Puigdemont e gli indipendentisti catalani tornano in corsa per le europee

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Politica-estera, Verso-le-europee-2019 – Nicola Corda

@NicolaCorda

6 maggio 2019

'The Catalan referendum' dialogue at the EU Parliament

Carles Puigdemont

Per l’Alta Corte spagnola non ci sono motivi di ineleggibilità per le elezioni, e si possono candidare

Madrid – Sono candidabili alle elezioni europee gli esponenti in esilio di Junts per Catalunya, gli indipendentisti accusati di secessione. Lo ha stabilito la Corte suprema Spagnola a cui era affidato il ricorso contro il Consiglio centrale elettorale che il 29 aprile scorso aveva negato la partecipazione alle consultazioni per l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, Antoni Comin e Clara Ponsatì, tutti esiliati in Belgio. Secondo i giudici dell’Alta Corte spagnola, che si sono espressi all’unanimità, “non si contemplano cause di ineleggibilità”, rinviando così al tribunale ammnistrativo ordinario la decisione finale per la riammissione dei candidati.

In occasione del ricorso Puigdemont aveva definito “scandalosa” la decisione di escluderlo dalla corsa, ovvero dimostrazione di come la Spagna non sia democratica. E nelle motivazioni della decisione presa dal tribunale supremo, sembra emergere proprio una replica alle accuse dell’indipendentista, dove si legge che quello alla candidatura “è un diritto fondamentale” riconosciuto dalla Costituzione a tutti i cittadini spagnoli. Un diritto al quale è possibile derogare solo per “causa di ineleggibilità” e l’essere in fuga dalla giustizia, come nel caso dei tre ricorrenti non è una di queste”.

Con l’accusa di ribellione, sedizione e appropriazione indebita, I tre esponenti del precedente governo catalano sono colpiti da un mandato di arresto in Spagna (il mandato europeo è stato ritirato dopo che le autorità belghe avevano negato l‘estradizione). In caso di elezione scatterebbe l’immunità che eviterebbe la detenzione con il loro rientro in Spagna ma non il processo in corso a Madrid.

https://www.eunews.it/?p=116439

 

 

La commissione elettorale esclude Puigdemont dalle prossime elezioni europee

Il Post

  • 29 aprile 2019

Puigdemont And His Legal Team Hold Press Conference

La commissione elettorale spagnola ha escluso l’ex presidente catalano Carles Puigdemont dalle prossime elezioni europee, alle quali si era candidato con la lista Junts per Catalunya – Lliures per Europa. Assieme a Puigdemont, sono stati esclusi anche l’ex ministro della Salute catalano, Toni Comín, e l’ex ministra dell’Educazione, Clara Ponsatí: tutti e tre erano capilista, e tutti e tre si trovano fuori dalla Spagna perché sarebbero arrestati se tornassero in patria.

La giunta ha dato ragione al Partito Popolare e a Ciudadanos, due partiti di centrodestra che avevano presentato ricorso contro le candidature di Puigdemont, Comín e Ponsatí, in quanto coinvolti nella dichiarazione unilaterale di indipendenza della Catalogna, considerata illegale dal governo spagnolo. La commissione ha motivato la loro esclusione parlando genericamente di una non idoneità a essere candidati, scrive El Diario.

https://www.ilpost.it/2019/04/29/puigdemont-escluso-elezioni-europee/amp/?__twitter_impression=true

 

“Il presidente catalano Torra, a me non piace”

«Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont.»

Vilaweb.cat – Joan Ramon Resina –  07.04.2019

https://www.vilaweb.cat/noticies/torra-opinio-joan-ramon-resina/

Reunión semanal del gobierno catalán

 

Pochi giorni fa parlavo con un’amica di Madrid che, senza essere indipendentista, è molto critica con lo stato spagnolo. In mezzo a un’appassionata difesa della specificità catalana, aveva fatto un inciso per chiarire che non le piace il presidente Torra. Siccome so che non lo conosce se non attraverso la stampa, il commento, lasciato cadere lì per lì senza motivo, mi era parso un riflesso difensivo. Come per mettere un limite alla sua difesa della catalanità. Noi catalani siamo abituati a questo tipo di precisazioni, perché le abbiamo molto praticate. Prima della sua caduta, Jordi Pujol era servito da parafulmini a molti. Si poteva difendere l’identità o rivendicare qualche diritto e, nel momento del pericolo, sviare il previsibile affronto verso il capro espiatorio simbolico. Con questo, ci si proclamava ‘non vittimista’. Ricordo un dibattito con un collega gallego, il quale, di fronte a un vicolo cieco dialettico, mi propose un armistizio: ‘Fraga è uno stronzo e Pujol è uno stronzo.’ Questa era la tregua che molti accettavano durante la transizione. Equiparando il repressore al represso in una perversa equidistanza, cancellavano la piccola differenza della repressione.

 

Il metodo del capro espiatorio funziona indipendentemente da chi farà da talismano. Il riflesso è universale. Per coglierne il meccanismo basti considerarlo in sé stessi. Non mi sono mai piaciuti Felipe González nè Alfonso Guerra, ma neanche José Luis Rodríguez Zapatero, José Bono, Rodríguez Ibarra, Joaquín Almunia, Pérez Rubalcaba, Susana Díaz, Pedro Sánchez, Josep Borrell… Ora che ci penso, non mi è mai piaciuto un socialista spagnolo. E tra quelli catalani, faccio fatica a ricordare qualcuno che mi sia piaciuto. Se sono sincero, devo riconoscere che ogni volta che giudico la personalità di un politico, non faccio altro che constatare la mia posizione politica. Mi definisco per le mie avversioni, tanto o più che per le mie sintonie. E siccome non mi piace l’ideologia né l’attività di un determinato partito, non possono piacermi quelli che le rappresentano. Così come il PSC, nei tempi della prosperità, si vantavano di poter mettere un sofà da capo lista e comunque, tutti li avrebbero votato, io posso dire di me stesso che, se mettevano uno sofà, non mi sarebbe dispiaciuto meno degli altri che avevano presentato prima. Perché, in politica, più che in altri campi pubblici, la persona è il messaggio, e il messaggio è immancabilmente quello che richiamano i media.

 

Quim Torra non piace ad alcuni per motivi diversi. Alcuni riguardano la frammentazione elettorale. Trattandosi di un politico senza un partito dietro, l’inoperatività che una parte dell’indipendentismo gli attribuisce è perfettamente descrivibile. Un politico ha la forza che gli danno gli elettori, e Torra non solo non è stato eletto, ma gli stessi che si rivolgono a lui chiedendo azione sembrano determinati a indebolirlo ancor più di quanto non lo sia già per via dell’eccezionalità del parlamento catalano attuale. Nemmeno Puigdemont era stato eletto, ma ancora disponeva di un partito o dell’apparenza di un partito. E soprattutto, non è la stessa cosa cavalcare l’onda di entusiasmo che portava verso il referendum piuttosto che resistere in piedi dentro la risacca del 155. E’ molto difficile governare tra le esigenze dello stato, le necessità amministrative di un’autonomia saccheggiata e il mandato delle elezioni che molti vorrebbero dimenticare. Dovendo anche gestire tutta questa complessità senza unanimità nel governo, con un’opposizione selvaggia, un partito frammentato e discolo, una stampa molto ostile e i soci di governo che non si prendono neanche il disturbo di dissimulare la fretta di allontanarlo per cercare altre alleanze. Da quando la Generalitat è stata restituita, nessun altro presidente ha dovuto governare in condizioni tanto precarie. Accusarlo di questo dimostra una grande incoscienza e molta poca consistenza.

 

Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont. La nomina di Torra non solo riuscì a permettere di rompere la morsa dello stato e di aggirare il bloccaggio del parlamento catalano. L’offesa era più grande ancora per il fatto che il presidente assumeva esplicitamente il mandato del 21-D. Chiedendogli di rendere conto di questa responsabilità, esercitata con più volontà che fortuna, quelli che gli impediscono di soddisfarla. Ma il rifiuto che provoca Quim Torra, pur se molto mitigato nel commento della mia amica, resta specialmente nell’epiteto ‘suprematista’, lanciato nel momento dell’investitura e ripetuto come un emblema fino a farlo diventare un’associazione automatica.

 

Malgrado la inettitudine descrittiva dell’aggettivo, la scelta è tuttavia interessante. Soprattutto perché considerare il luogo d’illocuzione rende evidente un’inversione arbitraria della correlazione di forze. Il suprematismo presuppone il potere. Suprematista è chi difende un diritto innato o acquisito per esercitarlo su altre persone. Può esserlo chi domina, non certo chi lotta per abolire la dominazione. In realtà, l’inversione semantica era avvenuta già da tempo. Molto prima dell’investitura del 131° presidente, si parlava di catalanismo escludente con quella sincerità con la quale la volpe si lamenta dell’animosità delle galline.

 

La disfatta dell’unionismo nel 21 Dicembre 2017 faceva prevedere l’intensificazione dell’attacco, e con il superamento del bloccaggio del parlamento catalano con una persona di fiducia di Puigdemont, l’amplificazione della guerra sporca era di facile pronostico. Il pretesto, in questo caso, fu un vecchio articolo dissotterrato con straordinaria diligenza, dal quale si estrassero alcune dure parole senza precisare il contesto né l’occasione. E dalla legittima indignazione per la condotta di un energumeno in un caso scandaloso, che qualsiasi persona decente avrebbe condannato, ne fecero un’interpretazione distorta con il fine di ridurre Torra alla stessa aggressività di quelli che si vantavano di avere decapitato l’indipendentismo. E molti, con il riflesso descritto all’inizio, si sono aggiunti alla condanna senza prestare attenzione che la propaganda faceva con Torra quello che loro accusavano in lui: disumanizzarlo. Come un Gregor Samsa che si sveglia dall’investitura convertito in uno scarafaggio, Torra si ritrovò incastrato quell’epiteto malevolo, come il povero Gregor la mela lanciatale da suo padre sul dorso.

 

Perché suprematista precisamente? Tranne l’uso espletivo della parola, l’unica spiegazione con parvenza di realtà è il terribile complesso di inferiorità degli spagnoli, rovescio della loro proverbiale arroganza. Il Lazarillo de Tormes è tuttora il testo più incisivo sulla psicologia castigliana. L’hidalgo affamato, che esce sulla soglia di casa con uno stuzzicadenti in bocca per far vedere che ha mangiato di gusto, era andato via da Valladolid per non doversi togliere il cappello davanti a un vicino di rango superiore. Tuttavia, confessa che quello stesso vicino le restituiva il saluto, ma considera che non lo faceva così spesso e che la bilancia dell’onore era a lui contraria. La scena testimonia il rapporto tra la fame dello stomaco e quella del riconoscimento, e di come il vuoto è lo stesso in entrambi i casi. ‘Vanità’ viene da vanus, ‘vuoto’. L’autore anonimo ci mostra che la fame fisica è più sopportabile di quella dello spirito, e che quest’ultima infligge ferite psicologiche inguaribili.

Gli spagnoli arrivarono alla transizione con un grave complesso di inferiorità. La chiave del successo del socialismo alla fine degli anni 80 e inizio dei 90, fu quella di mitigare quel complesso con un’inflazione non soltanto dell’economia ma anche della psicologia nazionale. Allora si riprodusse in minore scala lo stesso fenomeno del XVI secolo. Verso la fine degli 80 e fino alla crisi del 2007, gli spagnoli si consideravano eguali se non addirittura superiori alla media degli europei. Ricordate Zapatero assicurando, quattro giorni prima della crisi, che la Spagna aveva superato la Francia, l’Italia e che stava incalzando la Germania? Gli improduttivi spagnoli si vantavano di essere competitivi; lo stato entrava in tutte le contese per i posti con influenza internazionale; la Spagna, dicevano, era di moda. E tutto era un confronto tra Madrid e Barcellona; l’obiettivo patetico, eliminare la capitale catalana come riferimento della modernità peninsulare. Il complesso, lungamente covato, venne “curato” con investimenti faraonici a Madrid e dintorni mentre si congelavano le cose più essenziali in Catalogna. Si creava immagine con treni di alta velocità senza passeggeri, autostrade gratuite vuote, aeroporti senza aerei, eventi di centenari di ogni tipo, ambasciate palatine, e sempre corruzione a tutti i livelli, fino a quando a forza di centralizzare e saccheggiare tutto, aggravarono lo squilibrio fiscale che preparò la crisi finanziaria del 2007 e quella politica del 2017.

 

Ora, il rovescio di ogni inflazione è la deflazione. Siccome sotto a tutti questi cambiamenti cosmetici, gli spagnoli seguitavano ad essere lo stesso popolo, non potevano smettere di sentire intimamente il vuoto progressivo di quella modernità e democrazia iperboliche. Né potevano smettere di notare, malgrado le apparenze, che la distanza non solo persisteva ma si allargava tra loro e l’Europa del nord. La realtà si impose con la crisi, quando gli spagnoli si risvegliarono dalla festa indebitati fino al collo. Allora uscirono un’altra volta sulla soglia di casa con lo stuzzicadenti in bocca, tra i denti puliti. Questi sono i favori concessi ad altri paesi da García-Margallo e la raddoppiata spesa in immagine del ministro Borrell.

 

Al doloroso vuoto dello stomaco si aggiunse l’umiliazione di comprovare che la Catalogna ritornava. Il morso mal digerito lottava per scappare tra i denti. Ogni rapporto di potere è una deviazione più o meno civilizzata del rapporto primario tra vittima e predatore, che è quello di mangiare e di essere mangiato. La volontà della Catalogna di sottrarsi a questo rapporto aggrava straordinariamente la fame spagnola. Ne indebolisce la sostanza e ne dimagrisce ancora di più la malconcia hidalguía. E siccome nessuno accetta tranquillamente la propria deflazione, in particolare i collettivi che si sono elevati inflazionariamente, la reazione naturale è cercare di sbarazzarsi della sensazione di ‘sottovalutazione’, come veniva chiamato da Américo Castro il dramma esistenziale degli spagnoli. E questo possono farlo soltanto trasferendola a qualcun altro.

 

Il sentimento di valere di meno non è facile da sopportare e la conclusione a la quale suole arrivare chi lo subisce è che, per forza, deve avere una causa esterna. Altri sono colpevoli della deflazione, e sono altri quelli che la aggravano rifiutandosi di condividerla e allargando numericamente il cerchio della vergogna. Peggio: sono colpevoli di rifiutarsi di assumere una parte più grande del deprezzamento, servitù che ci consolerebbe nella misura in cui venisse scaricato il nostro. Il rifiuto di accettare questo ruolo trasferitore giustifica l’epiteto di suprematista, perché con quale diritto ignora ora la forza della nostra maggioranza qualcuno che sempre abbiamo disprezzato? Se le circostanze non ci permettono di sottovalutarlo tanto quanto ci sottovalutiamo noi stessi, bisognerà disprezzarlo fino a togliergli ogni valore. Allora potremo stropicciarlo come un abito vecchio e consunto che si butta nella spazzatura.

 

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/torra-opinio-joan-ramon-resina/

Una persona che decise di andarsene

 

Vilaweb.cat – Marta Rojals – 25.02.2019

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Domenica scorsa, nella stessa mattinata in cui il presidente spagnolo Pedro Sánchez deponeva fiori monarchici sulla tomba del poeta Machado (fervido repubblicano), e alla stessa ora in cui la truppa de la presidentessa del partito Ciudadanos, Sig.ra Arrimadas, scherniva gli esiliati a Waterloo, io ero in visita presso uno spazio dove –rischio, dài– né il presidente spagnolo né il capo dell’opposizione del parlamento, non hanno mai messo piede: il Museo Memoriale dell’Esilio, che si trova nel municipio di la Jonquera (n.d.t. a ridosso del confine con la Francia).

 

A meno che non si possieda un cuore di pietra, è davvero difficile uscire da una visita come questa senza restarne colpito. Il percorso trasmette vivamente il trauma della diaspora repubblicana, documenta l’esperienza dell’esilio e culmina con l’eredità politica, scientifica e culturale che ci ha lasciato. Ma lo shock continua al di là della mostra perché, dal punto di vista politico, e salve le distanze del cambiamento epocale, i collegamenti con la situazione attuale vengono da sé.

Una de le conclusioni è che tutte le scuole dovrebbero visitarlo ma, ovviamente, l’insegnante che si azzardasse a proporre una cosa del genere, vista l’esperienza post-1 di Ottobre (quando alcuni insegnanti furono denunciati per aver discusso sulla giornata del referendum in classe), dovrà essere pronto a ricevere la censura relativa. Salvando le distanze, ancora, con gli insegnanti denunciati in tempi passati: perché oggi, se restringono la tua libertà accademica senza depurarti o, ancora meglio, senza condannarti penalmente, è un privilegio che gli indipendentisti non sanno apprezzare né ringraziare come si deve.

Torno un istante al museo per estrarne una citazione bianca scritta su un muro nero: ‘”La libertà vive lontano da qui, e ciò è l’esilio”, Il re Lear, William Shakespeare (1564-1616).’ Ci torno perché la definizione è tanto precisa quanto senza tempo, trattando questo articolo sul corso del tempo. Guarda se potrebbe essere facile, con una frase così semplice da capire –’la libertà vive lontano da qui’–, dissipare i dubbi di quelli che si rifiutano di riconoscere gli esiliati catalani di questo nuovo secolo. Negazionisti che non sono solo Arrimadas, né altri eredi dei vincitori della guerra civile, e non bisogna spostarsi agli estremi per ascoltare una Mónica Oltra (sinistra-verdi) parlando di ‘soldoni’ di Puigdemont, o un Miquel Iceta (socialista) riducendo la condizione del presidente al capriccio di una persona che “ha deciso di andarsene”. E questo è così perché la disumanizzazione degli indipendentisti è trasversale in tutto lo spettro spagnolista, uno spagnolismo per il quale il dolore dell’avversario sembra troppo poco.

 

A loro pare poco il dolore di concittadini –politici, rapper, attivisti– che, per non aver voluto confrontarsi con loro civilmente, hanno visto che la loro libertà viveva lontano da qui. Sembra poco il dolore di attraversare la frontiera senza data di ritorno perché non sono andati via con scarpe di cartone e con i bambini in braccio. A loro pare poco il dolore di lasciare indietro la propria casa, il proprio paesaggio, la lingua delle proprie strade, perché non è avvenuto sotto il fischio mortale degli spari e delle bombe. E’ troppo poco dolore, per i loro gusti, mangiare tre volte al giorno lontano indefinitamente dai tuoi, perché non soffri la fame come ottant’anni fa, né disagi come a 3.000 km. a est. Quale trappola, utilizzare un’ingiustizia per giustificare l’altra: è come dire: eh! europea, europeo, basta di piagnucolare per i diritti x, y e z, che nel medioevo o in Somalia per molto meno ti avrebbero già lapidato.

 

Per lo spagnolismo mainstream, il fatto che alcuni abbiano cercato la libertà presso democrazie avanzate è tutto fuorché esilio, aggrappati all’argomento fallace che la maggior parte degli indipendentisti non hanno fatto le valigie. Quale diritto abbiamo di lamentarci quando questa maggioranza nostra, alla peggio, potrebbe leggere comodamente in poltrona le citazioni giudiziarie: raccontaglielo a Tamara Carrasco (agli arresti domiciliari da tempo), agli insegnanti indagati e alle centinaia di processati che sfilano nei tribunali senza tanto rumore mediatico. Stanno perdendosi tutto questo: la ‘persona che decise di andare via’ e gli altri ‘fuggiaschi’. Ah no!, quello che stanno evitando è il carcere.

 

Non è esilio, è privilegio: questo è il messaggio. Sono cose da privilegiati, e non da esiliati, il fatto di poter inviare delle mail, fare video-conferenze, scambiare whatsapps con la vita rimasta sospesa dall’altra parte dello schermo. Il loro esilio non è considerato per non essere all’antica, per non essere come quello dei musei, per non essere documentato in bianco e nero. Quando tutti sanno che nel secolo XXI, o nel XX, o nel XV, gli eventi più importanti della vita, dai più dolci ai più terribili, non passano per una sessione di Skype.

Soltanto dire il cognome del ministro catalano Comín dovrebbe far tacere trentamila bocche putrefatte (n.d.t. il fratello in fase terminale, si è fatto trasferire in Belgio per poter morire con tutta la famiglia unita accanto a sè).

L’esilio, oggi, qui, è questo: esiliati con il cellulare, computer e biglietti di aereo ma il privilegio ce l’ha qui pretende di negargliene la condizione –fuggiaschi, fuggiti– con l’artificio di un cambio di nome.

traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/waterloo-arrimadas-opinio-marta-rojals/

Puigdemont rivendica la via unilaterale

Puigdemont rivendica la via unilaterale di fronte al rifiuto di Sánchez

Vilaweb –Redazione – 13. 2.2018

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Il presidente Carles Puigdemont è uscito nuovamente fuori dal Belgio per proseguire il lavoro di denunzia che esercita da quando iniziò l’esilio nel mese di ottobre del 2017. Oggi, a Londra, ha fatto una conferenza nella sede del Frontline Club, un’entità proiettata al giornalismo di guerra e indipendente. Ha visitato anche il parlamento britannico.

 

Puigdemont ha avvertito il presidente spagnolo, Pedro Sánchez, che ‘il tempo è quasi scaduto’ per proporre una soluzione politica per la Catalogna. Ha criticato il discorso di Sánchez nel congresso spagnolo: ‘Non ha messo sul tavolo alcuna buona idea’. Data la mancanza di proposte, il presidente ha rivendicato la via unilaterale, alla quale l’indipendentismo non rinuncerà mai.

 

Durante la conferenza, Puigdemont ha parlato della situazione dei prigionieri politici. Erano presenti la ministra catalana in esilio Clara Ponsatí e Laura Masvidal, moglie del ministro catalano Joaquim Forn, ora in carcere e al 11 giorno di sciopero della fame, che ha ricevuto un grande applauso quando il presidente ne ha parlato.

Prima della conferenza, nelle dichiarazioni ai media, Puigdemont ha qualificato come una ‘chiara provocazione’ la riunione del consiglio di ministri prevista per il 21 dicembre a Barcellona e ha ritenuto che sia normale che l’indipendentismo esca in piazza per mostrare il suo rifiuto. Tuttavia, ha chiamato a ‘resistere alle provocazioni’ nella protesta: ‘Abbiamo modi molto geniali, fantasiosi, sempre pacifici, civili e democratici per esprimere il nostro diritto alla protesta.’

 

Inoltre, ha detto che la visita dell’esecutivo di Pedro Sánchez a Barcellona è un’‘opportunità’ per un incontro tra i due governi.

 

traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/video-conferencia-de-puigdemont-des-de-londres/