Dal Belgio : lettera del presidente della Generalitat e dei consiglieri (ministri) a tutti i cittadini della Catalogna

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Cari concittadini,

affrontiamo una situazione inimmaginabile in ambito democratico. Una parte del governo legittimo della Catalogna (il vicepresidente e sette consiglieri) è in prigione [in Spagna] ed il presidente e quattro consiglieri sono in esilio [in Belgio]; il parlamento [catalano] è stato chiuso prima di della scadenza [con un’azione di forza del governo centrale spagnolo] e buona parte dei membri dell’ufficio di presidenza del suddetto parlamento vivono sotto la minaccia di essere imprigionati. Tutto ciò perché sono stati leali alla fiducia che la maggioranza degli elettori ci diede [nelle votazioni per il parlamento catalano tenute a settembre del 2015].  Parliamo di una situazione chiaramente contraria allo stato di diritto e all’ordinamento dell’Unione Europea che allontana ulteriormente lo stato spagnolo dal gruppo di paesi di riferimento per le buone pratiche democratiche. Per dirlo in modo morbido, lo stato si è messo nella lontana periferia del blocco democratico centrale europeo.

Abbiamo sempre detto che la via democratica è la sola che ci consenta di veicolare la legittima aspirazione all’indipendenza della Catalogna; proprio per questo, lo stato ha ritenuto che solo la si potesse tenera a bada frenando la democrazia con una strategia disperata ed estrema di fronte alla fermezza democratica delle istituzioni e dei cittadini della Catalogna. Morta le democrazia, morta l’indipendenza: ecco la sua grottesca strategia.

I fatti delle ultime settimane confermano che lo Stato spagnolo non ha capito come funziona il mondo del secolo XXI. L’unica risposta che ha saputo articolare alle ripetute offerte di dialogo, avanzate con insistenza dalle istituzioni catalane, è stata quella di privare della libertà i membri del governo e di sciogliere con decreto il parlamento della Catalogna e, dunque,  di rubare ai catalani la loro sovranità. È grave errore credere che la repressione sia la strada giusta per far sì che una buona parte dei catalani rinunci alle sue legittime aspirazioni. Potranno imporsi a noi dal punto di vista fisico, ma non riusciranno mai a sconfiggere i nostri parametri mentali. Potranno asfissiarci dal punto di vista economico, ma non riusciranno a frenare la potenza di un paese europeo imprenditore e con una grande capacità di produrre talento e prosperità. Potranno umiliarci e stringere d’assedio noi e le nostre famiglie con l’aiuto del perverso sistema mediatico spagnolo, che ha imposto un racconto di odio e di menzogna permanente sulle istituzioni politiche e le organizzazioni indipendentiste e quelle dei cittadini, ma non riusciranno mai ad affondare le nostre aspirazioni democratiche.

Siamo pienamente coscienti delle incertezze e dei timori che in  questi giorni vi hanno soverchiato e capiamo il disorientamento causato dalla mancanza di nostre risposte immediate agli attacchi smisurati ai rappresentanti e alle istituzioni legittime catalane, ma vi assicuriamo di essere forti ed in piedi e che né a voi né a noi potranno rubare neanche un particella della dignità con cui affrontiamo queste ore difficili delle nostre vite e della vita del nostro paese.

Davanti al complesso scenario, il governo legittimo della Catalogna ha un duplice obbligo, che adempieremo malgrado le circostanze. Il primo, mantenere la legittimità della libera elezione che avete fatto alle urne il 27 settembre 2015. Lo diremo  al mondo intero tutte le volte che occorrerà: siamo un governo legittimo e abbiamo un parlamento legittimo. Da Bruxelles, appoggiati su una struttura stabile che oggi mettiamo in moto per coordinare la azioni del governo, esigeremo questo impegno ogni giorno e in ogni circostanza alla comunità internazionale, denunciando la politicizzazione della giustizia spagnola, la sua mancanza d’imparzialità, la sua volontà di perseguitare le idee e riaffermando la ferma scommessa del popolo sul diritto di autodeterminazione, sul dialogo e su una soluzione concordata. Il tempo che trascorreremo in prigione o in esilio non sarà inutile se, più che mai, marceremo insieme per difendere la Catalogna e denunciare il decadimento democratico dello stato spagnolo, come anche gli abusi di un’Unione Europea che ha tollerato e perfino coperto in modo vergognoso le azioni repressive spagnole. Il nostro impegno sui valori dell’Europa  è più forte che mai, perché tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri, perché vogliamo rafforzare un’Europa dei cittadini capaci di vincere la paura e le minacce.
Il secondo obbligo, che coinvolge voi tutti, è quello di riprenderci e di sostenere la democrazia, adesso minacciata dalla coalizione [Partito Popolare (PP) Partito Socialista Operaio Spagnolo [PSOE), Ciudadanos (C’s)] che ha messo in opera il 155 [articolo della Costituzione spagnola, che, ampiamente stravolto, ha servito al governo centrale per esautorare il governo e il parlamento della Catalogna] con connivenza e violenza giuridica, poliziesca e dell’estrema destra. Vi chiediamo di mettere insieme un efficace combinazione di coraggio, fermezza,  indignazione, rifiuto, insieme a pace e rispetto, come il miglior atteggiamento per vincere il combattimento al quale ci sfida uno stato impazzito e fuori controllo. Non lasciamoci sopraffare dalla pulsione violenta imperante in buona parte del  sistema politico spagnolo, perché questo è l’unico campo in cui sicuramente perderemmo. Ricordate che abbiamo vinto tutte le sfide democratiche. Sempre. L’ultima è stata il primo ottobre [giornata di referendum sull’indipendenza della Catalogna], in condizioni estremamente difficile, con un’indecente offensiva di violenza ordinata dallo stato.
Le direttive di marcia per i prossimi giorni e le prossime settimane son chiare e nitide. Anzitutto, difendere la democrazia. Per sfortuna, dobbiamo rifarlo ancora, come è accaduto altre volte nella nostra storia, quando ci hanno visitato quelli del clan 155 sotto forma di Primo di Rivera [generale dittatore degli anni ’20 del XX secolo], Franco [generale dittatore che scatenò la guerra civile spagnola degli anni ’30 del secolo XX con un colpo di stato contro la repubblica spagnola] o Filippo V [primo Borbone della Spagna all’inizio del secolo XVIII, che soppresse tutti i diritti storici della Catalogna]. Occorre resistere, perseverare, continuare a difendere la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra storia, una storia di successi costruita con la diversità, la capacità di accogliere altri popoli della Spagna e del mondo e, soprattutto, costruita con molte speranze di futuro. Occorre scacciare democraticamente dalle nostre istituzioni coloro che se le sono volute prendere con un colpo di stato. Occorre dare risposta a coloro che vogliono stritolare l’autogoverno che ci era rimasto dopo la sentenza sullo statuto di autonomia [con la quale il tribunale costituzionale lo ridimensionò nel 2010 al ribasso, pur se approvato dai catalani in referendum e dalla camera dei deputati spagnola] e inseguito all’insieme di leggi, decreti e misure sempre tendenti alla centralizzazione più o meno coperta, ma sempre effettiva in pratica. Difenderemo la democrazia votando, come sempre abbiamo voluto fare. Volevamo votare e vogliamo votare. Senza meno vorremmo farlo come già è stato  fatto in Scozia e come faranno altri paesi in futuro. Volevamo e vogliamo dare risposta alle aspirazioni dei cittadini tramite le urne; perciò prendiamo le elezioni che lo stato spagnolo ci pone per il 21 [dicembre] quale sfida per recuperare la democrazia piena, senza prigionieri, senza vendette, senza imposizioni, senza furia, bensì piena di futuro, di dialogo e di accordo.

L’altro elemento centrale delle direttive di marcia consiste nell’esigere ed ottenere la  liberazione dei prigionieri politici che lo stato spagnoli tiene sotto sequestro: il vicepresidente [del governo catalano], sette consiglieri [dello stesso governo], il presidente di Òmnium Cultural e quello di Assemblea Nacional Catalana [organizzazioni della società civile], rispettivamente Jordi Cuixart i Jordi Sànchez. Non possiamo fallire, non possiamo rimanere immobili davanti alla sofferenza dei loro figli, dei loro partner, delle loro famiglie, dei loro amici, della loro gente, che siamo tutti noi. È il momento di essere più perseveranti che mai. Dieci persone e le loro famiglie sono, a questo punto, la vostra dignità individuale e collettiva. Per loro e per altre persone che possono seguire la via del carcere, occorre che denunciamo ogni giorno la  loro situazione e che sabato venturo [11 novembre]  siamo in centinaia di migliaia alla Giornata Nazionale per la Libertà da tenersi a Barcellona [vi hanno partecipato circa 750.000 persone]. Ciò dipende soltanto da noi, da voi, dalla nostra forza d’animo, dai nostri convincimenti.

Soltanto a partire dai cittadini, con l’impegno democratico, con la risposta della base, organizzata, democratica, pacifica ma radicalmente incorruttibile, potremo recuperare il controllo della nostra vita collettiva e costruire insieme, in modo democratico, dialogante, una repubblica che ci siamo conquistati alle urne e che occorrerà edificare, anche tramite le urne, dandole senso e contenuto. Questa sarà la sfida per le istituzioni, le organizzazioni civili, le aziende e tutti voi nei tempi che verranno. Recuperiamo la libertà questo sabato nella grande manifestazioni di Barcellona e nella sfida elettorale che lo stato ci impone per il 21. Il giorno dopo, seguitiamo a camminare insieme, in libertà.

 

Carles Puigdemont

Toni Comín

Meritxell Serret

Clara Posantí

Lluís Puig

 

traduzione  Jordi Minguell – ANC Italia

il testo originale :  https://www.vilaweb.cat/noticies/des-de-belgica-carta-completa-del-president-de-la-generalitat-i-els-consellers-del-govern-carles-puigdemont-toni-comin-meritxell-serret-clara-ponsati-lluis-puig-republica-catalana-exili/

video discorso   http://president.exili.eu/pres_gov/president/ca/president.mp4

La questione catalana nel 2017 non è più questione di nazionalismo

Aureliana Sorrento   Contropiano.org  11.10.2017

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L’ho già scritto altre volte, ma siccome su Facebook noto che l’informazione sulla questione catalana in Italia è praticamente nulla, e siccome ogni volta che la leggo mi incazzo seriamente a sentire la storiella dei ricchi catalani che vogliono tenersi i loro soldi, ripeto qui per l’ennesima volta in lungo e largo: La questione catalana non è una questione nazionalista, non oggi, nel 2017.

La Catalogna ha davvero quasi il 20% del PIL spagnolo, nel senso che lo produce, ma tutti i ricavati delle tasse vengono mandati a Madrid, perché il PP di Rajoy ha di fatto sospeso l’autonomia dal 2006, quando ha bloccato una riforma costituzionale che doveva dare maggiore autonomia alle regioni. Il governo centrale non ridistribuisce questi soldi in base ad un criterio generale uguale per tutte le regioni, ma secondo chi piace a Rayoj e ai suoi accoliti, figli e nipoti di Franco, e chi no.

E siccome la Catalogna da qualche anno i soldi li vuol spendere per limitare i disastri sociali provocati dalla politica di “austerità”, chiamiamola così, alla Catalogna non arrivano quasi più soldi da Madrid, nonostante sia la regione con il Pil maggiore della Spagna.

Oltre ai soldi c’è un problema di leggi: Tra le leggi che il governo catalano aveva fatto c’era uno stop degli sfratti, che hanno colpito masse di popolazione grazie alla speculazione, a contratti truffaldini appioppati dalle banche a cittadini ignari e a leggi assurde fatte dal PP in favore di costruttori e banche. Bene, questa legge del parlamento catalano come altre leggi sociali è stata annullata dal governo centrale del PP. Col risultato che nella regione che ha il maggior PIL di tutta la Spagna ci sono masse di senzatetto. Gente che lavora, che ha sempre lavorato, che é stata con figli e nonni, semplicemente truffata dalle banche. Protette dal PP. Voi non v’incazzereste?

Chi produce la ricchezza di un paese o di un’impresa non s’incazza se il ricavato gli viene totalmente tolto? Il movimento operaio da cosa partiva se non dalla consapevolezza che la ricchezza prodotta dall’operaio gli veniva tolta totalmente o quasi?

Lo scoppio della bolla immobiliare in Spagna ha fatto finire sulla strada milioni di persone.

Dopodiché è nato il movimento delle PAH, Piattaforma delle vittime dell’ipoteca, che fa una vera e seria e ben organizzata resistenza alle banche costringendole – con occupazioni di case e azioni plateali come la visita in massa delle filiali delle banche in accompagnamento di persone che dovrebbero essere sfrattate o lo sono state – a trattare, a non sfrattare la gente o a dare gli appartamenti vuoti a un affitto sociale a chi è già sulla strada.

Una delle fondatrici di questo movimento è Ada Colau, oggi sindaco di Barcelona.

A qualcuno squillano i campanelli nelle orecchie?

Ada Colau ha scritto un libro fenomenale sulle ragioni della bolla immobiliare, su come i cittadini sono stati presi per i fondelli da una politica che rendeva impossibile l’affitto delle case e costringeva anche chi non se lo poteva permettere a comprare casa con contratti di mutuo cole nei quali la truffa non si vedeva ma c’era ed era enorme.

Ada Colau non ha spinto, ha anzi cercato di frenare il movimento verso l’indipendenza, perché si rendeva e si rende conto che si andava a sbattere la testa contro il muro e le armi di una masnada di fascisti. Ma la richiesta d’indipendenza in Catalogna è nata dalla constatazione che una politica autonoma, anche una politica sociale autonoma, con il governo del PP, che gli spagnoli hanno confermato nonostante abbia applicato la politica di austerità nel modo peggiore per la maggior parte della popolazione, che una politica diversa con questi al potere non è possibile. Che tra l’altro, essendo i diretti eredi di Franco, pretendono “obediencia”. E in tutti questi anni hanno rimarcato la pretesa di obediencia con attacchi spaventosi ai manifestanti contro la politica di austerità e di tagli sociali.

A cominciare da chi manifestava a Barcellona, dove le pallottole di gomma la Guardia Civil non le ha usate la prima volta lo scorso 1. ottobre, ma molto molto prima.

Manifestanti di Barcellona sono stati accecati con i gas, non per la prima volta, lo scorso primo ottobre. La Guardia Civil ha arrestato attivisti, portati in carceri segrete e rilasciati dopo tre quattro giorni di torture. E questo dal 2011 in poi, non il 1. ottobre 2017. A un certo punto la gente ha detto basta. La parola d’ordine in Catalogna non è “Vogliamo i nostri soldi, Madrid ladrona”, ma libertà.

Gli indipendentisti non sono razzisti, sono gli stessi che hanno fatto manifestazioni con cartelli “refugees welcome”, contro la politica di rifiuto dei profughi da parte della UE.

Questo movimento con la Lega non ha nulla a che fare. E il governo catalano ha cercato dal 2006 fino a dopo il referendum di trattare col governo centrale per una maggiore autonomia e per poter fare delle politiche diverse da quelle imposte da Rajoy. La risposta sono state botte, arresti, repressione. Manca solo, finora, il morto.

Concludendo: chi si professa di sinistra ma accusa il movimento indipendentista catalano di tirchieria, o di nazionalismo, di aver qualcosa a che fare con la Lega Nord; chi si professa di sinistra ma non si indigna per il fatto che la UE tollera una costituzione – e sulla costituzione spagnola bisognerebbe fare un altro lungo discorso – che prevede il reato di “ribellione”, e appoggia fascisti come Rajoy e le sue squadracce fasciste della Guardia Civil che hanno ferito 800 persone in un giorno, tra cui vecchi e persone in carrozzella; chi ancora mi fa i discorsi “Ma il separatismo oggi…roba di destra, retrogrado, etc.”, non solo non è di sinistra, non solo non ha capito dove oggi suona la campana dei movimenti sociali, ma – scusatemi tanto, me l’avete proprio tirata – è un coglione.

Chi è di sinistra oggi dovrebbe andare in piazza in tutte le città d’Europa a chiedere che i politici catalani arrestati vengano rilasciati subito. Chi è di sinistra dovrebbe oggi pretendere che la EU sanzioni il governo Rajoy per violazione di diritti umani e civili anziché appoggiarlo. Ok, scusate la solfa, prometto che al prossimo che paragona gli indipendentisti catalani con i leghisti dico/scrivo semplicemente che è un coglione….”

Aureliana Sorrento giornalista, reporter, autrice tra l’altro di un reportage sulle vittime delle ipoteche bancarie a Barcellona

http://contropiano.org/interventi/2017/11/10/la-questione-catalana-oggi-nel-2017-non-piu-questione-nazionalismo-097510

 

Catalogna : l’insostenibile follia dello status quo

Alessandro Sahebi   Affaritaliani.it   08.11.2017

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Cinismo e pugno di ferro. La ricetta di Mariano Rajoy per la Catalogna sembrerebbe, agli occhi di un osservatore esterno, avere avuto i suoi effetti: l’incarcerazione di sette ministri e la ritirata strategica di Carles Puigdemont in Belgio appaiono infatti ai più come il tramonto di una vicenda che per qualche giorno ha tenuto con il fiato sospeso l’intera Europa e i suoi assetti. Ciò nonostante la strategia del governo centrale spagnolo tutto può rivelarsi fuorché il frutto di un abile ingegno diplomatico e quella che sul campo di battaglia sembrerebbe poter essere letta come una travolgente vittoria potrebbe trasformarsi, in poco meno di due mesi, in un temibile autogol.

Da una parte ci siamo noi, che osserviamo. Ridiamo, confezioniamo meme e ci godiamo i quotidiani sviluppi di una storia che sembra essere stata scritta sul copione di una tragi- commedia politica di serie B. Dall’altra, tuttavia, c’è un popolo. Un popolo che l’1 ottobre ha visto la ragion di Stato trasformarsi in abuso (come ammesso dallo stesso governo spagnolo), un popolo che vede i suoi rappresentanti incarcerati ed esiliati, ricordati come i numerosi eroi politici catalani di epoca franchista. C’è un popolo che ha vissuto sulla propria pelle la pressoché totale ottusità di Madrid e dei suoi rappresentanti, il furto della propria autonomia. Le aziende non fuggono dalla Catalogna, lo sanno bene i catalani. Scappano le sedi centrali ma qualsiasi buon economista sa che il capitalismo globalizzato, oggi, non ha confini se si tratta di profitti. E lo sa bene l’Europa, silenziosamente imbarazzata i primi giorni delle violenze a Barcellona, ben più decisa nelle settimane successive.

Una presa di posizione fedele alla Spagna che a Bruxelles sanno bene di non poter tenere ciecamente se dalle urne, il 21 dicembre, i movimenti indipendentisti avranno la meglio. Mitizzazione del leader politico Puigdemont, assenza di ascolto e pugno di ferro in cabina elettorale potrebbero essere dei veri e propri boomerang per Mariano Rajoy e potrebbero riconfermare, nonostante tutto, le istanze indipendentiste dei catalani. A quel punto il nostro cinismo, la nostra ironia e il nostro pragmatismo non potranno fare altro che i conti con la loro volontà.

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La follia dello status quo sta nell’ignorare totalmente il cambiamento. Lo Stato è un concetto pre-democratico messo in discussione dalle spinte locali da una parte, dall’europeismo dall’altra. Ripensare gli assetti non è una pazzia, la pazzia è pensare che non siano soggetti al corso della storia. In questa ottica essere in grado di assorbire gli shock senza chiudersi in una cieca visione ancorata al passato è una sfida che, soprattutto in quest’epoca di sconvolgimenti politici e sociali, l’Europa deve affrontare con coraggio e con la consapevolezza che nel corso della sua storia, lunga o corta che sia, ne incontrerà con certezza in continuazione.

La risposta, darwiniana se volete, è sapersi evolvere. Se non teniamo aperta la porta del cambiamento ci chiudiamo nello stagno delle nostre sicurezze. A quel punto i casi sono due: o la porta chiusa verrà sfondata, travolgendoci, o diventeremo stagno. E nello stagno tutto muore.

http://www.affaritaliani.it/esteri/catalogna-l-insostenibile-follia-dello-status-quo-508630.html

Esperto indipendente delle N.U. sollecita il Governo spagnolo a ribaltare la decisione di sospendere l’autonomia in Catalogna

UNITED NATIONS

HUMAN RIGHTS

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Considero deplorevole la decisione del Governo spagnolo di sospendere l’autonomia catalana. Questa azione costituisce una battuta d’arresto nella tutela dei diritti umani, incompatibile con gli articoli 1, 19, 25 e 27 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (PIDCP). Conformemente agli articoli 10 (2) e 96 della Costituzione spagnola, i trattati internazionali costituiscono la legge del territorio e, pertanto, la legge spagnola deve essere interpretata in conformità ai trattati internazionali.

Rifiutare a un popolo il diritto di esprimersi sulla questione dell’autodeterminazione, negando la legittimità di un referendum, utilizzare la forza per evitare lo svolgimento di un referendum e annullare l’autonomia limitata di un popolo come punizione, costituisce una violazione dell’articolo 1 del PIDCP e del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. In alternativa, affrontare l’aspirazione dei popoli all’autodeterminazione in modo tempestivo è una misura importante per la prevenzione di conflitti, come dimostrano le innumerevoli guerre verificatesi dal 1945 che hanno avuto la loro causa nel rifiuto dell’autodeterminazione. Dobbiamo incoraggiare il dialogo e la negoziazione politica per prevenire la violenza.

Il governo spagnolo sembra invocare il principio dell’integrità territoriale per giustificare i tentativi energici di silenziare il dissenso politico e e le aspirazioni di autodeterminazione. Sebbene il principio dell’integrità territoriale è importante, come si intende in molte Risoluzioni delle Nazioni Unite, incluse le Risoluzioni 2625 e 3314 dell’Assemblea Generale, esso è destinato ad essere applicato esternamente per vietare minacce o incursioni straniere nell’intergrità territoriale degli Stati sovrani.

Questo principio non può essere invocato per calmare il diritto di tutte le persone, garantite dall’articolo 1 dei Patti Internazionali sui Diritti dell’uomo, a esprimere il loro desiderio di controllare il proprio futuro. Il diritto alla libera determinazione è un diritto dei popoli e non una prerrogativa degli Stati da concedere o rifiutare. In caso di conflitto tra il principio di integrità territoriale e il diritto umano all’autodeterminazione, è quest’ultimo a prevalere.

Naturalmente, ci sono molti popoli in tutto il mondo che aspirano all’autodeterminazione, sia interna in forma di autonomia o esterna, in forma di indipendenza. E, sebbene la realizzazione dell’autodeterminazione non sia automatica o auto-esecutiva, è un diritto umano fondamentale che la comunità internazionale dovrebbe aiutare ad implementare.

Il diritto internazionale per l’autodeterminazione è progredito ed è andato ben oltre la semplice decolonizzazione. Applicando i 15 criteri contenuti nel mio rapporto del 2014 (paragrafi 63-77), è evidente che nessun Stato può utilizare il principio dell’integrità territoriale per negare il diritto di autodeterminazione e che gli argomenti sulla legalità delle azioni intraprese dal parlamento eletto della Catalogna sono immateriali. Dette argomentazioni non annullano il carattere “ius cogens” dell’autodeterminazione.
L’unica soluzione democratica, allo stato attuale, è quella di sospendere le misure repressive e organizzare un referendum per determinare i veri desideri della popolazione in questione. Detto referendum dovrebbe essere sorvegliato dall’UE, dall’OSCE e da osservatori privati, incluso il Centro Carter.

Alfred de Zayas.

traduzione  Àngels Fita-ANC Italia            Fonte : http://www.ohchr.org

Indipendenza Catalogna, ora l’Europa ci è dentro fino al collo

Massimiliano Sfregola   IlFattoQuotidiano   3 novembre 2017

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Non era scontato che la questione catalana sfuggisse di mano e l’Europa si trovasse nell’occhio del ciclone della più grave crisi istituzionale dalla sua fondazione: non era scontato ma alla fine è andata così. Già perché a dispetto dei silenzi e del “business as usual” di commissari ed euroburocrati, nell’affaire catalano l’Europa e noi europei siamo dentro fino al collo: prima ne prenderemo atto, meglio riusciremo ad evitare un’altra crepa nelle già precarie fondamenta del progetto europeo.

Catalogna Repubblica indipendente o integrità territoriale del Regno di Spagna, decidere l’una o l’altra, sul “cosa” sia meglio, insomma, spetta solo a loro dare una risposta mentre sul “come” la questione è diversa; il “come” affrontare la crisi va alla voce garanzie, diritti politici ed individuali e quindi straripa dal perimetro nazionale per riversarsi in quello europeo. Dopo l’attivazione dell’art.155 della Costituzione iberica, che sospende l’autonomia di Barcellona, e il “tutti dentro” voluto della magistratura, che ha decapitato il governo indipendentista deposto (almeno quella parte del governo che non è in esilio a Brussel) la situazione rischia di raggiungere un punto di non ritorno. Anzi, quel punto potrebbe averlo già superato da un pezzo.

Prima che l’ordigno innescato in Spagna deflagri e l’esplosione si senta anche ad Helsinki, Nicosia e Reunion – chiunque sia stato ad accendere la miccia – l’Europa deve intervenire e di corsa perché da un lato il conflitto “secessione sì/secessione no” è squisitamente politico mentre il carcere per rappresentanti eletti rei di aver promosso una transizione istituzionale illegale (per il diritto interno) ma senza armi e violenza, diciamolo senza giri di parole: è fascismo, anzi franchismo, e fa coriandoli della Carta europea dei diritti dell’Uomo e dello stesso trattato di Lisbona.

Franchismo con beffa: mentre Amnesty International e la commissione diritti umani dell’Onu chiedono indagini indipendenti sui pestaggi dell’1 ottobre, l’ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici di Madrid ha accolto la singolare tesi della “Fiscalia General”, la procura spagnola: l’1-0 i violenti furono gli indipendentisti che costrinsero con le azioni di disobbedienza civile la Guardia Civil ad intervenire. E violenta fu la celebrazione del referendum nonostante il divieto. Se questo è lo stato di salute dei rapporti tra cittadini e autorità in Europa, non ce la passiamo affatto bene.

D’altronde mezzo continente si stracciò le vesti per la svolta autoritaria di Polonia ed Ungheria, minacciando fuoco e fiamme contro Viktor Orbàn, Beata Szydło, ricordate? Ed ora cosa fa? Si gira dall’altra parte? La Spagna, pur con la sua disastrata economia, rimane per il bilancio Ue un pilastro. Idem Mariano Rajoy, uno degli azionisti di maggioranza nel Partito Popolare europeo: a Bruxelles la stagione è segnata dalla difficile partita a scacchi diplomatica per disegnare gli equilibri post-Brexit, chi mai oserebbe sfidare un partner come Madrid? D’altronde minacciare di chiudere i rubinetti a quelli di Visegrad con la sospensione dei fondi e il diritto di voto è un conto, farlo con Rajoy un altro.

Gli scenari della crisi catalana non promettono nulla di buono ma se il governo centrale spagnolo optasse per una legislazione d’emergenza (contrazione di diritti e libertà civili, arresti arbitrari, stato d’emergenza o altre misure per re-spagnolizzare la Catalogna) questa potrebbe non essere compatibile con i trattati che vincolano la Spagna allo standard di tutela dei diritti umani nell’Ue.

Madrid trovi il modo più opportuno di affrontare la crisi catalana ma la “pulizia alla turca” in Catalogna no, quella non può farla. Se l’Ue ha intenzione di preservare l’ultimo briciolo di credibilità deve agire ora perché tra poco potrebbe non servire più.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/03/indipendenza-catalogna-ora-leuropa-ci-e-dentro-fino-al-collo/3954629/