L’indipendentismo torna a riempire le strade di Barcellona. #Diada2018

joker   barnaut.org   12.09.2018

victordiada2018-Diada 2018. Foto Victor Serri.

Vedo la mia ragazza fare una foto ai manifestanti e condividerla su WhatsApp ad un gruppo che ha con gli amici di quando viveva a Parigi. Uno di loro, tale Lorenzo, risponde stupito “ah, gli indipendentisti… ma perché ci provano ancora?”. La sensazione è che la reazione di questo Lorenzo sia sostanzialmente la stessa che ha avuto l’opinione pubblica europea a questa Diada 2018. L’attenzione dell’opinione pubblica è forse più mobile della piuma al vento immaginata da Francesco Maria Piave. S’infiamma facilmente, perde interesse con ancor maggiore facilità e spesso tende a capire poco di quanto avviene al di fuori delle mura domestiche. Così, dopo il grande casino dell’anno scorso, dopo il referendum dichiarato “illegale”, la repressione, gli arresti, la fuga di Puigdemont, il commissariamento e le nuove elezioni, la questione sembrava essersi “afflosciata”, allontanando il volubile interesse dell’opinione pubblica internazionale. D’altronde, è anche arrivato un nuovo governo, un governo di sinistra di quella Spagna che finalmente “vede rosso”, come scriveva entusiasticamente (ma anche frettolosamente e con una buona dose di superficialità) qualcuno in Italia. Quel governo doveva dare una speranza nuova, doveva disegnare una nuova Spagna alla quale magari si poteva anche dare una possibilità. Insomma, dei catalani non solo non si era più sentito parlare, ma si aveva la sensazione che non ci fosse molto da dire. E invece, un anno dopo loro sono qui. E si, “ci provano ancora”.

Un milione in piazza e avanti nei sondaggi. L’indipendentismo gode di ottima salute.

Se la giornata di ieri ci ha mandato un messaggio, quel messaggio è che il movimento indipendentista non ha perso praticamente nulla della speranza e della vitalità di un anno fa. La repressione giudiziaria, le campagne degli unionisti, il commissariamento e la mancanza di appoggio internazionale non hanno scalfito la volontà delle catalane e dei catalani. Già a luglio, i sondaggi confermavano l’appoggio ai partiti indipendentisti da parte della maggior parte dell’elettorato. Se si ripetessero le elezioni, il blocco indipendentista avrebbe la maggioranza al Parlament, il presidente sarebbe probabilmente di ERC, e Ciutadans perderebbe molto di quel consenso ottenuto a dicembre scorso, un arretramento che varrebbe circa sei o sette seggi.

La manifestazione di oggi ha portato in piazza una cifra che il settimanale dei movimenti anticapistalisti La Directa colloca tra le 700 e le 900 mila, una partecipazione non da poco per una popolazione totale di 7 milioni, assolutamente comparabile con le manifestazioni degli anni passati.

Il governo catalano negozia, ma forse non basta più.

Il presidente della Generalitat Quim Torra, esponente della componente di centro-destra dell’arcipelago indipendentista, ha da tempo adottato un atteggiamento cauto ed attendista. Pur ribadendo di essere pronto a “rendere effettivo il mandato del 1-O”, continua a chiedere al governo di Madrid un referendum pattuito con tutte le garanzie per gli elettori. Ottenendo immancabilmente la solita, stessa risposta di sempre.

E la pazienza sta rapidamente finendo, specie nella componente movimentista e radicale dell’indipendentismo, ovvero tanto tra le fila delle pur moderate piattaforme civiche Omnium e ANC, quanto tra le militanti ed i militanti della sinistra anticapitalista. Il sospetto è che la pressione della piazza finisca con il destabilizzare l’attendismo del governo di Quim Torra, spingendo quest’ultimo ad un atto di rottura.

L’autunno che viene qui in Catalogna.

E ora? Per chi ama il catalano possiamo proporre l’editoriale della scrittrice valenziana Gemma Pasqual i Escrivà, in cui si sottolinea come sarà proprio l’interazione tra il governo e quel popolo sceso in piazza oggi a Barcellona a scrivere i prossimi capitoli di questa storia. Non è una novità, ovviamente, visto che i governi indipendentisti hanno sempre potuto contare su di un controllo popolare stretto e ravvicinato da parte della cittadinanza, quella che veniva definita la “catena di fiducia” tra popolo e partiti repubblicani al governo. In questi mesi, tuttavia, il gioco si è giocato quasi esclusivamente dalle parti dei palazzi istituzionali, impegnati a ricostruire il governo autonomico dopo il 155 e nell’improbabile tentativo di mediazione con il nuovo governo di Madrid. Adesso, quel popolo dei lacci gialli, delle cassolades e delle piazze torna a far sentire la sua voce, il suo peso e la sua insofferenza verso una situazione di stallo che no, sembra non piacere quasi a nessuno.

Nel frattempo, la conclusione di questa prima analisi sulla ripresa del movimento catalano ce la fornisce il mitico Mentana. Anche nel Paese in balia di Salvini e Di Maio si torna a parlare di Catalogna, ma i toni sembrano andare modificandosi. Nell’apertura del TG delle 20:00 di ieri, il direttore del TG La7 conclude la sua anteprima con parole inequivocabili: “oggi si è visto chiaramente da che parte sta la maggior parte del popolo catalano”. E con questo, buon lavoro a chi si affanna da anni a dire che il momvimento indipendentista è fatto da una minoranza di borghesi, in una regione in cui il proletariato è saldamente fedele a Sua Maestà. E magari a Podemos.

http://www.barnaut.org/2018/09/lindipendentismo-torna-a-riempire-le-strade-di-barcellona-diada2018/

 

Un milione de catalani in piazza

 “Ora facciamo la repubblica”

Diada 2018

 

Grande manifestazione degli indipendentisti a Barcellona. Nuova sfida al governo spagnolo: “Liberate i prigionieri politici”

 

FRANCESCO OLIVO  -inviato a Barcellona-    LaStampa    11.09.2018

 

Prima il silenzio assoluto, poi un’onda sonora che percorre sette chilometri. E’ il momento culminante della manifestazione della Diada, la festa “nazionale”, che ogni anno riempie le strade di Barcellona. La grande prova di forza dell’indipendentismo catalano, quest’anno è stata vissuta nel segno della richiesta di libertà per i leader in carcere preventivo. I capi storici del movimento non ci sono più, chi in galera, chi all’estero, la repubblica proclamata un anno fa è durata poche ore, le strategie sono ondivaghe, ma una cosa è certa: questa metà di catalani resta mobilitata.

 

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Guerra di cifre

Centinaia di migliaia di persone hanno occupato la Diagonal, l’arteria che tagli in due la città, “circa un milione”, è la stima della Guardia Urbana, la polizia municipale. Le cifre vengono messe in discussione dalle associazioni contrarie all’indipendenza, ma in ogni caso le immagini sono impressionanti: dal Palazzo reale, fino alla rotonda di Glories gli spazi liberi erano pochi, come succede ogni 11 settembre dal 2012, quando una metà della Catalogna ha iniziato a rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Clima allegro, slogan di “libertà” e “indipendenza”, ma con una differenza sostanziale rispetto agli anni scorsi. Quella di oggi, infatti, è stata la prima Diada dopo il referendum dell’ottobre del 2017, con tutto ciò che ne è seguito: le cariche della polizia spagnola, la proclamazione di una repubblica rimasta lettera morta e la risposta giudiziaria durissima, culminata nella carcerazione preventiva dei leader indipendentisti. Prossima tappa probabile dello scontro con Madrid, l’inizio del processo atteso per l’inizio dell’inverno. “In caso di condanna non posso aprire le porte delle carceri – ha dichiarato il presidente catalano Joaquim Torra -, ma non accetterò la sentenza e reagiremo con gli strumenti che riterremo più opportuni”.

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La sezione italiana dell’Assemblea nazionale catalana in piazza a Barcellona

 

“Facciamo la repubblica”

Lo slogan della manifestazione, organizzata dalle associazioni della società civile Anc e Omnium, era “Facciamo la repubblica”, un modo per mettere pressione al governo catalano e ovviamente a quello spagnolo, che hanno cominciato un dialogo pieno di ostacoli. “Fare la repubblica”, vuol dire in sostanza continuare sulla strada delle scelte unilaterali, che hanno portato i leader in carcere e altri, primo fra tutti l’ex presidente Carles Puigdemont all’estero, con un mandato di cattura. Uno scenario che spaventa il premier socialista Pedro Sanchez, che avendo sperava di trovare un interlocutore meno rigido. La piazza però ha parlato: “Fare la repubblica”. Un progetto che non prevede negoziati.

http://www.lastampa.it/2018/09/11/esteri/un-milione-di-catalani-in-piazza-ora-facciamo-la-repubblica-6vekZLqh4sZfoEKY1SAUXL/pagina.html

“Facciamo la Repubblica Catalana”

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L’ANC convoca quest’anno Diada della Catalogna con lo slogan “Facciamo la Repubblica Catalana”

Sono già in atto i preparativi per il grande corteo che l’Assemblea Nazionale Catalana sta organizzando per la Giornata Nazionale della Catalogna, l’11 settembre. Quest’anno in un momento politicamente molto complesso.

Dopo il referendum sull’indipendenza del 1 ottobre, in cui oltre 2,2 milioni di persone hanno votato e il 90% ha votato per l’indipendenza, la Spagna ha intensificato una campagna repressiva senza precedenti contro la cittadinanza e contro il movimento indipendentista. Innanzitutto, con l’applicazione dell’articolo 155, che ha liquidato l’autogoverno catalano e sospeso il parlamento catalano. Dopo la persecuzione, l’esilio e la reclusione di leader politici e civili, alcuni dei quali sono stati imprigionati per oltre 10 mesi in attesa di processo, in un processo di istruzione pieno di irregolarità e senza garanzie. A fronte dell’atteggiamento pacifico e democratico della società catalana, il governo spagnolo ha risposto solo con la repressione.

Esigere il mandato del referendum dello scorso 1 ° ottobre

L’ANC ha spiegato che l’obiettivo del corteo di quest’anno sarà quello di rivendicare il mandato del 1 ottobre e difendere la dichiarazione di indipendenza fatta dal Parlamento della Catalogna il 27 ottobre 2017, che non è stata resa effettiva.

A Barcellona, si prevede che centinaia di migliaia di persone escano per rivendicare l’indipendenza della Catalogna sotto lo slogan “Facciamo la Repubblica”. Sarà il settimo anno consecutivo che l’ANC organizza una massiccia dimostrazione per rivendicare il diritto all’autodeterminazione della Catalogna. Dal 2012, ad ogni convocazione, più di 1 milione di persone si sono radunate, sempre pacificamente e civilmente. Quest’anno si prevede una nuova grande marcia, soprattutto dopo la vittoria del sì nel referendum del 1 ottobre e la successiva repressione.

Il corteo riempirà la Diagonal di Barcellona, una delle arterie della città. Le persone si concentreranno lungo il grande corso e, a partire dalle 17:14, inizierà una onda sonora da parte dei partecipanti che percorrerà la manifestazione da un capo all’altro. I manifestanti esibiranno i loro propri manifesti dando così voce ai cittadini affinché si esprimano e, in questo modo, facciano cadere tutti i muri che impediscono l’attuazione della Repubblica catalana.

Le assemblee estere, in marcia

Barcellona non sarà l’unica città a celebrare la Diada per rivendicare il mandato del referendum. Le assemblee estere dell’ANC si stanno già organizzando e preparando per uscire nelle strade durante il giorno della Diada nelle principali città europee e in tutto il mondo.

L’Assemblea ha preparato un video promozionale, tradotto in 7 lingue, che si può vedere qui, dove si sottolinea il ruolo cruciale dei cittadini nell’intero processo per l’indipendenza. Un ruolo importante che ci ha permesso di renderlo possibile il 1° ottobre e che si dovrà continuare a mantenere da adesso in avanti fino al raggiungimento dell’indipendenza.

https://assemblea.cat/index.php/notizie/lanc-convoca-questanno-diada-della-catalogna-con-lo-slogan-facciamo-la-repubblica-catalana/?lang=en

La questione catalana è una questione politica europea

di Alessandro Giberti            12.09.2017    24ilmagazine.ilsole24ore.com

Lo scontro tra Madrid e Barcelona è al suo culmine: i catalani vanno avanti verso il referendum del 1° ottobre mentre Madrid promette che la consulta «non si celebrerà». All’orizzonte un conflitto ancora più fosco, dove tutto è possibile, che fa sorgere più di qualche domanda

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Le forze politiche dormienti di Madrid si sono accorte ieri l’altro che la Catalunya vuole decidere se dividersi dal resto di Spagna.

Dopo l’approvazione ufficiale per parte catalana del referendum del 1° ottobre prossimo (1-O) e l’immediata sua sospensione da parte del tribunale Costituzionale di Madrid, sono arrivate le denunce dalla Procura generale per il presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont e tutti i membri del suo Governo e per la presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell. I catalani hanno tirato dritto approvando la “Ley de Transitorietad”, con la quale si fissano i termini della cosiddetta “disconnessione” della Catalunya dal Regno di Spagna e le basi della successiva fondazione della Repubblica catalana in caso di vittoria del sì al referendum. In mezzo abbiamo visto tentativi di sequestri da parte della Guardia Civil spagnola di urne e schede elettorali dell’1-O con irruzioni in tipografie e stamperie considerate “vicine” al Governo catalano e la solita imponente Diada di ieri, che sarebbe la festa nazionale catalana, cioè di tutti i catalani, ma che è ormai interamente consacrata alle ragioni del referendum.

Lasciando perdere la cronaca – al momento non si sa nemmeno se si voterà, figurarsi con quali garanzie e in quale clima – quel che importa è capire se quello che sta succedendo tra Madrid e Barcelona sia ancora circoscrivibile in termini di scontro politico locale o se sia legittimo chiedersi se questa vicenda catalana non sia un po’ più larga, ovvero se non sia una questione che intacchi i principi democratici generali, ovvero se non sia una questione politica europea.

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Dovessimo trattare la vicenda dal primo punto di vista, non ci sarebbero dubbi: forzando la mano, Barcelona sta minacciando l’ordine costituzionale di un Paese membro dell’Unione europea. Di conseguenza le ragioni di Madrid prevarrebbero su quelle catalane e lo Stato spagnolo sarebbe pienamente autorizzato a contrastare, da ogni punto di vista, le minacce al proprio ordine costituito.

Però il milione di persone scese in piazza ieri a Barcelona, per la sesta Diada multitudinaria consecutiva (fino al 2011 a celebrare la giornata della Catalunya erano sì e no 15mila persone), non sono figlie del caso. Non credo si possa più fingere che piazza e Governo non siano originate dal medesimo movimento politico-ideale, maggioritario in Catalunya, che chiede a gran voce di essere ascoltato: quello del “derecho a decidir”, cioè del voto.

Il problema qui è far calare il costituzionalismo sull’80 per cento dei catalani favorevoli al voto – queste le stime – come fosse l’ultima istanza di una traiettoria che ha viste esplorate tutte le altre opzioni possibili. Ma non è così: ci sono stati anni di sviluppi politico-elettorali e infinite possibilità di mettere in marcia risposte che avrebbero attutito il colpo e magari anche indirizzato il procés fuori dal vicolo cieco referendario, ma si è deciso di non fare nulla che non fosse frustrare le aspirazioni di un’intera comunità politica, fino farla diventare maggioritaria.

Ora le forze politiche dormienti di Madrid si sono messe a parlare nientemeno che di “colpo di Stato”. Un colpo di Stato passato attraverso elezioni “autonomiche” (regionali), elezioni politiche nazionali e un referendum ancorché fake. Siamo di fronte a una nuova fattispecie dottrinale: il colpo di Stato a suon di voti.

Solo pochi giorni fa, Mariano Rajoy ha dichiarato, testuale, che la «Spagna è un Paese che vive in pace da più di 40 anni». Non stupisce quindi che la questione catalana sia la peggiore gestione di un problema interno che si ricordi da quella di Eta, esattamente nei supposti quarant’anni di pace. Con «nessuno poteva immaginare di assistere a uno spettacolo così antidemocratico», vale a dire l’approvazione in un Parlamento – in un Parlamento! – di una legge ancorché contraria alla Costituzione e la successiva puntualizzazione che «in Spagna si può essere indipendentisti o qualsiasi altra cosa, quel che non si può fare è conseguirlo», Rajoy ha ridotto in un colpo solo popolo sovrano e principio democratico a forme di passatempi non cogenti. La supposta “perversione antidemocratica” del Parlamento di Catalunya, nel quale a dare «grande prova di democrazia» è una minoranza che abbandona l’emiciclo è l’ultimo ribaltamento della realtà operata da Madrid in tutta la storia recente della questione catalana. L’Aventino non può diventare il metro di giudizio ufficiale dello stato di salute di una democrazia parlamentare. Se ogni qual volta una minoranza – e la minoranza happens all the time – prende ed esce dall’aula parliamo di deficit di democrazia che ce ne facciamo del fondamento della democrazia rappresentativa e cioè del principio di maggioranza?

La risposta all’80 per cento dei catalani che chiede di votare non può più essere esclusivamente giuridica: deve essere politica. Siamo arrivati troppo in là perché si chiuda il becco a un’intera comunità brandendo solo la Carta fondamentale. Non perché non si possa, ovvio che si possa, ma perché non funziona. E non funziona perché le democrazie non funzionano contro la volontà maggioritaria di una comunità politica.

Pur non condividendo le forzature di leggi, norme e regolamenti, e riconoscendo che l’inflazionatissimo “principio di auto-determinazione dei popoli” poco c’entri in questa questione, non dimentichiamoci che siamo europei, siamo occidentali e siamo democratici. Da questa parte di mondo facciamo parlare le persone. Se l’80 per cento di un popolo vuole parlare, deve poterlo fare. Se l’idea è quella di mettere a tacere 7 milioni di persone tre settimane prima del momento culminante di una vicenda politica lunga un decennio semplicemente perché si è deciso di ignorarne l’esistenza fino all’altro ieri non si può in tutta onestà fingere che la cosa appartenga alla normale dialettica democratica (lasciando perdere in questa sede le ragioni storiche: la Generalitat è un’istituzione politica del XIV secolo, precedente a qualsiasi idea di comunità politica spagnola).

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Infine, davanti a «il referendum non si celebrerà» e «la democrazia risponderà con fermezza» ripetendo più volte «senza rinunciare a nulla», qual è il sottotesto democratico delle parole di Rajoy? Fino a che punto possiamo spingere l’immaginazione? Se i dirigenti politici catalani venissero condannati (già successo), inabilitati (già successo) e magari anche incarcerati (ancora no, ma è tecnicamente possibile) che cosa dovremmo fare come europei? L’esistenza di prigionieri politici in un Paese membro è conforme ai principi della Ue? È più grave la persecuzione politica o il mutamento democratico di un ordinamento? La legge sta sopra il popolo o emana dal popolo? Siamo sicuri che la questione catalana sia una questione meramente spagnola?

 

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/09/la-questione-catalana-questione-politica-europea/

 

Diada 2017 : mega manifestazione per l’indipendenza della Catalogna

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Un milione di persone è sceso in piazza a Barcellona, per la celebrazione della Diada, il giorno in cui si commemora la sconfitta con i franco-spagnoli del 1714. In pratica, una manifestazione pro indipendenza, in previsione del referendum che si terrà il prossimo 1 ottobre diada '17 - 2

 

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