Nel paese occupato

– Il Re si recherà in quella Catalogna depurata, o “disinfettata” come dicono e ripetono alcuni dirigenti socialisti come Borrell e Garcia Page, protetto dai corpi di polizia e del CNI (servizi di intelligence)

– E presiedierà cerimonie di Stato in un paese dove la maggioranza della popolazione si dichiara repubblicana e contraria a qualsiasi  monarchia, compresa quella dei  borboni.

Suso de Toro  ElDiario.es   08.08.2018

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manifestazione in solidarietà alle vittime dell’attentato del 17.08.2017

 

Un anno dopo questo Re viaggia a Barcellona, ma il Presidente della Generalitat quest’anno non potrà essere nella Plaça de Catalunya perché questo stato, il Regno di Spagna, lo perseguita per incarcerarlo e lui rimane in esilio e, sempre questo stato, il Regno di Spagna, trattiene in carcere il Vicepresidente. E il maggiore dei Mossos (la polizia catalana), Trapero, è indagato ed imputato. Il Re arriva otto mesi dopo che un capo della polizia antisommossa, al grido di “Io sono il cazzo di legge qua!”, aggredisse alcuni camerieri italiani pensando che gli stessero parlando in catalano a tuttora senza  notizie di alcuna indagine o sanzione. Però il Re come Capo dello Stato presiederà qualche cerimonia con il consenso del Governo e l’appoggio dei quattro grandi partiti su base nazionale, PP, Ciudadanos, PSOE e Podemos.

I media spagnoli riportano ora quanto già communicato dai media catalani quasi un anno fa: l’imam responsabile dell’attacco terroristico manteneva contatti con il CNI (servizi di intelligence) e la Guardia Civil. I popolari e socialisti impedirono che fosse oggetto di indagine parlamentare. Quel fatto ci consente chiaramente di immaginare qualsiasi cosa, incluso il consenso all’attentato dei servizi segreti, poiché è noto che questi avevano compiuto ogni genere di operazioni legali ed illegali in territorio catalano contro i partiti e politici indipendentisti.

Così come è pubblico e non smentito, anche se nemmeno investigato, che la Policia Nacional avvertì una  cellula jihadista che aveva un mosso infiltrato, annullando in questo modo l’operazione antiterroristica  e mettendo in pericolo la vita del poliziotto.

Quello che appare incredibile è possibile nel teatro delle operazioni dello stato contro l’indipendentismo catalano. Precisamente un commissario del dipartimento che avvertì quella cellula jihadista dell’infiltrazione della polizia catalana, al grido di “Viva Franco!” ed “Evviva Spagna!” è stato l’autore di un’aggressione all’arma bianca contro un giornalista impegnato nella denuncia dell’intervento della polizia in Catalunya.

Come capita in tutti questi casi, il tale commissario non è stato allontanato, indagato o sospeso , da quanto ci risulta fino ad oggi.

Coincide con la denuncia da parte di due diputati di ERC contro un agente della Policía Nacional per gli insulti e sputi ricevuti all’interno di un commissariato. E non sappiamo nemmeno se ci sia stata un’indagine o sanzione.

Di queste cose i principali media spagnoli sicuramente non ne parlano ma la maggioranza dei catalani n’è a conoscenza. È comprensibile che buona parte della popolazione catalana consideri le polizie spagnole come forze di occupazione e che la dialettica dell’odio sia il componente principale della relazione fra poliziotti ed abitanti. Ma dovrebbe anche preoccupare a chiunque desideri uno stato ed una polizia che rispettino e proteggano i cittadini indipendentemente dalle loro opinioni.

Il Re si recherà in quella Catalunya epurata, o “disinfettata” come dicono e ripetono alcuni dirigenti socialisti come Borrell e Garcia Page, protetto da quella polizia ed il CNI.

E presiederà cerimonie dello Stato in un paese dove la grande maggioranza della popolazione si dichiara repubblicana e contraria a qualsiasi monarchia, inclusa quella dei borboni. Ed il Presidente del Governo, Pedro Sánchez, lo accompagnerà in questo paese dove il suo partito è in minoranza e dove governano quelli che chiedono di potere votare il loro rapporto con questo stato ed esigono la libertà dei loro prigionieri politici, considerati ostaggi dei loro nemici.

Le autorità catalane non hanno invitato né il Re né il Presidente del governo, questa è la realtà, e la loro presenza lì rappresenta inevitabilmente una riaffermazione di autorità dopo il 155  e quel messaggio del Re minacciando la cittadinanza che invocava libertà, il tutto avallato da Sanchez. È una riaffermazione di proprietà, “questo territorio è nostro e voi siete i nostri sudditi, che lo vogliate o meno”. Questo è quanto. Non è una visita di di cortesia, perché non c’è cortesia ne comprensione e non ce ne può essere in queste circostanze.

Se nella Corte credono che hanno già sistemato “Il problema catalano” è perché non vogliono riconoscere il “problema spagnolo” e si sentono sicuri per il risultato di un’inchiesta recente: la popolazione del territorio dello stato che si estende da Santander e comprende tutta la Meseta ed Andalucía è prevalentemente favorevole a questa monarchia. Una España monarchica e monolingue. E su questa sicurezza preferiscono continuare a fingere di  ignorare che questo sia un problema di stato. Questo problema di stato che mostra quei 181 militari in pensione che si dichiarano pubblicamente franchisti: non ci fu una rottura con lo stato franchista, bensì continuità.

E questo è ancora il problema che abbiamo di fronte.

traduzione Esther Sagrera-AncItalia

https://m.eldiario.es/zonacritica/tierra-ocupada_6_801479860.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sull’attentato di Barcellona

Rossella Selmini

🎗‏ @RossellaSelmini

Rossella Selmini

Sull’attentato di BCN del 17/08, un breve filo per riepilogare i punti essenziali:

1)- risulta confermato che il governo spagnolo intrattenesse rapporti poco chiari con uno dei responsabili

2) Per molti anni, dal 2009, non si è riunita la Giunta di sicurezza, l’organismo di coordinamento delle forze di polizie, compromettendo così la condivisione di informazioni con i Mossos, la polizia catalana.

3) Da anni ai Mossos viene precluso l’accesso a Interpol ed Europol, ancora una volta privando la polizia catalana di informazioni importanti

4) Dobbiamo sospettare che il governo Spagnolo abbia anteposto le sue politiche anti-catalane alle esigenze di coordinamento e di condivisione, nonostante l’allerta 4 per gli attentati terroristici a Bcn?

5) Il sospetto cresce ricordando che Aznar, stesso partito di Rajoy, attribuì l’attentato di Atocha del 11/03/04 a ETA.

6) Può l’odio verso il nemico interno (baschi o catalani) influenzare a tal punto le strategie anti-terrorismo? I cittadini spagnoli, catalani e di molti altri paesi (perché questo non è “affare interno” della Spagna) attendono risposte a questi dubbi.

 

 

Ultimatum a PedroSànchez

 

Jordi Barbeta   ElNacional.cat   29 di luglio 2018

 

 

Carles Puigdemont ha esortato Pedro Sánchez a “fare i compiti” questa estate passando dalle parole ai fatti. Podemos gli ha dato un mese di tempo per recuperare l’agenda sociale. La sconfitta parlamentare nel voto sul tetto di spesa è stato l’avvertimento definitivo. Sánchez soltanto potrà cavarsela se è abbastanza coraggioso da cambiare le cose.

Specialmente, dovrà essere capace di correggere tutte le bestialità fatte dal governo di Mariano Rajoy durante il periodo più nero della politica spagnola dalla morte di Franco. Se gli tremeranno le gambe, se non osa portare a termine delle politiche di cambiamento, i barbari della destra lo mangeranno vivo. Se deve cambiare una legge organica, dovrà farlo. Potrà “dire” che non farà nulla per i prigionieri politici catalani, ma non avrà altra scelta che disfare il nodo gordiano della Corte Suprema spagnola.

I partiti socialdemocratici affondarono in tutta l’Europa quando non furono capaci di presentare un’alternativa alle politiche di austerità della destra che spennarono la classe media del continente. Pensavano che se seguivano la corrente dei loro avversari politici potevano mantenersi al potere ma, la ragione della sinistra è il cambiamento e quando essa non cambia nulla, quando smette di pedalare, cade come i ciclisti che non ce la fanno più. Soltanto la destra si può permettere il lusso di rimanere al potere per goderne.

Sánchez è diventato presidente con il supporto di una maggioranza parlamentare molto eterogenea ma chiaramente spostata a sinistra. Pertanto, il suo programma di governo dovrà spostarsi verso questa sponda. Poco o tanto, deve soddisfare le aspirazioni di alleati come Podemos, Compromís, Esquerra Republicana e il PDeCAT, che sembra essere diventato trotskista. Dovrà farlo perché se non lo fa, non avrà i voti necessari per completare la legislatura in modo soddisfacente; ma, inoltre, lo deve fare perché per vincere le prossime elezioni e poter rimanere al potere non ha altra scelta che quella di sedurre gli elettori progressisti che abbandonarono il PSOE quando si sottomise al regime del PP.

Dunque, se lo scoglio è una legge di stabilità di bilancio che il PP ha blindato affinché solo il Senato possa dirne l’ultima parola, Sánchez dovrà cambiarla. Le politiche dei governi di Rajoy, lontano dall’essere austere, furono crudelmente restrittive per la spesa sociale delle comunità autonome e dei comuni e non lo furono invece per le risorse dell’Amministrazione Generale dello Stato. Sánchez dovrà invertire anche questo. Ovviamente, la reazione del PP e di Ciudadanos sarà scandalosa, ma se Sánchez si spaventa per lo spettacolo mediatico degli avversari è perduto. Qualsiasi cosa faccia Sánchez, molto o poco che sia, avrà i leader della destra, Casado e Rivera, pronti a scatenare l’inferno ogni settimana e il presidente del governo dovrà avere il coraggio di non farci caso e di tirare dritto.

Con tutto quello che è successo, un pubblico ministero nominato dal PSOE non può accettare in nessun caso, le barbarità dei suoi predecessori.

Ciò può essere ancora più oneroso nel caso catalano, perché oltre alla destra politica, avrà contro tutto il “deep state” funzionariale, ma ha il potere per farlo e in nessun caso suppone tradire le idee socialiste. Il PSOE si è evoluto dalla difesa del diritto all’autodeterminazione dei popoli fino all’offerta di pieno supporto alla sospensione dell’autogoverno catalano, ma tra questi due estremi i socialisti accettavano l’idea di una consultazione concordata con lo stato. Dopo la repressione del 1 di ottobre, proposero la censura in parlamento della vice-presidente Soraya Sáenz de Santamaría, giurando e spergiurando che non avrebbero mai dato supporto all’applicazione dell’articolo 155… Fino a quando il re Filippo VI non li obbligò.

Ora è tutto diverso. Non soltanto il tribunale di Schleswig-Holstein rifiuta l’esistenza del reato di ribellione in tutte le azioni dei leader indipendentisti. Non c’è un solo giurista progressista in Spagna che lo accetti. Nemmeno Diego López Garrido, autore del relativo articolo del Codice Penale. E non bisogna dimenticare che le accuse non sono state inventate dal giudice Llarena, ma da un pubblico ministero nominato dal PP. Dopo tutto quello che è successo, un pubblico ministero nominato dal PSOE non può accettare in nessun caso le barbarità dei suoi predecessori e, tanto meno, che siano state fatte in nome dell’indipendenza del potere giudiziario. E si dà il caso che l’accusa di ribellione è il motivo per il quale i leader indipendentisti continuano in carcere in situazione di custodia cautelare. Un cambiamento nelle qualifiche potrebbe facilitare un rilascio dei prigionieri mutando lo scenario politico. Anche il processo sovranista entrerebbe in una nuova fase meno conflittuale, in Spagna e in Catalogna, che lascerebbe fuori gioco la cagnara delle destre.

Il PSOE ha visto insorgere un competitor a sinistra (Podemos) il cui slogan diceva “Si, si può”. Era la risposta della sinistra ribelle alla sinistra pusillanime che aveva interiorizzato il discorso dell’avversario e non osava contraddirlo. Ora il PSOE dispone di una nuova opportunità per tornare ad essere sé stesso, e non ha molto tempo. Sánchez, come Amleto, si trova di fronte al dilemma di essere o non essere.

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

L’ex presidente catalano Carles Puigdemont è tornato in Belgio

sabato 28 luglio 2018    IlPost

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L’ex presidente catalano Carles Puigdemont è tornato in Belgio sabato mattina dopo essere stato per quattro mesi in Germania, dove era stato arrestato lo scorso 25 marzo. Puigdemont, che continua a essere uno dei leader più importanti del movimento indipendentista catalano, aveva già espresso la sua volontà di tornare a Bruxelles se e quando avesse riacquistato la libertà di movimento in Europa, e così è successo.

Lo scorso 19 luglio, infatti, il Tribunale supremo spagnolo aveva ritirato il mandato di arresto europeo per Puigdemont, dopo che un tribunale tedesco aveva accettato la puigdemont a watrloorichiesta di estradizione avanzata dalla Spagna ma solo per il reato di malversazione (uso irregolare di fondi pubblici), e non anche per quello ben più grave di ribellione, che prevede fino a 30 anni di carcere. Il risultato è stato che Puigdemont d’ora in avanti potrà muoversi liberamente ovunque voglia, ad eccezione della Spagna: se dovesse rimettere piede in territorio spagnolo, verrebbe immediatamente arrestato e incriminato per diversi reati, tra cui quello di ribellione.

https://www.ilpost.it/2018/07/28/carles-puigdemont-catalogna-tornato-bruxelles/

 

 

Puigdemont presto a Bruxelles

Puigdemont : “Ho un mandato da rispettare”

25/07/2018  Euronews

Archiviato il procedimento per l’estradizione, nel fine settimana Carles Puigdemont lascerà la Germania per tornare in Belgio e riprendere la sua attività politica. Ad annunciarlo è stato lo stesso leader separatista catalano nel corso di una conferenza stampa a Berlino. A Bruxelles, ha detto Puigdemont, intendo “continuare a lavorare su quanto è stato messo in marcia con il referendum del primo ottobre”

“Ho un mandato dal popolo che intendo rispettare ed esercitare – ha detto -. Poi voglio continuare a lavorare per i colleghi che sono finiti in prigione ingiustamente. E, per finire, voglio un ritorno alla normalità, anche per quanto riguarda la mia vita”.

Puigdemont ha garantito che il nuovo movimento separatista da lui creato, Crida Nacional per la República, entrerà in azione molto presto. Cariche e organizzazione sono ancora da stabilire, ma si sa già che del movimento faranno parte l’attuale presidente della Catalogna Quim Torra e Jordie Sanchez.

L’ex presidente della Generalitat ha avuto parole concilianti per il nuovo premier Pedro Sanchez. “Il cambio del governo spagnolo ha portato una modifica dello stile, del clima e del linguaggio – ha detto Puigdemont – ma ora è il momento dei fatti. Abbiamo sempre avuto una predisposizione al dialogo e l’avremo sempre ma ora è necessario vedere l’essenziale del dialogo e cioè la relazione tra Spagna e Catalogna”.

http://it.euronews.com/amp/2018/07/25/puigdemont-presto-a-bruxelles-ho-un-mandato-da-rispettare-?__twitter_impression=true