La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo

La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo per chiedere la libertà dei prigionieri politici

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foto: @anamirandapaz

El Nacional –   03.10.2018

 

Una quarantina di europarlamentari provenienti da quindici Stati membri e da  quattro diversi gruppi parlamentari europei hanno indossato magliette gialle per chiedere il rilascio dei prigionieri politici catalani durante la sessione plenaria dell’Europarlamento di Strasburgo.

Sulle magliette si poteva leggere’Free Junqueras’, ‘Free Romeva’ oppure ‘Free Political Prisoners’. In questa azione, promossa dal partito catalano di centro sinistra ERC, hanno partecipato i membri della Piattaforma per il Dialogo tra la UE e la Catalogna così come europarlamentari di altri paesi come il Regno Unito, l’Irlanda, la Françia, la Germania o l’Austria.

traduzione :  Àngels Fita – AncItalia

Primo ottobre, un anno dopo

Emanuele Valenti      radiopopolare.it    01.10.2018

 

Il primo ottobre del 2017 rimarrà una data chiave nella storia catalana e in quella spagnola. Uno spartiacque. Una frattura che segna un prima e un dopo.

Per gli indipendentisti catalani è il punto di non ritorno. Le violenze della polizia e poi gli arresti dei leader del movimento sono stati l’ultima manifestazione di uno Stato, quello spagnolo, incapace di risolvere i conflitti in maniera democratica. Quindi non c’è alternativa alla secessione.

Per la Spagna – intesa come apparato statale nel suo complesso – il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendenza hanno invece messo a nudo la strategia della leadership indipendentista, che per forzare Madrid alla trattativa ha provocato una pericolosa polarizzazione della società catalana.

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Due visioni, come al solito opposte.

Ma il primo ottobre 2017 ha detto molte altre cose.

Quello catalano è un problema politico che richiede una soluzione politica. Il cambio di governo a Madrid la scorsa primavera, con i socialisti al posto dei popolari, ha riaperto i canali del dialogo. Pedro Sanchez non è Mariano Rajoy e tantomeno Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito di destra nato proprio in Catalogna e proprio in chiave anti-catalana che sta raccogliendo sempre più consensi. Ma di un referendum sull’autodeterminazione i socialisti non vogliono sentir parlare. Dalle loro concessioni – fino a quando rimarranno al governo – dipenderà però il futuro delle relazioni tra Madrid e Barcellona.

Lo stato spagnolo sta accusando una transizione che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il franchismo. I fatti dello scorso autunno hanno scoperto il deficit democratico. La Spagna è una democrazia, ma ci sono alcune zone d’ombra.

Il movimento indipendentista non è fatto solo dai nazionalisti catalani. A differenza di quello che hanno scritto in molti, dietro alla spinta secessionista c’è una profondo senso di comunità e l’adesione a un progetto progressista. Per molti la secessione è l’unico modo per staccarsi da uno Stato nel quale, proprio per quel deficit democratico, non si riconoscono più. In parte il nazionalismo catalano è un nazionalismo civico, che va oltre l’identità nazionale. Un concetto difficilissimo da comprendere.

La leadership catalana si è spinta fino in fondo convinta che alla fine lo stato spagnolo avrebbe accettato di negoziare. Così non è stato. La sua strategia non era ben definita e questo ha messo a rischio la società civile che aveva sposato il progetto della secessione con una continua mobilitazione di piazza, per fortuna pacifica.

L’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta la sua debolezza.

Barcellona ha forzato le tappe anche nella convinzione che Bruxelles avrebbe chiesto al governo spagnolo l’apertura di un negoziato. Ma l’Unione Europea, che ha già molti altri problemi, non è andata oltre il suo status di organizzazione che tiene insieme i singoli Stati nazionali. In realtà la Commissione Europea avrebbe dovuto forzare il dialogo molto prima, evitando così di arrivare al primo ottobre.

Come era già stato evidente nel caso scozzese, i movimenti indipendentisti possono anche essere portatori di progetti progressisti. È difficile da comprendere, a maggior ragione nell’Europa dei populismi, ma in alcuni casi il nazionalismo può essere tranquillamente la bandiera di rivendicazioni democratiche. Non a caso la società catalana, così come quella scozzese, sono fortemente europeiste (basta citare la Brexit). Comprenderlo e accettarlo sarebbe per l’Europa un importante passo in avanti, anche per combattere il populismo dilagante di oggi.

Le comunità autonome spagnole, le nostre regioni, godono, almeno alcune, di una forte autonomia. La Catalogna è tra queste. Ma autonomia amministrativa non vuol sempre dire autonomia reale. Nonostante la decentralizzazione decisa con la costituzione del 1978 lo stato mantiene un forte potere di controllo. Una riforma in senso federale avrebbe evitato lo scontro di oggi. Dovrebbe valere anche per il futuro…

https://www.radiopopolare.it/2018/10/primo-ottobre-un-anno-dopo/

 

 

Scontri tra indipendentisti e polizia

 Euronews       29/09/2018

 

Scontri a Barcellona tra indipendentisti e polizia a due giorni dal primo anniversario del referendum sull’indipendenza della regione.

I separatisti hanno tentato di bloccare una marcia a sostegno della polizia spagnola, gettando polvere colorata sulla barriera di agenti istituita per impedire l’accesso alla strada che porta al quartier generale della polizia spagnola a Barcellona.

Le forze locali hanno usato i manganelli per respingere gli indipendentisti e tenere separati i due gruppi di manifestanti.

Il primo ottobre sarà trascorso un anno dallo storico referendum con cui i catalani votarono a favore dell’indipendenza, che è stato ritenuto illegittimo da Madrid.

 

https://it.euronews.com/2018/09/29/catalogna-scontri-tra-indipendentisti-e-polizia

I legami spezzati

Credo francamente che, indipendentemente da come si evolva il conflitto tra la Catalogna e lo Stato, la Spagna ormai ha perso i catalani.

Suso de Toro   ElDiario.es   21.09.2018

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nastri gialli lungo le strade in Catalogna

 

Ieri ho sentito dire a una scrittrice catalana amica mia, con parole sue, lo stesso che ascoltai un anno fa da un altro amico scrittore, anche lui catalano, le parole che Hannah Arendt pronunciò nella sua ultima intervista: “Il problema personale consistette in quello che fecero i nostri amici, non i nostri nemici “. Si riferiva al silenzio di alcuni e alla complicità di altri conoscenti e amici quando andarono a prendere gli ebrei tedeschi. Questi amici si riferivano a scrittori spagnoli che consideravano amici. Indubbiamente si tratta dell’ingenuità tipica degli scrittori, che in qualche modo ci consideriamo persone speciali e diamo un significato profondo alle emozioni comuni, alla rabbia, all’odio, all’invidia, al desiderio …

Ma si riferivano a legami spezzati per sempre, la sensazione di essere stati abbandonati e traditi. In effetti, parallelamente alla politica, c’è una frattura nella coscienza e una frattura morale. Credo francamente che, indipendentemente da come si evolva il conflitto tra la Catalogna e lo Stato, la Spagna ormai ha perso i catalani. Potranno costringerli a restare ma mai a essere. Il fatto è che non se ne vanno, li hanno cacciati via.

Un paio di giorni fa, TVE ha trasmesso alcune immagini delle cariche della polizia a persone che un anno fa volevano votare, immagini che sono più conosciute in altri paesi che non qui, in Spagna, dove sono state nascoste al pubblico. Un piccolo passo avanti dopo tanti anni di nascondere la realtà e mentire, ma ci vorrà tempo prima che la popolazione spagnola abbia accesso alle informazioni che le sono state nascoste, alla repressione, agli interventi dei servizi segreti, dei giudici, dei pubblici ministeri e della polizia e quando possa anche conoscere la versione dei fatti dell’altra parte potrà farsi un’idea della verità di quanto accaduto in Catalogna negli ultimi anni.

Allora bisognerà dire ad alta voce ciò che tutti sappiamo senza voler sapere, questo Stato non tollera che un individuo eserciti le libertà.

Una settimana si constata un’ovvietà, grazie a questi nuovi media digitali, ed è che l’esercito mantiene la cultura franchista e la riproduce. E un’altra settimana se ne constata un’altra ancora, che la giustizia spagnola è nel suo complesso maggioritariamente fondamentalista, i suoi organi superiori sono palesemente di ideologia antidemocratica e agiscono come attori politici di quell’ideologia.

Le notizie sulla chat dei giudici con i loro insulti e denigrazioni politiche e ideologiche verso i cittadini e i leader democraticamente eletti e apprendere delle indagini irregolari del tribunale numero tredici di Barcellona non fanno che evidenziare quel che tutti sappiamo e non vogliamo dire ad alta voce perché è struggente: questo Stato non è una vera democrazia e non ne abbiamo un altro a portata di mano. Si parla niente di meno del fatto che l’esercito e la magistratura, gli organi statali che dovrebbero proteggerci, in realtà sappiamo tutti che non ci proteggono bensì ci sorvegliano e ci puniscono se vogliamo fare uso della libertà.

Tutti i problemi della Spagna come progetto d’insieme nascono per la stessa ragione, non ci fu una rottura democratica e la “Transizione”, con quel che ci fosse di miglioramento, dopo la correzione in seguito al 23-F e l’era Aznar, andò verso un fallimento come progetto basato in una intesa profonda e condivisa. La Spagna fondata sul regime di Franco e poi la Transizione, ha fallito. Questo fuori della Spagna si sa, ma qui è dura ammetterlo.

Nell’aria c’è un sentimento così carico che spinge le persone a fischiare due tecnici teatrali che ritirano un premio con un nastro giallo nelle asole. Il nastro giallo, così pericoloso da suscitare rabbia, serve a ricordare che ci sono politici eletti democraticamente imprigionati per difendere e praticare le loro idee, come tutti sanno. Che sentimento è quello che piace essere carceriere.

Ma gli abusi e gli eccessi antidemocratici commessi dallo Stato non avrebbero raggiunto quel punto se non ci fosse stato un silenzio fragoroso aggiuntosi a un assenso assordante, un grande   ”schiacciamoli!”. Ancora una volta ci fu una mancanza di vigore civico nella società che facesse fronte a un’operazione statale come quella, per costringere il governo a dialogare invece di reprimere. Sì, il popolo catalano che si mobilitò per votare, oltre ad essere punito e aggredito, si sentì e si sente tutt’ora abbandonato e tradito da quei settori, quelle persone che dovevano difenderlo, o così si augurava, dalle percosse e dal carcere. Offeso ma non sconfitto.

Dovrebbero preoccuparsi per i legami spezzati e non per i nastri gialli.

n.t. in spagnolo legami e nastri è la stessa parola lazos

 

traduzione  Susanna Climent -AncItalia-

 

https://m.eldiario.es/zonacritica/lazos-rotos_6_816878317.html

 

 

Metta “seny”⁽ⁱ⁾, ministro

Jordi Sánchez.   LaVanguardia   17.09.2018

Presidente del Gruppo Parlamentare di “Junts per Catalunya”

Ex Presidente dell’Assemblea Nacional Catalana

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Il Tribunale Supremo ci ha appena negato di nuovo la libertà. Da ieri sono 11 mesi, 335 giorni, che dormo dietro le sbarre. Tutti loro sanno che non c’è alcun reato. Il Codice Penale spagnolo ha depenalizzato sia la celebrazione di un referendum che la secessione pacifica di una parte del territorio. Il primo con il governo di Zapatero, nell’anno 2005, ed il secondo con il presidente González ed il ministro Belloch nell’anno 1995.  E sono in centinaia i professori e magistrati in tutto lo Stato che hanno già affermato che in nessun caso esiste l’ipotesi di violenza che la ribellione richiede. E malgrado tutto, la prigione persiste.

Pochi giorni fa il ministro Borrell si è unito a quelle voci che cercano di comprendere le decisioni prese. Ha dichiarato che preferirebbe la nostra libertà ma afferma di comprendere i motivi dei magistrati del Supremo. La questione è, Sig. Borrell, che non è vero che io sia rinchiuso in carcere perché il presidente Puigdemont si trovi a Waterloo.

In un giorno come ieri di 11 mesi fa è stata disposta la carcerazione preventiva nei miei confronti quando ancora nessuno era partito per l’esilio, né alcun membro del governo era stato chiamato a dichiarare. Comprendo perfettamente che cerchi motivi per giustificare la nostra reclusione. Le cose difficili da spiegare devono essere giustificate ripetutamente, lo sappiamo tutti. Ciò nonostante, le cose ingiustificabili non potranno mai essere spiegate.

Nella logica di un uomo democratico non è facile trovare delle ragioni davanti a tale sproposito. E nemmeno nella coerenza del diritto penale. Lei è un gran professionista della politica ed è rinomato per le sue molte risorse che le permettono di cavarsela durante gli scontri dialettici. Ma davanti ad uno scandalo di tale portata, anche i più brillanti oratori si trovano in impaccio.

Comprendo che abbia difficoltà nel giustificare la prigione, ma le chiedo modestamente di non mentire.  Non deve più dire che siamo in prigione per colpa di quelli che si trovano in Belgio, Scozia o Svizzera. Perché lei sa che ciò non corrisponde alla verità. I fatti cronologici smentiscono quest’affermazione, e dalla prospettiva dell’applicazione del diritto penale Lei dovrebbe sapere che la privazione della libertà non può essere applicata contro una persona per il presunto comportamento di terzi.

Tutti quelli che siamo in carcere, assolutamente tutti, ci presentammo volontariamente quando ci chiamarono. La maggior parte di noi due volte, come Cuixart ed io stesso, che siamo comparsi davanti al giudice il 6 ottobre e di nuovo dieci giorni dopo, il 16 ottobre, rispondendo sempre alle ordinanze del giudice Lamela. E lo stesso Jordi Turull, Carme Forcadell, Raül Romeva, Dolors Bassa e Josep Rull, che si presentarono la prima settimana di novembre e successivamente il 23 marzo. E sono convinto che anche Oriol Junqueras e Joaquim Forn avrebbero fatto esattamente lo stesso che avevano fatto il 2 novembre (presentarsi volontariamente) se avessero avuto la possibilità di uscire in libertà e fossero stati nuovamente citati a dichiarare.

Mi sono presentato. E così farei anche il giorno del processo se prima fossi lasciato in libertà. Non ho paura. La prigione non mi piace e mi addolora soprattutto per la mia famiglia. Però difenderò, ovunque serva, i diritti e le libertà calpestati. E quando toccherà lo farò in tribunale. Se rimango in carcere mi porterà la Guardia Civil. Se fossi in libertà ci andrei di mia volontà.

La mia libertà ha un valore infinito per me, ma la difesa della libertà d’espressione e del diritto a manifestare pacificamente ha un infinito valore per milioni di persone, non solo della Catalogna ma di tutta la Spagna. Così come ce l’ha, e lo difenderò, il diritto a votare liberamente per potere decidere collettivamente il futuro politico del paese.

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L’Anc e Omnium hanno organizzato, ieri sera, una scrittura di lettere per chiedere la libertà di Jordi Sànchez y Jordi Ciuxart

Sono in prigione da 11 mesi per avere osato criticare e protestare contro un’azione giudiziaria. Per aver esercitato il diritto di manifestare e di libertà d’espressione. Sempre pacificamente. Manifestazioni, come nell’ultima Diada (giornata nazionale della Catalogna), tanto civiche quanto massicce. Per questo sono in prigione. Perché non possono incarcerare 2.000.000 di cittadini. Perché non ci sono carceri a sufficienza per così tanta democrazia malgrado il desiderio di alcuni giudici di farci tacere tutti definitivamente. Lo scandalo di questo processo giudiziario finirà per divorarli. Lei che può, Signor Ministro, aiuti a mettere “seny” (1). Lei che è un uomo di cultura, non dimentichi che permettere che la gente voti, si esprima e manifesti pacificamente è l’essenza della democrazia.

traduzione  Esther Sagrera – AncItalia

 

(1) N.d.T.                Espressione catalana, el seny (una sola parola traducibile in “buon senso/giudizio/sensatezza/raziocinio” che unisce tutte queste accezioni) significa la ponderazione mentale, o sana capacità mentale che ci predispone ad una giusta percezione, valutazione, comprensione ed azione.

https://www.lavanguardia.com/politica/20180917/451843327832/opinion-jordi-sanchez-seny-ministro.html?