Indipendenza Catalogna, ora l’Europa ci è dentro fino al collo

Massimiliano Sfregola   IlFattoQuotidiano   3 novembre 2017

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Non era scontato che la questione catalana sfuggisse di mano e l’Europa si trovasse nell’occhio del ciclone della più grave crisi istituzionale dalla sua fondazione: non era scontato ma alla fine è andata così. Già perché a dispetto dei silenzi e del “business as usual” di commissari ed euroburocrati, nell’affaire catalano l’Europa e noi europei siamo dentro fino al collo: prima ne prenderemo atto, meglio riusciremo ad evitare un’altra crepa nelle già precarie fondamenta del progetto europeo.

Catalogna Repubblica indipendente o integrità territoriale del Regno di Spagna, decidere l’una o l’altra, sul “cosa” sia meglio, insomma, spetta solo a loro dare una risposta mentre sul “come” la questione è diversa; il “come” affrontare la crisi va alla voce garanzie, diritti politici ed individuali e quindi straripa dal perimetro nazionale per riversarsi in quello europeo. Dopo l’attivazione dell’art.155 della Costituzione iberica, che sospende l’autonomia di Barcellona, e il “tutti dentro” voluto della magistratura, che ha decapitato il governo indipendentista deposto (almeno quella parte del governo che non è in esilio a Brussel) la situazione rischia di raggiungere un punto di non ritorno. Anzi, quel punto potrebbe averlo già superato da un pezzo.

Prima che l’ordigno innescato in Spagna deflagri e l’esplosione si senta anche ad Helsinki, Nicosia e Reunion – chiunque sia stato ad accendere la miccia – l’Europa deve intervenire e di corsa perché da un lato il conflitto “secessione sì/secessione no” è squisitamente politico mentre il carcere per rappresentanti eletti rei di aver promosso una transizione istituzionale illegale (per il diritto interno) ma senza armi e violenza, diciamolo senza giri di parole: è fascismo, anzi franchismo, e fa coriandoli della Carta europea dei diritti dell’Uomo e dello stesso trattato di Lisbona.

Franchismo con beffa: mentre Amnesty International e la commissione diritti umani dell’Onu chiedono indagini indipendenti sui pestaggi dell’1 ottobre, l’ordinanza di custodia cautelare emessa dai giudici di Madrid ha accolto la singolare tesi della “Fiscalia General”, la procura spagnola: l’1-0 i violenti furono gli indipendentisti che costrinsero con le azioni di disobbedienza civile la Guardia Civil ad intervenire. E violenta fu la celebrazione del referendum nonostante il divieto. Se questo è lo stato di salute dei rapporti tra cittadini e autorità in Europa, non ce la passiamo affatto bene.

D’altronde mezzo continente si stracciò le vesti per la svolta autoritaria di Polonia ed Ungheria, minacciando fuoco e fiamme contro Viktor Orbàn, Beata Szydło, ricordate? Ed ora cosa fa? Si gira dall’altra parte? La Spagna, pur con la sua disastrata economia, rimane per il bilancio Ue un pilastro. Idem Mariano Rajoy, uno degli azionisti di maggioranza nel Partito Popolare europeo: a Bruxelles la stagione è segnata dalla difficile partita a scacchi diplomatica per disegnare gli equilibri post-Brexit, chi mai oserebbe sfidare un partner come Madrid? D’altronde minacciare di chiudere i rubinetti a quelli di Visegrad con la sospensione dei fondi e il diritto di voto è un conto, farlo con Rajoy un altro.

Gli scenari della crisi catalana non promettono nulla di buono ma se il governo centrale spagnolo optasse per una legislazione d’emergenza (contrazione di diritti e libertà civili, arresti arbitrari, stato d’emergenza o altre misure per re-spagnolizzare la Catalogna) questa potrebbe non essere compatibile con i trattati che vincolano la Spagna allo standard di tutela dei diritti umani nell’Ue.

Madrid trovi il modo più opportuno di affrontare la crisi catalana ma la “pulizia alla turca” in Catalogna no, quella non può farla. Se l’Ue ha intenzione di preservare l’ultimo briciolo di credibilità deve agire ora perché tra poco potrebbe non servire più.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/03/indipendenza-catalogna-ora-leuropa-ci-e-dentro-fino-al-collo/3954629/

Michela Murgiamichela murgia

Ieri la magistratura spagnola ha arrestato i membri dell’esecutivo catalano con accuse da regime totalitario: sedizione, ribellione e la ridicola malversazione. Da ieri 7 ministri catalani e il vicepresidente Oriol Junqueras sono prigionieri politici e forse adesso, alla luce del delirio giustizialista spagnolo, magari qualche commentatore locale capirà meglio perché il presidente Carles Puigdemont i Casamajó ha scelto di garantire ai catalani anche una rappresentanza senza manette a Brusselles. Queste le sue parole di oggi, dritte al cuore di un’Europa che per convenienza sta girando la faccia dall’altra parte. Mentre le pronunciava, un tribunale spagnolo spiccava il mandato di arresto anche per lui. Non chiudiamo gli occhi davanti a questa repressione.

“Questo arresto rompe i principi basilari della democrazia. Invece di scommettere sul dialogo scommettono sulla repressione. Le elezioni (del 21 dicembre, ndr.) si celebreranno in un clima di repressione e arresti. Chiedo la libertà dei ministri e di Junqueras. Chiedo la fine della repressione politica. Ci aspetta una repressione lunga e feroce. Non possiamo sbagliare. Dobbiamo combattere senza violenza, con la pace e il rispetto. Dietro le sbarre il governo legittimo di Catalogna è più degno dei suoi illusi carcerieri”.

 

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10155197761474370&id=39003049369

 

Conferenza stampa del presidente Puigdemont

Centro Intl Press,‭ ‬Bruxelles, 31 ottobre 2017, ore 13

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Buongiorno,‭ ‬innanzitutto ringrazio il Press Club per aver ospitato questa conferenza stampa.‭ ‬Grazie per la disponibilità.

 

Venerdì sera nel Palazzo della Generalitat dopo la dichiarazione d‭’‬indipendenza ci siamo riuniti avendo a disposizione‭ ‬una serie di dati che dimostravano che il governo spagnolo intendeva praticare un attacco senza precedenti contro cittadini e funzionari del governo,‭ ‬con lìapplicazione di una possibile pena di‭ ‬500‭ ‬anni di carcere per i mebri del governo stesso.‭ ‬Per questo abbiamo deciso di dare priorità alla moderazione e alla prudenza.

 

Il dialogo era già impossibile.‭ ‬La nostra mano era tesa senza limiti.‭ ‬Siamo arrivati a proporre una sospensione della Dichiarazione per aprire un quadro per il dialogo.

 

L’aggressività dello Stato contro le persone che esercitano il proprio diritto di voto,‭ ‬l’impunità dell’estrema destra,‭ ‬l’attacco alle persone che hanno fatto il referendum possibile e la presentazione della denuncia del procuratore generale dello stato spagnolo ci hanno portato ad adottare l’attuale piano di lavoro in cui la priorità è quella di evitare la violenza,‭ ‬perché il dialogo è la priorità della Catalogna.

 

Saremo coerenti con i valori della neutralità delle amministrazioni,‭ ‬della pace e del rispetto.

 

Il governo catalano potrebbe aver scelto di forzare i funzionari leali al governo per una disputa sull’egemonia,‭ ‬ma abbiamo scelto di non arrivare a confrontarci.‭ ‬Se il governo spagnolo vuole usare la violenza non ci troverà d‭’‬accordo.

 

Il governo catalano ha detto che non avrebbe messo i funzionari pubblici in una situazione pericolosa.

 

È indifferente che questo gesto sia apprezzato dagli altri.‭ ‬Dimostra che la Repubblica catalana sarà uno stato diverso di come si comporta lo Stato spagnolo.

 

La denuncia della procura dello stato conferma l’estrema aggressività del governo spagnolo contro il governo catalano.‭ ‬La denuncia si concentra sul perseguimento di idee politiche,‭ ‬richiedendo‭ ‬30‭ ‬anni di carcere,‭ ‬cauzione o penitenza preventiva.‭ ‬Una denuncia che si aggiunge alla strada di massima belligeranza intrapresa dal governo spagnolo.‭

 

Il governo catalano quindi assegna la priorità al piano di lavoro basato su‭ ‬4‭ ‬punti.

 

Una parte del governo,‭ ‬insieme a me,‭ ‬ci siamo trasferiti a Bruxelles per segnalare la politicizzazione della giustizia spagnola di fronte all’Europa.‭ ‬Rendere evidente al mondo il grave deficit democratico in Spagna.‭ ‬Mostra la decisione del popolo catalano.‭ ‬Non abbandoniamo mai il governo,‭ ‬continueremo il nostro lavoro nonostante i limiti che questa situazione porta.‭ ‬La denuncia dello Stato è una denuncia politica.‭ ‬Non stiamo scappando dalla giustizia.

 

Le persone che hanno salvato le scuole il primo di ottobre sono sicure di salvare‭ ‬anche le nostre istituzioni.

 

Parteciperemo alle elezioni del‭ ‬21‭ ‬dicembre.‭ ‬Non abbiamo paura delle elezioni.‭ ‬Siamo del tutto d’accordo sul fatto che il voto è la risoluzione dei problemi politici.

 

Oggi,‭ ‬da qui,‭ ‬faccio una domanda a tutti.‭ ‬Noi risponderemo con i risultati delle elezioni del‭ ‬21‭ ‬dicembre.‭ ‬Farà la stessa cosa il blocco PP,‭ ‬PSOE e Ciudadanos,‭ ‬ovvero cloro che vogliono il‭ ‬155‭ ‬a fare lo stesso‭? ‬Vogliamo un impegno chiaro dallo stato spagnolo.‭ ‬Ci sarà il rispetto del risultato se esce un risultato favorevole alle forze pro-indipendenza‭? ‬Oppure ci saranno elettori di serie A e di serie B‭?

 

Infine due pensieri:

Alla comunità internazionale,‭ ‬in particolare all’Europa,‭ ‬chiediamo di reagire.‭ ‬La causa della Catalogna è in linea totale con i valori che costruiscono l’Europa.‭ ‬La pace,‭ ‬la libertà,‭ ‬la la libertà di espressione.‭ ‬Lasciare fare alla Spagna quello che sta facendo seppellirà l’Europa.

 

Al popolo della Catalunya chiediamo di attendere ancora.‭ ‬La Spagna ha deciso di intraprendere la strada della forza,‭ ‬della violenza e della repressione.‭ ‬La democrazia è lo strumento che ci rende invincibili.‭ ‬Chiedo anche un riconoscimento ai miei consiglieri e un pensiero per le loro famiglie.‭ ‬Chiedo di dare‭ ‬loro il massimo supporto.

 

Ultima preghiera:‭ ‬vi chiediamo il massimo sforzo per evitare che il blocco che ha applicato il‭ ‬155‭ ‬non schiacci e cancelli le istituzioni catalane.‭ ‬Le prossime elezioni sono in questa logica.‭ ‬È nel territorio della democrazia dove abbiamo sempre vinto.‭ ‬Quando ci siamo confrontati nella democrazia abbiamo sempre vinto.‭ ‬Sul terreno della forza non abbiamo mai vinto e non volgiamo vincere.

 

Risposte ai giornalisti :puigdemont-1-2-1

Il presidente Carles Puigdemont

‭”‬Non sono qui per chiedere l’asilo.‭ ‬Questo non è un problema belga.‭ ‬Sono qui per agire liberamente e in sicurezza‭ “‬.

‭”‬Il titolo della denuncia presentata dalla procura‭ “‬Più dura sarà la caduta‭”‬ indica un desiderio di vendetta.‭ ‬Mentre c’è questa minaccia,‭ ‬non ci sono giurie obbiettive.‭ ‬Vogliamo agire in modo veramente libero e tranquillo‭ “‬.

 

‭”‬Dobbiamo lavorare come un governo legittimo e il modo migliore per esprimersi su quello che sta accadendo in Catalogna è stato venire nella capitale d’Europa‭”

 

“Ho deciso di venire a Bruxelles perché è una questione europea.‭ ‬Dal momento che il governo spagnolo ha deciso di destituirci illegalmente,‭ ‬i miei consiglieri non hanno alcuna protezione,‭ ‬nemmeno il quello che ha gestito gli attacchi post-terroristici a Barcellona‭ ”

 

“Abbiamo deciso di non privilegiare una confrontazione.‭ ‬Le informazioni che ho fanno pensare ad una risposta di violenza statale come il‭ ‬1°‭ ‬di ottobre e non voglio esporre i miei concittadini a questo pericolo‭ “‬.

 

‭”‬Se ci fosse una garanzia immediata di un giusto trattamento da parte dello Stato,‭ ‬un processo equo,‭ ‬con separazione dei poteri,‭ ‬saremmo tornati immediatamente.‭ ‬Ma dobbiamo continuare a lavorare e per questo che abbiamo deciso questa strategia‭ ”

 

Clara Ponsatí,‭ ‬consigliere della Generalitat

“‬Sì,‭ ‬siamo disposti a andare in prigione per‭ ‬30‭ ‬anni se c’è un processo equo‭”‬.

 

Joaquim Forn, consigliere della Generalitat

“‬Siamo convinti di aver agito principalmente per la libertà del nostro Paese.‭ ‬Abbiamo agito in modo molto tranquillo e democratico.‭ ‬Avendo agito in questo modo,‭ ‬è impossibile subire un processo che ci possa portare in prigione.‭ ‬All’interno del sistema giuridico spagnolo,‭ ‬il reato di cui siamo accusati è equiparato a reati di terrorismo‭ “‬.

 

Il presidente Puigdemont

“‬Il caos è iniziato il‭ ‬1‭ ‬°‭ ‬con la violenza della polizia spagnola.‭ ‬Il processo era stato tranquillo fino ad allora‭ “‬.

 

‭”‬Siamo cittadini europei,‭ ‬possiamo spostarci liberamente nell’UE.‭ ‬Non stiamo rompendo niente.‭ ‬Siamo in contatto permanente con i membri del governo in Catalogna e con molte persone.‭ ‬Tutto quello che faremo è guidato dai criteri e dalle punti che abbiamo concordato venerdì‭ “‬.

traduzione Lluís Cabasés

Caso Catalogna

 Perché l’Ue deve smetterla di fare finta di nulla di fronte agli indipendentisti

28 ottobre 2017

Open Society       Luiss Opentimthumb.php

L’Unione europea sta nicchiando troppo sulla crisi catalana? O invece, come sostenuto da economisti del calibro di Alberto Alesina, ha di fatto incentivato i progetti separatisti? E se invece Bruxelles stesse facendo entrambe le cose allo stesso tempo? Una risposta ponderata è quella che fornisce Cristina Fasone nella sua ultima ricerca, intitolata “La secessione e il ruolo ambiguo delle Regioni nel diritto europeo”, all’interno del volume Secession from a Member State and Withdrawal from the European Union (Cambridge University Press, 2017). Dove si legge fra l’altro che “l’Unione europea è stata tradizionalmente neutrale verso la struttura costituzionale interna dei suoi Stati membri e ha solitamente trattato con loro come se fossero dei ‘monoliti’. (…) Questa immagine ultra semplificata delle relazioni in essere tra i livelli di governo all’interno della Comunità europea e poi dell’Unione europea – spesso descritta come ‘regional blindness’ dell’Ue – è stata strumentale alla protezione del funzionamento del sistema legale comunitario. Per esempio ha consentito di attribuire agli Stati chiare responsabilità per eventuali violazioni delle norme comunitarie, senza badare alla loro struttura unitaria, regionale o federale che fosse; allo stesso tempo ha consentito di aggirare le difficoltà che sarebbero sorte nel caso l’Unione europea avesse deciso di gestire contemporaneamente una sua relazione con 74 regioni del continente dotate di poteri legislativi oltre che con 28 Stati membri”.

 

Quando Bruxelles si scopre più “amica” delle Regioni

Tuttavia “negli ultimi anni l’Ue ha mandato segnali contraddittori alle Regioni interne agli Stati membri, in particolare a quelle dotate di poteri legislativi. Il dogma comunitario che consisteva nel considerare le relazioni Stato-Regioni come rilevanti soltanto per la legge costituzionale domestica è stato in parte messo in discussione. Alcune disposizioni dei Trattati forniscono un indirizzo diverso, per esempio l’articolo 5(3) del Trattato sull’Unione europea oppure il Protocollo n.2 sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I tentativi di secessione in alcuni paesi europei – da parte di Regioni che si sono trovate in posizione asimmetrica rispetto ai loro stati e che avevano già cercato senza successo di guadagnare maggiore autonomia – possono essere anche favoriti dal riconoscimento dell’Ue di un ruolo maggiore per le Regioni e dalla crescente attenzione che le istituzioni Ue stanno attribuendo all’organizzazione territoriale degli Stati membri”. Bruxelles, oltre a fornire visibilità istituzionale e incentivi economici alle regioni degli Stati membri, è arrivata perfino a “promuovere attivamente l’integrazione delle regioni all’interno del processo decisionale dell’Ue”. “Da questo punto di vista, l’Ue può essere vista come una forza destabilizzatrice tra gli Stati membri e le loro componenti interne”. L’autrice della ricerca cita vari esempi al proposito, tra cui l’istituzione del Comitato europeo delle Regioni avvenuta col Trattato di Maastricht, istituzione dotata di un ruolo consultivo rispetto a Parlamento, Commissione e Consiglio. Oppure la possibilità concessa ai ministri delle Regioni di partecipare alle riunioni del Consiglio europeo ogni volta che siano trattate materie regionali. Per non parlare dei meccanismi di finanziamento e aiuto allo sviluppo esplicitamente indirizzati a specifiche Regioni, prim’ancora che agli Stati.

“In altre parole, l’accresciuta libertà d’azione garantita alle Regioni per dare voce alle proprie preoccupazioni e per far filtrare le proprie richieste di autonomia nell’Unione europea ha favorito la costruzione di una nuova ‘lealtà’ verso l’Ue che è in competizione con quella verso gli Stati membri, e dunque fa lievitare l’appeal dell’opzione ‘uscita’ dall’attuale struttura nazionale”. Così si spiega, per esempio, l’esplicito riferimento europeista di molti indipendentisti catalani che, all’indomani della separazione dalla Spagna, sognano un’automatica annessione all’Ue.

 

Alcuni paletti per non alimentare la destabilizzazione

Alla luce di tutto ciò, “nel futuro l’Ue potrebbe stabilire nuove disposizioni ad hoc nei Trattati per definire i requisiti minimi che un territorio alla ricerca della secessione debba rispettare per poi chiedere l’ingresso nell’Unione. (…) Da una parte infatti è ovvio che una Regione che ottenesse l’indipendenza da uno Stato membro non sarebbe nella stessa identica posizione di un Paese terzo in cui la legge comunitaria non è applicata e in cui non esiste cittadinanza europea. Dall’altra, lo sviluppo pacifico e armonioso dell’integrazione europea potrebbe essere messo a rischio nel caso uno Stato secessionista fosse ammesso nel club dell’Unione europea senza tenere conto della illegalità della procedura di secessione e delle relazioni con lo Stato membro investito dalla secessione. Questi nuovi requisiti dovrebbero essere:

a)il rispetto, nel corso della procedura di secessione, delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri (articolo 6(3) del Trattato sull’Unione europea); ciò vuol dire che una secessione unilaterale che non passi per dei negoziati e per un accordo procedurale con il governo nazionale non sarà riconosciuta dall’Ue (…);

  1. b) il rispetto per una procedura che imponga allo Stato membro potenzialmente interessato dalla secessione e al territorio secessionista di sottomettere immediatamente all’attenzione della Commissione tutti i documenti, gli aggiornamenti e i risultati dei negoziati, e di attendere poi per un certo numero di anni prima che l’indipendenza sia pienamente ottenuta dal territorio che la richiede, in particolare con l’obiettivo di proteggere i diritti dei cittadini”.

Tali accorgimenti, secondo Fasone, avrebbe almeno tre effetti benefici. Primo, l’Unione europea potrebbe effettivamente monitorare fino a che punto “i valori della democrazia e dello Stato di diritto” siano rispettati durante i processi di secessione. Inoltre non ci sarebbe “un limbo giuridico per i cittadini” di un’area che decidesse di separarsi da uno Stato membro. Infine, “il bisogno di intraprendere una procedura che sia monitorata dall’Ue potrebbe spingere le parti coinvolte ad assumere un approccio più sincero e cooperativo, e creare in questo modo un disincentivo per le richieste più infondate di secessione”.

http://open.luiss.it/2017/10/28/caso-catalogna-perche-lue-deve-smetterla-di-fare-finta-di-nulla-di-fronte-agli-indipendentisti/