Le “cloache” sono una struttura dello stato

 

Sia il PP (Partito popolare) che il PSOE (Partito socialista operaio spagnolo) se ne sono serviti quando erano al governo, ne hanno insigniti di onorificenze  i  protagonisti, contando sulla complicità mediatica di alcuni giornalisti.

Pere Martí   VilaWeb   9.04.2019

 

Torture. La settimana scorsa il ministro dell’Interno spagnolo faceva l’offeso perché Podem denunciava l’esistenza di ‘cloache di stato’ (rete sotterranea di complotti per attaccare, con la creazione di scandali basati su false notizie, tutti gli avversari del governo, a partire dagli indipendentisti catalani. Fu resa pubblica nel giugno del 2016, grazie ad alcune intercettazioni, risalenti al 2014, inviate da un anonimo a una testata giornalistica. Ndt.). Fernando Grande Marlaska, che come ex giudice dell’Audiencia Nacional (tribunale con giurisdizione su tutta la Spagna, ndt) è esperto in materia, ne ha negato l’esistenza, proprio come tempo addietro si era rifiutato di investigare le denunce per torture di un detenuto. Il ministro ha avallato l’operato dei servitori dello Stato e dei corpi e forze dell’ordine, accusando chi denuncia l’esistenza di ‘cloache’ di voler screditare le istituzioni, soprattutto in assenza di dati ed elementi oggettivi. Questa settimana si è saputo che hanno spiato perfino le telecamere di sicurezza dell’abitazione di Pablo Iglesias. In confronto 1984 di George Orwell è niente.

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il comissario José Manuel Villarejo

Le ‘cloache di stato’ scorrono così piene di escrementi che alla fine sono straripate con l’aiuto e il ricatto  di uno dei maggiori responsabili, il commissario José Manuel Villarejo, attualmente detenuto. Siccome adesso la vittima principale è un dirigente spagnolo, e ci troviamo in piena campagna elettorale, lo scandalo ha fatto aprire gli occhi a molta gente. In Catalogna però questo scandalo non è una novità. Da molti anni anni infatti le ‘cloache dello stato spagnolo’ agiscono contro i dirigenti indipendentisti. Le prime vittime ne sono stati Xavier Trias e Artur Mas, cui furono attribuiti conti in Svizzera poi rivelatisi inesistenti. Il sospetto, però, si era ormai diffuso. Il problema è che molte delle vittime di questa guerra sporca chiudevano gli occhi quando a subire era l’indipendentismo, perfino accusando chi era coinvolto di voler nascondere la corruzione facendo del facile vittimismo. Ada Colau ha approfittato delle false informazioni contro Trias per vincere le elezioni municipali a Barcellona.

La guerra sporca contro l’indipendentismo non è terminata. Oggi si è saputo che alla fine del gennaio 2018 un procuratore e alcuni tecnici del Ministero della Giustizia spagnolo hanno seguito  Puigdemont a Bruxelles senza autorizzazione della magistratura di quel paese, con la collaborazione di un imprenditore. E questa azione è stata realizzata senza alcun euro-ordine, perché il giudice Llarena lo aveva ritirato il 5 dicembre, e senza comunicarlo alle autorità belghe. Un atto chiaramente stragiudiziale che probabilmente la giustizia spagnola cercherà di coprire, ma che è impropria di uno stato di diritto.

Il problema delle ‘cloache di stato’ è che tanto il PP che il PSOE, quando erano al governo, ne hanno fatto uso, con la complicità dei media per diffondere le loro schifezze. Non si tratta solo di un problema del PP e di Jorge Fernández Díaz con la sua polizia politica. Riguardano anche il PSOE, con i GAL (Gruppi antiterroristi di liberazione, attivi negli anni Ottanta e finanziati dal Ministero dell’Interno per compiere atti di ‘terrorismo di stato’, ndt) come caso più eclatante, ma non occorre andare tanto lontano. Venerdì scorso (4 aprile, ndt) ha dovuto dimettersi Alberto Pozas, direttore generale dell’Informazione della Moncloa, inquisito in quanto ex direttore  della rivista Interviu nell’intrigo di spionaggio a Pablo Iglesias. Il commissario Villarejo è stato insignito per ben due volte di una Croce al Merito: la prima nel 2009, ricevuta dalle mani di Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro degli Interni; la seconda, nel 2013, consegnatagli da Jorge Fernández Díaz. Le ‘cloache  di  stato’ funzionano grazie a due elementi: la connivenza politica e la complicità mediatica. Così come esistono poliziotti corrotti ci sono  mezzi di comunicazione o giornalisti con nome e cognome che contribuiscono a diffondere le menzogne fabbricate nelle cloache.

Una delle vittorie dell’indipendentismo è stata quella di far affiorare buona parte di queste cloache. La polizia politica di Fernández Díaz è sotto inchiesta e il commissario Villarejo cerca di salvarsi spargendo fango. Le cloache, però, fanno parte del regime del 78. Sono una struttura di stato. Vi si muovono i garanti del regime e, se qualcuno ne discute, allora fanno di tutto per distruggerlo. Prima l’indipendentismo, ora Podem. La Catalogna già aveva avvisato che si trattava di un problema strutturale della democrazia spagnola, perché la transizione non aveva fatto pulizia del tutto, ma nessuno volle crederci. Villarejo cominciò la carriera come poliziotto nel 1972 nei Paesi Baschi nella lotta contro l’ETA. E già allora fu insignito di una onorificenza.

*traduzione  Raffaella Paolessi

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/les-clavegueres-son-una-estructura-destat/

 

 

Verso la condanna con menzogne impunite

Così lo stanno cucinando nel Tribunale Supremo: verso la condanna con menzogne impunite

«Con testimonianze come quelle del 15 aprile, la tergiversazione rimane detta, rimane lì, incrostata nel velluto dei banchi e nei titolari dei giornali spagnoli»

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Vilaweb.cat – Josep Casulleras Nualart – 15.04.2019 – 20:03

I magistrati Juan Ramon Berdugo e Andrés Martínez Arrieta, seduti alla destra e alla sinistra di Manuel Marchena nella sala delle udienze del Tribunale Supremo, qualcosa si ricordano del numero d’identificazione N29100C. Corrisponde al comandante della Guardia Civil César López Hernández, chiamato a dichiarare come testimone in questo processo, perché fu il segretario degli attestati polizieschi che furono elaborati dall’inizio del 2016 fino all’autunno del 2017 con lo scopo di controllare e incriminare decine di persone in una “causa generale”[1] contro l’indipendentismo.

Lui era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, alias Tácito[2]. Ma questo comandante di faccia tonda e occhiali spessi fu processato per torture, come ha riconosciuto prima dell’inizio dell’interrogatorio. Nel 2008 fu coinvolto nei maltrattamenti a Igor Portu e Mattin Sarasola, condannati per l’attentato all’aeroporto di Barajas. E tra i magistrati del Supremo che assolsero i condannati inizialmente per questo caso c’erano Berdugo e Arrieta. Ecco perché il numero d’identificazione N29100C risultava famigliare.

Fa niente: non è mica il primo testimone della Guardia Civil che dichiara in questo processo essendo stato processato o condannato per torture; Diego Pérez de los Cobos si dimenticò di dirlo, fino al secondo giorno di testimonianza, quando Marchena –che forse guarda Twitter– pensò di chiederglielo.

César López Hernández ha avuto uno scopo molto chiaro durante la dichiarazione, preparata insieme al pubblico ministero Fidel Cadena: tentare di salvare il fattore Mossos (polizia catalana) per sostenere l’accusa di ribellione contro i prigionieri politici. Le dichiarazioni di tutti i membri della cupola della polizia catalana e le contraddizioni tra i comandi della polizia spagnola sulla preparazione, a margine dei Mossos, del dispositivo preparato per il 1° ottobre 2017 con lo scopo di andare a colpire nelle scuole, lo hanno messo in difficoltà.

Per questo, il comandante della Guardia Civil ha mostrato un paio di carte che aveva sotto la manica per vincolare il maggiore Trapero (comandante dei Mossos) in una sorta di cospirazione. Quali sono queste carte? La prima, che Trapero ricevette un rapporto dell’intelligence sulla situazione precedente al primo di ottobre, dove si diceva che l’immagine del corpo poteva essere negativa se si arrestavano dei sindaci de la CUP. La seconda, che in una riunione del 13 di ottobre con più commissari, il maggiore disse: ‘La Guardia Civil e la procura, da dieci fotografie su un cattivo intervento ne fanno un reato di sedizione.’

Ma Trapero riceveva ordini politici dal consigliere del governo catalano Forn per agire contro gli ordini della procura o del magistrato del Tribunale Superiore della Catalogna (TSJC)? No.

Al comandante César López Hernández è capitato, come a tanti poliziotti testimoni che abbiamo visto in questi giorni, che hanno una memoria prodigiosa quando rispondono al pubblico ministero e mostrano un’amnesia preoccupante, e provoca brutti scherzi, quando devono rispondere alla difesa. L’avvocato Judit Gené gli ha chiesto:

—Lei ha detto che il Sig. Trapero riferiva al consigliere Forn, tra alcuni altri, tanto le istruzioni della procura quanto il piano d’azione. La domanda è: lei sa se il Sig. Forn rispondeva al Sig. Trapero quando le trasmetteva queste istruzioni per posta elettronica?

Vediamo la sorpresa: la risposta sarà finalmente no. Ma guardate il “viaggio”:

—Almeno uno, quello del giorno 30, del piano Àgora, fu oggetto di risposta.

Il piano Àgora fu preparato dai Mossos l’estate prima del referendum, prevedendo un autunno agitato. Era un piano che non era vincolato ad alcuna istruzione della Procura e, in questo punto, il comandante della Guardia Civil tenta di confondere. Parla del giorno 30, senza precisare. Sembra che si riferisca al 30 di settembre, il che è falso. Judit Gené si rende conto della trappola.

—No, del piano Àgora, no. Io parlo del piano d’azione dei Mossos, d’accordo con le istruzioni della Procura. Quando il Sig. Trapero trasmette questo al Sig. Forn, saprebbe dire se il Sig. Forn rispondeva a questi messaggi?
—No.
—Non lo sa o non li rispondeva?
—No, no, no. No. Non lo so, non lo so. Non lo so, non lo so. Non li rispondeva, dunque credo che non li rispondeva
—Scusi?
—Non lo so.

 

Joaquim Forn, seduto dietro a Judit Gené, non riesce a crederci. Quest’uomo, che controllava tutte le comunicazioni, che dopo erano raccolte in attestati della polizia che sono serviti per mandare in galera agli accusati per mezzo migliaio di giorni, e che ha saputo recitarli con tutti i dettagli quando interrogava il pubblico ministero, ora non ricorda nulla. Non sa nulla. Vede che lo hanno colto mentre mentiva, si innervosisce ed è incapace di dire la verità, perché la verità assolve a Joaquim Forn. Lo assolve perché se Forn non rispondeva ai messaggi di Trapero, se non dava istruzioni, significa che non utilizzava i Mossos contro le istruzioni della procura o del giudice. Prosegue così:

—Rispondeva o non rispondeva, ai messaggi?
—Non lo so.
—Se voi non raccogliete risposte significa che non rispondeva?
—E che, per esempio, di questo messaggio non mi ricordo. Ma si che ricordo che rispose a …
—Le chiedo: Quando il Sig. Trapero trasmetteva le istruzioni della procura e il piano d’azione per il primo di ottobre, il Sig. Forn rispose a questi messaggi dando indicazioni al Sig. Trapero? Sí o no?
—a questi, no. Ma su altri si che dava istruzioni.
—Su quali?
—Il messaggiio del 30 sul piano Àgora, sì che dà delle indicazioni.
Ma il 30 di quando?
—Il 30 di… settembre, credo.

Forn fa segno di no. Perché è una menzogna. Gené:

—Sul piano Àgora il 30 di settembre?
—Sì.
—Sì?
—Se non è il 30 sarà un altro giorno. Ma c’è una risposta. Sicuro, sicuro…
—Di cosa è sicuro? Che era il 30 di settembre se il piano Àgora fu applicato il primo di settembre?
—No, no… Il piano Àgora fu applicato il primo di settembre? No… il piano Àgora?
—Il piano Àgora, sí. Non il piano d’azione dei Mossos per il 1 di ottobre.
—Ci sono tre piani diversi, eh?
—No, per il 1 di ottobre ce n’è uno solo.
—Del 1 di ottobre ce n’era uno. Di questo piano dei Mossos che si consegna alla procura sul dispositivo del 1 di ottobre, e che Trapero trasmette a Forn, lei trovò una risposta del Sig. Forn?
—Non abbiamo individuato alcuna risposta.

 

Finalmente! La trascrizione di questo dialogo kafkiano tenta di trasmettere la sensazione di impotenza che c’è in questo processo tra la maggioranza delle difese. Perché queste testimonianze poliziesche mentono impunemente. E soltanto con interrogazioni estenuanti ed esasperanti come questo, che spesso sono interrotti dal presidente Marchena, possono essere messi in evidenza. Ma non con prove documentarie né rapporti né attestati né video. Marchena dice che i documenti sono già stati incorporati al processo e che il tribunale ne terrà conto al momento di confrontare queste testimonianze. Ma, intanto, la menzogna, la tergiversazione, l’esagerazione rimangono. Restano là, incrostate nel velluto dei banchi della sala e riprodotte e moltiplicate acriticamente dai principali media spagnoli. Ci sono decine e decine di agenti che ripetono lo stesso racconto, che fa ridere ed è grottesco, ma che porta a dire nei giornali portavoce del potere giudiziario che, con tutte queste testimonianze, i prigionieri non hanno possibilità di farla franca.

L’inerzia dell’accumulo

Ora il dibattito o, piuttosto, lo scopo del gioco di dadi tra magistrati è di decidere se la condanna dovrà essere per cospirazione per la ribellione o per sedizione, aggiungendo la malversazione. La ribellione, in vista ci quanto vediamo, ai magistrati sembra esagerata. Ma… questa cosa dell’arma ribelle degli sguardi d’odio e digli insulti o dei lanci di ombrelli…. Oggi abbiamo aggiunto la testimonianza di una ventina di antisommossa che attaccarono i seggi elettorali di Barcelona e di Hospitalet de Llobregat. Alcuni risultarono feriti perché andarono a ferire, e hanno presentato davanti al Tribunale Supremo le ferite come prova della violenza ribelle. Uno di questi, il 88.248, ha una cicatrice per un graffio con la punta di un ombrello, ma ricorda: ‘La ferita che mi fa male è quella dell’orgoglio per l’odio di tanta gente.’ Un altro, il 120.381, ebbe una fessura in un dito della mano, a causa ‘di aver lottato per mandare via la gente’. Il 92.552 si ‘fratturò il tendine estensore del quinto dito della mano sinistra’, per aver picchiato i votanti. E il 106.424 si tagliò nell’avambraccio con un vetro perché si tratta dell’individuo che, con un ariete, sfondò la porta di vetro dell’Istituto IES Joan Fuster di Barcelona per potervi entrare.[3]

A cosa serve constatare questo? Perché il tribunale che preside Manuel Marchena ha accettato tante testimonianze che dicono le stesse cose, o che non sanno cosa dire, o che spiegano cose che sono assolutamente normali in una manifestazione o in una protesta? Da una parte, per sfinire gli avvocati, come spiegano alcuni nei corridoi del Tribunale Supremo. D’altra parte, perché questo accumulo possa aiutare a sostenere il castigo. Per quanto il racconto sia falso.

E tutto deciso? Domani e dopodomani passeranno ancora una quarantina lunga di agenti antisommossa che ripeteranno la stessa cosa. La prova testimoniale dell’accusa sta arrivando alla fine, e con questo il Tribunale dovrà costruire la condanna. Fondamentalmente con questo. Dicevamo che nella Madrid del potere già scommettono: il Supremo filtra a El Confidencial che la procura manterrà nella relazione delle conclusioni definitiva l’accusa di ribellione, perché ‘i testimoni ascoltati finora accreditano completamente l’accusa’. A El Mundo avvertono che questo ‘accumulo testificale possiede un’inerzia difficile da sviare’. Che ‘la fotografia, nel processo di sviluppo, diventa nitida: masse umane, barriere, gente in piedi, seduta e sdraiata, con le braccia intrecciate per impedire il passaggio degli agenti o dei veicoli, che bloccarono e chiusero porte, costruirono barricate, occultando quello che dovevano portare via gli agenti (urne)…’. Sembra incredibile, ma così la vedono loro. E non si intravede alcuna possibilità di farglielo vedere in un altro modo.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/aixi-ho-han-anat-cuinant-al-suprem-cap-a-una-condemna-amb-mentides-impunes/

 

[1] La “causa generale” o processo generale fu istituito con il decreto del 26 aprile 1940, ratificato il 19 giugno 1943 e “attribuiva al Ministero Fiscal (equivalente alla Procura della Repubblica), sotto il Ministero della Giustizia, il compito onorevole e delicato di fissare, mediante un processo fedele e veritiero, per la conoscenza dei poteri pubblici e nell’interesse della storia, il significato, la portata e le manifestazioni più rilevanti dell’attività criminale delle forze sovversive che nel 1936 attentarono apertamente contro l’esistenza e i valori essenziali della Patria, salvata in extremis e provvidenzialmente, dal Movimento Liberatore (franchista)”.
La Causa Generale era una procedura istruita dalla Procura della Corte Suprema del governo franchista. Un grande processo sommario con l’obiettivo di depurare responsabilità politiche per le azioni di persone e istituzioni repubblicane durante la guerra, alla ricerca di atti criminali commessi durante la “dominazione rossa”. La giustizia militare è stata estesa a tutti i popoli dello stato. Durante i primi mesi furono istruiti migliaia di processi sommari con migliaia di persone imprigionate e a migliaia giustiziate.

Le informazioni registrate dalla Causa Generale, la cui compilazione è durata praticamente fino agli anni ’60, portarono all’apertura di numerosi procedimenti giudiziari contro coloro che erano considerati responsabili dei fatti indagati, fino alla promulgazione da parte del governo di Francisco Franco nel 1969 del decreto legge 10/1969, con il quale tutti i reati commessi prima del 1 aprile 1939,6 (cioè la fine della guerra civile) prescrivevano. Questo decreto legge fu emesso, quindi, trent’anni dopo la fine della guerra

[2] Il giornale spagnolo Público ha rivelato che il tenente colonnello Daniel Baena ha avuto un’identità segreta inconfessabile su Twitter e ha commesso l’errore di ammetterlo per telefono al giornalista Carlos Enrique Bayo (è diffusa la registrazione audio), tentando quasi subito di tirarsi indietro quando si è reso conto che era incompatibile con l’equanimità richiesta dalla legge a chi dirige un’istruzione di polizia. Tácito è un utente anonimo di Twitter di chiara ideologia di estrema destra e molto belligerante e aggressivo contro l’indipendentismo.

[3]N.d.t. Quanta violenza contro gente inerme raccontano queste ferite!

Spagna, in campagna elettorale i comizi entrano in carcere

L’indipendentista Junqueras, candidato alle politiche del 28 aprile, detenuto in attesa di giudizio, sarà protagonista di un’iniziativa politica del suo partito

Oriol Junqueras

Oriol Junqueras durante il processo

Francesco Olivo   LaStampa   16.04.2019

La tribuna politica entra in carcere. Si avvicinano le elezioni, si vota il 28 aprile, e la campagna elettorale spagnola fa i conti con una delle anomalie di questi tempi: alcuni dei candidati sono detenuti in attesa di giudizio. È il caso di Oriol Junqueras, leader indipendentista di Esquerra Republicana e candidato alle politiche, che venerdì prossimo sarà protagonista di un comizio del suo partito direttamente dalla prigione alla porte di Madrid nella quale è recluso. Lo ha deciso la giunta centrale elettorale, secondo la quale non ci sono le condizioni per impedire a un candidato il diritto a fare la campagna elettorale, seppure senza libertà di movimento, la giunta ha rifiutato altre richieste, come quella di poter fare interviste con cinque testate giornalistiche e partecipare a un dibattito con altri politici.

Non è ancora chiaro come si svolgerà l’appuntamento elettorale, sicuramente il collegamento di Junqueras sarà telematico, video o audio, in quanto gli è stato impedito di lasciare la prigione di Soto del Real per la campagna elettorale. La stessa Esquerra Republicana ha ottenuto di poter tenere iniziative elettorali nel carcere di Lledoners in Catalogna per coinvolgere i detenuti, che dovranno votare il 28 aprile.

Oriol Junqueras è imputato, con altri 11 leader indipendentisti, in un processo che si sta svolgendo da due mesi al Tribunale Supremo di Madrid. La procura generale ha chiesto per lui una pena di 25 anni di reclusione con l’accusa di ribellione violenta, malversazione di fondi pubblici e sedizione. Il leader di Esquerra è anche candidato alle elezioni europee, così come l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, attualmente in Belgio. In caso di elezione sorgerà il tema dell’immunità alla quale hanno diritto i deputati europei.

https://www.lastampa.it/2019/04/16/esteri/spagna-in-campagna-elettorale-i-comizi-entrano-in-carcere-Iyuge7hWcB7ls25tJlyKMM/pagina.html

Catalogna, ministro degli Esteri Bosch “Chiediamo dialogo”

 

Cattura

L’indipendentismo catalano è il motivo del forte malumore che si respira a Madrid. E il prossimo appuntamento per il governo di Pedro Sánchez– succeduto a Mariano Rajoy, il premier che aveva dichiarato incostituzionale il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017 – sono le elezioni spagnole, in calendario per il 28 aprile. A spiegare i possibili scenari, durante una sua visita a Roma, è Alfred Bosch, consigliere per l’azione esterna del governo della Generalitat catalana: “Gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra destra e sinistra”. Intervistato da AffarInternazionali.it, Bosch approfondisce anche la vicenda del processo ai 12 leader accusati di aver incitato alla violenza per ottenere l’indipendenza della Catalogna, dicendo che “non sono dei criminali e non  hanno fatto niente di male”.

Ministro Bosch, qual è la posizione della Generalitat rispetto alla vostra idea di indipendenza e autonomia
Veniamo in Italia per raccontare la nostra posizione. Siamo sì un governo di repubblicani ma prima di tutto democratici. Per noi è fondamentale che sia il popolo a decidere cosa fare del sistema politico. Dopo il referendum sull’indipendenza, il governo spagnolo presieduto da Mariano Rajoy  ha reagito processando e mettendo in prigione membri dell’esecutivo catalano. Per noi è un’ingiustizia: si tratta di una questione politica preceduta da una consultazione del popolo. Queste persone non sono dei criminali, non hanno fatto del male a qualcuno.

Il rapporto con il governo principale. Qual è la posizione rispetto al processo agli indipendentisti catalani
Abbiamo collaborato con Pedro Sánchez, l’attuale premier socialista della Spagna. I partiti repubblicani catalani lo hanno votato perché poteva essere una buona opportunità per dialogare. Una situazione che non è durata a lungo perché Sánchez ha convocato le elezioni e ha abbandonato il tavolo di negoziazione. Per lui e per le sue aspettative elettorali non è conveniente avere un legame con noi.

Il 28 aprile, giorno delle elezioni spagnole, cosa succederà?
Non sono un futurologo, ma gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra la destra dei nazionalisti, sempre più radicali, e la sinistra, con gli indipendentisti catalani. Non sappiamo se la maggioranza tenderà più da un lato piuttosto che un altro, ma aspettiamo che in Spagna il senso comune e l’intelligenza collettiva possano facilitare una situazione di pace civile, dialogo e sforzo per trovare una soluzione collettiva, senza repressioni.

Il viaggio diplomatico in Italia: chi ha incontrato?
Questa volta ho visto rappresentanti di partiti politici, della società civile e giornalisti. L’impressione è che ci sia interesse su quanto succede in Catalogna. Anche la volontà di partecipare nella difesa di diritti umani e della soluzione democratica. La società italiana è molto decisa, perché considera la partecipazione alla democrazia un elemento prioritario.

Ministro Bosch, che cosa vi aspettate dall’Italia per le vostre cause indipendentistiche?
Chiediamo alla società italiana nel suo complesso, dagli accademici ai giuristi, ai professionisti ma anche al governo italiano, comprensione, specie per due temi delicati quali diritti umani e democrazia. Vogliamo che il processo giudiziario contro il governo della Catalogna sia seguito dal punto di vista internazionale. Fondamentale poi collaborare, per far capire al governo spagnolo l’indispensabilità di un dialogo per uscire da questa situazione. Mettere le persone in prigione mandarli ai tribunali non è una soluzione. Non vogliamo questo processo, non è intelligente né per la Spagna né per l’Europa.

https://www.affarinternazionali.it/2019/04/spagna-catalogna-bosch-dialogo/

 

“Il presidente catalano Torra, a me non piace”

«Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont.»

Vilaweb.cat – Joan Ramon Resina –  07.04.2019

https://www.vilaweb.cat/noticies/torra-opinio-joan-ramon-resina/

Reunión semanal del gobierno catalán

 

Pochi giorni fa parlavo con un’amica di Madrid che, senza essere indipendentista, è molto critica con lo stato spagnolo. In mezzo a un’appassionata difesa della specificità catalana, aveva fatto un inciso per chiarire che non le piace il presidente Torra. Siccome so che non lo conosce se non attraverso la stampa, il commento, lasciato cadere lì per lì senza motivo, mi era parso un riflesso difensivo. Come per mettere un limite alla sua difesa della catalanità. Noi catalani siamo abituati a questo tipo di precisazioni, perché le abbiamo molto praticate. Prima della sua caduta, Jordi Pujol era servito da parafulmini a molti. Si poteva difendere l’identità o rivendicare qualche diritto e, nel momento del pericolo, sviare il previsibile affronto verso il capro espiatorio simbolico. Con questo, ci si proclamava ‘non vittimista’. Ricordo un dibattito con un collega gallego, il quale, di fronte a un vicolo cieco dialettico, mi propose un armistizio: ‘Fraga è uno stronzo e Pujol è uno stronzo.’ Questa era la tregua che molti accettavano durante la transizione. Equiparando il repressore al represso in una perversa equidistanza, cancellavano la piccola differenza della repressione.

 

Il metodo del capro espiatorio funziona indipendentemente da chi farà da talismano. Il riflesso è universale. Per coglierne il meccanismo basti considerarlo in sé stessi. Non mi sono mai piaciuti Felipe González nè Alfonso Guerra, ma neanche José Luis Rodríguez Zapatero, José Bono, Rodríguez Ibarra, Joaquín Almunia, Pérez Rubalcaba, Susana Díaz, Pedro Sánchez, Josep Borrell… Ora che ci penso, non mi è mai piaciuto un socialista spagnolo. E tra quelli catalani, faccio fatica a ricordare qualcuno che mi sia piaciuto. Se sono sincero, devo riconoscere che ogni volta che giudico la personalità di un politico, non faccio altro che constatare la mia posizione politica. Mi definisco per le mie avversioni, tanto o più che per le mie sintonie. E siccome non mi piace l’ideologia né l’attività di un determinato partito, non possono piacermi quelli che le rappresentano. Così come il PSC, nei tempi della prosperità, si vantavano di poter mettere un sofà da capo lista e comunque, tutti li avrebbero votato, io posso dire di me stesso che, se mettevano uno sofà, non mi sarebbe dispiaciuto meno degli altri che avevano presentato prima. Perché, in politica, più che in altri campi pubblici, la persona è il messaggio, e il messaggio è immancabilmente quello che richiamano i media.

 

Quim Torra non piace ad alcuni per motivi diversi. Alcuni riguardano la frammentazione elettorale. Trattandosi di un politico senza un partito dietro, l’inoperatività che una parte dell’indipendentismo gli attribuisce è perfettamente descrivibile. Un politico ha la forza che gli danno gli elettori, e Torra non solo non è stato eletto, ma gli stessi che si rivolgono a lui chiedendo azione sembrano determinati a indebolirlo ancor più di quanto non lo sia già per via dell’eccezionalità del parlamento catalano attuale. Nemmeno Puigdemont era stato eletto, ma ancora disponeva di un partito o dell’apparenza di un partito. E soprattutto, non è la stessa cosa cavalcare l’onda di entusiasmo che portava verso il referendum piuttosto che resistere in piedi dentro la risacca del 155. E’ molto difficile governare tra le esigenze dello stato, le necessità amministrative di un’autonomia saccheggiata e il mandato delle elezioni che molti vorrebbero dimenticare. Dovendo anche gestire tutta questa complessità senza unanimità nel governo, con un’opposizione selvaggia, un partito frammentato e discolo, una stampa molto ostile e i soci di governo che non si prendono neanche il disturbo di dissimulare la fretta di allontanarlo per cercare altre alleanze. Da quando la Generalitat è stata restituita, nessun altro presidente ha dovuto governare in condizioni tanto precarie. Accusarlo di questo dimostra una grande incoscienza e molta poca consistenza.

 

Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont. La nomina di Torra non solo riuscì a permettere di rompere la morsa dello stato e di aggirare il bloccaggio del parlamento catalano. L’offesa era più grande ancora per il fatto che il presidente assumeva esplicitamente il mandato del 21-D. Chiedendogli di rendere conto di questa responsabilità, esercitata con più volontà che fortuna, quelli che gli impediscono di soddisfarla. Ma il rifiuto che provoca Quim Torra, pur se molto mitigato nel commento della mia amica, resta specialmente nell’epiteto ‘suprematista’, lanciato nel momento dell’investitura e ripetuto come un emblema fino a farlo diventare un’associazione automatica.

 

Malgrado la inettitudine descrittiva dell’aggettivo, la scelta è tuttavia interessante. Soprattutto perché considerare il luogo d’illocuzione rende evidente un’inversione arbitraria della correlazione di forze. Il suprematismo presuppone il potere. Suprematista è chi difende un diritto innato o acquisito per esercitarlo su altre persone. Può esserlo chi domina, non certo chi lotta per abolire la dominazione. In realtà, l’inversione semantica era avvenuta già da tempo. Molto prima dell’investitura del 131° presidente, si parlava di catalanismo escludente con quella sincerità con la quale la volpe si lamenta dell’animosità delle galline.

 

La disfatta dell’unionismo nel 21 Dicembre 2017 faceva prevedere l’intensificazione dell’attacco, e con il superamento del bloccaggio del parlamento catalano con una persona di fiducia di Puigdemont, l’amplificazione della guerra sporca era di facile pronostico. Il pretesto, in questo caso, fu un vecchio articolo dissotterrato con straordinaria diligenza, dal quale si estrassero alcune dure parole senza precisare il contesto né l’occasione. E dalla legittima indignazione per la condotta di un energumeno in un caso scandaloso, che qualsiasi persona decente avrebbe condannato, ne fecero un’interpretazione distorta con il fine di ridurre Torra alla stessa aggressività di quelli che si vantavano di avere decapitato l’indipendentismo. E molti, con il riflesso descritto all’inizio, si sono aggiunti alla condanna senza prestare attenzione che la propaganda faceva con Torra quello che loro accusavano in lui: disumanizzarlo. Come un Gregor Samsa che si sveglia dall’investitura convertito in uno scarafaggio, Torra si ritrovò incastrato quell’epiteto malevolo, come il povero Gregor la mela lanciatale da suo padre sul dorso.

 

Perché suprematista precisamente? Tranne l’uso espletivo della parola, l’unica spiegazione con parvenza di realtà è il terribile complesso di inferiorità degli spagnoli, rovescio della loro proverbiale arroganza. Il Lazarillo de Tormes è tuttora il testo più incisivo sulla psicologia castigliana. L’hidalgo affamato, che esce sulla soglia di casa con uno stuzzicadenti in bocca per far vedere che ha mangiato di gusto, era andato via da Valladolid per non doversi togliere il cappello davanti a un vicino di rango superiore. Tuttavia, confessa che quello stesso vicino le restituiva il saluto, ma considera che non lo faceva così spesso e che la bilancia dell’onore era a lui contraria. La scena testimonia il rapporto tra la fame dello stomaco e quella del riconoscimento, e di come il vuoto è lo stesso in entrambi i casi. ‘Vanità’ viene da vanus, ‘vuoto’. L’autore anonimo ci mostra che la fame fisica è più sopportabile di quella dello spirito, e che quest’ultima infligge ferite psicologiche inguaribili.

Gli spagnoli arrivarono alla transizione con un grave complesso di inferiorità. La chiave del successo del socialismo alla fine degli anni 80 e inizio dei 90, fu quella di mitigare quel complesso con un’inflazione non soltanto dell’economia ma anche della psicologia nazionale. Allora si riprodusse in minore scala lo stesso fenomeno del XVI secolo. Verso la fine degli 80 e fino alla crisi del 2007, gli spagnoli si consideravano eguali se non addirittura superiori alla media degli europei. Ricordate Zapatero assicurando, quattro giorni prima della crisi, che la Spagna aveva superato la Francia, l’Italia e che stava incalzando la Germania? Gli improduttivi spagnoli si vantavano di essere competitivi; lo stato entrava in tutte le contese per i posti con influenza internazionale; la Spagna, dicevano, era di moda. E tutto era un confronto tra Madrid e Barcellona; l’obiettivo patetico, eliminare la capitale catalana come riferimento della modernità peninsulare. Il complesso, lungamente covato, venne “curato” con investimenti faraonici a Madrid e dintorni mentre si congelavano le cose più essenziali in Catalogna. Si creava immagine con treni di alta velocità senza passeggeri, autostrade gratuite vuote, aeroporti senza aerei, eventi di centenari di ogni tipo, ambasciate palatine, e sempre corruzione a tutti i livelli, fino a quando a forza di centralizzare e saccheggiare tutto, aggravarono lo squilibrio fiscale che preparò la crisi finanziaria del 2007 e quella politica del 2017.

 

Ora, il rovescio di ogni inflazione è la deflazione. Siccome sotto a tutti questi cambiamenti cosmetici, gli spagnoli seguitavano ad essere lo stesso popolo, non potevano smettere di sentire intimamente il vuoto progressivo di quella modernità e democrazia iperboliche. Né potevano smettere di notare, malgrado le apparenze, che la distanza non solo persisteva ma si allargava tra loro e l’Europa del nord. La realtà si impose con la crisi, quando gli spagnoli si risvegliarono dalla festa indebitati fino al collo. Allora uscirono un’altra volta sulla soglia di casa con lo stuzzicadenti in bocca, tra i denti puliti. Questi sono i favori concessi ad altri paesi da García-Margallo e la raddoppiata spesa in immagine del ministro Borrell.

 

Al doloroso vuoto dello stomaco si aggiunse l’umiliazione di comprovare che la Catalogna ritornava. Il morso mal digerito lottava per scappare tra i denti. Ogni rapporto di potere è una deviazione più o meno civilizzata del rapporto primario tra vittima e predatore, che è quello di mangiare e di essere mangiato. La volontà della Catalogna di sottrarsi a questo rapporto aggrava straordinariamente la fame spagnola. Ne indebolisce la sostanza e ne dimagrisce ancora di più la malconcia hidalguía. E siccome nessuno accetta tranquillamente la propria deflazione, in particolare i collettivi che si sono elevati inflazionariamente, la reazione naturale è cercare di sbarazzarsi della sensazione di ‘sottovalutazione’, come veniva chiamato da Américo Castro il dramma esistenziale degli spagnoli. E questo possono farlo soltanto trasferendola a qualcun altro.

 

Il sentimento di valere di meno non è facile da sopportare e la conclusione a la quale suole arrivare chi lo subisce è che, per forza, deve avere una causa esterna. Altri sono colpevoli della deflazione, e sono altri quelli che la aggravano rifiutandosi di condividerla e allargando numericamente il cerchio della vergogna. Peggio: sono colpevoli di rifiutarsi di assumere una parte più grande del deprezzamento, servitù che ci consolerebbe nella misura in cui venisse scaricato il nostro. Il rifiuto di accettare questo ruolo trasferitore giustifica l’epiteto di suprematista, perché con quale diritto ignora ora la forza della nostra maggioranza qualcuno che sempre abbiamo disprezzato? Se le circostanze non ci permettono di sottovalutarlo tanto quanto ci sottovalutiamo noi stessi, bisognerà disprezzarlo fino a togliergli ogni valore. Allora potremo stropicciarlo come un abito vecchio e consunto che si butta nella spazzatura.

 

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

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