Forcadell : “Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo”

Catalogna, Forcadell: «Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo»

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Mercoledì 16 Gennaio 2019 di Elena Marisol Brandolini   IlMessaggero.it

Carme Forcadell ha 63 anni, militante di Esquerra Republicana, già presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, è stata presidente del parlamento catalano nella legislatura conclusa nel 2017 con l’applicazione dell’articolo 155. In carcere dal marzo 2018, è reclusa nella prigione Mas d’Enric, dove la incontriamo attraverso un vetro dopo aver attraversato 8 cancelli. In montgomery chiaro, il viso affilato con un filo di trucco, si presenta animata a dare battaglia nel processo in cui è imputata di ribellione per una richiesta di pena di 17 anni.
Come sta?
«Ho molta voglia che cominci il processo, che considero una opportunità perché la gente possa capire cosa è accaduto».
Questo è un carcere maschile con un solo modulo per donne.
«Siamo 32 donne e 600 uomini, qui dentro provo a fare una battaglia per avere riconosciuti alcuni diritti minimi, come quelli relativi all’igiene femminile, o il poter disporre di un asciuga-capelli».
Come sono le sue compagne?
«Sono detenute per delitti di sangue, omicidi, rapine, furti, traffico di droga. Alcune di loro, se avessero potuto disporre di un altro contesto sociale, non sarebbero finite in prigione, perciò è importante favorire l’eguaglianza di opportunità».
Come sopporta la privazione di libertà?
«È molto dura stare lontano dalle persone che ami: la prigione è un castigo anche per la tua famiglia. Ho un sentimento di perdita; al principio soprattutto mi sentivo colpevole nei confronti di mia madre che è così anziana. So che sto causando dolore ad altri».
Che resta dell’autunno catalano?
«La memoria collettiva, il trionfo della democrazia. Il procés è la forza della gente di decidere sul proprio futuro, una sorta di assunzione d’autorità collettiva».
Cosa avete sbagliato?
«Più di una cosa, ma non eravamo mai arrivati così lontano. Credo che non sia ancora il momento di individuare gli errori perché ci manca la prospettiva storica, io sono ancora personalmente provata».
Ma non era prevedibile la reazione repressiva dello Stato?
«Non ci aspettavamo la reazione del 1 ottobre, oltretutto non necessaria già che l’obiettivo della violenza era evitare il voto e non ci sono riusciti».
Lei fu la prima a riconoscere il valore simbolico della dichiarazione d’indipendenza.
«Fui la prima ad essere interrogata dal magistrato del Tribunal Supremo e dissi che la dichiarazione d’indipendenza era politica, senza perciò effetti giuridici. Comunque, io ero solo la presidente del parlamento e il mio dovere era difendere la sovranità del parlamento. Perché la parola in un parlamento dev’essere libera, comunque la si pensi».
Che non ci sia una maggioranza sociale a sostegno dell’indipendentismo non è un problema?
«In realtà vogliamo votare proprio per questo, per vedere se c’è una maggioranza sociale, stiamo difendendo il diritto all’autodeterminazione. E’ difficile dirlo nel caso dell’1 ottobre per le condizioni in cui si svolse e nel parlamento catalano, dove siamo maggioranza, è normale che ci sia una divisione politica».
La preoccupa la divisione nel campo indipendentista?
«Mi preoccupa, ma è una divisione che c’è da sempre. Nell’indipendentismo gli obiettivi sono gli stessi, diverse le maniere per arrivarci. La volontà di dialogo col governo spagnolo c’è sempre stata, fu Rajoy a negarlo».
E’ uguale avere un governo Rajoy o un governo Sánchez?
«Non è uguale, la differenza è che Sánchez è a favore del dialogo e riconosce l’esistenza di un conflitto politico, Rajoy non lo ha mai riconosciuto. Altra cosa è che non ci siano risultati. La questione del voto alla proposta di finanziaria del governo spagnolo riguarda i partiti, io non sono nessuna moneta di scambio, si devono anteporre gli interessi del paese e della sua gente, quello che è meglio per la Catalogna sarà buono anche per noi».
Che processo è quello che sta per iniziare?
«Non è un processo contro l’indipendentismo, ma contro la libertà ideologica e di espressione, è un processo contro la dissidenza politica. E questo riguarda una regressione più generale in Spagna delle libertà politiche».
Come imposterà la sua difesa?
«La mia sarà una difesa politica e giuridica, perché dobbiamo vincere da un punto di vista politico e da un punto di vista giuridico. Non c’è stata né ribellione, né sedizione perché non c’è stata violenza, siamo prigionieri politici».
In che lingua si esprimerà nel corso del dibattimento?
«Ho chiesto di parlare in catalano, è un mio diritto ed è una lingua minoritaria da salvaguardare. Poi se fosse impossibile per ragioni tecniche, utilizzerei il castigliano».
Perché gli altri componenti della presidenza sono accusati solo di disobbedienza e saranno giudicati in Catalogna?
«Perché se mi avessero tirato fuori dall’accusa di ribellione sarebbe venuto meno l’impianto accusatorio fondato su tre assi, l’esecutivo, il legislativo e la società civile. E poi perché in realtà sono imputata non in quanto presidente del parlamento catalano, ma per il mio passato di presidente dell’Assemblea Nacional Catalana».
Che si aspetta dal processo?
«Lo vivo come un’occasione. Non sarà un processo giusto perché la fase istruttoria non lo è stata, non abbiamo commesso nessun delitto».
Al principio dell’autunno catalano pensava che sarebbe finita in prigione?
«Nessuno di noi lo pensava, è la prima volta che si persegue penalmente un dibattito di idee. Quando passai la prima notte in carcere, nel novembre 2017, in attesa di poter pagare la cauzione, capii che eravamo prigionieri politici. Ma non mi sono mai proposta di andarmene fuori in un altro paese, perché non ho commesso nessun delitto e voglio poterlo spiegare».
C’è qualcosa che cambierebbe nella sua gestione politica?
«Probabilmente molte cose si sarebbero potute fare meglio. Ma alla fine, come presidente del parlamento non potevo fare diversamente, perché era mio dovere difenderne la sovranità e salvaguardare la separazione dei poteri».
Elena Marisol Brandolini
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Lo strappo catalano: “Referendum sull’indipendenza senza quorum”

La Generalitat: “La repubblica sarà proclamata subito dopo la consultazione”. La Spagna: “Non si voterà mai”
AFP
Al centro il presidente della Catalogna
Carles Puigdemont, alla sua sinistra la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e alla sua destra il vicepresidente
Oriol Junqueras
Francesco Olivo  La Stampa  04.07.2017

Niente quorum e indipendenza proclamata in automatico. Il treno della secessione non si ferma. Anzi. Il governo catalano ha annunciato le modalità in cui si svolgerà (almeno nelle sue intenzioni) il referendum programmato per il prossimo 1° ottobre. Le novità fondamentali sono, appunto, due: non viene fissato un numero minimo di partecipanti e il carattere vincolante ed esecutivo della consulta, in caso di vittoria del sì la repubblica catalana sarà proclamata entro due giorni dalla fine dello spoglio, in caso contrario elezioni regionali anticipate. Il governo spagnolo non si sposta di una virgola: «Il referendum è illegale e non si svolgerà». Ovvio quindi che le prossime settimane saranno perlomeno vivaci. Nessuno può permettersi di tornare indietro. La situazione, e non potrebbe essere diversamente, preoccupa parecchio anche il re Felipe VI che ieri ha incontrato il leader del Partito socialista Pedro Sánchez, che è tornato a guidare l’opposizione dura e pura a Rajoy dopo la vittoria delle primarie.

 

Il problema per il governo di destra è come impedire materialmente la celebrazione della consultazione. La corte costituzionale bloccherà tutto, ma i catalani sono pronti alla disobbedienza, «riconosciamo solo le leggi del nostro parlamento». A questo punto cosa si fa? Escludendo di vedere i carri armati spagnoli sulla Diagonal di Barcellona (anche se lo scenario piacerebbe agli estremisti dei due fronti), la strategia è complessa. Per evitare scene eclatanti, Madrid punta a minacciare i funzionari pubblici affinché non collaborino in quella che viene considerata una votazione eversiva. Alcuni dirigenti della Generalitat sono stati sentiti in questi giorni dalle autorità spagnole, il messaggio è chiaro: la legge verrà applicata con fermezza. Così, il governo Puigdemont è costretto a lavorare nella segretezza e affiderà la gestione del referendum, a quanto pare, a dei volontari. A risentirne saranno le garanzie legali della votazione, al di là degli osservatori internazionali che i catalani promettono aver contattato.

 

La tensione nel fronte indipendentista sale al massimo: la posta in gioco è altissima e chi sbaglia, stavolta, rischia grosso. La coalizione di governo è formata da tre anime molto diverse: i centristi di Convergencia (oggi PdCat) convertiti all’indipendentismo negli ultimi anni, la sinistra di Esquerra Republicana (da sempre per la separazione da Madrid) e gli anticapitalisti della Cup, contrari all’euro.

L’apparente unanimità è stata rotta da un’intervista del Conseller (assessore) Jordi Baiget, che esprimeva dubbi sull’effettiva realizzazione del referendum, «stiamo sottovalutando la potenza della reazione spagnola». Passano poche ore e Baiget (centrista legato all’ex presidente Artur Mas), pur favorevole alla consultazione, viene cacciato. «Finché ci sono io il referendum si farà», dichiara Puigdemont. Nel mezzo della guerra non c’è posto per i dubbiosi.