Dei senatori francesi …

«Nellottobre del 2017 no cera nessun senatore francese che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Ora quarantuno di essi sottoscrivono pubblicamente un documento, ben sapendo che ciò creerà loro problemi, ma incapaci di continuare a tacere».

Di  Vicent Partal    VilaWeb.cat  25.03.2019

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il senato francese

In questi giorni c’è molto nervosismo. Si sente nell’aria. Credo che ciò sia dovuto soprattutto alla combinazione di processo ed elezioni, sebbene io abbia l’impressione che questo non spieghi tutto.

Per quanto concerne il processo, e questa sequela irritante di menzogne e mentitori, ieri Joan Ramon Resina ha spiegato in modo egregio il meccanismo perverso che vogliono attribuirci (quello della pretesa violenza esercitata dai catalani in occasione del referendum, ndt). Per cui, a questo proposito, mi limiterò a consigliarvi di leggere il suo articolo, se ancora non lo avete fatto.

Per quanto riguarda le elezioni, la cosa è apparentemente più complicata. Uno degli anacronismi della nostra epoca è che la politica ancora va a un ritmo scandito ogni certo numero di anni dalle elezioni, mentre la vita, tutta, va a un ritmo scandito dai minuti. Lo scarto è terribile. La democrazia rappresentativa non ha trovato il modo, o non vuole trovarlo, di trasformarsi in un flusso continuo, in una democrazia permanente, che cambi al ritmo in cui cambiano quasi tutte le cose della vita. No. La democrazia formale continua a essere ingessata, affannandosi a fare la foto del paese che abbiamo in un minuto determinato, di un determinato giorno, quello delle elezioni. Sapendo che per sfortuna puoi perdere due seggi o per un colpo di fortuna conquistarli. Poi solamente occorrerà resistere il resto del tempo, senza conoscere né voler conoscere quale sia la realtà.

Per questo i politici si angosciano tanto all’arrivo delle elezioni. Tutto il lavoro di anni finisce per dipendere dalla immagine che riesci a trasmettere durante la campagna elettorale. E da piccoli dettagli che fanno sì che le cose cambino senza che tu possa controllarlo.

Però nell’articolo che pubblichiamo oggi vi spieghiamo che in realtà le elezioni non sono tanto mutevoli come sembra. Alla Catalogna sono attribuiti 48 seggi in Parlamento per le elezioni spagnole e, a dir tanto, se ne muovono una dozzina. Per la Comunità valenciana ce ne sono 32, forse 6 in gioco. E, nelle Isole Baleari, con 8 seggi praticamente non si può muovere nulla. Ora, questa ventina di seggi che si muovono in totale nei Paesi Catalani farà la differenza a livello di propaganda: tra dimostrare per quattro anni (quattro in teoria…) che il tuo partito è il più importante o dover lottare per far vedere che quel che è successo  non è affatto un fallimento. A questo proposito, tra quelli consigliati, non vi fate sfuggire  l’articolo di Marta Rojals, che ci regala il suo acuto punto di vista nella rubrica del martedì (Vilaweb, quotidiano online, ndt): ‘Vox non mi minaccia più di quanto non mi abbia già minacciato il tripartito  “democratico” del 155.’

Tornando all’editoriale: questo significa che in realtà non si muove nulla? Niente affatto. L’opinione pubblica è un oceano con correnti profonde e correnti superficiali. Quelle superficiali fanno molto rumore e sono ben visibili, ma alla fin fine sono quelle profonde a regolare davvero il sistema. Le correnti superficiali sono più facili da modellare e, per esempio, se hai alle spalle uno stato con tutta la capacità che questo implica, puoi dare l’impressione che qualcosa sia come tu dici che è.  Sotto la superficie, però, la corrente profonda segna in modo significativo e questo già non è tanto facile da modificare.

Domenica, per esempio, quarantuno senatori francesi hanno sottoscritto un appello, impeccabile, a supporto della Catalogna, della Catalogna del sud. Questa. Chiedono al loro governo e all’Unione europea di fermare l’agitazione che la Spagna sta causando con la violazione dei diritti civili e di lavorare per una soluzione negoziata alla crisi. E lo fanno con  precisione, sapendo quel che dicono e come lo dicono. Quarantuno senatori, di tutti i partiti rappresentati alla camera e di tutto l’Esagono.

La reazione dei fautori del nazionalismo spagnolo (favorevole alla uniformità politica in seno allo stato) è stata a tutta prima di farsene beffa. Atteggiamento tipico per loro. Poi di chiedere quanti senatori non avessero sottoscritto il manifesto o di qualificarli come estremisti. Insomma di sminuire la portata dell’iniziativa. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Però, qualche ora più tardi, il governo spagnolo, visibilmente allarmato, ha richiesto una rettifica al Ministro degli Affari esteri francese, sottovalutando come sempre la separazione dei poteri, e l’’illustre’ Borrell ha organizzato una nuova polemica diplomatica – non lo potremo mai  ringraziare abbastanza per il servizio reso alla causa (catalana, ndt).

Con l’una e l’altra cosa, e con il supporto entusiasta di Manuel Valls, la Spagna ha provato a smuovere le acque in superficie per parare il colpo e far vedere, al suo mercato interno, che controlla la situazione. Questo, però, non altera la corrente in profondità e il cambiamento di atteggiamento della classe politica francese, come tante altre cose che succedono, se visto dalla prospettiva di solo qualche mese prima, è impressionante.

Perché veniamo da un periodo in cui la Spagna era solamente uno stato membro dell’Unione Europea e ciò faceva sì che tutti la considerassero un paese standard     del gruppo, uno dei tanti. Però il primo di ottobre ci hanno aggredito con immagini che hanno fatto il giro del mondo destando sorpresa. Hanno mandato   in prigione e in esilio il governo del paese e il suo presidente. Hanno negato la politica (per risolvere il conflitto, ndt) nell’Europa del secolo XX. Hanno parlato e parlano ancora di proibire. Disprezzano la giustizia europea che in quattro giurisdizioni differenti li ha smascherati. Reagiscono  rumorosamente e senza remore ogni qualvolta qualcuno glielo fa notare. Esercitano pressioni su chiunque con minacce indegne di un paese partner. E abituati  – perché questo è stata la transizione – a giocare al limite delle acque di superficie e niente più, non si rendono conto di come cambi la percezione che l’Europa ha del nostro caso, né di quel che facciamo né, soprattutto, di come lo facciamo. Né di come la visione idilliaca che gli europei avevano della Spagna venga distrutta – se già non lo è stata – da loro stessi.

Nell’ottobre del 2017 non c’era nessun senatore francese, nemmeno uno, che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Adesso, quarantuno di loro appongono una firma, ben sapendo che ciò complicherà loro le cose, come si è visto immediatamente, però incapaci di resistere più oltre in silenzio.  Un anno e mezzo di strenua resistenza di questo paese non è passato inosservato. Cosa, e con ciò concludo, che mi sembra che dovrebbe placare e far riflettere anche i nostri politici, ossessionati al momento dal pensiero di vedere chi ottiene un seggio in più o in meno. Rendendosi meschini.

traduzione  Raffaella Paolessi

https://www.vilaweb.cat/noticies/senadors-francesos-editorial-vicent-partal/

 

“Non può essere che l’Italia e l’Europa non facciano nulla contro questo processo vergognoso”

Intervista a Luca Cassiani, deputato del Partito Democratico nel Consiglio Regionale del Piemonte, promotore della risoluzione che chiede all’Italia e all’Unione europea di intervenire in Catalogna e che i prigionieri siano liberati

di: Roger Cassany – Giornalista         mercoledì 3 aprile 2019

Pubblicato originariamente sul sito web catalano VilaWeb.cat

 

Il Consiglio Regionale del Piemonte ha approvato una risoluzione che chiede la libertà dei prigionieri politici catalani. Non è una mozione qualunque, perché oltre ad essere approvata quasi all’unanimità (un solo deputato dell’estrema destra ha votato contro), chiede anche all’Italia e all’Unione Europea di intervenire in Catalogna. Il promotore di questa mozione è Luca Cassiani, deputato del Partito Democratico, che era a Barcellona nel giorno del referendum e rimase scioccato quando vide la polizia sbattere contro i cittadini che volevano votare. “È incredibile, dove si è visto? Questo è vero per i regimi autoritari e basta”. Quando apprese che i membri del governo catalano erano accusati di ribellione e che potevano essere condannati a più di vent’anni di carcere per aver convocato il referendum, semplicemente non poteva crederci . “Questo processo non è solo un’aggressione a un gruppo di politici e al popolo catalano, che ha scelto un governo ora processato, ma è un’aggressione a tutti i cittadini europei, ai diritti europei”, spiega.

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Luca Cassiani

Ecco perché, non appena pubblicato il manifesto degli intellettuali e dei politici italiani chiedendo la libertà dei prigionieri*, di cui Cassiani è uno dei primi firmatari, è passato all’azione e ha presentato questa mozione al consiglio regionale piemontese . Allo stesso tempo, ha chiesto a più consigli regionali italiani di sottoporre al voto la stesa mozione. Parliamo di questa risoluzione, delle implicazioni che può avere in Italia e in Europa e di come la repressione contro la Catalogna venga vissuta in Italia.

  • Hai promosso ed è stata approvata nel Consiglio Regionale del Piemonte di cui sei membro una mozione che chiede la libertà dei prigionieri politici e l’intervento dell’Italia e dell’Unione europea in Catalogna. Non è questione di poco …

– Partiamo dalla base, nessuno dovrebbe andare in prigione per aver fatto un referendum. Nel giorno del referendum ero a Barcellona, dove ho dei buoni amici. Ho visto gli anziani e i nipoti in fila per ore per andare a votare. Ho visto le emozioni e un atteggiamento assolutamente pacifico. Come può essere inviata la polizia contro queste persone? È vergognoso. Ho foto e video. Mi hanno intervistato, sia per la televisione catalana che per i media italiani, alcuni in diretta. Colpire le persone che votano … È incredibile, dove si è visto? È soltanto proprio di regimi autoritari. Seguo molto questo argomento ed è per questo che ho deciso di promuovere questa risoluzione che ora abbiamo approvato, perché è incredibile che la democrazia sia negata in questo modo in Europa.

  • Chi ha votato a favore della risoluzione del Consiglio?

-Tutti i gruppi. Il Partito Democratico, che è il mio; il 5 stelle; Liberi Uguali; Forza Italia; e anche la Lega. Ha votato solo contro un deputato, dall’estrema destra, dall’Alleanza Nazionale-Fratelli d’Italia, un gruppo che ora è chiamato il Movimento nazionale per la sovranità, e che nella vostra casa sarebbe equivalente a Vox. Quando abbiamo fatto il dibattito nel Consiglio, ha fatto un discorso con una forte difesa dell’unità di Spagna, ma ho risposto che abbiamo chiesto una soluzione diplomatica e un intervento delle istituzioni italiane ed europee sulla situazione che si vive in Catalogna, oltre alla libertà dei prigionieri, che l’unica cosa che hanno fatto era applicare la democrazia. Rimase solo lui a votare contro. È più che ovvio che le persone non possano essere imprigionate per opinioni politiche e idee. In Europa non può succedere che un politico eletto dai cittadini europei possa passare vent’anni in prigione per avere permesso ai suoi cittadini esprimersi democraticamente. L’Europa non può tollerare che ciò accada nel suo territorio. Mi sembra di base.

  • È stato il tuo partito, il PD, la sinistra italiana, che ha firmato questa risoluzione …

– Sì, ho molte relazioni con Gianni Vernetti, ex senatore ed ex segretario agli Esteri del governo Prodi. È stato con lui che ho parlato per la prima volta. Abbiamo entrambi firmato il manifesto italiano a sostegno dei prigionieri. E infatti avrei portato questa risoluzione all’assemblea, al Consiglio, prima, un mese o due fa, ma parlando con lui, abbiamo visto che per quello che ci dicevano i giornalisti era più conveniente farlo dopo aver pubblicato il manifesto. Ed è per questo che lo abbiamo fatto ora, all’ultimo atto del Consiglio, perché ora è quasi fermo fino alle elezioni del 26 maggio, amo elezioni regionali.quando, oltre a quelle europee, facci

  • La risoluzione richiede che il governo italiano si manifesti …

– Sì, a fini politici il Consiglio regionale piemontese chiede che il Governo italiano faccia quanto necessario per consentire alle istituzioni europee di concentrarsi sulla Catalogna, agire e intervenire.

  • Lo farà questo, il governo italiano?

– Avviamo fatto la richiesta formale perché questo accada e il governo italiano, almeno, deve dare una risposta. Ma tieni presente che, sfortunatamente, il ritmo dell’amministrazione è lento e che prima non arrivi a Roma e il governo faccia qualcosa, ci possono volere molti giorni. E qui in Catalogna qual è la situazione?

  • Siamo a pochi giorni dall’inizio della campagna elettorale e, soprattutto, nel bel mezzo del processo ai prigionieri politici … Segui il processo in Italia?

– Sì, lo seguo un po’, quando posso, ma qui, in Italia, c’è un relativo interesse in questo. C’è molto bisogno di pedagogia, perché se venisse spiegato ciò che è accaduto in Catalogna, un sacco di gente, la maggioranza, capirebbe che questo processo non è solo un attacco a un gruppo di politici e al popolo catalano, che eleggono un governo che è ora processato, ma è un’aggressione per tutti i cittadini europei, perché è un attacco ai diritti degli europei, ai diritti di tutti noi. Non può essere che l’Italia e le istituzioni europee non facciano nulla contro questo vergognoso processo. Il popolo italiano non ha capito che i catalani chiedono soltanto democrazia. E deve anche capire che la Catalogna è una nazione che ha una lingua e una cultura che esiste da secoli. Questa è una nazione che si sente oppressa. E deve capirlo. Questo è il motivo per cui abbiamo fatto la risoluzione.

  • In Italia, spesso la sovranità e l’indipendenza sono legate all’estrema destra …

– Certo. È difficile spiegare che in Catalogna i movimenti indipendentisti non sono di estrema destra, ma viceversa. In Spagna esiste ancora un franchismo culturale che vuole mantenere, a la forza, il paese unito. Invece la sinistra lotta da anni per una maggiore autonomia e federalismo. In Italia questo è difficile da capire.

  • Infatti, la politica italiana è sempre stata molto complessa e molto particolare. E ora con Salvini …

– Penso che gli elettori di Salvini si stancheranno in fretta perché Salvini nasce come indipendentista della Padania e ora, al momento di votare fa come Vox, utilizza gli immigrati. Entro un anno o due penso che l’era di Salvini sarà finita, per fortuna. Inoltre, i 5 stelle sono diventate come Salvini e succederanno a loro lo stesso.

  • La risoluzione chiede anche agli altri Consigli Regionali d’Italia di votare …

– Sì, è vero, ma tieni presente che la maggior parte dei consigli regionali italiani in questo momento sono un po ‘bloccati perché il 26 maggio ci sono le elezioni regionali. Pertanto, è difficile votare la risoluzione prima delle elezioni.

  • E dopo lo faranno? Si deve tener conto che è una risoluzione proposta dal PD, che ha molti deputati in tutti i consigli.

– Certo, ma questo dipende già da ogni Consiglio. O, piuttosto, della sensibilità dei deputati, perché la portino ai rispettivi consigli. Non posso imporre nulla su di loro. Ora, è vero che i catalani in Italia, o gli italiani sensibili alla Catalogna, ce ne sono molti, fanno un ottimo lavoro. Essi, infatti, hanno promosso il manifesto degli intellettuali, accademici, politici, alcuni dei quali parlamentare e artisti, di cui io sono uno dei primi firmatari, come alcuni dei miei parlamentari del partito e il sindaco di Napoli. E questo manifesto sta diventando enorme. Inoltre, da quando abbiamo approvato questa risoluzione in Piemonte, molti di loro mi hanno ringraziato, mi hanno invitato qua e là e hanno parlato con i social network. Qui inizia un certo movimento.

  • Sei ottimista riguardo al ruolo dell’Italia rispetto alla Catalogna?

– Devo essere onesto: mi risulta difficile essere ottimisti perché, come ho detto, è un argomento che non appare abbastanza nei media e non fa parte del dibattito politico. Dopo aver approvato questa risoluzione in Piemonte sì ho notato qualcosa di più interessante. Ora speriamo che cresca. È necessario perché ci riguarda tutti. Ma pensa che politicamente costa molto per qualcuno prendere posizione contro la Spagna. Non è affatto facile. Anche così, ciò che abbiamo fatto è importante perché il Piemonte non è una regione qualsiasi in Europa, è una regione importante. Sono sicuro che non liè piaciuto che il Consiglio Piemonte, quasi all’unanimità, abbia approvato questa risoluzione. E se lo facessero più regioni italiane, se il governo italiano si manifestasse, se l’Europa finalmente agisse, ecc, avremo fatto qualcosa, perché questa situazione è intollerabile e vergognosa. Cioè, lasciando da parte l’indipendenza, che è un obiettivo logicamente complesso, deve esserci un dibattito politico. Se la Spagna continua a non permettere questo dibattito in un tavolo, in un referendum o in un parlamento… quale alternativa c’è? Semplicemente non può essere che ciò accada in Europa.

traduzione : Elliot Fernàndez

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/entrevista-luca-cassiani-piemont-italia-europa-judici/

*   https://ancitalia.org/2019/03/20/la-catalogna-leuropa-e-la-democrazia/

 

Il percorso sloveno fu pacifico

 

In Slovenia, la guerra fu imposta

 

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Milan Kucan ex presidente sloveno

ARA.CAT – 12/12/2018

L’interpretazione secondo cui la Slovenia ottenne l’indipendenza attraverso la violenza non ha una base reale e denota l’ignoranza dei fatti. La strada slovena verso l’indipendenza dello stato fu estremamente pacifica. La Slovenia si affidò al diritto costituzionale all’autodeterminazione e a un referendum in cui l’88,5% dei cittadini decisero di vivere in un paese separato. Sebbene lo stato jugoslavo e la dirigenza militare avessero già rifiutato ogni possibilità di dialogo e di risoluzione politica della crisi nei rapporti tra i popoli e le repubbliche della Jugoslavia socialista, la Slovenia continuò a cercare un accordo sull’uscità  del paese in modo pacifico.

 

Sfortunatamente, tutte le repubbliche tranne la Croazia respinsero la proposta slovena. Infine, la Conferenza di pace sulla Jugoslavia nell’autunno del 1991 promossa dalla Comunità europea e il riconoscimento internazionale della Slovenia da parte dei paesi europei e di altri continenti all’inizio del 1992, confermarono l’atteggiamento pacifico e democratico della Slovenia sull’indipendenza.

Nel caso della crisi catalana, il problema è di natura politica e può essere risolto solo dalla politica e stabilendo un dialogo franco, tollerante e argomentativo.

 

In Slovenia, la guerra fu imposta. L’esercito jugoslavo attaccò il paese il giorno dopo la proclamazione dell’indipendenza, nel giugno 1991. L’aggressione durò dieci giorni e, sfortunatamente, si persero 76 vite: 19 sloveni, 45 soldati dell’esercito jugoslavo e 12 stranieri. La vera profondità dei disaccordi tra nazioni e repubbliche, che avevano già rotto lo stato comune prima dell’indipendenza della Slovenia, si manifestò con una violenza militare di proporzioni inaudite in altre repubbliche jugoslave.

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Tutte queste vittime mortali e danni morali e materiali sono il tragico bilancio della cecità politica e del rifiuto dello stato jugoslavo e della leadership militare ad affrontare un importante problema politico seguendo la strada della politica e del dialogo. L’esperienza della Slovenia con l’arroganza politica jugoslava è istruttiva e dimostra che i diritti delle nazioni che vogliono esercitare il loro diritto all’autodeterminazione in modo democratico non possono essere repressi mediante la polizia o la violenza militare.

 

Data questa esperienza, la Slovenia ha sostenuto il diritto dei catalani di decidere il proprio futuro democraticamente e ha condannato la violenza della polizia con cui il precedente governo spagnolo ha voluto sopprimere questo diritto. Anche nel caso della crisi catalana, il problema è di natura politica e può essere risolto solo attraverso la strada della politica stabilendo un dialogo franco, tollerante e trattando con il governo di Madrid, soprattutto ora, dopo il plebiscito catalano e prima che, a fine gennaio 2019, inizino i processi contro i politici e i dirigenti della società civile catalana imprigionati.

 

L’indipendenza della Catalogna e il suo incastro in Spagna è una questione che deve essere risolta tra i governi di Madrid e Barcellona in modo democratico, pacifico e responsabile. La strada slovena, che è riuscita a esercitare pacificamente il diritto all’autodeterminazione, potrebbe essere un buon esempio di come farlo. Questo è un problema che abbiamo discusso con il presidente del governo della Catalogna, Quim Torra, durante la sua recente visita in Slovenia.

 

traduzione  ÀngelsFita – AncItalia

 

https://www.ara.cat/opinio/Milan-Kucan-Eslovenia_0_2141786048.html

L’Organizzazione Mondiale Contro la Tortura richiede l’immediato rilascio dei “Jordi”*

 

Gerald Staberock, segretario generale dell’OMCT, ha indirizzato una lettera aperta al Presidente della Spagna, Pedro Sánchez, al Procuratore generale dello Stato, María José Segarra e al Difensore civico, Francisco Fernández Marugán

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Jordi Cuixart – Jordi Sànchez

 

La lettera nella sua versione originale può essere consultata alla fine di questo pezzo. Successivamente, una traduzione:

 

Ginevra, 22 novembre 2018L’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT), che è la più grande rete di organizzazioni non governative che lottano contro la tortura, le esecuzioni sommarie, le sparizioni forzate, le detenzioni arbitrarie, così come contro qualsiasi altra punizione crudele, inumana o degradante, fornendo un sistema completo di sostegno e protezione per i difensori dei diritti umani in tutto il mondo, le sta scrivendo per esprimere una seria preoccupazione per la detenzione arbitraria di Jordi Cuixart i Navarro, presidente dell’organizzazione non governativa Òmnium Cultural.

Òmnium Cultural è un’organizzazione senza scopo di lucro, fondata nel 1961 sotto la dittatura di Franco per promuovere l’uso della lingua catalana, che era stata soppressa e ridotta all’uso della famiglia e all’ambito  della cultura. Nel corso degli anni, l’ONG ha ampliato le sue aree di lavoro. Nel 2015 ha condotto una campagna contro l’impunità per i crimini commessi durante la dittatura di Franco e la campagna “lotte condivise” che aveva lo scopo di commemorare i 50 anni di impegno comune tra le organizzazioni della società civile che lavorano per i diritti di lavoratori, non discriminazione di genere e di origini o il diritto alla casa. Nel 2018  ha anche lanciato una campagna “Domani potrebbe essere lei”, volto a denunciare la Legge Organica sulla tutela della pubblica sicurezza (nota come “legge bavaglio”) e la riforma del codice penale, che sono stati ampiamente criticati perché impongono gravi limitazioni ai diritti di libertà, di riunione e di espressione. L’OMCT ricorda che il signor Jordi Cuixart è in carcere dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di “sedizione” (articolo 544 del codice penale spagnolo). Il 21 marzo 2018, Cuixart è stato anche accusato di “ribellione” (articolo 473, paragrafo 1 del codice penale). Il 2 novembre 2018, il ministro pubblico ha richiesto 17 anni di prigione per il Sr. Cuixart. Nell’accusa, Cuixart è designato come responsabile per avere il ruolo principale nella mobilitazione di 40.000 dimostranti. Il 20 settembre 2017, coloro che si sono incontrati alle porte del Ministero dell’Economia (catalano), mentre una commissione giudiziaria, composta da 25 agenti della Guardia Civile, stava indagando all’interno delle strutture, lo hanno fatto per protestare contro i raid, le ricerche e gli arresti di diversi funzionari catalani effettuati dalla polizia spagnola volti a fermare il referendum per l’indipendenza catalana, che fu organizzato il 1 ° ottobre 2017, e che la Corte costituzionale spagnola aveva dichiarato illegale.

OMCT è anche seriamente disturbata per la detenzione preventiva del signor Jordi Sánchez I Picanyol, ex Presidente dell’Assemblea Nazionale della Catalogna (ANC)  organizzazione di circa 80.000 membri a sostengno dell’indipendenza, è stato privato della libertà e perseguito con le stesse accuse, e per gli stessi fatti che il signor Jordi Cuixart. L’OMCT ricorda che la libertà di riunione sancisce la libertà di incontrarsi per discutere e parlare di preoccupazioni condivise, purché gli organizzatori della riunione abbiano intenzioni pacifiche (…) Il 4 ottobre 2017, OMCT ha anche criticato l’uso indiscriminato e eccessivo della forza da parte della Polizia in Catalogna durante il referendum organizzato il 1° ottobre 2017 e ha chiesto un’indagine immediata, approfondita e imparziale sugli interventi della polizia che potrebbero costituire un delitto di  tortura. Così come un trattamento crudele, inumano o degradante.

OMCT ricorda che Cuixart  ha presentato diverse istanze per essere rilasciato, senza successo, davanti alla Sezione Penale della Suprema Corte spagnola e alla Corte costituzionale. Il pubblico ministero e le corti affermano che esiste il rischio di recidiva se viene rilasciato, sostenendo che potrebbe condurre dimostrazioni di massa che favoriscono una rivolta sociale poiché appartiene a un gruppo organizzato che promuove l’indipendenza catalana attraverso mezzi esterni al quadro giuridico spagnolo.

L’OMCT ricorda anche che, come misura che influisce sul diritto alla libertà personale, per essere compatibile con le norme internazionali e la presunzione di innocenza, la detenzione preventiva dovrebbe essere applicata solo come ultima risorsa. L’OMCT condanna la detenzione arbitraria e la persecuzione giudiziaria nei confronti del Sr Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, che costituiscono una restrizione sproporzionata dei loro diritti fondamentali. Diritti di libera espressione, pacifica riunione e libertà personale. L’OMCT ritiene inoltre che le accuse a suo carico siano infondate e debbano pertanto essere ritirate.

L’OMCT è inoltre particolarmente preoccupata per il fatto che il Sr Cuixart e il Sr. Sánchez siano giudicati dalla Corte suprema, il più alto organo giudiziario le cui decisioni non sono soggette ad appello, invece di essere processati dal  giudice ordinario. Inoltre, l’OMCT è preoccupata che i giudici della Corte suprema siano nominati dal Consiglio Superiore della Magistratura spagnolo (CGPJ), l’organo eletto dal parlamento spagnolo, in un processo che è stato messo questione a causa di interferenze politiche che possono compromettere l’indipendenza degli alti ranghi della magistratura, in particolare nei casi politicamente sensibili. La natura altamente politica dei procedimenti penali in corso è evidenziata dal fatto che il partito politico di estrema destra VOX è stato accettato come accusa privata nel processo dalla Procura della Repubblica. Di conseguenza, OMCT esorta rispettosamente a :

i. Rilasciare immediatamente e incondizionatamente il signor Jordi Cuixart e il signor Jordi Sánchez, perchè la loro detenzione preventiva è arbitraria.

ii. porre fine a tutti gli atti persecutori, anche a livello giudiziario, contro di loro e garantire loro il diritto a un processo equo, in particolare:- ordinando che i fatti siano esaminati dal loro giudice naturale, in applicazione del diritto di uguaglianza dinanzi ai tribunali, trasferendo il fascicolo a un tribunale ordinario e competente per giudicare gli eventi che hanno avuto luogo in Catalogna;- assicurando che i signori Jordi Cuixart e Jordi Sánchez possano beneficiare di un doppio livello di giurisdizione.

iii. Rispettare tutti gli obblighi internazionali relativi al rispetto dell’esercizio dei diritti e delle libertà dei cittadini, come la libertà di espressione, la libertà di associazione e di riunione, come stabilito nella Convenzione Internazionale del Patto sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) , in particolare negli articoli 19.2 e 21, in particolare:• modificando  la legge sulla sicurezza dei cittadini e del codice penale al fine di garantire i più elevati standard internazionali in materia di diritti umani in relazione al diritto alla protesta sociale.

iv. Garantire in ogni circostanza il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali in conformità con le norme internazionali sui diritti umani e gli strumenti internazionali ratificati dalla Spagna. Con la speranza che le preoccupazioni espresse in questa lettera ricevano l’attenzione che meritano, rimaniamo a vostra disposizione per qualsiasi ulteriore informazione. Cordialmente, Gerald Staberock, Segretario Generale dell’OMCT

* Jordi (Giorgio) è il nome dei due attivisti in prigione Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.

traduzione  Margherita Ravera – AncItalia

 

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Se gli spagnoli vogliono la rissa, gli scozzesi saranno ben felici di accontentarli

Madrid vuole processare una docente universitaria catalana per  sedizione, ma la Scozia non la lascerà andare senza combattere. Lo hanno nel sangue.

Kevin McKenna      TheGuardian   08.04.2018

 

 

Qualcosa nel DNA della Scozia sembra indicare che in materia di conflitti umani – a differenza della Svizzera – il nostro ruolo non è “stare alla finestra”. Le parole di Vernon Johns, mentore di Martin Luther King, andrebbero incise negli aeroporti, sui muri dei corridoi che accolgono i turisti in Scozia: “Quando vedi una lotta giusta buttatici” Io non ho niente contro la Svizzera, ma mi sono sempre chiesto come possa un paese rimanere “neutrale” quando il nazismo sta brutalizzando con i suoi orrori tutti i paesi intorno.

Una “neutralità” che però non ha impedito alla Svizzera di fornire un rifugio sicuro per l’oro saccheggiato dai nazisti. E, adesso che ci penso, mi rendo che invece ho un bel po’ contro la Confederazione Elvetica. Probabilmente gli svizzeri guardano noi scozzesi pensando: “Che branco di delinquenti”, e a me fa piacere. Per la Scozia la neutralità è un concetto alieno. Davvero quando vediamo una lotta giusta “ci buttiamo dentro”. E siamo anche ben contenti di esportare la nostra aggressività.

Non saprei dire con certezza da dove viene la bellicosità virtuosa degli sc

ozzesi. E devo ammettere che non sempre è stata messa al servizio degli ideali più nobili. Nel settecento e nell’ottocento c’erano alti ufficiali scozzesi che combattevano per e contro Napoleone. Il celebre navigatore scozzese John Paul Jones ha fondato la Marina degli Stati Uniti ed è onorato in Russia per aver architettato una famosa vittoria navale di Caterina la Grande.

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L’incarnazione più perfetta dell’amore degli scozzesi per una lotta buona e giusta è probabilmente Thomas Cochrane, Conte di Dundonald. Cochrane morì nel 1860 dopo una vita dedicata a seminare il caos geopolitico in molti paesi e qualche continente. Combatté nelle guerre napoleoniche e l’Imperatore gli attribuì l’elegante soprannome di “Le Loup de Mer”, il lupo di mare.

In Cile e in Brasile è ricordato e amato per aver contribuito a guidare le truppe ribelli durante le rispettive guerre di liberazione. Mentre era impegnato in questi atti di virtuosa violenza, in una pausa tra i combattimenti trovò anche il tempo di fare un salto in Perù e aiutare il paese a ottenere l’indipendenza. Cochrane aveva un cuore puro, rabbioso, ribelle. Non molti anni dopo queste imprese, diversi scozzesi combatterono per gli americani nella Rivoluzione texana del 1835-36.

Nel Parco della Rimembranza che ricorda la battaglia di Alamo, momento cruciale di quel conflitto, sorge un obelisco di pietra in memoria degli scozzesi che combatterono e morirono con Davy Crockett e Jim Bowie negli scontri con il crudele López de Santa Anna.

 

Per centinaia di anni prima della battaglia di Culloden, siamo vissuti in uno stato di guerra quasi permanente.

A volte mi chiedo se la sconfitta finale delle truppe giacobite nel 1745 abbia qualcosa a che vedere con tutto questo vagare per il mondo in cerca di una bella occasione di menare le mani. Tra le imprese di William Wallace, di Robert Bruce e del Giovane Pretendente, per centinaia di anni prima di Culloden siamo stati praticamente sempre in guerra.

Anche gli intervalli di pace tra un exploit bellico e l’altro erano tutt’altro che pacifici, poiché i clan combattevano tra di loro per la supremazia e il potere. Dopo il giro di vite che seguì il 1745, gli scoppi di violenza vennero soffocati in maniera rapida e brutale. E io mi dico che, forse, un’intera generazione di uomini abituati da sempre a dover combattere per ogni cosa non ce la faceva a sopportare la pace e la tranquillità domestiche e quindi se ne andava allegramente a partecipare alle ribellioni altrui.

In un tribunale di Edimburgo questa settimana e la prossima, la Scozia si ritroverà una volta di più implicata nella lotta giusta di un altro paese. Il mandato di cattura europeo con il quale il governo spagnolo, sempre più squilibrato e reazionario, sta tentando di estradare la docente universitaria Clara Ponsatí accusata di ribellione violenta sta incontrando una decisa resistenza da parte degli scozzesi.

La sessantunenne docente di economia della St Andrews University ha contribuito a organizzare un pacifico referendum per l’indipendenza della sua natia Catalogna e, successivamente, ha partecipato al governo catalano nella sua breve esistenza. L’accusa di ribellione violenta segue le terribili scene in cui si vedevano branchi scatenati di inermi cittadini catalani prendere a testate gli scudi e i manganelli della polizia provocando gravi traumi ai poveri ragazzi in equipaggiamento da sommossa.

La risposta dell’Unione Europea alla violenta repressione di un atto di democrazia pacifico da parte della Spagna era prevedibile: “Voi continuate a pagare le vostre quote e noi faremo finta di non vedere.” Nessuno degli stati membri ha dimostrato una gran voglia di chiedere alla Spagna ragione della violenza esercitata e delle severe pene comminate ai leader dell’indipendenza catalana.

Nessuno ha domandato: “E allora perché avete insistito con la repressione violenta quando avreste semplicemente potuto ignorare il referendum e decidere di non riconoscerlo?”

Il destino di Clara Ponsatí dipenderà dall’impegno del suo avvocato scozzese, Aamer Anwar, dalla rigida applicazione della legge scozzese e da un sistema legale le cui origini risalgono al dodicesimo secolo. In quel tribunale di Edimburgo non si giudicherà il comportamento della docente catalana bensì la condotta di un paese in cui, a quanto sembra, aleggia ancora lo spettro del generale Franco, un altro leader spagnolo che si è macchiato di violenze contro il suo stesso popolo.

Durante la guerra civile spagnola, 549 volontari scozzesi combatterono Franco e i suoi fascisti dopo che il generale si era ribellato contro l’esito di una votazione democratica. I volontari erano sostenuti dai fondi raccolti nella campagna popolare Aid for Spain in Scozia, a quei tempi una delle principali fonti di finanziamento della repubblica.

Oltre 80 anni dopo, un altro fondo popolare scozzese sta aiutando la cittadina adottiva Ponsatí a sfuggire alle grinfie dei successori di Franco. E il consiglio di Vernon Johns a Martin Luther King è più attuale che mai.

  • Kevin McKenna è editorialista dell’Observer

 

https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/apr/08/spain-scotland-catalonia-eu-extradition-mckenna-ponsati-independence-sedition

 

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