Puigdemont, presidente della Catalogna: faremo rispettare l’esito del referendum sull’indipendenza

giovedi, 10 agosto  2017 | RAI NEWS    

 
La Catalogna marcia verso il referendum del 1 ottobre per l’indipendenza dalla Spagna. I gruppi separatisti hanno consegnato al Parlamento regionale la legge per la convocazione del voto, che Madrid definisce illegale e promette di fermare a tutti i costi. “Piuttosto che rinunciare al referendum mi faccio arrestare”, risponde il presidente catalano Carles Puigdemont.

Mario Magarò lo ha intervistato a Barcellona –

VIDEO: See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Son-magaro-barcellona-020817-171-0752614e-56b1-4312-9f2a-d84557ecbc57.html

Così la Catalogna prepara il referendum

Così la Catalogna p’repara il referendum (vincolante) sull’indipendenza dalla Spagna

Così la Catalogna prepara il referendum (vincolante) sull’indipendenza dalla Spagna

Conversazione di Formiche.net con Luca Bellizzi, delegato della Generalitat in Italia

In Catalogna ci sono forti venti di secessione. Il 4 luglio scorso il movimento indipendentista ha depositato in Parlamento un progetto di legge per la realizzazione di un referendum con carattere vincolante – senza quorum – il 1° ottobre. In caso di una vittoria del “Sì”, entro 48 ore la Catalogna si dichiarerebbe indipendente dalla Spagna.

In un’intervista con Formiche.net, Luca Bellizzi, delegato della Generalitat in Italia, spiega la situazione sulla richiesta di indipendenza della Catalogna, e la differenza con altri movimenti secessionisti in Europa.

LA PROPOSTA DI LEGGE PER IL REFERENDUM

Bellizzi ricorda che, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, sono state molte le volte che per la Catalogna sembrava un momento storico, ma questa volta lo è per davvero. “Se il progetto di legge diventerà legge, le dichiarazioni del governo catalano diventeranno procedura legale. E l’indipendenza della regione potrebbe essere alle porte, se così il popolo lo vorrà”.

Secondo il rappresentante del governo catalano, entro la metà di agosto e i primi giorni di settembre, il Parlamento dovrà votare sull’approvazione del progetto presentato da Junts pel sí e Candidatura d’Unitat Popular. La proposta – che si può consultare sul sito garanties.cat– prevede la dichiarazione dell’indipendenza della regione catalana a due giorni dalla ipotetica vittoria del sì. Il progetto di legge non fissa un minimo di partecipazione.

LA POSIZIONE DI MARIANO RAJOY

Anche se il governo di Mariano Rajoy ha detto che questa legge “non si farà perché è antidemocratica”, il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, è convinto che i catalani potranno esprimersi sulla secessione. In un’intervista a La Repubblica, Puigdemont  ha detto che “il referendum si farà, Rajoy non invierà la polizia. Se vincerà il Sì si inaugurerà una fase di transizione che ci porterà fino alla nuova Costituzione”. Secondo il presidente catalano, la disponibilità per risolvere la questione per la via del dialogo è sempre stata respinta. “Rajoy mi ha sempre risposto ‘non posso e non voglio permettere un referendum’. Il problema è nel non voglio”, ha detto Puigdemont. Rajoy, si sa, non vuole fare la fine di David Cameron con la Brexit nel Regno Unito.

CONSULTA LEGALE, EFFETTIVA E VINCOLANTE

Tuttavia Bellizzi sostiene che le autorità catalane continuano ad essere disposte a negoziare fino all’ultimo minuto, ma si preparano comunque per tutti i passaggi che porteranno alla consultazione popolare. “Il punto numero uno del progetto di legge – spiega il rappresentante della Generalitat – spiega il contesto legale per l’autodeterminazione della Catalogna e dà al referendum un valore legale, effettivo e vincolante”.

Nonostante la Costituzione spagnola vieti la divisibilità dello Stato, Bellizzi ricorda che “la Spagna ha firmato la Carta delle Nazioni Unite nel 1976, entrando a fare parte dello status dell’autodeterminazione dei popoli, per cui i catalani hanno questo diritto”.

REFERENDUM SENZA QUORUM 

L’articolo 4 del progetto di legge del referendum per la Catalogna indica che non si prevede un quorum: “Questo aspetto, consigliato da esperti internazionali, stabilisce che non ci sia necessità di un quorum minimo, questo per evitare l’astensione – spiega Bellizzi -. Gli elettori devono sapere che le conseguenze sono vincolanti. La proposta prevede che nei due giorni successivi all’annuncio dei risultati, in caso di vittoria del Sì, la Catalogna potrà attivare la dichiarazione d’indipendenza dalla Spagna. Se vince il No, saranno convocate le elezioni autonome”. L’hashtag della campagna del governo catalano è #comsempre (come sempre), perché il messaggio è che si voterà come sempre. Per il referendum catalano restano le stesse garanzie democratiche.

PERCHÈ LA CATALOGNA NON È LA PADANIA

Un altro aspetto interessante del movimento indipendentista catalano è la distanza che vogliono prendere da altre iniziative – in apparenza – simili in Europa. Bellizzi sottolinea che “le caratteristiche dell’iniziativa catalana sono molto diverse da quelle della Padania in Italia, per non parlare del Veneto, Sicilia e Sardegna. In Catalogna ci sono caratteristiche tipiche. Siamo una nazione storica, con un governo che era presente nell’epoca medievale, uno degli Stati più antichi dell’Europa. Le istituzioni proprie del governo catalano sono rimaste intatte fino al 1714, quando la regione perde la propria sovranità. La Padania non è mai esistita come identità di autogoverno”. Anche dal punto di vista linguistico e culturale la Catalogna rivendica la sua indipendenza: parla una lingua propria, diversa dallo spagnolo, e vive una cultura unica.

Da un punto di vista politico – a differenza da quello padano, ma anche da quello scozzese – il movimento separatista catalano è trasversale, non è legato a un unico partito. Oltre al Partito Popolare e Ciudadanos – che sono contrari alla consulta – altri partiti di destra e di sinistra promuovono il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Grande incognita invece per il voto del Partito Socialista Operaio Spagnolo e Podemos.

E GLI EFFETTI PER L’EUROPA?

Infine, sulle conseguenze per l’Europa, Bellizzi rassicura: “Non ci saranno effetti. La Catalogna resta europeista. Le conseguenze che ci saranno dipendono dalle reazioni della Spagna in caso di secessione se, come disse l’ex ministro degli Affari esteri, fuori dalla Spagna la Catalogna resterà nel limbo perché imporrano il veto”. Il delegato ricorda che il 20 per cento del Pil spagnolo è nella regione Catalogna e che in Spagna ci sono circa 600 imprese italiane, di cui l’80 per cento è in Catalogna, oltre a 48mila cittadini italiani: “Siamo convinti – conclude – che per problemi pratici l’Unione europea proporrà soluzione pratiche e ci sarà magari un ingresso express, per gli interessi dell’Europa”.

 

http://formiche.net/blog/2017/07/11/catalogna-referendum-bellizzi/

Lo strappo catalano: “Referendum sull’indipendenza senza quorum”

La Generalitat: “La repubblica sarà proclamata subito dopo la consultazione”. La Spagna: “Non si voterà mai”
AFP
Al centro il presidente della Catalogna
Carles Puigdemont, alla sua sinistra la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e alla sua destra il vicepresidente
Oriol Junqueras
Francesco Olivo  La Stampa  04.07.2017

Niente quorum e indipendenza proclamata in automatico. Il treno della secessione non si ferma. Anzi. Il governo catalano ha annunciato le modalità in cui si svolgerà (almeno nelle sue intenzioni) il referendum programmato per il prossimo 1° ottobre. Le novità fondamentali sono, appunto, due: non viene fissato un numero minimo di partecipanti e il carattere vincolante ed esecutivo della consulta, in caso di vittoria del sì la repubblica catalana sarà proclamata entro due giorni dalla fine dello spoglio, in caso contrario elezioni regionali anticipate. Il governo spagnolo non si sposta di una virgola: «Il referendum è illegale e non si svolgerà». Ovvio quindi che le prossime settimane saranno perlomeno vivaci. Nessuno può permettersi di tornare indietro. La situazione, e non potrebbe essere diversamente, preoccupa parecchio anche il re Felipe VI che ieri ha incontrato il leader del Partito socialista Pedro Sánchez, che è tornato a guidare l’opposizione dura e pura a Rajoy dopo la vittoria delle primarie.

 

Il problema per il governo di destra è come impedire materialmente la celebrazione della consultazione. La corte costituzionale bloccherà tutto, ma i catalani sono pronti alla disobbedienza, «riconosciamo solo le leggi del nostro parlamento». A questo punto cosa si fa? Escludendo di vedere i carri armati spagnoli sulla Diagonal di Barcellona (anche se lo scenario piacerebbe agli estremisti dei due fronti), la strategia è complessa. Per evitare scene eclatanti, Madrid punta a minacciare i funzionari pubblici affinché non collaborino in quella che viene considerata una votazione eversiva. Alcuni dirigenti della Generalitat sono stati sentiti in questi giorni dalle autorità spagnole, il messaggio è chiaro: la legge verrà applicata con fermezza. Così, il governo Puigdemont è costretto a lavorare nella segretezza e affiderà la gestione del referendum, a quanto pare, a dei volontari. A risentirne saranno le garanzie legali della votazione, al di là degli osservatori internazionali che i catalani promettono aver contattato.

 

La tensione nel fronte indipendentista sale al massimo: la posta in gioco è altissima e chi sbaglia, stavolta, rischia grosso. La coalizione di governo è formata da tre anime molto diverse: i centristi di Convergencia (oggi PdCat) convertiti all’indipendentismo negli ultimi anni, la sinistra di Esquerra Republicana (da sempre per la separazione da Madrid) e gli anticapitalisti della Cup, contrari all’euro.

L’apparente unanimità è stata rotta da un’intervista del Conseller (assessore) Jordi Baiget, che esprimeva dubbi sull’effettiva realizzazione del referendum, «stiamo sottovalutando la potenza della reazione spagnola». Passano poche ore e Baiget (centrista legato all’ex presidente Artur Mas), pur favorevole alla consultazione, viene cacciato. «Finché ci sono io il referendum si farà», dichiara Puigdemont. Nel mezzo della guerra non c’è posto per i dubbiosi.

Puigdemont, il “Bolívar per caso” della Catalogna: “Madrid non ci fermi”

Il capo della Generalitat: “Il referendum si farà, Rajoy non invierà la polizia. Se vincerà il Sì si inaugurerà una fase di transizione che ci porterà fino alla nuova Costituzione”

di CONCITA DE GREGORIO   per  La Repubblica

3 luglio 2017

BARCELLONA. Carles Puigdemont, 54 anni, è il presidente della Generalitat di Catalogna numero 130. È subentrato ad Artur Mas nel gennaio 2016: lo ha fatto, dice, “in forma inattesa e in maniera provvisoria”. In questa intervista mette in chiaro che, portato a termine il processo referendario, non intende proseguire la carriera politica. Con la stessa convinzione si dice pronto alle barricate politiche con Madrid. Se fosse destituito dal governo prima del primo ottobre, cosa in teoria possibile, non accetterà la destituzione. Esclude che Rajoy mandi la polizia di Stato, la Guardia Civil, a  chiudere le urne: sarebbe una foto pessima. Esclude anche che i sindaci dei 948 municipi catalani si lascino intimidire dal governo e non aprano i seggi: ha preparato per questo una legge che presenta domani. Giornalista, ex sindaco di Girona, liberale moderato, pacifista, è dotato di una peculiare capigliatura e di un singolare destino: gli tocca in sorte il ruolo di rivoluzionario antisistema, una sorta di Simón Bolívar per caso. Lo sostiene nello scontro con Madrid la sinistra dei Cup pronta alla rivolta di piazza della quale il Presidente parla, sorridendo, come di un eventualità improbabile, non impossibile.

È certo che il referendum del 1° ottobre si farà?
“Ne sono certo. Una grande quantità di gente vuole votare al referendum anche se non è d’accordo con l’indipendenza. Andare alle urne è questione di dignità democratica e politica. Voteremo e applicheremo il risultato del voto. Se vince il No sciolgo il Parlamento e si va a elezioni. Se vince il Sì si apre una fase di transizione che ci porterà fino alla nuova Costituzione. Si arriverà in questo caso all’indipendenza operando con abilità e saggezza”.

Il presidente Rajoy dice che il referendum è incostituzionale. Che lo impedirà.
“È davvero difficile che possa impedirlo. Sono pacifista e credo nella forza della resistenza. Ho chiesto a Rajoy in varie occasioni di risolvere con dialogo. Di cominciare, almeno, col riconoscere la questione. Mi ha risposto: “Non posso e non voglio permettere un referendum”. Il problema è nel: non voglio. L’anticatalanismo ha sempre aiutato il Partito popolare. Gli dà voti e consenso fuori dalla Catalogna. È la sua polizza sulla vita. Anche per questo non vuole. Non è vero che Rajoy stia fermo, che sia inerte come lo rappresentano. Si muove, ma in maniera subdola e in direzione contraria alla nostra. Guardi Operacion Catalunya: il governo si è mosso mettendo mano a giudici compiacenti, polizia corrotta e servizi segreti per screditarci. È un sistema di potere corrotto”.

Tuttavia la Costituzione parla di indivisibilità dello Stato.
“La Costituzione è aperta e generosa. Permetterebbe una Nazione di Nazioni. Nel 1978, quando è stata scritta, era possibile uno sviluppo in questo senso. Il tentativo di colpo di Stato del 1981 ha cambiato molte cose. Oggi per i funzionari, i burocrati di Stato al potere l’Unità di Spagna è un dogma religioso. Sarebbe più facile discutere col Papa dell’esistenza di Dio”.

È possibile che il governo autorizzi il referendum senza cambiare la Costituzione?
“Il 1° ottobre saranno 40 anni dal ritorno dall’esilio di Josep Tarradellas, il primo presidente della Generalitat del post franchismo. Il 29 settembre ’77 Adolfo Suarez riconobbe per decreto Josep Tarradellas Presidente di Catalogna, e lo fece rientrare”.

È stato prima che fosse varata la Costituzione.
“Sì, ma lo spirito da cui è nata era quello. Rajoy sfortunatamente non è Suarez né Zapatero. Il Ppe ha annullato lo Statut catalano regolarmente votato con un dispositivo della Corte costituzionale, che come tutti sanno è un organismo di nomina politica. C’è stato un momento, davvero grottesco, in cui Rajoy propose che sul caso catalano votassero tutti gli spagnoli”.

Ha parlato del referendum col re?
“In qualche occasione privata. Il re, sarebbe sempre meglio tenerlo da parte. Il problema non è del re”.

In pratica, come pensa di evitare il carcere ai sindaci che dovessero aprire i seggi?
“Nessuno vuole andare in carcere, pagare multe. La minaccia del governo centrale sui funzionari pubblici è pesante, e personale. Domani presenteremo il progetto di una legge di transitorietà giuridica che renderà legale – per il governo catalano – la consultazione. E una che spiega tecnicamente come farla. Saranno entrambe pronte a fine agosto. Lo Stato farà certamente ricorso, in settembre. Si vota il primo ottobre. È una questione di tempi”.

Rajoy potrebbe sospenderla dalla carica di presidente.
“Potrebbe. È una legge che ha voluto lui stesso, recente. Ma non accetterei la sospensione. Sarebbe un atto politico: non potrei accettarla. Tirerei diritto comunque fino al referendum. Se il governo provasse a impedire l’esito di un voto democratico entrerebbe in un giardino dal quale sarebbe difficile uscire”.

Intende dire che chiamerebbe in difesa delle urne le piazze?
“Non ci sarà bisogno di chiedere ai cittadini che difendano le urne. Non succederà niente. Non interverranno né la Guardia Civil di Madrid nè i Mossos de escuadra catalani. Onestamente: credo che la democrazia spagnola non consentirebbe l’intervento della polizia alle urne. Non me lo posso immaginare”.

Pensa che il suo vice Oriol Junqueras, più moderato di lei nel dire che “bisogna pensare ad un processo lungo”, si stia candidando a subentrarle in dialogo con Madrid?
“Escludo che Junqueras stia negoziando con Rajoy. Quanto alle ambizioni personali posso solo dire delle mie. In generale credo che non si possa andare in un tempo nuovo con una squadra vecchia. Chi ha portato alla transizione deve uscirne. Non dubito che emergeranno ovunque figure interessanti. Macron è cresciuto in un anno”.

Le sue ambizioni quali sono?
“Non mi presenterò alle prossime elezioni, a fine processo. La mia opera è stata imprevista, accidentale e provvisoria. Conduco la nave fino in porto. Dalla post- autonomia alla pre-indipendenza, questo è il mio mandato”.

Ne è sicuro?
“Ho 54 anni, ho orientato tutta la vita per passare a Girona, la

mia città, l’ultimo quarto di esistenza. Mia moglie Marcela, le mie figlie che hanno 7 e 10 anni, i miei amici. Voglio leggere, studiare. Non voglio essere assente dalla vita delle mie figlie mentre entrano nell’adolescenza. Voglio vivere nella mia città, insieme a loro”.

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”

Abbiamo intervistato Joan Elies Adell Pitarch (nella foto), Direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia sul Referendum per l’Indipendenza annunciato dal capo del governo catalano Carles Puigdemont. 

pubblicato sul blog Pesa Sardigna il 15.06.2017

Joan Elies Adell Pitarch

 

  1. Il presidente catalano Puigdemont ha dichiarato che ad ottobre si terrà il referendum per l’indipendenza della Catalogna. Come si è arrivati a questa storica decisione.   

Efettivamente, venerdì passato [9 giugno 2017, ndt] il Presidente del Governo Catalano ha comunicato il quesito e la data del Referendum per l’independenza della Catalogna dallo Stato Spagnolo, che sarà: “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” e che si terrà il prossimo 1° di ottobre 2017.

Come ci siamo arrivati? Evidentemente la Catalogna ha sempre voluto sentirsi a proprio agio, lungo la Storia, all’interno dello Stato Spagnolo, in modo che si riconoscesse la nostra identità storica, linguistica e culturale. Però questo non è mai stato possibile. Dal 1714, quando la Catalogna ha perso la sua sovranità politica, è stato molto difficile incastrare la nazione catalana all’interno della Spagna. Dobbiamo ricordare, per esempio, che un grande poeta catalano come fu Joan Maragall, scrisse nell’anno 1898 un poema intitolato “Oda a Espanya” in cui già si alludeva alla insensibilità della Spagna centralista rispetto alle diverse nazionalità presenti nello Stato spagnolo e le sue lingue:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

E finisce domandandosi :

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Più di un secolo dopo, noi catalani abbiamo la sensazione che la Spagna continui a non volerci ascoltare. Senza sentire la nostra voce né sapere cosa ne pensiamo né come ci sentiamo. E il divieto a fare il referendum per l’autodeterminazione della Catalogna è un buon esempio. Sembra che il Governo spagnolo preferisca ignorare cosa pensa la cittadinanza catalana sopra la relazione politica fra Catalogna e Spagna. Cosa che mi sembra preocupante.

Nella storia recente, il movimento si attiva quando nel 2010 una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo contro lo Statuto d’Autonomia della Catalogna del 2005, a causa di un ricorso del Partido Popular, pone le condizioni per un momento chiave senza precedenti e determina un punto di non ritorno nella nostra relazione con lo Stato spagnolo. È triste, e non sarebbe mai dovuto succedere. Lo Statuto fu elaborato e votato dal Parlamento catalano, dopo essere stato ritoccato e molto ridotto nel Congresso dei Deputati spagnolo (fatto che ci dispiacque profondamente in Catalogna) e dopo ratificato in un referendum dal popolo catalano, malgrado che per molti di noi fosse il male minore. Così come già era successo in passato, uno Statuto d’Autonomia approvato dal popolo di Catalogna viene decurtato da Madrid, attraverso un Tribunale molto politicizzato e controllato dal Governo spagnolo. Questa sentenza ha tolto la parola ai cittadini della Catalogna, e fece intendere ai catalani che l’unica maniera di essere una nazione è avere un proprio Stato, perché dentro lo Stato spagnolo ci siamo accorti che non è possibile.

  1. Lo stato spagnolo è arroccato sul principio che il referendum sull’indipendenza non si può fare perché non previsto dalla Costituzione. Cosa accadrà?

Questo non è proprio così. Il Governo spagnolo usa la Costituzione spagnola come una scusa per evitare di conoscere l’opinione dei catalani sopra la loro relazione politica con lo stato spagnolo. Recentemente più di 600 giuristi catalani hanno firmato un manifesto che sostiene che nel solco costituzionale vigente e “nel solco del principio democratico”, è legittima la possibilità che la cittadinanza “proponga alternative espresse attraverso un processo democratico”, come è il referendum sull’independenza della Catalogna e che l’applicazione del suo risultato si possa negoziare coi rappresentanti dello Stato. Ciò che ci vuole è la volontà politica, però lo Stato spagnolo non ha la volontà politica di sapere cosa ne pensano i cittadini catalani, probabilmente perché teme la loro la risposta. Forse si dovrebbe chiedere perché la stragrande maggioranza dei catalani non si sente a suo agio dentro la Spagna, e invece di sedurci, di convincerci a rimanere, che è bene continuare dentro la Spagna, non smette di dirci che non possiamo chiederlo, che la legge non lo permette, che è illegale sapere cosa opina il popolo di Catalogna. Questo è profondamente antidemocratico, giacché noi catalani pensiamo che la democrazia deve stare sopra la legalità, e lo Stato di diritto ha gli strumenti sufficienti per dimostrare la legalità del referendum convocato dal presidente Puigdemont e che è avallato dalla maggioranza assoluta del parlamento della Catalogna.

  1. Neppure la Costituzione italiana prevede il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Però il diritto internazionale prevede l’esercizio di tale diritto. Come è possibile risolvere questo nodo di alcune costituzioni che non garantiscono un esercizio democratico fondamentale ai propri cittadini?

Come ho già detto, se c’è volontà politica, perfino nelle costituzioni che non prevedono in maniera esplicita il diritto all’autodeterminazione dei popoli, si può arrivare a un accordo, come dimostra il caso del Quebec. Nelle costituzioni statali c’è una contraddizione palese rispetto della pratica politica degli Stati: non si riconosce il diritto all’autodeterminazione dentro il proprio Stato però lo si riconosce fuori. Questa è una pratica politica abituale. Il Congresso spagnolo, ad esempio, nel 2014 riconobbe lo Stato della Palestina. Riconosceva, quindi, in forma implicita il diritto  dell’autodeterminazione nello stesso tempo in cui negava il diritto all’autodeterminazione nei casi interni. In forma indiretta il diritto all’autodeterminazione lo riconoscono tutti gli Stati che incorporano nella legislazione il rispetto delle norme del diritto internazionale —ossia l’immensa maggioranza. In forma diretta, riconoscere il diritto di autodeterminazione alle minoranze interne di uno Stato è una pratica solita per ragioni ovvie, però molti Stati, quando devono spiegare perché sono indipendenti, basano la loro esistenza nell’invocazione legale del diritto di autodeterminazione stesso. Ci sono svariati Stati che riconoscono il diritto all’auto determinazione in forma esplicita nelle leggi nonostante che non lo facciano per Costituzione, come ad esempio: il Canada (che riconosce il diritto del Quebec), Danimarca (che lo riconosce per le isole Fær Øer e Groenlandia), la stessa Italia (che se non mi sbaglio riconosce all’Austria un ruolo di tutela rispetto al Sud Tirolo), Finlandia (che lo riconosce per le isole Aland) il Regno Unito (che lo riconosce a molti territori uniti dalla corona), Svizzera (che riconosce il diritto dei cantoni) o gli Stati Uniti (che hanno riconosciuto in alcune sentenze il diritto alla secessione). Pertanto siamo convinti che la comunità internazionale, se vince il sì nel nostro referendum per l’autodeterminazione, finirà per riconoscere l’indipendenza della Catalogna, giacché il diritto all’autodeterminazione dei popoli si considera giuridicamente come una norma imperativa, proprio come è stato ribadito in alcune sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e così come è rispecchiato nella carta delle Nazioni Unite.

traduzione dal catalano  di  Carlo Manca


Intervista originale in lingua catalana

  1.  Efectivament, el passat divendres el President del Govern de Catalunya va comunicar la pregunta i la data del Referèndum per la independència de Catalunya de l’Estat Espanyol, que serà: “Voleu que Catalunya sigui un Estat independent en forma de república?” (“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?”) i que se celebrarà el proper 1 d’octubre.

Com hem arribat fins aquí? Evidentment Catalunya sempre ha volgut sentir-se còmoda, al llarg de la història, a l’intern de l’Estat Espanyol, de manera que es reconegués la nostra identitat històrica,lingüística i cultural. Però això mai no ha estat possible. Des de 1714, quan Catalunya va perdre la seva sobirania política, ha estat molt difícil l’encaix de la nació catalana a l’interior de l’Espanya. Hem de recordar, per exemple, que un gran poeta català com va ser Joan Maragall, va escriure l’any 1898 un poema titulat “Oda Espanya” en què ja es feia al·lusió a la insensibilitat de l’Espanya centralista respecte a les diferents nacionalitats presents a l’Estat Espanyol i les seves llengües:

Escolta, Espanya -la veu d’un fill
que parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra.
En aquesta llengua – pocs t’han parlat;
en altra, massa.

I acaba preguntant-se per què aquella Espanya centralista prefereix no escoltar la veu d’un dels seus pobles, com és el català, perquè margina i desantèn a un dels seus fills, com és Catalunya:

On ets, Espanya? – No et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!

Més d’un segle després, els catalans tenim la sensació que Espanya segueix sense voler-nos escoltar. Sense sentir la nostra veu i saber què en pensem i com ens sentim. I la negativa a fer el referèndum d’autodeterminació de Catalunya és un bon exemple. Sembla que el Govern espanyol no prefereixi ignorar què pensa la ciutadania de Catalunya sobre la relació política entre Catalunya i Espanya. Cosa que em sembla preocupant.

En la història recent, el moviment s’activa quan l’any 2010, una sentència del Tribunal Constitucional espanyol contra l’Estatut d’Autonomia de Catalunya de 2005, arran d’un recurs del Partido Popular, suposa una inflexió sense precedents i determina un punt de no retorn en la nostra relació amb l’Estat Espanyol. És trist, i mai no hagués hagut de succeir. L’Estatut fou elaborat i votat pel Parlament de Catalunya, després retocat i força rebaixat en el Congrés de Diputats Espanyol (fet que ens va doldre profundament a Catalunya) i després ratificat en referèndum pel poble de Catalunya, malgrat que per a molts de nosaltres era un mal menor. Així, com ja havia succeït en el passat, un Estatut d’Autonomia aprovat pel poble de Catalunya és retallat per Madrid, a través d’un Tribunal molt polititzat i controlat pel Govern espanyol.  Aquesta sentència va treure la paraula al ciutadans de Catalunya, i ens va fer entendre als catalans que l’única manera de ser una nació és tenir un estat propi, perquè dintre de l’Estat Espanyol ens hem adonat que no és possible.

  1. Això no és ben bé així. El Govern espanyol utilitza la Constitució Espanyola com una excusa per evitar conèixer l’opinió dels catalans sobre la seva relació política amb l’estat espanyol. Recentment més de 600 juristes catalans han signat un manifest que defensa que en el marc constitucional vigent i “en el marc del principi democràtic”, hi cap la possibilitat que la ciutadania “proposi alternatives expressades a través d’un procés democràtic”, com és el referèndum sobre la independència de Catalunya i que l’aplicació del seu resultat es pugui negociar amb els representants de l’estat. Allò que cal és voluntat política, però l’Estat Espanyol no té la voluntat política de saber què en pensen els ciutadans de Catalunya, possiblement perquè no li agrada la resposta. Potser s’hauria de preguntar perquè una gran majoria de catalans no se senten còmodes dintre d’Espanya, i en lloc de seduir-nos, de convencer-nos a quedar-no, que és bo continuar dintre d’Espanya, no deixa de dir-nos que no ens podem preguntar això, que la llei no ho permet, que és il·legal saaber què opina el poble de Catalunya. Això és profundament antidemocràtic, ja que els catalans pensem que la democràcia ha d’estar per sobre de la legalitat, i l’estat de dret té instruments suficients per demostrar la legalitat del referendum convocat pel president Puigdemont i que és avalat per la majoria absoluta del Parlament de Catalunya.

3. Com t’he dit, si hi ha voluntat política, fins i tot en les constitucions que no preveuen de manera explícita el dret d’autodeterminació dels pobles, es pot arribar a un acord, com demostra el cas del Quebec.  A les constitucions estatals hi ha una contradicció flagrant respecte de la pràctica política dels estats: no es reconeix el dret d’autodeterminació dins el propi estat però sí que es reconeix fora. Aquesta és una pràctica política habitual. El congrés espanyol, per exemple, el 2014 va reconèixer l’estat de Palestina. Reconeixia, per tant, de forma implícita el dret de l’autodeterminació al mateix temps que negava el dret d’autodeterminació per als casos interns. De forma indirecta el dret d’autodeterminació el reconeixen tots els estats que incorporen a la legislació el respecte de les normes del dret internacional —o sigui la immensa majoria. De forma directa, reconèixer el dret d’autodeterminació a les minories internes d’un estat no és una pràctica habitual per raons òbvies, però molts estats a l’hora d’explicar perquè són independents basen la seva existència en la invocació legal al dret d’autodeterminació mateix. Hi ha més estats que reconeixen el dret d’autodeterminació de forma explícita a les lleis encara que no ho facin a la constitució, com ara: el Canadà (que reconeix el dret del Quebec), Dinamarca (que el reconeix per a les illes Fèroe i Grenlàndia), la mateixa Itàlia (que si no estic equivocat reconeix a Àustria un paper de tutela respecte del Tirol del Sud), Finlàndia (que el reconeix per a les illes Aland), el Regne Unit (que reconeix el dret d’autodeterminació a molts dels territoris units per la corona), Suïssa (que reconeix el dret d’autodeterminació dels cantons) o els Estats Units (que ha reconegut en unes quantes sentències el dret de secessió). Per tant, estem convençuts que la comunitat internacional, i guanya el Sí en el nostre referèndum d’autodeterminació, acabarà reconeixent la independència de Catalunya, ja que El dret d’autodeterminació dels pobles es considera jurídicament una norma imperativa, tal com ha estat remarcat a unes quantes sentències de la Cort Internacional de Justícia i tal com és reflectit a la carta de les Nacions Unides.

 

 

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