Quim Torra visita i nove leader indipendentisti in carcere

 

Catalogna, Torra visita i nove leader indipendentisti in carcere: “Il processo è una farsa”

Di Euronews         09/02/2019 

 

Il presidente della Catalogna Quim Torra ha fatto visita ai nove leader indipendentisti in carcere, a pochi giorni dall’inizio del processo davanti alla corte suprema di Madrid.

La visita arriva il giorno dopo il secco no del governo spagnolo ad un referendum sull’autodeterminazione della Catalogna. “Questo governo – ha scritto in un tweet il premier Pedro Sanchez – non accetterà mai un referendum sull’autodeterminazione. Lavoriamo per costruire quanti più ponti possibili dal punto di vista politico. Questa è la proposta del governo spagnolo per la Catalogna: coesistenza, dialogo e diritto. Costituzione”.

“Chiediamo al premier di avere coraggio e di continuare il dialogo – ha detto Torra – con la determinazione di risolvere il conflitto politico che esiste in Catalogna”.

Torra ha definito il processo al via martedì prossimo ‘una farsa’, sottolineando che i politici in carcere non hanno potuto prepararsi al procedimento con le dovute garanzie.

Venerdì scorso i nove leader indipendentisti, tra cui l’ex vicepresidente Oriol Junqueras, sono stati trasferiti da Barcellona a due penitenziari della capitale spagnola.

I nove sono accusati di ribellione, appropriazione indebita e disobbedienza in seguito al referendum del primo ottobre 2017 e alla successiva dichiarazione d’indipendenza del parlamento catalano.

Torra inconterà di nuovo gli imputati martedì prossimo, giorno di inizio del processo.

 

https://it.euronews.com/2019/02/09/catalogna-torra-visita-i-nove-leader-indipendentisti-in-carcere-il-processo-e-un

 

Catalogna, la crociata della destra contro il movimento indipendentista

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di: Natascia Ronchetti          4 Febbraio 2019

da Barcellona – “I prigionieri golpisti ultranazionalisti partono alla volta di Madrid. Solo poche decine di persone tristi sono venute a salutarli. Bellissimo”. Sono circa le 11 dell’1 febbraio scorso quando viene messo in rete il tweet che accompagna le immagini (riprese da un agente dall’interno del blindato della Guardia Civil) del trasferimento a Madrid, in vista del processo, dei nove esponenti politici catalani arrestati per sedizione, ribellione e malversazione di soldi pubblici dopo il referendum dell’1 ottobre del 2017 sull’indipendenza della Catalogna. Il tweet è emblematico. Manifesta un sentimento di intolleranza abbastanza diffuso in Spagna nei confronti del movimento indipendentista catalano. Un sentimento prepotentemente cavalcato dalla destra. Quella del Partido Popular e di Ciudadanos. E quella dell’estrema destra di Vox. Il partito fondato da Santiago Abascal, dopo aver eletto ben 12 deputati nel Parlamento andaluso, si è anche costituito al processo che inizierà il 12 febbraio davanti al Tribunale Supremo. Lo ha fatto calandosi nei panni dell’accusa popolare. Ha scelto cioè di utilizzare uno strumento previsto dall’ordinamento giudiziario spagnolo, come garanzia contro le connivenze, per fare dell’aula del tribunale il palcoscenico della propria campagna elettorale contro ogni autonomia. Vox, oltre all’indipendentismo catalano, ha altri due nemici dichiarati: le donne e gli immigrati. Vuole una Spagna ultra centralista ma anche anti femminista (ha chiesto l’abolizione della legge sulla violenza di genere), saldamente legata alle tradizioni e chiusa al fenomeno migratorio.

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Uno spot elettorale nel quale Abascal cavalca baldanzosamente alla “riconquista della Spagna” esprime bene l’idea di una parte del Paese che non vuole perdere l’orgoglio di ex potenza coloniale e che conserva nostalgie per il passato franchista: l’ultimo sondaggio sull’orientamento di voto realizzato alla fine di gennaio dal Centro di indagine sociologica ha confermato, del resto, che Vox è in ascesa, con il 6,5% dei consensi a livello nazionale, e che la questione catalana è dirimente, visto che oggi il 36,4% degli spagnoli voterebbe per chi ha preso posizioni radicali contro l’indipendentismo, proprio come Vox e il Partido Popular. “La verità è che il franchismo non è mai morto”, dice Josè Maria Noales Tintorè, giudice istruttore di Badalona, terza città della Catalogna per numero di abitanti. “Tutti noi ci siamo svegliati un giorno – prosegue – scoprendo  che sopravvive ancora”. Lo fa nell’apparato burocratico della pubblica amministrazione. Ma anche, secondo i catalani, in un sistema giudiziario che non è realmente indipendente da quello politico: il procuratore generale del Tribunale supremo è nominato dal governo, l’organismo di autogoverno della magistratura è indicato dal Parlamento.

La dura reazione di Madrid alla dichiarazione di indipendenza all’indomani del referendum (dichiarazione tutta politica e senza valore giuridico), per la Catalogna indipendentista, caratterizzata da un’anima fortemente repubblicana ed europeista, ne è la prova. Così come la repressione, che continua con incriminazioni e arresti, spesso arbitrari, come quello di cui sono state vittime recentemente due sindaci, quelli di Celrà e Verges. “La polizia nazionale mi ha fermato la mattina del 25 gennaio, senza mandato”, ricorda Dani Cornellà, sindaco di Celrà, 5.400 abitanti -. Mi hanno portato nella caserma di Girona, dove era già stato rinchiuso il sindaco di Verges, Ignaci Sabater. Mi accusavano di interruzione di pubblico servizio, perché l’1 ottobre del 2018, per ricordare il referendum, avevo partecipato a una protesta sui binari ferroviari. In realtà l’inchiesta era già stata archiviata, era solo una scusa per intimidirci. Ci hanno liberato solo nel primo pomeriggio, quando hanno deciso che ci avevano spaventato abbastanza. Adesso ci sentiamo tutti minacciati. Le autorità spagnole vogliono metterci sotto pressione anche perché in maggio in Catalogna ci saranno le amministrative per l’elezione dei sindaci e dei consigli comunali: dobbiamo formare le liste elettorali e molti candidati potrebbero tirarsi indietro perché sono intimoriti”. Cornellà è della Cup, il partito della sinistra indipendentista che ha dato l’appoggio esterno al governo della Catalogna, formato da Junts per Catalunya (il partito di Carles Puigdemont, centro destra moderato, esiliato in Belgio) e da Esquerra Republicana, centro sinistra schierato per l’indipendenza. La regione, 7,5 milioni di abitanti, non sembra disposta a chinare la testa: l’80% della popolazione, come rilevano i sondaggi, vuole un nuovo referendum regolare e non crede alle timide aperture dei socialisti di Pedro Sanchez, l’attuale premier, che pure ha riconosciuto l’esistenza di un problema politico.

Il movimento indipendentista è trasversale. Si è organizzato nei Cdr, comitati cittadini per la difesa della Repubblica, naturale prosecuzione dei comitati per il referendum. “Dentro ci sono famiglie, anziani, giovani che si battono per l’indipendenza con una protesta pacifica, ma per la Spagna siamo dei commando”, dice Pat Vila Armanguè. Che i Cdr siano una spina nel fianco del governo centrale lo dimostra il caso di Tamara Carrasco, impiegata. Il 10 aprile del 2018 è stata arrestata da 75 agenti della Guardia Civil che hanno applicato il protocollo anti terrorismo su mandato del tribunale speciale Audiencia National. Tre giorni in cella a Madrid, con la luce sempre accesa per impedirle di dormire, con l’accusa di aver tentato di pianificare un attentato alla caserma di Barcellona della Guardia Civil. “Io faccio parte dei Cdr che, senza alcuna gerarchia, organizzano in rete la protesta”, spiega Tamara. “Mi hanno arrestata per una conversazione telefonica nella quale parlavo di una manifestazione pubblica da promuovere e come prove mi hanno sequestrato un fischietto giallo, una maschera di Jordi Cuixiart (il presidente dell’associazione Omnium che è tra i nove esponenti dell’indipendentismo catalano sotto processo a Madrid, ndr), un poster del referendum, una mappa di Google maps e una medaglia della Cup”. L’impianto accusatorio che faceva di lei una terrorista è crollato in pochi giorni, ma è rimasto l’obbligo di dimora nel suo paese, Viladecans. “Sto aspettando che il Tribunale mandi il fascicolo al mio avvocato, per chiedere la revoca del provvedimento – prosegue Tamara -. Ora soffro di stress post traumatico. Tutta la vicenda è politica, mi hanno arrestata e perseguitata per intimorire tutti.

Il giudice di Madrid mi ha anche detto che la mia libertà dipendeva da quello che facevano i Cdr. Ma quando questa storia sarà finita farò causa allo Stato, per riprendermi la mia dignità”. In tanti ora, in Catalogna, devono difendersi. Deve farlo Jordì Pesarrodona, consigliere comunale di Esquerra Republicana a Sant Joan de Villatorrada, per avere irriso la Guardia Civil indossando un naso da pagliaccio accanto a un agente e per aver difeso le operazioni referendarie dalle violente cariche della polizia. “Disobbedienza grave è il crimine di cui sono stato accusato dalla magistratura di Manresa – dice Pesarrodona -. Il mio gesto è diventato virale e sono stato vittima su Twitter di insulti e minacce di morte. Ma non sarei diventato un caso se così non lo avesse fatto diventare la Guardia Civil, con la sua ossessione per l’onore”. Per disobbedienza devono difendersi i sindaci che hanno permesso il referendum, andando contro la Costituzione spagnola, che prevede che solo il capo del governo lo possa indire. E deve fare i conti con la giustizia anche il giovane Joan Mangues, studente di Scienze politiche, militante di Esquerra Repubblicana, per un twitt sulla morte in circostanze misteriose di un ambulante senegalese. Mangues mostra il filmato di un raduno a Barcellona, il 27 gennaio scorso, dei neofranchisti, per celebrare il giorno in cui le truppe di Francisco Franco fecero capitolare la Catalogna. “Hanno manifestato con il simbolo delle SS – dice -.

Ma il fatto è che vengono applicati due pesi e due misure. Vengono autorizzate le manifestazioni dell’estrema destra mentre le nostre richieste spesso vengono respinte. Tutto si inquadra nella Ley Mordaza, la legge bavaglio voluta dall’ex premier Rajoy, che limita fortemente la libertà di manifestare. Legge contestata dai socialisti, che però ne hanno fatto solo uno strumento di propaganda elettorale: la normativa è ancora lì e siamo al punto di partenza”. Nello scontro tra il movimento indipendentista e Madrid la sinistra di Podemos ha avuto fino ad ora un atteggiamento ambiguo. Una prudenza contestata dall’ex segretario del partito in Catalogna, Albano Dante Fachin, che nei giorni scorsi, con una lettera aperta, ha invitato tutti i militanti a fermare l’avanzata della destra. “Se Podemos non prenderà una posizione forte e chiara, sarà la fine della sinistra”, ha scritto Fachin, per il quale le prove contro gli esponenti politici arrestati, “hanno la stessa credibilità del programma di Ana Rosa Quintane”, giornalista molto contestata dai catalani. Del resto, secondo il giudice Noales Tintorè, davanti alla Corte di Strasburgo l’accusa formulata dalla Procura generale per processare i nove politici catalani, si sgretolerebbe. “Tutti i giuristi – dice Noales Tintorè – sono consapevoli del fatto che a Strasburgo emergerebbe la chiara violazione dei diritti fondamentali dell’individuo”. La natura del conflitto ha, evidentemente, radici economiche.

La Catalogna, regione ricca, rappresenta il 20% del Pil spagnolo e il 25% delle esportazioni totali del Paese. “Una secessione farebbe schizzare al 130% del Pil il debito pubblico spagnolo”, spiega l’economista catalano Josep Reyner Serrà. “Sarebbe un disastro per la Spagna, anche perché potrebbe innescare un effetto domino su altre regioni, come i Paesi baschi. Ma ci sono altre due ragioni profonde. La prima è di carattere identitario: la Spagna ha un concetto di proprietà e la Catalogna è trattata come l’ultima colonia. L’8,5% del Pil va al governo spagnolo, caratterizzato da politiche centriste, e ben poco viene restituito ai catalani per gli investimenti nella scuola, nel sociale, nella sanità. La seconda ragione è tutta politica. Se la Catalogna se ne va si rompe un sistema di potere”.

https://www.articolo21.org/2019/02/catalogna-la-crociata-della-destra-contro-il-movimento-indipendentista/

Come ottant’anni fa i politici catalani alla sbarra

 

Quel pullman di prigionieri politici che imbarazza la Spagna e l’Europa

ASSOCIATED PRESS

 

Una lunga colonna di blindati scorta un pullman di prigionieri, guardie civili fanno inni di scherno mentre ali di folla saluta ed incoraggia lungo la strada i deportati con cori e bandiere. E’ la fotografia del grattacapo spagnolo che affronta non senza imbarazzi il primo processo in Europa ad un gruppo politico che ha cercato, senza ottenerla, l’autodeterminazione della Catalogna e nelle prossime settimane si appresta a subire il giudizio del Tribunale Supremo Spagnolo che dovrà costatarne se nei loro atti politici del mese che va dal Settembre all’Ottobre del 2017 vi furono commessi reati di sedizione e ribellione per i quali l’accusa ha già domandato diecine di anni di prigione.

È la prima volta che nel continente europeo nel dopoguerra che un intera classe dirigente finisce alla sbarra per reati da considerare “politici”

Il gruppo di testa dell’indipendentismo che rappresenta la destra e la sinistra dello schieramento parlamentare della Catalogna non è, a differenza dei movimenti baschi, una cupola di terroristi anzi in tutta la parabola del cosiddetto “procés” la linea perseguita è stata innanzitutto quella pacifica e democratica per giungere all’auto-determinazione della regione del Nord che confina con la Francia che non dimentichiamo rappresenta uno dei territori più produttivi dell’intera Europa.

Non è mai accaduto nel nostro continente che un intero gruppo dirigente politico finisse alla sbarra ( una parte di esso, l’ex Presidente della Generalitat Puigdemont in testa è a piede libero nel suo esilio belga nella cittadina Waterloo..), però esattamente ottantatré anni e nove mesi fa accadde la stessa cosa : Sul banco degli accusati nel Maggio del 1935 c’erano il Presidente Lluis Companys ( che poi finì fucilato dai franchisti) assieme a suoi membri del Governo processati per gli stessi “fatti di Ottobre”, ma è la sola analogia perché a differenza di allora oggi i politici potranno essere difesi da un’avvocatura catalana e si può sperare ed immaginare che lo Stato di Diritto Spagnolo possa avere fatto dei passi in avanti da allora.

La sentenza del primo caso li condannò a 30 anni per ribellione, sebbene avesse il voto discrepante di cinque magistrati che erano favorevoli all’assoluzione: Essi ritenevano che non vi fosse alcun crimine perché in ogni caso era stato perpetrato un colpo di stato che non era stato criminalizzato nel codice penale

Il 6 Ottobre del 1934 Companys proclamò lo Stato Catalano della Repubblica Federale Spagnola mentre nel 2017 venne approvato un documento dalla metà del Parlamento di Barcellona dichiarando la nascita di una “Repubblica Catalana, come Stato Indipendente di diritto, democratico e sociale”

Nel 1934 i tumulti di piazza provocarono delle vittime, nel 2017 per fortuna no, nonostante la reazione violenta dello Stato Spagnolo al fine di impedire lo svolgimento del Referendum sull’autodeterminazione il 1° Ottobre.

Dopo le condanne i politici catalani vennero amnistiati e solo successivamente con l’ascesa di Franco vennero eliminati.

E’ nel ricordo di questa tragedia politica di meno di un secolo fa che l’approccio politico alle vicende della secessione Catalana porta il Governo Socialista di Pedro Sanchez ad un atteggiamento certamente rispettoso del proprio Stato di diritto ma sostanzialmente aperto a soluzioni negoziate di carattere politico nonostante la crescente pressione della parte più reazionaria dell’opinione pubblica spagnola orientata ad una punizione esemplare verso l’ala del secessionismo catalano.

La nuova formazione di ultradestra spagnola, un preoccupante mix di neo-falangismo e di xenofobia violenta, si è costituita parte civile, i lavori di questo processo avranno un grande impatto mediatico che finirà per rinfocolare delle passioni che in questi mesi pazientemente erano state sopite nella ricerca di un dialogo politico e soprattutto incoraggiate dal cambio della guida del governo alla Moncloa.

I Leader dell’indipendentismo, politici della nuova formazione di destra nazionale promossa da Puigdemont e della Sinistra Repubblicana (ERC) guidati dal cattolicissimo Junqueras, assieme a quelli della Società Civile chiedono solidarietà, predicano non violenza ed anche mobilitazione permanente ai confini della disobbedienza civile; Il Presidente della Generalitat Quim Torra ha affermato solennemente che “siamo alla vigilia di un giudizio che cambierà per sempre il nostro paese e la sua relazione con il Regno di Spagna”, egli ha sospeso ogni attività parlamentare ed ha predisposto una presenza permanente al fianco dei politici processati a Madrid, nonché ha dato vita ad un nuovo corpo speciale della polizia locale, i mossos d’escuadra, per la protezione sua e degli ex Presidenti, decisione questa molto criticata che fa intravedere la volontà di opporsi alla cattura dell’esiliato Puigdemont in caso di una condanna in contumacia e di una cattura internazionale che di fronte alla richiesta spagnola potrebbe divenire inevitabile.

E’ chiaro l’imbarazzo del Governo perché ogni sua mossa in direzione del dialogo e di una soluzione politica alla questione catalana alimenta lo spazio dell’opposizione di destra desiderosa di una rivincita e di bissare il successo andaluso dove per la prima volta di fatto tre destre di segno diverso (popolare, liberale ed ultra-nazionalista) hanno stipulato un esplicito patto di governo che potrebbero in teoria replicare in caso di voto anticipato.

La rottura democratica catalana d’altronde potrebbe addirittura essere agevolata dal giudizio politico che in queste ore la comunità europea si è affrettata a dare all’auto-proclamazione del Presidente Venezuelano Guaidò, una vistosa forzatura istituzionale, giustificata dall’oppressione del Regime di Maduro, che tuttavia segnala la possibilità di adoperare un doppio standard per regolare le legittimità istituzionali.

Un vero rompicapo perché l’Europa presto o tardi solleciterà quantomeno la determinazione a rimuovere la questione Catalana dall’Agenda optando per una soluzione che scongiuri la rottura territoriale spagnola ma che contempli inevitabilmente un definitivo passaggio elettorale sulla questione.

Sullo sfondo il doppio voto attende alla prova tutti i partiti, gli Unionisti divisi nello schieramento nazionale Spagnolo e gli Indipendentisti divisi e concorrenti alle amministrative per la leadership del processo; A Barcellona la sfida simbolicamente decisiva, è la Capitale della nazione Catalana ed è una delle grandi Capitali Europee ma senza Stato.

Chi ha osato pensare che lo potesse diventare è rimasto chiuso in una galera per più di un anno ed ora mestamente viaggia su un cellulare verso un Tribunale del Regno. Come accadeva secoli fa.

https://m.huffingtonpost.it/bobo-craxi/quel-pullman-di-prigionieri-politici-che-imbarazza-la-spagna-e-l-europa_a_23660100/

 

In Catalogna, i processi che la Spagna non può vincere

I processi giudiziari che si apriranno contro gli indipendentisti catalani tra poche settimane semplicemente non possono essere vinti da «Madrid», per lo meno in termini di immagine.

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LeTemps  Editoriale  16.12.2018

Tra poche settimane saranno processati i leader indipendentisti in carcere da più di un anno. Nel frattempo, la puzza è diventata sempre più rancida.

Gli spagnoli celebrano in questi giorni i 40 anni della loro Costituzione. Quarant’anni di consolidamento de la democrazia, di ammodernamento completo e di piena integrazione del loro paese in Europa e nel mondo… La festa è stata, tuttavia, rovinata da una forte puzza rancida. Scomparsa durante questi quattro decenni, l’estrema destra è tornata immprovvisamente, alimentata in particolare da una crisi catalana lungi dall’essere risolta. Le settimane e i mesi a venire saranno particolarmente delicati per la Spagna. E gli auspici non sono buoni.

E quindi, ecco l’irruzione del partito Vox, una settimana fa, durante le elezioni in Andalusia. Intorno ai nostalgici della dittatura del generale Franco si è agglutinata la rabbia di chi è rimasto indietro dalla globalizzazione, un fenomeno ormai diventato quasi banale ovunque in Europa. Ma sarebbe necessario essere ciechi per non vedere, in questa rinascita del “patriottismo disinibito” in Spagna, il risultato del lungo deterioramento della crisi di indipendenza catalana e, soprattutto, della cattiva risposta data dalla classe politica e dal Governo spagnolo.

A questo proposito: Vox, l’irruzione dell’estrema destra spagnola

Tutti aspettavano un incontro faccia a faccia tra Madrid e Barcellona. Ma il fuoco covava, in realtà, altrove. Nelle regioni che, come l’Andalusia, credono che il gioco dei secessionisti sia durato abbastanza e che oramai sia ora di «ristabilire l’ordine» nel paese, anche se ciò significa trasformare la Spagna in una caricatura di Stato autoritario e centralizzato.

Le autorità spagnole non possono sottrarsi alle loro responsabilità: utilizzando in Catalogna i manganelli contro una folla pacifica, accusando i sovranisti catalani di «sedizione» e trasformandoli in golpisti, il governo di Madrid ha abusato di atteggiamenti (ultra) nazionalisti che appartengono a un’altra època, sia per calcolo politico che per convinzione. In tal modo, ha aperto le porte sulle quali si sono precipitati gli estremisti.

Leggere anche: fino a 25 anni di carcere richiesti contro i politici catalani separatisti

Oggi, agendo come vittime, i detenuti catalani (come Jordi Cuixart, che Le Temps ha incontrato in carcere) riescono a glissare sulla loro folle corsa indipendentista. Malgrado la finta ingenuità che mostrano, anche loro hanno contribuito alle pericolose tensioni attuali. Ma i separatisti catalani lo sanno bene: i processi che si apriranno contro di loro tra poche settimane, semplicemente non potranno essere vinti da «Madrid», quanto meno in termini di immagine. La «questione catalana» è arrivata qui per restare.

Al centro di questa tempesta, che in gran parte ha solo ereditato, il primo ministro Pedro Sanchez, naviga a vista. L’arrivo di Vox, se si conferma su scala nazionale, accrescerà ancora di più la frammentazione, ma anche la polarizzazione delle forze politiche. Il socialista fa finta di essere ben saldo. Ma potrebbe essere trascinato via in qualsiasi momento, come una piccola canna al vento, senza aver risolto nulla.

https://www.letemps.ch/opinions/catalogne-proces-lespagne-ne-gagner

 

Tre conseguenze del “postprocés”

“Mi piace essere provocatorio: considero che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi immaginate, bensì la Spagna Repubblicana che è sopravvissuta all’olocausto spagnolo”

Autore: Xavier Díez        VilaWeb   26.01.2019

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Non rivelerò alcun segreto se riconosco vi sia della confusione quando si tratta di definire il momento che stiamo attraversando. Se volete un concetto che ci aiuti a posizionarci, propongo quello del limbo, questo spazio indefinito, un po’ sala d’attesa, tra il postprocés e la Repubblica dichiarata e ancora non effettiva. Se mi permettete, oserei parafrasare Antonio Gramsci per ubicarci nel pericoloso lasso temporale tra la Repubblica che non riesce a nascere e il franchismo monarchico che resiste alla sparizione: in questo intervallo è dove appaiono i mostri. Direi che, inoltre, non sono mostri metaforici, ma le vecchie conoscenze del fascismo che cerca di rivendicarsi attraverso il rancido, per quanto amato, nazionalismo spagnolo, combinato con il nuovo reazionismo che emerge in Occidente, con ideologi americani e illiberali europei.

La spinta del nostro nuovo repubblicanesimo ha radicalmente trasformato il panorama … O forse non tanto, perché si è limitato a rendere visibile ciò che viveva nell’oscurità: che vivevamo in una democrazia da paese dei balocchi, in una libertà controllata. Il repubblicanesimo catalano ha trasformato tutto, a tutti i livelli, e ci ha portato a un conflitto che molti di noi pensavano potesse accadere e che molti altri ha sorpreso, anche se intimamente consapevoli che i vecchi fantasmi e gli zombi potevano risorgere dal Valle de los Caídos in qualsiasi momento.

Molte cose accadono e tante ne sono successe. Tuttavia, mi concentrerò su tre idee, tre conseguenze che, dal mio punto di vista da storico, credo siano le più rilevanti nel valutare le profonde trasformazioni della psicologia collettiva: rottura emotiva, riconfigurazione dell’identità e corruzione morale. Tutte e tre rappresentano fenomeni storici molto significativi che riflettono in profondità la portata del cambiamento, che fa sì che le cose non possano tornare indietro.

Il primo, forse il più evidente di tutti, mi piace chiamarlo “rottura emotiva”, anche se altri, come Francesc-Marc Álvaro, usano l’espressione “disconnessione”. Penso che la maggioranza dei cittadini di questo paese non abbia avuto problemi a identificarci con una identità duale tra la Catalogna e la Spagna. Parliamo entrambe le lingue, condividiamo riferimenti, esperienze, famiglie e amici. Era un mondo in cui, sebbene non mancassero episodi di liti e disaccordi, ci ha permesso di rimanere a nostro agio in un’identità ambigua. Tuttavia, non appena il sig. Aznar ha risuscitato un franchismo senza complessi, non appena il nazionalismo spagnolo ha riacquistato un certo essenzialismo religioso, ha iniziato a usare la pubblica opinione per attaccare la Catalogna ed i suoi elementi fondamentali – ad esempio, le campagne contro l’immersione linguistica – le cose hanno iniziato a cambiare. Vorrei rimarcare che questi elementi di anti-catalanismo erano ancora intrisi di franchismo. Per me, uno dei momenti storici fondamentali è stato quando, nel 1995, è stata scatenata la controversia sulle Carte di Salamanca e persino qualcuno come Torrente Ballester è arrivato ad affermare davanti a migliaia di persone che “le carte appartenevano a loro per diritto di conquista”. È stato allora che i legami personali ed emotivi hanno iniziato a scricchiolare. Le politiche di erosione ed erosione dell’autonomia, con un Aznar sboccato all’inizio di questo secolo, hanno influenzato i cardini dello stato spagnolo profondo per  involuzione il rapporto, non solo tra Spagna e Catalogna, ma tra la stessa Spagna pro-Franco e quella parte della Spagna che era stata inviata nei fossi di tutto il paese. Perché, e questo non va dimenticato, la Catalogna è diventata parte della reazione contro le timide e abortite politiche sulla memoria storica che hanno preteso di mettere in discussione lo status quo presente in base alle indagini sul passato.

Penso che la maggior parte della società catalana sia poco nazionalista. Io stesso sento un forte disagio, nello stile di Georges Brassens, alle grandi masse, movimenti, bandiere e inni: ora, come la stragrande maggioranza dei catalani, a prescindere dalla provenienza dei loro cognomi siamo figli e nipoti di repubblicani, dei difensori della democrazia o principi di libertà, uguaglianza o fratellanza contro il fascismo che ha imposto il terrore e la repressione dal 1939 in poi. L’anti-catalanismo, l’ostilità contro tutti noi, si è affermata man mano che risorgeva il fascismo dello stato profondo, presente per terra, mare e aria nelle profondità dei poteri reali: le forze armate, la polizia, i giudici, imprese, alti funzionari, la Chiesa e, soprattutto, i media. Mi piace essere provocatorio: ritengo che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi potete immaginare, ma la Spagna repubblicana sopravvissuta all’olocausto spagnolo. Eilà! Questo concetto non è mio, ma di uno storico e studioso ispanista prestigioso come Paul Preston. Ecco perché ci odiano così tanto e fanno rivivere il linguaggio della Crociata. Siamo il dissenso scomodo, il ricordo dell’antifascismo che è giunto alla conclusione che l’opzione più realistica è l’indipendenza.

La cosa peggiore di tutto questo è stato, ricordando Martin Luther King, non gli insulti dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Prima, e specialmente dopo il primo di ottobre, e con eccezioni contate, quella rete di amici, conoscenti, salutati, colleghi, che pensavo ci fossero vicini, sia per paura, convincimento o unanimismo, o sono stati zitti o si sono aggregati al coro di coloro che ci accusano di ogni male. Questo ha fatto un male terribile: una vera rottura personale, una brutale disconnessione. Persone vicine, che hanno lo spagnolo come lingua abituale, non guardano più i media spagnoli. Soprattutto i più giovani, che, se vogliono informarsi, scelgono i media in inglese o francese. Hanno gettato i libri di Pérez Reverté o non hanno mai più ascoltato Sabina.

Seconda questione: la riconfigurazione dell’identità. La propaganda catalonofobica (che, a proposito, usa meccanismi intellettuali identici a quelli dell’antisemitismo) ci accusa di isolarci narcisisticamente in un nazionalismo catalano autoreferenziale. Radicalmente falso! A parte, forse, alcuni nuclei aneddotici, la Catalogna è oggi meno spagnola, anche se questo non significa che sia più catalana. Semplicemente, è più europea o interculturale. Come abbiamo detto prima, e specialmente tra le generazioni più giovani (che la demoscopia indica come indipendentista a maggioranza assoluta), siano avvezzi  a condividere lo spazio e il tempo con persone di  tutto il mondo e, quindi, non ha senso tornare ad un’identità spagnola come vorrebbero quelli di Cs. Non guardiamo la corrida, ma Netflix. Non guardiamo a Madrid, ma a Parigi o a New York. Le sevillanas sono così vicine a noi, o così lontane, come lo sono  il tango o il regueton. La catalana, un’identità ibrida e dinamica, è sempre più post nazionale, nel senso che guardiamo più, culturalmente parlando, agli australiani, agli argentini o ai canadesi rispetto agli spagnoli o ai tedeschi. Non crediamo negli ius sanguinis, come i tedeschi o gli spagnoli, ma all’ius solis, come nord americani o canadesi. Neanche a volerlo, causa un mix secolare, potremmo essere etnicisti. Per gli indipendentisti catalani, la questione della costruzione dell’identità è meno angosciante di quella del nazionalismo spagnolo, perché siamo abituati a reinventarci ad ogni generazione. Ora, ciò che affligge il nazionalismo spagnolo è la costatazione delle profonde trasformazioni nella popolazione catalana. Perché è vero che ci sono 117.000 estremegni che risiedono nel paese. Ma perché dovrebbero avere più diritti, o meno, dei 207.000 marocchini? Tra gli abitanti della Catalogna, secondo Idescat, ci sono 1.301.000 nati in Spagna. Ma quelli nati in altre parti del mondo sono già: 1.378.000, e la cosa è in aumento. Il problema dell’identità non è in Catalogna, ma nella Spagna consapevole che la Catalogna si evolve in una direzione che la sconvolge: è meno spagnola e più globale.

Infine, la riflessione più inquietante: la corruzione morale. Data l’angoscia derivante del fatto che la Catalogna se ne sta andando, la Spagna, con il suo regime del ’78 – in fondo, la continuità nonché l’aggiornamento del regime del ’39 -, usa la repressione per nuotare contro la corrente della storia. Mi piace particolarmente una frase di Benjamin Franklin, il quale diceva: “Quelle persone che sacrificano la libertà in nome della sicurezza non meritano né la libertà né la sicurezza, e finiranno col perdere entrambe”. Bene, la Spagna, tra migliaia di rojigualdas, rinuncia alla democrazia per preservare l’unità. Al momento la prima è andata persa, e molto probabilmente questo sacrificio sarà inutile perché perderà anche la seconda. Nonostante ciò, la via della violenza, e parlo soprattutto di violenza istituzionale, sporca  tutto. Intanto, persone innocenti vengono carcerate, perseguita la dissidenza e la popolazione inghiottisce le bugie a cui vogliono credere. Ciò significa che il livello di corruzione morale della società spagnola è in aumento. Sia per paura, odio o il disprezzo per i catalani, la corruzione morale sporca le mani, non solo dei responsabili politici, giudiziari, amministrativi o culturali, ma delle stesse persone, che, come abbiamo visto, abbracciano il mostro fascista, sia che si tratti di elettori di Vox o di deputati socialisti dell’Estremadura. È così per esempio, anche se in modo più discreto, tra una larga parte del PSC, o di alcuni catalani che temono uno dei fondamenti della democrazia, vale a dire, l’autodeterminazione. Le cose vanno forse peggio . Ci sono alcuni leader politici o dirigenti comunitari che, per obbedienza, aderiscono all’applicazione dell’articolo 155. Come ci ricorda il pedagogo Lorenzo Milani, l’obbedienza non è mai una virtù. E questo li fa vergognosamente cadere nella prevaricazione morale, perché collaborano in modo perverso con ciò che Hannah Arendt ha denunciato come “la banalità del male”.

Tuttavia, la violenza, anche solo simbolica, coinvolge e sporca tutti noi. Io, poco amante delle bandiere e molto critico nei confronti del patriottismo, confesso che questa dimostrazione di odio contro il nostro paese genera in noi alcuni sentimenti oscuri. Se non altro, un profondo risentimento che difficilmente potremmo dimenticare o perdonare. La violenza, anche se verbale, finisce per influenzare il ragionamento e annebbiare le azioni, ci corrompe. Dovremmo esserne consapevoli. Questo è anche uno dei  mostri che emerge da questo limbo temporale tra la Repubblica che non è riuscita a nascere ed il franchismo che si resiste a morire.

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Xavier Díez i Rodríguez (Barcelona, 1965) [1] è uno scrittore e storico catalano specializzato in movimenti sociali nel XX secolo. [2] Ha conseguito un diploma in insegnamento, una laurea in filosofia e lettere presso l’Università Autonoma di Barcellona e un dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Girona. [2]Ha pubblicato saggi, narrativa e poesia. Ha collaborato con vari mezzi di informazione ed è un blogger attivo. Ha lavorato come insegnante ed è attualmente professore di storia contemporanea presso l’Università Ramon Llull. [3] In vista delle elezioni del Parlamento catalano del 2015, è stato candidato in un luogo simbolico della lista della Candidatura d’Unitat Popular – Crida Constituent nel collegio elettorale di Girona. [4]

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Traduzione: anton roca

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