Se gli spagnoli vogliono la rissa, gli scozzesi saranno ben felici di accontentarli

Madrid vuole processare una docente universitaria catalana per  sedizione, ma la Scozia non la lascerà andare senza combattere. Lo hanno nel sangue.

Kevin McKenna      TheGuardian   08.04.2018

 

 

Qualcosa nel DNA della Scozia sembra indicare che in materia di conflitti umani – a differenza della Svizzera – il nostro ruolo non è “stare alla finestra”. Le parole di Vernon Johns, mentore di Martin Luther King, andrebbero incise negli aeroporti, sui muri dei corridoi che accolgono i turisti in Scozia: “Quando vedi una lotta giusta buttatici” Io non ho niente contro la Svizzera, ma mi sono sempre chiesto come possa un paese rimanere “neutrale” quando il nazismo sta brutalizzando con i suoi orrori tutti i paesi intorno.

Una “neutralità” che però non ha impedito alla Svizzera di fornire un rifugio sicuro per l’oro saccheggiato dai nazisti. E, adesso che ci penso, mi rendo che invece ho un bel po’ contro la Confederazione Elvetica. Probabilmente gli svizzeri guardano noi scozzesi pensando: “Che branco di delinquenti”, e a me fa piacere. Per la Scozia la neutralità è un concetto alieno. Davvero quando vediamo una lotta giusta “ci buttiamo dentro”. E siamo anche ben contenti di esportare la nostra aggressività.

Non saprei dire con certezza da dove viene la bellicosità virtuosa degli sc

ozzesi. E devo ammettere che non sempre è stata messa al servizio degli ideali più nobili. Nel settecento e nell’ottocento c’erano alti ufficiali scozzesi che combattevano per e contro Napoleone. Il celebre navigatore scozzese John Paul Jones ha fondato la Marina degli Stati Uniti ed è onorato in Russia per aver architettato una famosa vittoria navale di Caterina la Grande.

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L’incarnazione più perfetta dell’amore degli scozzesi per una lotta buona e giusta è probabilmente Thomas Cochrane, Conte di Dundonald. Cochrane morì nel 1860 dopo una vita dedicata a seminare il caos geopolitico in molti paesi e qualche continente. Combatté nelle guerre napoleoniche e l’Imperatore gli attribuì l’elegante soprannome di “Le Loup de Mer”, il lupo di mare.

In Cile e in Brasile è ricordato e amato per aver contribuito a guidare le truppe ribelli durante le rispettive guerre di liberazione. Mentre era impegnato in questi atti di virtuosa violenza, in una pausa tra i combattimenti trovò anche il tempo di fare un salto in Perù e aiutare il paese a ottenere l’indipendenza. Cochrane aveva un cuore puro, rabbioso, ribelle. Non molti anni dopo queste imprese, diversi scozzesi combatterono per gli americani nella Rivoluzione texana del 1835-36.

Nel Parco della Rimembranza che ricorda la battaglia di Alamo, momento cruciale di quel conflitto, sorge un obelisco di pietra in memoria degli scozzesi che combatterono e morirono con Davy Crockett e Jim Bowie negli scontri con il crudele López de Santa Anna.

 

Per centinaia di anni prima della battaglia di Culloden, siamo vissuti in uno stato di guerra quasi permanente.

A volte mi chiedo se la sconfitta finale delle truppe giacobite nel 1745 abbia qualcosa a che vedere con tutto questo vagare per il mondo in cerca di una bella occasione di menare le mani. Tra le imprese di William Wallace, di Robert Bruce e del Giovane Pretendente, per centinaia di anni prima di Culloden siamo stati praticamente sempre in guerra.

Anche gli intervalli di pace tra un exploit bellico e l’altro erano tutt’altro che pacifici, poiché i clan combattevano tra di loro per la supremazia e il potere. Dopo il giro di vite che seguì il 1745, gli scoppi di violenza vennero soffocati in maniera rapida e brutale. E io mi dico che, forse, un’intera generazione di uomini abituati da sempre a dover combattere per ogni cosa non ce la faceva a sopportare la pace e la tranquillità domestiche e quindi se ne andava allegramente a partecipare alle ribellioni altrui.

In un tribunale di Edimburgo questa settimana e la prossima, la Scozia si ritroverà una volta di più implicata nella lotta giusta di un altro paese. Il mandato di cattura europeo con il quale il governo spagnolo, sempre più squilibrato e reazionario, sta tentando di estradare la docente universitaria Clara Ponsatí accusata di ribellione violenta sta incontrando una decisa resistenza da parte degli scozzesi.

La sessantunenne docente di economia della St Andrews University ha contribuito a organizzare un pacifico referendum per l’indipendenza della sua natia Catalogna e, successivamente, ha partecipato al governo catalano nella sua breve esistenza. L’accusa di ribellione violenta segue le terribili scene in cui si vedevano branchi scatenati di inermi cittadini catalani prendere a testate gli scudi e i manganelli della polizia provocando gravi traumi ai poveri ragazzi in equipaggiamento da sommossa.

La risposta dell’Unione Europea alla violenta repressione di un atto di democrazia pacifico da parte della Spagna era prevedibile: “Voi continuate a pagare le vostre quote e noi faremo finta di non vedere.” Nessuno degli stati membri ha dimostrato una gran voglia di chiedere alla Spagna ragione della violenza esercitata e delle severe pene comminate ai leader dell’indipendenza catalana.

Nessuno ha domandato: “E allora perché avete insistito con la repressione violenta quando avreste semplicemente potuto ignorare il referendum e decidere di non riconoscerlo?”

Il destino di Clara Ponsatí dipenderà dall’impegno del suo avvocato scozzese, Aamer Anwar, dalla rigida applicazione della legge scozzese e da un sistema legale le cui origini risalgono al dodicesimo secolo. In quel tribunale di Edimburgo non si giudicherà il comportamento della docente catalana bensì la condotta di un paese in cui, a quanto sembra, aleggia ancora lo spettro del generale Franco, un altro leader spagnolo che si è macchiato di violenze contro il suo stesso popolo.

Durante la guerra civile spagnola, 549 volontari scozzesi combatterono Franco e i suoi fascisti dopo che il generale si era ribellato contro l’esito di una votazione democratica. I volontari erano sostenuti dai fondi raccolti nella campagna popolare Aid for Spain in Scozia, a quei tempi una delle principali fonti di finanziamento della repubblica.

Oltre 80 anni dopo, un altro fondo popolare scozzese sta aiutando la cittadina adottiva Ponsatí a sfuggire alle grinfie dei successori di Franco. E il consiglio di Vernon Johns a Martin Luther King è più attuale che mai.

  • Kevin McKenna è editorialista dell’Observer

 

https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/apr/08/spain-scotland-catalonia-eu-extradition-mckenna-ponsati-independence-sedition

 

Il dibattito sulla situazione in Catalogna irrompe all’ONU


Maria Macià – El Nacional.cat – Barcelona. 16 marzo 2018

Foto: UN Photo / Jean-Marc Ferré foto1

 

 

La sede delle Nazioni Unite di Ginevra accoglierà per la prima volta una maratona di dibattiti sulla situazione catalana. Dopo aver reso pubbliche le numerose denunce di violazioni di diritti umani in Catalogna da parte dei poteri dello Stato spagnolo, la questione arriva ora all’organismo internazionale.

Sarà la prossima settimana, nell’ambito del 37° periodo di sessioni del Consiglio dei Diritti Umani, quando si terranno diversi dibattiti e tavole rotondo. Saranno trattate alcune tematiche come la regressione dei diritti umani in Spagna, da una parte, e il diritto all’autodeterminazione, dall’altra. Parallelamente, saranno celebrati altri eventi fuori dalla sede vincolati con gli stessi temi.

Oltre agli esperti che interverranno nelle conferenze, vi parteciperanno dei membri del governo in esilio a Bruxelles insieme ai familiari dei prigionieri politici. Al momento, il presidente Carles Puigdemont ha già confermato la propria presenza a due eventi fuori dall’ONU, domenica e mercoledì, e anche la ministra catalana Meritxell Serret parteciperà martedì ad una tavola rotonda, insieme alla compagna di Jordi Cuixart, Txell Bonet.

D’altra parte, Anna Gabriel, residente nella capitale svizzera da quando si è esiliata circa un mese fa, non ha confermato ancora la presenza ad alcun evento.

Lunedì: la regressione dei diritti umani

Il primo atto nella sede dell’ONU si terrà lunedì alle 13.30 ore. L’Istituto dei Diritti Umani della Catalogna insieme ad altre piattaforme ha organizzato il dibattito “Human Rights regression in Spain”. L’obiettivo dell’evento è dibattere con diversi esperti sulla situazione attuale di involuzione dei diritti umani nello Stato spagnolo, mettendo l’accento sul caso della Catalogna.

Vi parteciperanno differenti esperti, come lo specialista nella protezione del diritto alla libertà di riunione Michael Hamilton; il pubblico ministero e magistrato emerito del Tribunale Supremo spagnolo José Antonio Martín Pallín e l’avvocatessa penalista specializzata in diritti umani Anaïs Franquesa. Ci saranno anche il Difensore dei Cittadini della Catalogna Rafael Ribó e la docente di Diritto Internazionale Pubblico e di Rapporti Internazionali, dott.ssa Margalida Capellà. In rappresentazione delle famiglie dei prigionieri politici catalani ci sarà la sig.ra Laura Masvidal, dell’Associazione Catalana per i Diritti Civili.

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Martedì: il diritto all’autodeterminazione

Il giorno successivo, martedì (12.30 h), l’agenda continua con una conferenza sul Diritto all’autodeterminazione nel XXI° secolo, moderata dall’europarlamentare di ERC Jordi Solé e con la partecipazione di Nicolas Levrat, docente all’Università di Ginevra; Jaume López, docente dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, e Alfred De Zayas, esperto indipendente dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite.

Nel pomeriggio (15.00 h) avranno luogo due tavole rotonde sulle Violazioni di diritti fondamentali nell’Unione Europea: il caso catalano. Una conterà con la partecipazione della consigliera per l’Agricoltura, Meritxell Serret, oltre alla compagna di Jordi Cuixart, Txell Bonet, che spiegheranno l’esperienza di esiliati e prigionieri politici nell’Europa di oggi. L’altra tavola, sul ruolo dell’UE nella protezione dei diritti umani, sarà formata dall’avvocatessa Rachel Lindon, del team di giuristi che hanno portato il caso di Sànchez, Cuixart e Junqueras davanti ai tribunali ONU, insieme all’europarlamentare Lynn Boylan, membro della piattaforma per il Dialogo UE-Catalogna.

La sfida dell’assistenza di Puigdemont

Nell’ambito del Consiglio per i Diritti Umani, ma fuori dalla sede ONU, se organizza il Festival di Cinema sui Diritti Umani (FIFDH), il principale evento internazionale dedicato a questo tipo di cinema. La prossima domenica 18 marzo, nella giornata di chiusura, accoglie un dibattito sull’indipendenza della Catalogna con il presidente Puigdemont come ospite speciale. Il dibattito avrà luogo dopo la proiezione del film “Catalogne: l’Espagne au bord de la crise de nerfs” (Catalogna: la Spagna sull’orlo di una crisi di nervi).

Tre giorni dopo, mercoledì 21, il presidente pronuncerà una conferenza sull’indipendenza e l’autodeterminazione nell’Europa del XXI° secolo presso il Graduate Institute di Ginevra, l’università di rapporti internazionali più antica di Europa. La conferenza, include un dibattito che sarà moderato dal corrispondente della BBC, Imogen Foulkes.

Il viaggio di Puigdemont e Serret in Svizzera per assistere a questi eventi ha fatto scattare tutti gli allarmi al pubblico ministero spagnolo, che ha già chiesto di studiare la possibilità di chiedere il loro arresto e successiva estradizione e/o la limitazione del passaporto.

Finora, il portavoce dell’Ufficio Federale di Giustizia della Svizzera, Folco Galli, ha detto che non esiste alcuna possibilità di portare avanti un’iniziativa del genere nel paese elvetico.

traduzione Àngels Fita-ANC Italia

https://www.elnacional.cat/ca/politica/debat-catalunya-onu-drets-humans_248460_102.html

Catalogna : l’insostenibile follia dello status quo

Alessandro Sahebi   Affaritaliani.it   08.11.2017

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Cinismo e pugno di ferro. La ricetta di Mariano Rajoy per la Catalogna sembrerebbe, agli occhi di un osservatore esterno, avere avuto i suoi effetti: l’incarcerazione di sette ministri e la ritirata strategica di Carles Puigdemont in Belgio appaiono infatti ai più come il tramonto di una vicenda che per qualche giorno ha tenuto con il fiato sospeso l’intera Europa e i suoi assetti. Ciò nonostante la strategia del governo centrale spagnolo tutto può rivelarsi fuorché il frutto di un abile ingegno diplomatico e quella che sul campo di battaglia sembrerebbe poter essere letta come una travolgente vittoria potrebbe trasformarsi, in poco meno di due mesi, in un temibile autogol.

Da una parte ci siamo noi, che osserviamo. Ridiamo, confezioniamo meme e ci godiamo i quotidiani sviluppi di una storia che sembra essere stata scritta sul copione di una tragi- commedia politica di serie B. Dall’altra, tuttavia, c’è un popolo. Un popolo che l’1 ottobre ha visto la ragion di Stato trasformarsi in abuso (come ammesso dallo stesso governo spagnolo), un popolo che vede i suoi rappresentanti incarcerati ed esiliati, ricordati come i numerosi eroi politici catalani di epoca franchista. C’è un popolo che ha vissuto sulla propria pelle la pressoché totale ottusità di Madrid e dei suoi rappresentanti, il furto della propria autonomia. Le aziende non fuggono dalla Catalogna, lo sanno bene i catalani. Scappano le sedi centrali ma qualsiasi buon economista sa che il capitalismo globalizzato, oggi, non ha confini se si tratta di profitti. E lo sa bene l’Europa, silenziosamente imbarazzata i primi giorni delle violenze a Barcellona, ben più decisa nelle settimane successive.

Una presa di posizione fedele alla Spagna che a Bruxelles sanno bene di non poter tenere ciecamente se dalle urne, il 21 dicembre, i movimenti indipendentisti avranno la meglio. Mitizzazione del leader politico Puigdemont, assenza di ascolto e pugno di ferro in cabina elettorale potrebbero essere dei veri e propri boomerang per Mariano Rajoy e potrebbero riconfermare, nonostante tutto, le istanze indipendentiste dei catalani. A quel punto il nostro cinismo, la nostra ironia e il nostro pragmatismo non potranno fare altro che i conti con la loro volontà.

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La follia dello status quo sta nell’ignorare totalmente il cambiamento. Lo Stato è un concetto pre-democratico messo in discussione dalle spinte locali da una parte, dall’europeismo dall’altra. Ripensare gli assetti non è una pazzia, la pazzia è pensare che non siano soggetti al corso della storia. In questa ottica essere in grado di assorbire gli shock senza chiudersi in una cieca visione ancorata al passato è una sfida che, soprattutto in quest’epoca di sconvolgimenti politici e sociali, l’Europa deve affrontare con coraggio e con la consapevolezza che nel corso della sua storia, lunga o corta che sia, ne incontrerà con certezza in continuazione.

La risposta, darwiniana se volete, è sapersi evolvere. Se non teniamo aperta la porta del cambiamento ci chiudiamo nello stagno delle nostre sicurezze. A quel punto i casi sono due: o la porta chiusa verrà sfondata, travolgendoci, o diventeremo stagno. E nello stagno tutto muore.

http://www.affaritaliani.it/esteri/catalogna-l-insostenibile-follia-dello-status-quo-508630.html

Esperto indipendente delle N.U. sollecita il Governo spagnolo a ribaltare la decisione di sospendere l’autonomia in Catalogna

UNITED NATIONS

HUMAN RIGHTS

office of the high commissioner

Considero deplorevole la decisione del Governo spagnolo di sospendere l’autonomia catalana. Questa azione costituisce una battuta d’arresto nella tutela dei diritti umani, incompatibile con gli articoli 1, 19, 25 e 27 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (PIDCP). Conformemente agli articoli 10 (2) e 96 della Costituzione spagnola, i trattati internazionali costituiscono la legge del territorio e, pertanto, la legge spagnola deve essere interpretata in conformità ai trattati internazionali.

Rifiutare a un popolo il diritto di esprimersi sulla questione dell’autodeterminazione, negando la legittimità di un referendum, utilizzare la forza per evitare lo svolgimento di un referendum e annullare l’autonomia limitata di un popolo come punizione, costituisce una violazione dell’articolo 1 del PIDCP e del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. In alternativa, affrontare l’aspirazione dei popoli all’autodeterminazione in modo tempestivo è una misura importante per la prevenzione di conflitti, come dimostrano le innumerevoli guerre verificatesi dal 1945 che hanno avuto la loro causa nel rifiuto dell’autodeterminazione. Dobbiamo incoraggiare il dialogo e la negoziazione politica per prevenire la violenza.

Il governo spagnolo sembra invocare il principio dell’integrità territoriale per giustificare i tentativi energici di silenziare il dissenso politico e e le aspirazioni di autodeterminazione. Sebbene il principio dell’integrità territoriale è importante, come si intende in molte Risoluzioni delle Nazioni Unite, incluse le Risoluzioni 2625 e 3314 dell’Assemblea Generale, esso è destinato ad essere applicato esternamente per vietare minacce o incursioni straniere nell’intergrità territoriale degli Stati sovrani.

Questo principio non può essere invocato per calmare il diritto di tutte le persone, garantite dall’articolo 1 dei Patti Internazionali sui Diritti dell’uomo, a esprimere il loro desiderio di controllare il proprio futuro. Il diritto alla libera determinazione è un diritto dei popoli e non una prerrogativa degli Stati da concedere o rifiutare. In caso di conflitto tra il principio di integrità territoriale e il diritto umano all’autodeterminazione, è quest’ultimo a prevalere.

Naturalmente, ci sono molti popoli in tutto il mondo che aspirano all’autodeterminazione, sia interna in forma di autonomia o esterna, in forma di indipendenza. E, sebbene la realizzazione dell’autodeterminazione non sia automatica o auto-esecutiva, è un diritto umano fondamentale che la comunità internazionale dovrebbe aiutare ad implementare.

Il diritto internazionale per l’autodeterminazione è progredito ed è andato ben oltre la semplice decolonizzazione. Applicando i 15 criteri contenuti nel mio rapporto del 2014 (paragrafi 63-77), è evidente che nessun Stato può utilizare il principio dell’integrità territoriale per negare il diritto di autodeterminazione e che gli argomenti sulla legalità delle azioni intraprese dal parlamento eletto della Catalogna sono immateriali. Dette argomentazioni non annullano il carattere “ius cogens” dell’autodeterminazione.
L’unica soluzione democratica, allo stato attuale, è quella di sospendere le misure repressive e organizzare un referendum per determinare i veri desideri della popolazione in questione. Detto referendum dovrebbe essere sorvegliato dall’UE, dall’OSCE e da osservatori privati, incluso il Centro Carter.

Alfred de Zayas.

traduzione  Àngels Fita-ANC Italia            Fonte : http://www.ohchr.org

Michela Murgiamichela murgia

Ieri la magistratura spagnola ha arrestato i membri dell’esecutivo catalano con accuse da regime totalitario: sedizione, ribellione e la ridicola malversazione. Da ieri 7 ministri catalani e il vicepresidente Oriol Junqueras sono prigionieri politici e forse adesso, alla luce del delirio giustizialista spagnolo, magari qualche commentatore locale capirà meglio perché il presidente Carles Puigdemont i Casamajó ha scelto di garantire ai catalani anche una rappresentanza senza manette a Brusselles. Queste le sue parole di oggi, dritte al cuore di un’Europa che per convenienza sta girando la faccia dall’altra parte. Mentre le pronunciava, un tribunale spagnolo spiccava il mandato di arresto anche per lui. Non chiudiamo gli occhi davanti a questa repressione.

“Questo arresto rompe i principi basilari della democrazia. Invece di scommettere sul dialogo scommettono sulla repressione. Le elezioni (del 21 dicembre, ndr.) si celebreranno in un clima di repressione e arresti. Chiedo la libertà dei ministri e di Junqueras. Chiedo la fine della repressione politica. Ci aspetta una repressione lunga e feroce. Non possiamo sbagliare. Dobbiamo combattere senza violenza, con la pace e il rispetto. Dietro le sbarre il governo legittimo di Catalogna è più degno dei suoi illusi carcerieri”.

 

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