

A qualcuno squillano i campanelli nelle orecchie?

Ada Colau ha scritto un libro fenomenale sulle ragioni della bolla immobiliare, su come i cittadini sono stati presi per i fondelli da una politica che rendeva impossibile l’affitto delle case e costringeva anche chi non se lo poteva permettere a comprare casa con contratti di mutuo cole nei quali la truffa non si vedeva ma c’era ed era enorme.

Ada Colau non ha spinto, ha anzi cercato di frenare il movimento verso l’indipendenza, perché si rendeva e si rende conto che si andava a sbattere la testa contro il muro e le armi di una masnada di fascisti. Ma la richiesta d’indipendenza in Catalogna è nata dalla constatazione che una politica autonoma, anche una politica sociale autonoma, con il governo del PP, che gli spagnoli hanno confermato nonostante abbia applicato la politica di austerità nel modo peggiore per la maggior parte della popolazione, che una politica diversa con questi al potere non è possibile. Che tra l’altro, essendo i diretti eredi di Franco, pretendono “obediencia”. E in tutti questi anni hanno rimarcato la pretesa di obediencia con attacchi spaventosi ai manifestanti contro la politica di austerità e di tagli sociali.

A cominciare da chi manifestava a Barcellona, dove le pallottole di gomma la Guardia Civil non le ha usate la prima volta lo scorso 1. ottobre, ma molto molto prima.

Manifestanti di Barcellona sono stati accecati con i gas, non per la prima volta, lo scorso primo ottobre. La Guardia Civil ha arrestato attivisti, portati in carceri segrete e rilasciati dopo tre quattro giorni di torture. E questo dal 2011 in poi, non il 1. ottobre 2017. A un certo punto la gente ha detto basta. La parola d’ordine in Catalogna non è “Vogliamo i nostri soldi, Madrid ladrona”, ma libertà.

Gli indipendentisti non sono razzisti, sono gli stessi che hanno fatto manifestazioni con cartelli “refugees welcome”, contro la politica di rifiuto dei profughi da parte della UE.

Questo movimento con la Lega non ha nulla a che fare. E il governo catalano ha cercato dal 2006 fino a dopo il referendum di trattare col governo centrale per una maggiore autonomia e per poter fare delle politiche diverse da quelle imposte da Rajoy. La risposta sono state botte, arresti, repressione. Manca solo, finora, il morto.

Concludendo: chi si professa di sinistra ma accusa il movimento indipendentista catalano di tirchieria, o di nazionalismo, di aver qualcosa a che fare con la Lega Nord; chi si professa di sinistra ma non si indigna per il fatto che la UE tollera una costituzione – e sulla costituzione spagnola bisognerebbe fare un altro lungo discorso – che prevede il reato di “ribellione”, e appoggia fascisti come Rajoy e le sue squadracce fasciste della Guardia Civil che hanno ferito 800 persone in un giorno, tra cui vecchi e persone in carrozzella; chi ancora mi fa i discorsi “Ma il separatismo oggi…roba di destra, retrogrado, etc.”, non solo non è di sinistra, non solo non ha capito dove oggi suona la campana dei movimenti sociali, ma – scusatemi tanto, me l’avete proprio tirata – è un coglione.

Chi è di sinistra oggi dovrebbe andare in piazza in tutte le città d’Europa a chiedere che i politici catalani arrestati vengano rilasciati subito. Chi è di sinistra dovrebbe oggi pretendere che la EU sanzioni il governo Rajoy per violazione di diritti umani e civili anziché appoggiarlo. Ok, scusate la solfa, prometto che al prossimo che paragona gli indipendentisti catalani con i leghisti dico/scrivo semplicemente che è un coglione….”

Aureliana Sorrento giornalista, reporter, autrice tra l’altro di un reportage sulle vittime delle ipoteche bancarie a Barcellona

http://contropiano.org/interventi/2017/11/10/la-questione-catalana-oggi-nel-2017-non-piu-questione-nazionalismo-097510

 

Catalogna : l’insostenibile follia dello status quo

Alessandro Sahebi   Affaritaliani.it   08.11.2017

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Cinismo e pugno di ferro. La ricetta di Mariano Rajoy per la Catalogna sembrerebbe, agli occhi di un osservatore esterno, avere avuto i suoi effetti: l’incarcerazione di sette ministri e la ritirata strategica di Carles Puigdemont in Belgio appaiono infatti ai più come il tramonto di una vicenda che per qualche giorno ha tenuto con il fiato sospeso l’intera Europa e i suoi assetti. Ciò nonostante la strategia del governo centrale spagnolo tutto può rivelarsi fuorché il frutto di un abile ingegno diplomatico e quella che sul campo di battaglia sembrerebbe poter essere letta come una travolgente vittoria potrebbe trasformarsi, in poco meno di due mesi, in un temibile autogol.

Da una parte ci siamo noi, che osserviamo. Ridiamo, confezioniamo meme e ci godiamo i quotidiani sviluppi di una storia che sembra essere stata scritta sul copione di una tragi- commedia politica di serie B. Dall’altra, tuttavia, c’è un popolo. Un popolo che l’1 ottobre ha visto la ragion di Stato trasformarsi in abuso (come ammesso dallo stesso governo spagnolo), un popolo che vede i suoi rappresentanti incarcerati ed esiliati, ricordati come i numerosi eroi politici catalani di epoca franchista. C’è un popolo che ha vissuto sulla propria pelle la pressoché totale ottusità di Madrid e dei suoi rappresentanti, il furto della propria autonomia. Le aziende non fuggono dalla Catalogna, lo sanno bene i catalani. Scappano le sedi centrali ma qualsiasi buon economista sa che il capitalismo globalizzato, oggi, non ha confini se si tratta di profitti. E lo sa bene l’Europa, silenziosamente imbarazzata i primi giorni delle violenze a Barcellona, ben più decisa nelle settimane successive.

Una presa di posizione fedele alla Spagna che a Bruxelles sanno bene di non poter tenere ciecamente se dalle urne, il 21 dicembre, i movimenti indipendentisti avranno la meglio. Mitizzazione del leader politico Puigdemont, assenza di ascolto e pugno di ferro in cabina elettorale potrebbero essere dei veri e propri boomerang per Mariano Rajoy e potrebbero riconfermare, nonostante tutto, le istanze indipendentiste dei catalani. A quel punto il nostro cinismo, la nostra ironia e il nostro pragmatismo non potranno fare altro che i conti con la loro volontà.

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La follia dello status quo sta nell’ignorare totalmente il cambiamento. Lo Stato è un concetto pre-democratico messo in discussione dalle spinte locali da una parte, dall’europeismo dall’altra. Ripensare gli assetti non è una pazzia, la pazzia è pensare che non siano soggetti al corso della storia. In questa ottica essere in grado di assorbire gli shock senza chiudersi in una cieca visione ancorata al passato è una sfida che, soprattutto in quest’epoca di sconvolgimenti politici e sociali, l’Europa deve affrontare con coraggio e con la consapevolezza che nel corso della sua storia, lunga o corta che sia, ne incontrerà con certezza in continuazione.

La risposta, darwiniana se volete, è sapersi evolvere. Se non teniamo aperta la porta del cambiamento ci chiudiamo nello stagno delle nostre sicurezze. A quel punto i casi sono due: o la porta chiusa verrà sfondata, travolgendoci, o diventeremo stagno. E nello stagno tutto muore.

http://www.affaritaliani.it/esteri/catalogna-l-insostenibile-follia-dello-status-quo-508630.html