L’articolo 155 finirà per ammazzarli

Miquel Pérez Latre – 13/12/2018 – unilateral.cat

Concentració ADIC

Ci avviciniamo ad un altro momento forte del nostro cammino verso l’indipendenza. E già ne sono accaduti un bel pò. Le consultazioni fin dal 2009, le manifestazione oceaniche degli ultimi sette anni, il 9 Novembre, il 20 Settembre, il primo di Ottobre, il 3 di Ottobre, il 27 di Ottobre, il 21 Dicembre del 2017 e ora il 21 Dicembre del 2018: è possibile che queste date siano allo stesso livello? Tutto sembra indicare che il fascismo costituzionale del 78 (FC78) ha deciso che non vuole aspettare la sentenza del processo generale contro i nostri leader. Anche una parte sempre più crescente dell’indipendentismo ha capito che è l’ora di un nuovo scontro. Inés Arrimadas brandisce l’articolo 155 in Parlamento: la capolista più votata in Catalogna chiede che ci governino da Madrid. Bellissimo. Pedro Sánchez ha reso suo il discorso dell’estrema destra, essendo gravemente colpito dalla sconfitta elettorale del partito in Andalusia, vittima di una campagna nefasta e della narcolessia dell’elettorato naturale del PSOE: si sa, votare così tante volte turandosi il naso finisce per stancare. L’atteggiamento dei socialisti nelle ultime ore è una sorta di sintesi della loro posizione fin dall’inizio della (male) chiamata Transizione: incapaci di costruire un nuovo patriottismo spagnolo basato sulla plurinazionalità sono finiti per accettare il motto fascista di sempre “Arriba España”.

Poco più di un anno dopo i fatti di Ottobre, del mandato popolare per la costruzione della Repubblica Catalana, il FC78, con i suoi poteri politico, giudiziario e mediatico perfettamente sincronizzati al servizio dello status quo di quelli che comandano dal retrobottega, incapace de mettere ordine nella Catalogna, rastrellerà ancora. Disposti a tutto, è possibile che una seconda infornata di leader politici e sociali finisca in carcere o in esilio. Che torni un nuovo 155, ora si, indefinito e non necessariamente vincolato ad elezioni. Oppure si, previa illegalizzazione dei partiti indipendentisti. Si tratta di vincere come nei paesi baschi. Impossibile farlo nettamente dal lato civile, sarà fatto dal criminale. Contenti loro? In realtà, guardando la cosa in prospettiva, si tratta della fine definitiva dell’autonomismo. La morte dell’agenzia amministrativa. La presa d’atto definitiva che le uniche due opzioni possibili che abbiamo di fronte i catalani sono la sparizione/dissoluzione sulla quale la Castiglia lavora da tre secoli oppure l’indipendenza. E’ la fine di qualsiasi miraggio di dialogo con la Spagna. Dell’ennesimo auto-inganno.

Il 155 del PP, il primo, con l’eliminazione unilaterale della democrazia in Catalogna, creò in pratica, per sempre, le precise condizioni di sfiducia per rendere inattuabile nessun patto con gli spagnoli senza mediazione internazionale. Come concordare qualcosa con la destra spagnola, disposta a fulminarti in qualsiasi momento, non appena riprenderà il potere. Il secondo 155, dal PSOE, finirà per eliminare qualsiasi lamentela per gli sbagli del PP “qué desastre, qué mal todo”. Tutti i catalani avranno la testimonianza definitiva dell’impossibilità di attuare qualsiasi patto anche con la sinistra spagnola, subalterna intellettuale integrale dell’estrema destra erede diretta del franchismo. L’opinione pubblica europea, e i suoi governi, nero su bianco, finalmente prenderanno coscienza che la caduta di Rajoy non è servita a nulla. Che il PSOE conferma lo stesso programma di sterminio, totalmente chiuso al dialogo sul rispetto al nostro diritto fondamentale all’autodeterminazione.

Il prossimo 21 Dicembre, dopo una nuova dimostrazione di forza dell’indipendentismo in piazza (da sempre, la nostra miglior carta) si aprirà, dunque, un nuovo tempo di resistenza. Con la certezza che, prima o poi, lo stesso 155 finirà per ammazzarli.

 

traduzione   Àngels Fita – AncItalia

https://www.larepublica.cat/el-155-els-acabara-matant/

È finita la tregua tra il governo socialista spagnolo e la Catalogna

 

IlPost      martedì 11 dicembre 2018

 

Dopo mesi di relativa tranquillità, è bastato poco – un paio di episodi e una dichiarazione controversa – per creare di nuovo grandi tensioni

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Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, a sinistra, e il presidente catalano Quim Torra (ANDREU DALMAU/AFP/Getty Images)

 

Negli ultimi giorni, e dopo mesi di relativa tranquillità, i rapporti tra il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez e il governo catalano guidato dall’indipendentista Quim Torra sono diventati molto tesi. Gli episodi che hanno fatto precipitare la situazione sono stati due, ma per capire la situazione bisogna guardare anche ai sorprendenti risultati elettorali della scorsa settimana nella comunità autonoma dell’Andalusia, dove il Partito socialista (PSOE) al governo ha perso moltissimi voti, secondo alcuni anche per l’atteggiamento troppo “morbido” adottato verso l’indipendentismo catalano.

I problemi tra i due governi sono iniziati questo fine settimana, quando i Comités de Defensa de la República (CDR), comitati indipendentisti catalani responsabili di molte azioni di protesta, hanno bloccato un’importante autostrada spagnola, la AP-7, senza incontrare la resistenza dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Il governo catalano ha detto di avere negoziato con gli attivisti dei CDR e di avere voluto evitare un nuovo scontro tra indipendentisti e polizia, simile a quelli avvenuti il 6 dicembre nelle città catalane di Girona e Terrassa. Diversi però hanno interpretato la decisione dei Mossos di non intervenire come una scelta del governo indipendentista catalano di proteggere i CDR, anche imponendo alla polizia locale regole distanti dal normale protocollo. Il governo catalano ha smentito questa ricostruzione, sostenendo che i Mossos abbiano sempre agito seguendo criteri tecnici e di polizia, «mai criteri politici».

La situazione è diventata ancora più tesa dopo che il presidente catalano Torra, considerato appartenente all’ala più radicale dell’indipendentismo, ha annunciato diversi cambi ai vertici dei Mossos proprio a causa degli scontri del 6 dicembre tra polizia catalana e attivisti dei CDR. La minaccia, che comunque lo stesso governo catalano si è poi rimangiato, ha provocato nuove tensioni tra i capi dei Mossos e i vertici politici del governo indipendentista, e ha agitato parecchio gli animi del governo socialista spagnolo guidato da Sánchez.

Torra non si è limitato solo a questo. Sabato scorso, mentre era in visita a Bruxelles dove si è incontrato tra gli altri con l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, Torra ha detto che la Catalogna dovrebbe seguire la “via slovena” per raggiungere l’indipendenza. Parlare della “via slovena” significa ammettere un possibile uso della violenza: opzione che finora l’indipendentismo catalano ha sempre escluso. Dopo le sue dichiarazioni, Torra è stato accusato dagli anti-indipendentisti di incitare alla violenza; è stato anche ripreso da alcuni politici della sua stessa parte politica che hanno ricordato che la via da perseguire è quella “scozzese”, basata cioè su un referendum concordato con il governo centrale di Madrid.

In risposta a questi due episodi, il governo Sánchez ha reagito in maniera dura, come mai prima da quando è entrato in carica lo scorso giugno.

Il governo spagnolo ha mandato tre diverse lettere a quello catalano, chiedendo spiegazioni in particolare sull’inazione dei Mossos durante le proteste dei CDR di questo fine settimana. Ha inoltre comunicato a Torra e ai suoi ministri che se non sarà garantita la sicurezza nella regione, il governo centrale manderà la Polizia nazionale in Catalogna, che a differenza dei Mossos non risponde al governo catalano ma a quello spagnolo. Sánchez è preoccupato soprattutto per quello che potrebbe succedere il prossimo 21 dicembre, quando a Barcellona, la principale città catalana, si terrà un inusuale Consiglio dei ministri del governo spagnolo, deciso prima dell’inizio della crisi. I CDR hanno già chiesto uno sciopero generale e stanno preparando proteste in diverse città della Catalogna: hanno detto di voler bloccare la frontiera con la Francia, le principali autostrade catalane, e il porto e l’aeroporto di Barcellona. Il governo di Torra, che vede di buon occhio l’azione dei CDR, ha fatto sapere che “proteggerà” il diritto dei manifestanti di protestare. Un’altra manifestazione sarà convocata dall’Assemblea nazionale catalana, principale organizzazione indipendentista della Catalogna il cui leader, Jordi Sánchez, si trova in prigione dallo scorso anno insieme ad altri politici indipendentisti con le accuse di ribellione e sedizione.

Secondo alcuni osservatori, Sánchez avrebbe alzato i toni contro il governo catalano non solo per gli eventi degli ultimi giorni, che comunque hanno provocato molte tensioni e preoccupazioni, ma anche per i disastrosi risultati del PSOE alle elezioni in Andalusia.

Nonostante si sia confermato primo partito, il PSOE in Andalusia ha perso 14 seggi e moltissimi voti: quasi sicuramente non sarà in grado di formare un nuovo governo, per la prima volta in 36 anni. Il risultato è stato considerato una sconfitta, ma non si è ancora fatta chiarezza sulle responsabilità del fallimento. Secondo i sostenitori di Sánchez, le colpe sarebbero da attribuire alla leader del PSOE in Andalusia, Susana Díaz, che oltre a essere la presidente uscente della regione è anche la principale rivale di Sánchez nel partito. Secondo il cosiddetto susanismo, il movimento dei sostenitori di Díaz, il PSOE andaluso avrebbe pagato la posizione di Sánchez sull’indipendentismo catalano, definita dalle destre troppo “morbida”. In generale il PSOE ha faticato molto a trovare una propria posizione politica all’interno della crisi in Catalogna, entrando spesso in conflitto con la sua sezione catalana e perdendo molti consensi. In diversi credono che la dura risposta di Sánchez di fronte alle tensioni dei giorni scorsi sia stata in un certo senso necessaria al PSOE per mostrare di poter essere intransigente e recuperare i consensi perduti.

Per il momento, nonostante i mezzi passi indietro del governo catalano, la situazione rimane molto confusa. Il campo indipendentista, ha scritto il giornalista Arturo Puente sul Diario, «è orfano di una visione condivisa sull’indipendenza» e mostra sempre più confusione strategica e divisioni interne. L’intransigenza di Torra e l’azione dei CDR sembrano inoltre potere agitare di parecchio il governo spagnolo, che sembra più disposto oggi rispetto a qualche mese fa a prendere misure decise e dure contro l’indipendentismo. Nel frattempo sia il governo catalano che quello spagnolo si stanno preparando per il 21 dicembre, il giorno del Consiglio dei ministri spagnolo a Barcellona, che ci si aspetta sarà pieno di nuove proteste e scontri tra polizia e indipendentisti.

 

https://www.ilpost.it/2018/12/11/finita-pace-tra-governo-socialista-spagna-catalogna/

 

Todo atado y bien atado, 40 anni dopo

4 Dic 2018 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

Il 6 dicembre di quest’anno si celebra il quarantesimo anniversario della Costituzione spagnola, che fu il compromesso politico del dopo-dittatura tra le élite franchiste e i partiti dell’opposizione democratica. Contestata dagli Indignati spagnoli allo scoppiare della crisi e quindi dal movimento indipendentista catalano, per derivarne una monarchia imposta, un sistema di potere fondato sul bipartitismo e un assetto territoriale superato, la sua messa in discussione costituisce ancora oggi un vero e proprio tabù.

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Tutto il periodo della Transizione alla democrazia, dalla morte di Franco nel 1975 fino al fallito golpe del colonnello Tejero nel 1981, torna ad essere rivisitato in Spagna, anche alla luce degli avvenimenti dell’ultimo anno. Mesi che hanno visto l’esplosione di un grave conflitto istituzionale tra la Catalogna e lo Stato, la cacciata dal governo del Partido Popular per un sistema di corruzione ormai intollerabile, la persecuzione giudiziaria delle libertà di espressione e di protesta, l’irruzione dell’estrema destra nelle istituzioni democratiche. Tanto da evidenziare le conseguenze di quel “todo atado y bien atado” (tutto sotto controllo) con cui Franco mise un’ipoteca sul futuro democratico. Perché non solo la dittatura è stata così lunga da gettare un’ombra pesante sulla giovane democrazia; ma quest’ultima è risultata contaminata dal regime, con il suggello della corona borbonica, anche per il riciclaggio della classe dirigente franchista nella politica, l’economia, l’informazione, le forze di sicurezza, il sistema giudiziario. Fino ad arrivare all’epoca attuale.

In Spagna ci sono prigionieri politici, persone in carcere per le loro idee. E’ il caso dei dirigenti del movimento indipendentista catalano in prigione preventiva da mesi, alcuni da oltre un anno; alcuni tra loro hanno iniziato uno sciopero della fame. Un comico è citato in tribunale per essersi soffiato il naso con la bandiera spagnola, un attore è indagato per blasfemia, un rapper perseguitato per una canzone. In Senato, il Pp e Ciudadanos si astengono dal condannare il franchismo. Il governo spagnolo conferma che procederà all’esumazione delle spoglie di Franco dal Valle de los Caídos, ma ancora non è riuscito a superare tutti gli ostacoli legali. Podemos propone la riforma della Legge di Amnistia del 1977, che impedisce di giudicare i crimini della dittatura.

Il Tribunal Constitucional accetta l’impugnazione del governo spagnolo della mozione contro la monarchia, approvata dal parlamento catalano. E, per protesta, l’area dei Comuns decide di non partecipare ai festeggiamenti per la Costituzione. Il presidente della Generalitat Quim Torra dice che “la Costituzione è diventata una prigione per la libertà d’espressione e la capacità di decisione dei cittadini”, rifiutando l’invito agli atti di celebrazione. Lo scorso 20 novembre, anniversario della morte del dittatore, l’associazione Omnium Cultural ha distribuito un pamphlet con su scritto: “Franco è morto, ma il franchismo no”

Dichiarazione di Jordi Sànchez e Jordi Turull dalla prigione di Lledoners

DENUNCIAMO: il blocco alla giustizia europea che la Corte Costituzionale ci impone

L’accesso ai tribunali senza ritardi ostacoli inutili è un diritto che ogni persona ha. Ostacolare l’esercizio di questo diritto con piena garanzia e in condizioni eque può comportare pregiudizi e danni irreparabili a diritti fondamentali.

La causa che lo Stato spagnolo istruisce attorno al referendum del 1° ottobre 2017, mette in evidenza diverse violazioni dei nostri diritti fondamentali, tra cui la presunzione di innocenza, la libertà, i diritti politici e un processo giudiziario con tutte le garanzie. Le violazioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici sono ben visibili in molte delle risoluzioni che hanno emesso sia la Corte Suprema (Tribunal Supremo) che la Corte  Nazionale ( Audiencia Nacional) contro di noi dal 16 ottobre 2017, data in cui sono stati disposti i primi ordini di custodia cautelare.

La nostra determinazione per avere un processo ed un giudizio giusti è oggi più viva che mai. Non abbiamo mai smesso di ricorrere contro tutte le lesioni che i tribunali spagnoli hanno cagionato ai nostri diritti. Ma è nei tribunali internazionali, ed in particolare nella Corte europea dei diritti dell’uomo, dove oggi depositiamo la fiducia per ricevere giustizia.

La Corte Costituzionale, però, ci impone il blocco per poter accedere alla giustizia europea. L’azione della CC è così semplice come evidente: far superare il vaglio di ammissione alla Corte al 100% dei nostri ricorsi presentati per poi non esprimersi su nessuno di essi.

Secondo dati ufficiali della CC, i ricorsi che superano il vaglio di ammissione alla stessa Corte oscillano tra l’1% ed il 1,5% del totale di quelli presentati. Nel nostro caso, sono stati ammessi il 100% per, successivamente, “dimenticarli” in un cassetto. La legislazione spagnola (Codice di procedura penale spagnolo) e la dottrina della stessa Corte Suprema stabiliscono che i ricorsi contro i provvedimenti di custodia cautelare devono avere un percorso preferente e si devono risolvere in un termine massimo di 30 giorni. Il primo ricorso ammesso formalmente al vaglio della Corte Costituzionale contro l’ordinanza di custodia cautelare disposta dalla Corte Nazionale (Audiencia Nacional) fu presentato il 22 novembre 2017, più di 365 giorni fa. Un ritardo ingiustificato, soprattutto avendo ben presente il ricordo delle celeri risoluzioni che la Corte Costituzionale ha emesso in diverse occasioni, dove è arrivata a riunirsi in camera di consiglio perfino nel weekend e a distanza di sole 24 ore dall’avanzata richiesta di intervento.

Manifestiamo la necessità di una Corte Costituzionale imparziale e diligente, che non ostacoli l’esercizio dei nostri diritti. Denunciamo il blocco che de facto la Corte Costituzionale spagnola ci impone per accedere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Ci riaffermiamo nella nostra determinazione, come previsto dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, ad esercitare con pieni diritti la nostra difesa. Non rinunceremo mai ad un giudizio giusto.

Non chiediamo alla Corte Costituzionale nessun trattamento di favore. Ma non accettiamo neanche passivamente nessuna discriminazione né dilazione ingiustificata. Non si tratta nemmeno di voler ottenere una risoluzione favorevole, ma bensì semplicemente che sblocchino (ammettendoli o rigettandoli) i ricorsi presentati. Solamente in questo modo si aprirà la strada per accedere alla giustizia europea. Siamo coscienti che più si ritarderà il nostro accesso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, più tarderà il recupero della nostra libertà.

Denunciamo il blocco verso la giustizia europea che la Corte Costituzionale ci impone. E lo facciamo con tutta la forza e dignità di una azione fondata nella non-violenza. Una delle poche proteste legittime che il fatto di essere in prigione ci permette: lo sciopero della fame.

Non lo facciamo contro nessuno ma a favore di smuovere coscienze e per impedire che si assuma come normale ciò che non lo è. Il funzionamento irregolare della Corte Costituzionale è di una gravità senza sfumature in uno Stato di Diritto. E questo fatto deve interpellare tutti i democratici a prescindere dal loro pensiero.

Richiediamo l’attenzione ed il supporto di tutte le persone democratiche della Catalogna, Spagna, Europa ed il Mondo. Invitiamo a mantenere l’attitudine civica e pacifica che ci ha resi così forti in questi anni. Esortiamo a dare nuova spinta alla “rivoluzione dei sorrisi” a traverso gli atti che nei prossimi giorni e settimane continueranno a celebrarsi in Catalogna in forma di concentrazioni, “cene gialle” e concerti. E chiediamo anche che il nostro sciopero della fame non alteri lo spirito né gli incontri che le celebrazioni delle prossime feste di Natale e Capodanno comportano per l’immensa maggioranza di noi.

Ringraziamo, infine, la solidarietà di tutte le donne e di tutti gli uomini che si sentono interpellati ed impegnati nella difesa effettiva dei diritti e delle libertà, personali e collettivi.

Insieme e degni fino alla libertà!

Jordi Sànchez e Jordi Turull

Prigione di Lledoners, 1° dicembre 2018

 

traduzione  Eva Mendoza – AncItalia

http://vagadefam.cat/#/denuncia/it

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TESTO ORIGINALE:

DENUNCIEM:
el bloqueig a la justícia europea que el Tribunal Constitucional ens imposa

L’accés als tribunals sense dilacions ni traves innecessàries és un dret que tota persona té. Dificultar l’exercici d’aquest dret amb plenes garanties i en condicions justes pot comportar perjudicis i danys irreparables a drets fonamentals.

La causa que l’Estat espanyol instrueix al voltant del Referèndum de l’1 d’octubre evidencia un munt d’afectacions dels nostres drets fonamentals, entre ells el de la presumpció d’innocència, la llibertat, els drets polítics i el d’un procés judicial amb totes les garanties. Les vulneracions del Conveni Europeu de Drets Humans i del Pacte Internacional de Drets Civils i Polítics són ben visibles en moltes de les resolucions que tant el Tribunal Suprem com l’Audiència Nacional han dictat contra nosaltres des del 16 d’octubre del 2017, data en què es van produir les primeres ordres de presó preventiva.

La nostra determinació per tenir un procés i un judici justos segueix més viva que mai. No hem deixat de recórrer judicialment totes aquelles vulneracions que els tribunals espanyols han infringit contra els nostres drets. Però són els tribunals internacionals, i en particular el Tribunal Europeu de Drets Humans, on avui dipositem la confiança per rebre justícia.

El Tribunal Constitucional, però, ens imposa el bloqueig per accedir a la justícia europea. L’acció del TC és tan simple com indissimulada: admetre a tràmit el 100% dels nostres escrits d’empara per, posteriorment, no resoldre’n cap.

D’acord amb les dades oficials del TC, els escrits d’empara admesos es mouen entre un 1% i un 1,5% del total dels presentats. En el nostre cas se n’admeten el 100% per, seguidament, oblidar-los en un calaix. La legislació espanyola(Llei d’enjudiciament criminal) i la doctrina del mateix Tribunal Constitucional estableixen que els recursos contra els escrits de presó provisional han de gaudir de tramitació preferent i s’han de resoldre en un termini màxim de 30 dies. El primer recurs d’empara acceptat a tràmit pel Constitucional contra l’ordre de presó provisional decretada per l’Audiència Nacional es va presentar el 22 de novembre del 2017, fa més de 365 dies. Una demora injustificada i més quan tenim ben viu el record de resolucions exprés que el Tribunal Constitucional ha fet en diverses ocasions, on ha arribat a reunir-se en cap de setmana i amb només 24 hores després de ser requerida la seva intervenció.

Manifestem la necessitat d’un Tribunal Constitucional imparcial i diligent, que no obstaculitzi l’exercici dels nostres drets. Denunciem el bloqueig que de facto el Tribunal Constitucional espanyol ens imposa per accedir al Tribunal Europeu de Drets Humans (TEDH). Ens reafirmem en la nostra determinació, d’acord amb el Conveni Europeu de Drets Humans, a exercir amb plenitud de drets la nostra defensa. No renunciarem mai a un judici just.

No demanem al Constitucional cap tracte de favor. Però tampoc no acceptem passivament cap discriminació ni dilació injustificada. La qüestió ni tan sols és que es dictamini al nostre favor, sinó simplement que es desbloquegin (inadmetin o desestimin) els recursos d’empara presentats. Només així es desbloquejarà la via per accedir a la justícia europea. Som conscients que com més s’endarrereixi el nostre accés al Tribunal Europeu de Drets Humans més s’endarrerirà la recuperació de la nostra llibertat.

Denunciem el bloqueig a la justícia europea que el Constitucional ens imposa. I ho fem amb tota la força i dignitat d’una acció amarada en la no-violència. Una de les poques protestes legítimes que el fet d’estar empresonats ens permet: la vaga de fam.

No ho fem contra ningú sinó a favor de remoure consciències i voluntats per impedir que s’assumeixi com a normal allò que no ho és. El funcionament irregular del Tribunal Constitucional és d’una gravetat sense matisos en un Estat de Dret. I això ha d’interpel·lar tots els demòcrates pensin com pensin.

Demanem l’atenció i el suport de totes les persones demòcrates de Catalunya, Espanya, Europa i el Món. Convidem a preservar l’actitud cívica i pacífica que tan forts ens ha fet al llarg d’aquests anys. Instem a donar nova volada a la “revolució dels somriures” a través dels actes que els propers dies i setmanes es continuaran celebrant a Catalunya en forma de concentracions, sopars grocs i concerts. I demanem també que la nostra vaga de fam no alteri l’esperit ni les trobades de celebració que aquestes dates properes al Nadal i a Cap d’Any comporten per a la immensa majoria de nosaltres.

Agraïm, finalment, la solidaritat de totes les dones i de tots els homes que se senten interpel·lats i compromesos en la defensa efectiva dels drets i les llibertats, personals i col·lectius.

Junts i dignes fins la llibertat!

Jordi Sànchez i Jordi Turull

Presó de Lledoners, 1° desembre 2018

Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

30 novembre 2018    NapoliMonitor.it

Dagli al catalano. Le fragilità del riformismo spagnolo e il capro espiatorio dell’indipendentismo

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Ancora una volta tocca rispondere alle narrazioni fortemente di parte di una sinistra che non vuol comprendere il movimento indipendentista catalano e che lo sceglie come capro espiatorio dei limiti ed errori dei governi socialdemocratici dello stato spagnolo. Di recente è uscito un articolo su Micromega dove si dà la colpa al movimento indipendentista catalano (e ai partiti che ne sono emanazione) di decisioni politiche che ancora non sono state prese. È una dinamica ricorrente. L’accusa è semplice, e cito testualmente: “ll governo Sánchez-Unidos Podemos sta varando una finanziaria che, se approvata, metterà fine all’austerità e salvaguarderà il welfare state senza creare tensioni con Bruxelles. Ma c’è lo scoglio degli indipendentisti catalani, il cui voto è decisivo, che minacciano di non sostenere la manovra e mandare il paese a elezioni anticipate”. È veramente così?

Bisogna fare un passo indietro e ricostruire i fatti. Attualmente Pedro Sánchez è il primo ministro di un governo monocolore socialista in Spagna. E non per mandato popolare, tramite elezioni, ma a seguito di una mozione di sfiducia a Mariano Rajoy, ex primo ministro del Partido Popular. Per cacciare Rajoy, si erano riusciti a unire i socialisti, Podemos e i partiti autonomisti e indipendentisti di tutto lo stato: il PNV basco, Coalicion Canaria, ERC e PDeCat catalani. I motivi, semplici: la sua incapacità a gestire la “questione catalana” e i grandi scandali di corruzione a carico del partito, in cui sembrava fosse direttamente implicato.

La mozione di sfiducia ha permesso a Sánchez di diventare primo ministro, con l’appoggio di Unidos Podemos (la coalizione di Izquierda Unida e Podemos). Un primo ministro con un fragile sostegno alla Camera, ma in minoranza al Senato, dove il PP mantiene la maggioranza assoluta. Nel sistema bicamerale spagnolo questa congiuntura rende complessa l’approvazione della legge finanziaria per il 2019, perché il governo del PSOE, anche se con l’appoggio esterno di Podemos, resta un governo di minoranza. Lo stesso accordo è, di per sé, un accordo di minoranza, fatto tra due partiti che cercheranno di farlo votare da quelli che gli hanno dato sostegno in passato.

Anche se il disegno di legge non è ancora stato presentato alla Camera, si parla già di cosa potrebbe succedere al Senato. Nell’ipotesi che la Camera lo approvi, infatti, la presidenza del Senato potrebbe mettere un veto e non discutere il disegno di legge, quindi non approvarlo. Per farlo il PP dovrebbe accordarsi con Ciudadanos (C’s), partito di rigenerazione della destra neoliberale spagnola. Attualmente C’s ha proposto di non imporre un veto e aprire un dibattito sulla finanziaria, ma alla condizione che, se non approvata al Senato, la legge sia approvata di nuovo dalla Camera con una maggioranza ampia, dei tre quinti. Questo porterebbe comunque ad affondare la finanziaria, perché tale maggioranza non si può ottenere senza C’s o PP. È una complessa catena di mosse tattiche, in preparazione alle imminenti  elezioni in Andalusia, e alle municipali ed europee del 25 maggio 2019.

Ma invece di spiegare la complessità di questo scenario, l’articolo intraprende una curiosa scelta comunicativa: dare addosso ai catalani. E utilizza tutti gli argomenti: il non veto di Ciudadanos per giustificare la “sicurezza” della finanziaria che si farà; la richiesta di una negoziazione da parte dei partiti indipendentisti, tutt’ora sotto la spada di Damocle della giustizia spagnola; la mancanza di sostegno immediato alla manovra. Tutto viene utilizzato per responsabilizzare gli indipendentisti catalani di non voler “mettere fine all’austerità”, qualunque cosa significhi.

Quando nella narrativa costruita si parla della “minaccia” dei partiti indipendentisti di non approvare la manovra, si forza una lettura faziosa dei fatti (come quando il presidente della Catalogna è definito in “fuga”, sposando la terminologia della destra radicale che non accetta di parlare di esiliati ma di latitanti). L’accordo è solo tra due partiti, ma per la maggioranza ne mancano altri. Inizia quindi la negoziazione, dove ognuno fa le sue proposte e richieste. E non solo i partiti dei catalani, ma anche i valenciani di Compromís (dell’area Podemos, ma nel gruppo misto). Di minaccia allora si potrebbe parlare qualora si giungesse a un accordo, e una delle parti volesse tirarsi indietro. Qui l’accordo è stato siglato da due formazioni politiche senza la partecipazione di nessun altro.

Chi in realtà sta minacciando di far saltare l’accordo è lo stesso PSOE, il partito al governo. Infatti, per la prima volta da quando si è iniziato a parlare di questa “manovra del popolo” Isabel Celaá, portavoce del governo, ha ammesso che il PSOE potrebbe non presentare la finanziaria se le negoziazioni non arrivano a buon fine e se non ottengono l’appoggio della Camera. La cosa porterebbe a due scenari, entrambi complessi: le elezioni anticipate, che potrebbero segnare una nuova vittoria della destra (considerando come sono andate le ultime elezioni del 2016, ripetute, con il PP che manteneva saldo il potere) o una proroga della finanziaria del 2018, fatta anch’essa dal PP e non modificata dal PSOE. Tutto il contrario della manovra del popolo.

Questo scenario non può essere semplificato al punto di non far cenno al tatticismo del PSOE. E invece si cerca un nemico. Se non si può dare la colpa al PP, perché è all’opposizione, ci sono sempre i catalani, i nemici perfetti. Per anni il movimento indipendentista è stato descritto, dalle stesse penne che osannano lo pseudo-riformismo socialista, come un movimento borghese, egoista, nemico del popolo. Si è negato il fatto che sia un movimento interclassista e intergenerazionale, trasversale e animato da molte persone di sinistra, forse più del retorico movimento repubblicano spagnolo, quasi totalmente assente nello scenario politico. E si afferma così che il governo di Sánchez ha compiuto molti sforzi per risolvere il conflitto catalano, menzionando anche un possibile referendum, forse sull’autogoverno, ma non certo sull’autodeterminazione. L’idea del referendum “condiviso” è una proposta riciclata dal PSC (partito socialista catalano), legata a una possibile riforma federale, che sarebbe la ripetizione esatta dello scenario del 2007, quando i protagonisti erano Zapatero e Maragall. Si attribuiscono a Rajoy le decisioni della Procura sui processi che vedono i leader politici catalani accusati di sedizione e disobbedienza per avere organizzato il referendum sull’autodeterminazione del primo ottobre 2017. Salvo affermare, en passant, che la magistratura è indipendente e che quindi Sanchez non può influire sullo svolgimento dei processi in corso. Inoltre, in questi giorni la Commissione europea ha assicurato che questa finanziaria è “fuori rotta” rispetto ai criteri stabiliti da Bruxelles. Ancora una volta, si costruisce una narrazione in cui il PSOE è la panacea per tutti i problemi della Spagna. Cosa che, alla prova dei fatti, non regge.

In questa narrazione manca il punto centrale dell’analisi sullo stato spagnolo. Qui il “progresso” dipende dagli indipendentismi, mentre le ondate repressive-retrograde funzionano in tutto il territorio grazie al PP, Cs e Vox. Non solo a livello parlamentare ma proprio per quel che riguarda concetti democratici come libertà, sovranità popolare e diritti civili. Solo per fare alcuni esempi: la PAH, la Piattaforma per le persone colpite da ipoteca, organizzazione simbolo della lotta per la casa sin dalla crisi del 2008, prende forma in Catalogna; la proibizione delle corride viene approvata dal parlamento catalano a maggioranza indipendentista; i proiettili di gomma, che hanno mutilato molti attivisti dei movimenti sociali, sono stati proibiti dal parlamento catalano (mentre sono tuttora utilizzati nel resto della Spagna). Ovviamente la Catalogna non è una terra promessa, ma risulta difficile negare il fatto che le spinte progressiste che hanno dato forza anche a Podemos si sono sviluppate lì. Basti vedere i risultati delle elezioni del 2016, quando proprio i territori dove la questione nazionale è molto sentita hanno mostrato una chiara opposizione al governo del PP. Ma non solo. Tanto questi risultati, come l’evoluzione dei partiti politici riformisti, mostrano come questi progetti “di cambiamento” siano incapaci di superare il tetto di cristallo della struttura stessa dello stato spagnolo. Allora perché non utilizzare questi indipendentismi come chiave di rottura nazionale e riforma sociale, invece di additarli sistematicamente come nemici del popolo, manipolando la realtà con omissioni, distorsioni e interpretazioni di parte? (victor serri)

http://napolimonitor.it/dagli-al-catalano-le-fragilita-del-riformismo-spagnolo-capro-espiatorio-dellindipendentismo/