Caso Catalogna

 Perché l’Ue deve smetterla di fare finta di nulla di fronte agli indipendentisti

28 ottobre 2017

Open Society       Luiss Opentimthumb.php

L’Unione europea sta nicchiando troppo sulla crisi catalana? O invece, come sostenuto da economisti del calibro di Alberto Alesina, ha di fatto incentivato i progetti separatisti? E se invece Bruxelles stesse facendo entrambe le cose allo stesso tempo? Una risposta ponderata è quella che fornisce Cristina Fasone nella sua ultima ricerca, intitolata “La secessione e il ruolo ambiguo delle Regioni nel diritto europeo”, all’interno del volume Secession from a Member State and Withdrawal from the European Union (Cambridge University Press, 2017). Dove si legge fra l’altro che “l’Unione europea è stata tradizionalmente neutrale verso la struttura costituzionale interna dei suoi Stati membri e ha solitamente trattato con loro come se fossero dei ‘monoliti’. (…) Questa immagine ultra semplificata delle relazioni in essere tra i livelli di governo all’interno della Comunità europea e poi dell’Unione europea – spesso descritta come ‘regional blindness’ dell’Ue – è stata strumentale alla protezione del funzionamento del sistema legale comunitario. Per esempio ha consentito di attribuire agli Stati chiare responsabilità per eventuali violazioni delle norme comunitarie, senza badare alla loro struttura unitaria, regionale o federale che fosse; allo stesso tempo ha consentito di aggirare le difficoltà che sarebbero sorte nel caso l’Unione europea avesse deciso di gestire contemporaneamente una sua relazione con 74 regioni del continente dotate di poteri legislativi oltre che con 28 Stati membri”.

 

Quando Bruxelles si scopre più “amica” delle Regioni

Tuttavia “negli ultimi anni l’Ue ha mandato segnali contraddittori alle Regioni interne agli Stati membri, in particolare a quelle dotate di poteri legislativi. Il dogma comunitario che consisteva nel considerare le relazioni Stato-Regioni come rilevanti soltanto per la legge costituzionale domestica è stato in parte messo in discussione. Alcune disposizioni dei Trattati forniscono un indirizzo diverso, per esempio l’articolo 5(3) del Trattato sull’Unione europea oppure il Protocollo n.2 sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I tentativi di secessione in alcuni paesi europei – da parte di Regioni che si sono trovate in posizione asimmetrica rispetto ai loro stati e che avevano già cercato senza successo di guadagnare maggiore autonomia – possono essere anche favoriti dal riconoscimento dell’Ue di un ruolo maggiore per le Regioni e dalla crescente attenzione che le istituzioni Ue stanno attribuendo all’organizzazione territoriale degli Stati membri”. Bruxelles, oltre a fornire visibilità istituzionale e incentivi economici alle regioni degli Stati membri, è arrivata perfino a “promuovere attivamente l’integrazione delle regioni all’interno del processo decisionale dell’Ue”. “Da questo punto di vista, l’Ue può essere vista come una forza destabilizzatrice tra gli Stati membri e le loro componenti interne”. L’autrice della ricerca cita vari esempi al proposito, tra cui l’istituzione del Comitato europeo delle Regioni avvenuta col Trattato di Maastricht, istituzione dotata di un ruolo consultivo rispetto a Parlamento, Commissione e Consiglio. Oppure la possibilità concessa ai ministri delle Regioni di partecipare alle riunioni del Consiglio europeo ogni volta che siano trattate materie regionali. Per non parlare dei meccanismi di finanziamento e aiuto allo sviluppo esplicitamente indirizzati a specifiche Regioni, prim’ancora che agli Stati.

“In altre parole, l’accresciuta libertà d’azione garantita alle Regioni per dare voce alle proprie preoccupazioni e per far filtrare le proprie richieste di autonomia nell’Unione europea ha favorito la costruzione di una nuova ‘lealtà’ verso l’Ue che è in competizione con quella verso gli Stati membri, e dunque fa lievitare l’appeal dell’opzione ‘uscita’ dall’attuale struttura nazionale”. Così si spiega, per esempio, l’esplicito riferimento europeista di molti indipendentisti catalani che, all’indomani della separazione dalla Spagna, sognano un’automatica annessione all’Ue.

 

Alcuni paletti per non alimentare la destabilizzazione

Alla luce di tutto ciò, “nel futuro l’Ue potrebbe stabilire nuove disposizioni ad hoc nei Trattati per definire i requisiti minimi che un territorio alla ricerca della secessione debba rispettare per poi chiedere l’ingresso nell’Unione. (…) Da una parte infatti è ovvio che una Regione che ottenesse l’indipendenza da uno Stato membro non sarebbe nella stessa identica posizione di un Paese terzo in cui la legge comunitaria non è applicata e in cui non esiste cittadinanza europea. Dall’altra, lo sviluppo pacifico e armonioso dell’integrazione europea potrebbe essere messo a rischio nel caso uno Stato secessionista fosse ammesso nel club dell’Unione europea senza tenere conto della illegalità della procedura di secessione e delle relazioni con lo Stato membro investito dalla secessione. Questi nuovi requisiti dovrebbero essere:

a)il rispetto, nel corso della procedura di secessione, delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri (articolo 6(3) del Trattato sull’Unione europea); ciò vuol dire che una secessione unilaterale che non passi per dei negoziati e per un accordo procedurale con il governo nazionale non sarà riconosciuta dall’Ue (…);

  1. b) il rispetto per una procedura che imponga allo Stato membro potenzialmente interessato dalla secessione e al territorio secessionista di sottomettere immediatamente all’attenzione della Commissione tutti i documenti, gli aggiornamenti e i risultati dei negoziati, e di attendere poi per un certo numero di anni prima che l’indipendenza sia pienamente ottenuta dal territorio che la richiede, in particolare con l’obiettivo di proteggere i diritti dei cittadini”.

Tali accorgimenti, secondo Fasone, avrebbe almeno tre effetti benefici. Primo, l’Unione europea potrebbe effettivamente monitorare fino a che punto “i valori della democrazia e dello Stato di diritto” siano rispettati durante i processi di secessione. Inoltre non ci sarebbe “un limbo giuridico per i cittadini” di un’area che decidesse di separarsi da uno Stato membro. Infine, “il bisogno di intraprendere una procedura che sia monitorata dall’Ue potrebbe spingere le parti coinvolte ad assumere un approccio più sincero e cooperativo, e creare in questo modo un disincentivo per le richieste più infondate di secessione”.

http://open.luiss.it/2017/10/28/caso-catalogna-perche-lue-deve-smetterla-di-fare-finta-di-nulla-di-fronte-agli-indipendentisti/

 

Diada 2017 : mega manifestazione per l’indipendenza della Catalogna

diada '17 - 6

 

Un milione di persone è sceso in piazza a Barcellona, per la celebrazione della Diada, il giorno in cui si commemora la sconfitta con i franco-spagnoli del 1714. In pratica, una manifestazione pro indipendenza, in previsione del referendum che si terrà il prossimo 1 ottobre diada '17 - 2

 

_20170911153129-288-kyAD--656x427@LaVanguardia-Web

diada '17 - 16diada '17 - 17diada '17 - 15

diada '17 - 20

diada '17 - 11

diada '17 - 9diada '17 - 14

diada '17 - 19diada '17 - 7

diada '17 - 10

 

 

 

Barcelona. Combate de Relatos

Sara Beltrame   Doppiozero   02.09.2017

Come in tutti i luoghi nei quali si è appena consumata una tragedia, sugli accadimenti di Barcellona in questi giorni, si è prodotta una quantità estrema di racconti. Vivendo qui da quasi 10 anni si ha la sensazione – leggendoli – che pochi di essi tengano conto obbiettivamente del campo nel quale i fatti si sono svolti: la Catalunya. Quando si atterra a Barcellona, si atterra in Catalunya. Quando si sbarca a Barcellona, si sbarca in Catalunya. Quando si colpisce Barcellona si colpisce Catalunya. Una gran parte delle persone che stanno leggendo queste frasi, starà anche probabilmente rovesciando gli occhi al cielo, così come li rovesciavamo noi veneti negli anni ’90, nell’ascoltare certi racconti che iniziavano a divulgare i leghisti. Spesso dall’Italia si procede a calcolare la seguente uguaglianza: Catalani = Leghisti.

Non è possibile scollare il racconto dei fatti accaduti nei giorni scorsi dal luogo nel quale sono intercorsi: la città di Barcellona, in Catalunya. Così come risulta complicato raccontare la Catalunya vivendo in Spagna, raccontarla stando in un altro Paese (per esempio l’Italia) produrrà per forza un racconto evidentemente imparziale.

È complicato, sì. Allora, ogni volta che cerco di capirli, i Catalani, la prima cosa che mi viene da fare – è proprio una strategia mentale – è ricordarmi la data esatta della morte di Francisco Franco, il dittatore: 20 Novembre 1975.

Nel 1975 sono nata.

Ed era pure Novembre.

I miei genitori erano dei sessantottini moderati piuttosto idealisti, finiti a vivere in una delle città più bianche d’Italia. Treviso.

Che fecero?

Da bravi sessantottini moderati ci fondarono una comune, in accordo con una decina di famiglie.

Quando moriva Franco in Spagna, mio padre fondava un luogo utopico dove avremmo vissuto per più di vent’anni e che ancora resiste. Mentre io muovevo i primi passi nella comune, Ada Colau muoveva i primi passi in una Catalunya recentemente liberata da una dittatura durata trentasei anni nella quale il catalano – per ragione di vita o di morte – veniva a malapena sussurrato all’orecchio sui tetti delle case. Mentre io imparavo a parlare aiutata dai miei fratelli e sorelle, i genitori di Ada Colau potevano insegnare finalmente alla loro figlia e ad alta voce una delle sue prime parole catalane: M A R E (mamma).

Siamo cugini, questo ci dicevano a scuola sugli spagnoli e se misuriamo la relazione di parentela in termini di tempo democratico respirato, loro sono i più piccoli. Loro i Catalani, loro gli Spagnoli.

Anzi, meglio. Loro sono i più giovani. Spesso sono raccontati dal governo centrale spagnolo come ribelli, disobbedienti e aggiungerei adolescenti. Respirano democrazia da molti meno anni di noi con tutta l’energia, i vantaggi e gli svantaggi che essere così giovani comporta.

È interessante essere qui in questo momento e non lo si può né vivere né raccontare senza ricordarsi che Barcellona sta in Catalunya, Catalunya sta in Spagna e che la generazione di Ada Colau è figlia di una dittatura: Felipe VI è figlio del Re Juan Carlos che è rimasto in carica al fianco del dittatore Francisco Franco fino al giorno della sua abdicazione, avvenuta il 19 Giugno 2014. Due anni fa.

2017-08-3348005

__title__ Passeig de Gracia – entrata a Piazza Catalunya. Sabato 26 Agosto, h. 17.50. “Felipe, chi vuole la pace non traffica con le armi.” (Foto gentilmente concessa da Sonia Pau/”El Punt Avui”)

Barcellona, 26 Agosto 2017

Hashtags:

#noteimpor (non abbiamo paura)

#anemdeblau (andiamo in blu)

Alla manifestazione civile convocata e voluta dal Comune di Barcellona – rappresentato da Ada Colau – e dalla Generalitat di Catalunya – rappresentata da Carles Puigdemont – e rivolta alle entità civili catalane, aderiscono 170 associazioni. Nel comunicato ufficiale scritto dal Comune e dalla Generalitat, si propone ai cittadini di andare vestiti di blu “perché è il colore del Mar Mediterraneo che unisce tanti popoli che subiscono tragedie simili e perché è stato il colore scelto in altre mobilitazioni in difesa dei rifugiati e dei diritti umani.”

Il motto della manifestazione è:

“Le vostre politiche, le nostre morti. Pace, solidarietà e convivenza nella diversità.”

Si stabilisce che la prima linea di manifestanti sia occupata dai rappresentanti delle associazioni presenti. A bordo strada, vicino agli alberi di Passeig de Gracia, sono stati lasciati cartelli gialli e blu con varie scritte. Cartelli molto professionali, ben stampati, ben leggibili.

Ore 17.50.

Sonia Pau, giornalista de El Punt Avui:

“Ero giusto vicino alla prima linea di manifestanti, riservata ai medici, agli infermieri, ai Mossos d’Esquadra, alla gente della protezione civile, ai rappresentanti delle ONG e ai parenti delle vittime. Volevo intervistare le persone che avevano vissuto l’esperienza da vicino. Sapevo che dovevano arrivare anche le istituzioni politiche e la mia idea era semplicemente aspettare che se ne andassero per intervistare la gente comune. Per esempio le persone della Biblioteca del Raval – che sta a pochi metri dalla Rambla e che sapevo avevano dato soccorso e aiuto ai passanti quel giorno – o gli infermieri eccetera. Avevo ovviamente l’accredito stampa e quindi sarei dovuta entrare dall’altro lato di Piazza Catalunya, dove c’erano gli altri colleghi in diretta televisiva, le radio, i fotografi. La zona in cui mi trovavo io non era quella dedicata ai giornalisti. Avrei dovuto stare da un’altra parte. C’era moltissima polizia, moltissimi infiltrati. Mi guardavano, certo, ma essendoci anche molta altra gente avranno pensato che fossi una di loro, una dei rappresentanti delle 170 associazioni presenti. Essendomi sempre occupata, come giornalista, di temi sociali – di immigrazione, di cooperazione, di diritto all’infanzia, di esclusione sociale – la maggior parte delle persone presenti mi conoscevano e ovviamente nessuna ha puntato il dito contro di me per dirmi che non era quello il mio posto. Ho semplicemente pensato: “Se vogliono allontanarmi da qui, mi allontanano e amen.” A un certo punto, mancavano pochi minuti all’inizio della manifestazione, ho sentito dei fischi e ho visto che tra la folla si apriva in una specie di corridoio umano. Dopo qualche istante, in fondo a questo corridoio è apparso il Re, Felipe VI. Al suo passaggio la gente ha alzato i cartelli che erano stati preparati e lasciati lungo la strada qualche momento prima che iniziasse la manifestazione. Sapevo che l’avrebbero fatto perché prima che arrivasse il Re era già corsa la voce tra i presenti: mostrare quei cartelli proprio al suo passaggio. Quindi, l’ho visto arrivare, ho tirato fuori il cellulare e ho iniziato a scattare qualche foto.”

Questo è quello che mi spiega Sonia Pau, giornalista di un quotidiano catalano, quando le chiedo di raccontarmi la storia che c’è dietro la foto più twittata da stampa spagnola e estera quel giorno. L’uomo che guarda dritto verso l’obbiettivo del cellulare di Sonia Pau è David Minoves.

David è presidente del CIEMEN, il Centro Internazionale Escarré per le Minoranze etniche e le Nazioni. Sono entrambi Catalani.

Mentre Sonia invia a David su WhatsApp la foto scattata al passaggio del Re e David – intuendone la potenza evidente – la pubblica immediatamente sul suo profilo di Twitter, i politici e il Re raggiungono i parenti delle vittime. I cartelli attorno a loro si moltiplicano e denunciano più o meno tutti la stessa cosa.

Sonia tiene a sottolineare che, così come tutta la gente era d’accordo di sollevare i cartelli al passaggio della classe politica e del Re, era anche d’accordo che non avrebbe scattato nessuna fotografia ai parenti delle vittime, in nessun momento e in nessun caso.

E così è stato.

David Minoves, presidente del CIEMEN:

“Ho scelto quel cartello. Era lì tra gli altri, appoggiato per terra, ma ho scelto consapevolmente proprio quello perché sono anni che critico la classe politica che appoggia economicamente gli stati che fomentano l’odio, commerciando in armi. Volevo denunciare, come ho sempre fatto. Quando si è aperto il corridoio nel quale il Re è sfilato, ha dato la mano a tutti. Arrivato alla mia altezza, si è girato verso di noi, ha evidentemente letto il cartello e poi si è voltato dall’altra parte. Bisognerebbe andare un po’ più indietro nell’esaminare il contenuto specifico di questi accadimenti e della manifestazione di Sabato e non ridurre questa fotografia a una mera e personalissima battaglia che combatto da tempo contro un certo potere politico.”

Questa fotografia è interessante perché è diventata virale e la gente che l’ha vista ha immediatamente generato per iscritto due racconti diversi ma accomunati da uno stesso titolo: “No Tenim Por.”

Due racconti che si danno battaglia da secoli.

img_1458

__title__ Las Ramblas, nel punto in cui il furgone dell’attentatore finisce la sua corsa. “Nothing Changes”. Martedí 29 Agosto. (Foto di Sara Beltrame.)

Il primo, il più immediato, il più semplice, inizia in quel pomeriggio sulla Rambla e finisce a Piazza Catalunya Sabato 26 Agosto. La morale di questo racconto è che la gente a Barcellona non ha paura del terrorismo.

Il secondo, il più ampio, inizia ufficialmente l’11 settembre 1714.

Affonda le radici nella storia delle relazioni tra lo Stato Spagnolo e la Comunità autonoma Catalana e, sebbene non sia ancora terminato, la morale di questo racconto è che parecchie delle persone che sollevavano i cartelli al passaggio del Re Felipe VI di Spagna, no tenen por non solo dei terroristi, ma nemmeno della classe dirigente Spagnola, non hanno paura del Re e non hanno paura di denunciare le politiche economiche spagnole ed internazionali, che con una mano puntano il dito contro gli attentati e con l’altra finanziano la vendita d’armi negli stessi stati in cui si genera un racconto radicalizzato della religione musulmana (leggi l’articolo de El Público sul perché Felipe VI è stato fischiato durante la manifestazione)

Non hanno paura di disobbedire e di conseguenza non avranno paura di esprimere il proprio voto al referendum del primo d’ottobre, dichiarato incostituzionale dal governo centrale.

Lì dove uno di questi due racconti viene minimizzato, l’altro viene evidentemente esaltato. Per districarsi nella quantità esagerata di informazione generata in questi giorni, è necessario scendere per strada e parlare con la gente (come ha fatto Sonia Pau), sollevare un cartello al passaggio del Re e poi spiegarne il gesto (come ha fatto David Minoves) oppure, se si è giornalisti stranieri a Barcellona, tener conto che la Spagna è uno stato democratico costituito da 17 comunità autonome, una delle quali è Catalunya, come ha fatto Elena Marisol Brandolini invitata alla trasmissione Radio Anch’io andata in onda il giorno prima della manifestazione.

Elena Marisol Brandolini:

“La questione è semplice”, mi dice Elena, “neppure se scrivi della Catalunya vivendo in Spagna puoi capirla la Catalunya! Devi stare qui per capire esattamente la portata di questo movimento. Il movimento indipendentista è un movimento progressista che pone al centro del proprio discorso la Democrazia. Una Democrazia molto giovane. È giusto che la Spagna permetta ai Catalani di decidere il proprio destino, cosa che invece non sta facendo. Anzi.”

Che cosa c’entra questo con gli attentati terroristici?

“Le fake news sono state raccontate da una parte della classe politica spagnola – la dirigente – e veicolate dalla stampa spagnola in maniera sistematica, in questi giorni. Ed è chiaro che, avendo la stampa italiana come riferimento giornali come El País, El Mundo o ABC, il racconto sia arrivato spesso falsato. Lasciando da parte la questione evidente e ormai incontrollabile della manipolazione e pubblicazione delle notizie nei quotidiani spagnoli, quello che è veramente interessante in questo frangente e che ancora non ha risposta è chiedersi il perché i Mossos d’Esquadra, che a più riprese, prima degli attentati, hanno domandato per ragioni di sicurezza l’integrazione e quindi l’accesso ai dati dell’Europol, ne siano invece stati lasciati fuori.”

Questo accadeva il 16 Giugno del 2017, quando già da tempo Barcellona si trovava in uno stato di allerta 4 su 5. La richiesta di entrare nell’Europol (accolta dallo stato spagnolo nello stesso giorno nel caso della domanda fatta dalla polizia Basca), era accompagnata anche dalla richiesta urgente al governo spagnolo della creazione di 500 nuovi posti di lavoro “assolutamente necessaria” per ragioni di sicurezza da parte dei Mossos d’Esquadra (fonte: El Nacional).

Entrare o meno nell’Europol significa condividere potere e informazioni.

Catalunya, al momento degli attentati, ne era (e ne è tutt’ora) esclusa, per un “No” senza apparente giustificazione pronunciato da Madrid.

Un’altra spaccatura tra lo Stato Spagnolo e la Comunità autonoma catalana nasce dalla mancata attuazione delle politiche di accoglienza dei rifugiati da parte dello Stato Spagnolo. Solo in Febbraio l’associazione “Casa Nostra Casa Vostra” aveva organizzato una grande manifestazione a Barcellona, a favore dell’accoglienza e del sostegno dei rifugiati, caratterizzata dalla prima “marea blava”, un fiume di persone vestite di blu da cui nacque l’hashtag #anemdeblau. Anche in quel caso era evidente la battaglia dei racconti tra lo Stato Spagnolo e la Comunità Autonoma Catalana, inascoltata, perché esigeva con forza l’attuazione delle politiche di accoglienza previste ma all’estero, indentificando Barcellona con il potere centrale di Madrid, ci si continuava a sorprendere sul fatto che la Spagna fosse l’unico stato Europeo ad aver accolto un numero di gran lunga inferiore a quello previsto dalla Comunità Europea.

E con Spagna si identifica Catalunya.

E con Catalunya si puntano gli occhi su Ada Colau.

Sbagliato.

Ci sono due racconti che continuano a darsi battaglia ad armi impari dall’11 Settembre 1714, anno in cui Felipe V opprime nel sangue, con forza e definitivamente, le istituzioni libere della Catalunya e Barcellona viene sottomessa alla corona.

Che fanno i Catalani? Scelgono quel giorno come la data della loro Festa Nazionale.

Mancano ormai pochi giorni alle celebrazioni della Festa Nazionale Catalana, così come mancano pochi giorni al referendum sull’indipendenza previsto per il 1 di ottobre e pochi ne mancano alla data limite indicata allo stato spagnolo per l’accoglienza dei rifugiati.

“Ma perché celebrate una sconfitta, si può sapere?” chiesi a un amico catalano, un giorno.

“Perquè hem perdut la batalla, no la guerra.” Mi rispose.

Era il 10 Settembre 2008 e mi stava insegnando a navigare per il Mar Mediterraneo su un patí català, l’unica imbarcazione al mondo a non avere il timone. Se la sono inventata loro.

C’era il sole, 15 nodi di vento teso e il mare, allora, si presentava con un lieve accenno d’onda.

img_1416

 

http://www.doppiozero.com/materiali/barcelona-combate-de-relatos

Mezzo milione di persone a Barcellona per la manifestazione : “Non ho paura”

Il re Felipe VI e il premier Rajoy accolti con fischi e urla “Fuori! Fuori!”

La Stampa   26.08.2017no tinc por 1

Un unico enorme striscione bianco con la scritta «No Tinc Por» (“Non ho paura”), portato da 75 rappresentanti dei servizi di sicurezza e di emergenza di Barcellona, ha aperto la grande manifestazione di Paseig de Gracia in risposta agli attentati.

Una folla enorme ha invaso l’immenso viale dei negozi della capitale catalana. Oltre mezzo milione di persone secondo i dati della Guardia Civil della capitale catalana.

no tinc por 3 (2)

Contestati il re Felipe VI e il premier Rajoy

Al corteo partecipano re Felipe VI, il premier Mariano Rajoy, il presidente catalano Carles Puigdemont e tutti i principali leader politici spagnoli.

In diversi punti del Passeig de Gracia di Barcellona, proprio il passaggio della seconda fila della manifestazione contro il terrorismo, dove si trova re Felipe VI, accanto al premier spagnolo Mariano Rajoy, è accolta da cori di fischi.

 

no tinc por 3 (1)

Alcuni cartelli portati in corteo dai dimostranti accusano il re di essere amico dell’Arabia Saudita e altri diretti a Rajoy gli chiedono “pace” e di “non vendere armi”. Fra gli slogan più intonati, oltre a ’No tinc por’, anche ’Mossos, mossos’, in riferimento ai Mossos d’Esquadra, cioè la polizia catalana.

 

no tinc por 5 (4)

70mila rose distribuite ai manifestanti

Per iniziativa del comune di Barcellona 70mila rose, bianche, gialle e rosse, i colori della città, sono state distribuite alle decine di migliaia di persone che partecipano alla manifestazione di Passeig de Gracia. Centinaia di volontari trasportano i fiori – 50mila rossi, 10 mila bianchi e gialli – dai fiorai della città fino al luogo della manifestazione, dove li distribuiscono.

 

no tinc por 5 (3)

La manifestazione chiusa con il “Canto degli uccelli”

Con l’interpretazione del «Canto degli Uccelli» (El Cant dels ocells, in catalano) di Pau Casals in Plaça Catalunya, e poi la partenza di Re Felipe e delle autorità si è conclusa ufficialmente la manifestazione di Barcellona.

Poco prima l’attrice Rosa Maria Sartà e l’attivista Miriamj Habib, il capo coperto da un hijab, hanno letto due testi in catalano e in castigliano per la pace e la convivenza. Non ci sono stati discorsi.

 

no tinc por 5 (1)

 

«Dobbiamo fare tutti autocritica, la nostra comunità, lo Stato, e cambiare molte cose», ha detto la sorella di uno dei terroristi islamici uccisi a Cambrils durante una concentrazione di centinaia di persone davanti al Monastero di Ripoll parallela alla grande manifestazione di Barcellona.

La giovane, che ha parlato con il capo coperto da un hijab, è stata interrotta più volte dalle lacrime. Suo fratello Moussa Oukabir è stato ucciso dalla polizia nell’attacco sul lungomare della cittadina catalana, un altro fratello, Driss, è in carcere accusato di essere pure lui membro della cellula creata dall’imam di Ripoll, senza che apparentemente nessuno se ne accorgesse. «I nostri giovani – ha detto ancora la ragazza marocchina – devono sentire che la Catalogna è la loro terra»

http://www.lastampa.it/2017/08/26/esteri/decine-di-migliaia-di-persone-a-barcellona-per-la-manifestazione-non-ho-paura-jqeutan6YFfGBUNkkfSP9L/pagina.html

Esiste una guerra contro la Catalogna

http://m.deia.com/2017/08/08/opinion/tribuna-abierta/hay-una-guerra-contra-catalunya

José Ramón Blázquez – Martedì, 8  Agosto 201710arenas2-inyt-articlelarge

La CATALOGNA si è sempre trovata dieci passi davanti a noi. Il dinamismo della sua economia, l’apertura intellettuale e le priorità della sua classe dirigente, oltre alla sua massa critica territoriale, hanno conferito a quella nazione mediterranea una proiezione superiore a quella che la Spagna le proponeva, oggi come sempre, zavorrandola e assoggettandola a un’unità fittizia e impoverente. Prima fu obbligata con la forza e ora anche, nel modo teatrale come si fanno oggi le cose nella politica dello Stato. Sí, esiste una guerra contro la Catalogna, con l’obiettivo di umiliarla e mantenere a tutti i costi il triste canone democratico fissato durante la Transizione, tributario del franchismo.

La decisa volontà di una grande maggioranza di catalani di iniziare un futuro a proprio rischio e pericolo sfida, in una impari battaglia, a tutti i poteri immaginabili, dal potere giudiziario alle forze di polizia (e anche militari, in modo più sottile), il controllo e la estorsione sulla sua economia, passando per l’infame potere della propaganda che esercitano i media pubblici e privati, da dove i servi dello Stato sparano i loro insulti, menzogne e tergiversazioni per ripudiare e screditare le aspirazioni legittime di un popolo che solo possiede ragioni democratiche. Lo spettacolo della Spagna caricando contro la Catalogna l’arsenale di minacce e vessazioni è degno di analisi approfondita. Ci aspettiamo ancora molte giornate di disonore e coercizione che si prolungheranno fino allo stesso 1 di ottobre e ancora oltre. L’autunno catalano sarà il preludio dell’inverno etico spagnolo con la piena esibizione della sua bassezza e le sue origini illegittime, indipendentemente dal risultato dell’eroico impegno del progetto guidato dal presidente Puigdemont.

La Spagna si trova in piena campagna per l’umiliazione della Catalogna. E’ così debole la sua posizione politica che non ha nemmeno avuto l’audacia di usare la norma più canaglia della propria Costituzione, l’articolo 155, che dà allo Stato la facoltà di occupare instituzionalmente una  comunità autonoma e privarla dei suoi diritti. La rinuncia al uso di questa soluzione è tattica. Gli strateghi hanno pensato a qualcosa di più crudele, scatenando una procedura divisa in cinque aree: la giudiziaria, la economica, la poliziesca e l’opinione pubblica, oltre alla internazionale. Ognuna di queste sta agendo in forma autonoma, ma in coordinamento con le altre operazioni di sottomissione ed estorsione nella forma più grossolana. La vicepresidente, Soraya Sáenz de Santamaría, dirige il gabinetto di guerra alla Catalogna -per adesso incruenta- del quale formano parte la cupola degli Interni, i tribunali Costituzionale e Supremo, i servizi di intelligence e alcuni esperti di comunicazione sociale, insieme ad alti poteri economici dello Stato e consulenti sugli affari catalani. Di nuovo la Spagna va in guerra, una guerra sporca. Lo fece anche in Euskadi. Ora incombe sulla Catalogna.

La legge del più forte. L’umiliazione che si aggira sulla Catalogna pretende di vincere la prima battaglia, forse la meno importante, ma la più apprezzata dai dirigenti: la propaganda. L’obiettivo specifico è che la sconfitta del progetto indipendentista non si espanda su tutta la cittadinanza catalana ma si concreti solo sulla classe politica nazionalista. L’argomento della comunicazione è il valore supremo della legge sulla volontà del popolo. Con questa cantilena ci stanno tormentando da mesi: che ciò che è legale è più che legittimo, che ciò che è formale e limitato è più che la sostanza e la libertà. Non so se ce la fanno a vincere la battaglia dell’opinione pubblica oltre al grande settore conservatore della società spagnola, erede dell’ignoranza e del vassallaggio franchista (e che oggi costituisce l’elettorato del PP e di Ciudadanos), ma nessuno che conosca il senso della storia e l’inarrestabile potere dei cambiamenti sociali può accettare una ragione così insufficiente e meschina. Di fatto, quelli che chiamano all’osservanza della legalità sono quelli che, proteggendo la corruzione, disprezzando l’autogoverno basco durante trent’anni e rifiutando la separazione dei poteri, rispettano di meno la propria legalità. La legge è solo un pretesto arbitrario.

Quello che invocano contro la Catalogna non è il valore della legge: è la legge del più forte. C’è una drammatizzazione della forza che si trasforma in giudiziarizzazione della politica: la Spagna ha lanciato il suo arsenale giudiziario contro quelli che chiedono di poter votare il 1 di ottobre. I tribunali, che in maggior o minor misura (come abbiamo visto nella dichiarazione imbarazzante di Rajoy presso la Corte Nazionale, protetta dal giudice) sono sotto il controllo del governo centrale e, inoltre, dispongono quasi a proprio piacimento, della gestione dei tempi e di un indiscutibile potere d’intervento sui parlamenti e i governi regionali, come abbiamo già sperimentato in Euskadi con l’interdizione di Atutxa, Knörr e Bilbao, vittime dell’assalto politico dei giudici venduti allo Stato. Ora è stato riprodotto in Catalogna, ingrandito e non revisionato.

INTERDIRE E’ UMILIARE. L’umiliazione consiste nel minacciare le cariche istituzionali e i funzionari collaboratori del referendum, i quali sarebbero accusati di sedizione, come nei migliori tempi della purga franchista dopo il golpe del 1936. Per il momento, hanno già depurato a Artur Mas, alle ex-consigliere Irene Rigau e Joana Ortega, oltre che al 6f-8parlamentare Francesc Homs. Vanno incontro alla stessa morte civile l’ex-senatore di ERC, Santiago Vidal; il direttore generale di Comunicazione della Generalitat, Jaume Clotet; l’ex-coordinatore del comitato esecutivo del Patto Nazionale per il  Referendum, Joan Ignasi Elena; il segretario generale alla Presidenza, Joaquim Nin, e il direttore generale di Attenzione alla Cittadinanza, Jordi Graells. Possono essere decine, centinaia, migliaia, i catalani giustiziati per interdizione prima e dopo il 1-O. Giustiziati, in definitiva, perchè la interdizione per cause democratiche annienta ai condannati. La Catalogna non ha bisogno di martiri per avere ragione, perché la libertà è tutta sua. Presupponiamo che i rappresagliati assumeranno con onore tale sacrificio.

La Guardia Civil ha un ruolo rilevante in questo conflitto, pur senza sangue e fuoco. Qualche giorno fa, senza alcun pretesto giudiziario, diversi agenti verdi sono entrati nel Parlament e in alcune dipendenze del governo della Generalitat per chiedere documenti sui casi di presunta corruzione del vecchio partito CiU. Questa irruzione improvvisa è estremamente grave e mostra fino a che punto lo Stato sarebbe disposto a utilizzare ogni pretesto per configurare una nuova versione di Tejero, un altro 23-F, che facesse crollare a terra i rappresentanti della società catalana.

La Catalogna dispone anche di una propria Quinta Colonna. La Confindustria si è alleata con lo Stato. Anche la divisione delle forze sostenitrici del diritto a decidere debilita la ragione del 1 di ottobre. La codardia ha provocato dimissioni tattiche. La maggioranza dei mezzi di comunicazione infondono paura del futuro e denigrano il processo. E molta gente si spezza, vittima de le proprie esitazioni. La Spagna è una macchina che spara minacce e offese contro funzionari, aziende, pensionati, lavoratori, cittadini. E’ un’altra forma di terrore. Il bombardamento è insistente con questa irrazionalità di una legalità che è preciso superare e vincere. La Spagna sta barando e violenta la democrazia. Non ha legittimità alcuna per massacrare in questo modo la Catalogna.

La lezione catalana è che la struttura dello Stato e la rete politica e giuridica che la sostiene sono scaduti. Dimostra che la Spagna mente vigliaccamente quando afferma che tutto è possibile in democrazia. E siccome la Spagna non vuole cambiare, bisogna forzare la sua stretta e dubbiosa legalità. Con la forza della politica. La storia è piena di esempi di eroiche rotture che hanno cambiato e migliorato le nazioni. Qualunque cosa succeda, la Catalogna ha già vinto questa guerra. Non c’è mai stata ragione più alta per la sedizione, grande virtù liberatrice.

traduzione: Àngels Fita Coll – ANC Italia