Un anno dopo l’arresto, chiediamo ancora il rilascio dei due Jordi

       images 2                                                                                                    16 ottobre 2018

Spagna: un anno dopo l’arresto, Amnesty International continua a chiedere il rilascio dei due Jordi

Non c’è alcuna giustificazione per tenere Jordi Sànchez e Jordi Cuixart in detenzione preventiva”, ha dichiarato Fotis Filippou, vice direttore per l’Europa di Amnesty International a un anno di distanza dal loro arresto.

Amnesty International continua a chiedere il loro immediato rilascio. La loro prolungata detenzione costituisce una limitazione sproporzionata ai diritti alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica”, ha proseguito Filippou.

Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, presidenti rispettivamente dell’Assemblea nazionale catalana e dell’associazione “Òmnium Cultural”, sono stati arrestati il 16 ottobre 2017 con l’accusa di sedizione. Il 24 novembre il loro caso è stato associato a un’altra denuncia (il caso straordinario 20907/2017) e trasmesso alla Corte suprema.

Il 21 marzo 2018 i due Jordi sono stati incriminati per ribellione in quanto responsabili della partecipazione al referendum svoltosi il 1° ottobre 2017 nonostante la Corte costituzionale avesse sospeso la legge sui referendum, nonché per aver incitato a radunarsi di fronte alle sedi governative, il 20 e 21 settembre 2017 onde impedire alla polizia di svolgere, su ordine di un tribunale di Barcellona, legittime perquisizioni all’interno di alcuni uffici del governo.

Di recente la Camera penale della Corte suprema ha respinto due richieste di rilascio dei due Jordi. A sua volta, la Corte costituzionale ha rifiutato in almeno tre occasioni di sospendere provvisoriamente la loro detenzione.

Secondo le informazioni di cui è in possesso Amnesty International, le accuse contro i due Jordi sono infondate e dovrebbero essere pertanto annullate. Se fosse provato che i due uomini avevano chiesto ai manifestanti di impedire alla polizia di svolgere un’operazione legittima, questo potrebbe essere considerato un reato contro l’ordine pubblico. Ma accusarli di reati gravi come la sedizione o la ribellione e trattenerli in carcere da un anno rappresentano una sproporzionata ed eccessiva limitazione dei loro diritti alla libertà d’espressione e di manifestazione pacifica.

Invece di porre fine alla loro detenzione, le autorità giudiziarie stanno perpetuando un’ingiustizia”, ha concluso Filippou.

 

http://www.amnesty.it/spagna-jordi-arresto-un-anno-dopo/

 

I due enti bancari più importanti della Catalogna patirono una fuga di capitali miliardaria

 

Lo Stato prelevo milioni di depositi dai banchi catalani il 2-O. Amministrazioni ed imprese pubbliche spagnole punirono CaixaBank e il Banc de Sabadell dopo il 1-O

ALBERT MARTÍN / ÀLEX FONT MANTÉ    Ara.cat    05/10/2018

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La comparsa delle urne e il referendum del 1 ottobre 2017 comportarono due risposte da parte dello Stato. La prima, in pieno giorno e con migliaia di telecamere registrando, fu la repressione da parte della polizia per fermare il voto. La seconda arrivò il giorno dopo, in silenzio, sotto la consueta discrezione del settore finanziario. Ci fu una fuga massiccia di denaro da parte delle imprese pubbliche e le amministrazioni statali ai danni delle due grandi banche catalane. Secondo ha potuto sapere l’ARA, CaixaBank e Banc de Sabadell furono oggetto, il 2 di ottobre, di una forte fuga di capitali ordinata dalla politica. Era l’inizio della settimana più nera nella storia delle due entità, che si concluse con il trasferimento della loro sede legale fuori della Catalogna.

Quel Lunedi, mentre le immagini di violenza della polizia nei seggi giravano nei mezzi di tutto il mondo, le banche che presiedono Jordi Gual e Josep Oliu verificarono quale fosse la risposta del governo di Mariano Rajoy al referendum. Queste entità furono testimoni di una fuga precipitosa di prima grandezza. L’ARA ha parlato con diversi finanzieri che hanno confermato lo spostamento di denaro pubblico. Nessuna delle due banche catalane ha precisato la quantità, ma fonti finanziarie informate di ciò che successe quel giorno nei due enti con sede nell’Avinguda Diagonal di Barcellona ci danno un’idea della grandezza delle perdite.

Un imprenditore osserva che tra “Renfe, Adif, Puertos del Estado, RTVE e altri hanno prelevato 2.000 milioni di euro dal Sabadell in un solo giorno”. Un altro ha ribadito che “le agenzie statali sono state le prime a prelevare denaro, il che ha causato un effetto valanga”.

Un importante dirigente bancario precisa questa accusazione, che mette in luce il modo in cui la fuga di capitali è iniziata in quei giorni e ha portato al grande esodo delle sedi sociali delle aziende catalane al di fuori della Catalogna. Secondo la sua versione, “fino a un terzo dei depositi totali che uscirono erano soldi delle amministrazioni pubbliche e delle società controllate dallo Stato”.

L’impatto di questo massiccio ritiro di depositi fu grande. Fonti aziendali dicono che Jaume Guardiola, CEO del Sabadell, chiamò diversi presidenti di queste società pubbliche per conoscere il motivo del ritiro. I suoi interlocutori erano molto chiari: erano “ordini politici”. Era, quindi, un’azione pensata e coordinata dalla Moncloa.

Lo svuotamento dei conti durò alcuni giorni. Un’altra voce spiega la conversazione che un dirigente delle banche ebbe con il ministro dell’Economia Luis de Guindos, dopo aver verificato che un’amministrazione importante aveva prelevato i suoi depositi. “La sede è cambiata, quindi non preoccuparti,” rispose De Guindos. Nel giro di poche ore, il denaro tornò sul conto della banca.

La cifra segreta

Un lungo anno di domande ai principali dirigenti di CaixaBank e Sabadell non ha aiutato l’ARA a scoprire quale fosse la reale entità della perdita di depositi. Ma le fonti non ufficiali delle banche hanno ammesso che le cifre che sono circolate sono molto lontane dalla realtà. ‘El Confidencial’ ha parlato di 9.000 milioni tra le due grandi banche. ‘La Vanguardia’ ha ridotto questa cifra a 6.000 milioni. Durante quei giorni, dalla Banca di Spagna hanno sottolineato che “una banca può crollare con un miliardo di dollari”. L’emorragia dei depositi (escludendo ciò che potrebbero risparmiare creando conti speculari) è scioccante. Secondo ha potuto sapere l’ARA, solo il Sabadell ebbe una perdita che si avvicina a 12.000 milioni. A questa somma dobbiamo aggiungere ciò che CaixaBank perse.

 

La fuga della principale banca catalana rimane un mistero, ma si possono fare estrapolazioni. L’entità della “stella” ha circa il 50% della quota di mercato in Catalogna; quella del Sabadell è di circa il 15%. E le fonti finanziarie assicurano che l’uscita dei depositi era due volte più grande in CaixaBank che nel suo concorrente. Le ipotesi, quindi, indicano che l’emorragia congiunta avrebbe potuto toccare i 35.000 milioni di euro. Solo quattro mesi prima, il Banco Popular, una banca più piccola, era scomparsa dopo aver subito una perdita di circa 18.000 milioni. Così, se la versione che trova in un terzo del totale dei depositi che ha portato lo stato è corretta, pensiamo che il governo di Rajoy ritirò dalle banche catalane circa 10.000 milioni dopo l’1-O. Potrebbe essere stato letale.

Alcune fonti sostengono che sia ragionevole per le amministrazioni pubbliche e le aziende ritirassero fondi da CaixaBank e Sabadell per via del contesto politico. E ricorda che nella caduta del Popular ci furono ritiri da parte delle amministrazioni pubbliche, come nel caso del governo delle Canarie (636 milioni). Ma questo ragionamento è fragile: avrebbero dovuto esserci altri prelievi dal 20 settembre (quando i fatti del Ministero dell’Economia ebbero luogo) e in più le aziende pubbliche ammessero che seguivano ordini politici.

 

Quando è stato chiesto il motivo per cui lo Stato ha punito due banche che non hanno mai mostrato una posizione favorevole per il Procés, un dirigente dell’ Ibex-35 dà questa risposta: “A Madrid hanno pensato:” Due milioni di persone sono andate a votare in un solo giorno di pioggia, anche con manganellate, qualcosa deve accadere ».

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Il ministro Luis de Guindos aveva dato qualche indizio al Senato il 26 settembre. Avvertì del disastro economico che sarebbe successo in Catalogna in caso di indipendenza, citando il ritorno alla peseta, l’emergere delle tariffe, lo stress fiscale, la riduzione delle entrate fiscali e anche la “fuga di capitali”. Questo punto è stato ricorrente: “El Mundo” pubblicò che in un incontro a porte chiuse prima del 1-O con gli imprenditori il ministro avrebbe parlato di una “fuga di capitali a causa di incertezza politica” in Catalogna. Ciò che fu letto come una profezia era forse un avvertimento su ciò che lo Stato poteva fare in Catalogna. Contattato dall’ARA, De Guindos, ora vice presidente della BCE, non ha voluto esprimere giudizi in merito alle informazioni contenute in questo articolo.

La palla di neve

La cosa certa è che l’operazione poteva portare il panico nelle banche catalane, con l’impatto logico nell’economia. Sebbene i ritiri di depositi fossero invisibili ai cittadini, i mercati internazionali li osservarono attentamente. Tra lunedì e giovedì CaixaBank perse l’8% del valore delle sue azioni. Sabadell, fino il 12%. Con il catastrofismo economico e il buio che i politici e gli avversari dell’indipendenza nei media applicarono contro il procés, la notizia di questi tonfi nel prezzo dei titoli raggiunse la strada. E la palla aveva cresciuto.

Non si può incolpare il governo di Rajoy di essere l’unico colpevole della situazione che più temono le banche si verificasse in quel momento: il panico e le code agli sportelli. Ma la verità è che il movimento scosse i mercati, i mercati punirono le azioni e la paura raggiunse la strada. La palla divenne enorme e potenzialmente molto distruttiva. E così le due grandi banche, seconda e quarta impresa catalana per volume di vendite e con una ancora maggiore influenza simbolica, presero misure drastiche per fermare il ciclo diabolico: il cambio di sede legale. Dopo il movimento, e di nuovo in modo coordinato, la stragrande maggioranza dei fondi (80%, secondo alcune fonti) è tornata. L’effetto desiderato era stato raggiunto.

 

traduzione Ivette Brugués – AncItalia

https://www.ara.cat/economia/treure-milers-milions-diposits-catalans_0_2101589955.html

La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo

La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo per chiedere la libertà dei prigionieri politici

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foto: @anamirandapaz

El Nacional –   03.10.2018

 

Una quarantina di europarlamentari provenienti da quindici Stati membri e da  quattro diversi gruppi parlamentari europei hanno indossato magliette gialle per chiedere il rilascio dei prigionieri politici catalani durante la sessione plenaria dell’Europarlamento di Strasburgo.

Sulle magliette si poteva leggere’Free Junqueras’, ‘Free Romeva’ oppure ‘Free Political Prisoners’. In questa azione, promossa dal partito catalano di centro sinistra ERC, hanno partecipato i membri della Piattaforma per il Dialogo tra la UE e la Catalogna così come europarlamentari di altri paesi come il Regno Unito, l’Irlanda, la Françia, la Germania o l’Austria.

traduzione :  Àngels Fita – AncItalia

Primo ottobre, un anno dopo

Emanuele Valenti      radiopopolare.it    01.10.2018

 

Il primo ottobre del 2017 rimarrà una data chiave nella storia catalana e in quella spagnola. Uno spartiacque. Una frattura che segna un prima e un dopo.

Per gli indipendentisti catalani è il punto di non ritorno. Le violenze della polizia e poi gli arresti dei leader del movimento sono stati l’ultima manifestazione di uno Stato, quello spagnolo, incapace di risolvere i conflitti in maniera democratica. Quindi non c’è alternativa alla secessione.

Per la Spagna – intesa come apparato statale nel suo complesso – il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendenza hanno invece messo a nudo la strategia della leadership indipendentista, che per forzare Madrid alla trattativa ha provocato una pericolosa polarizzazione della società catalana.

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Due visioni, come al solito opposte.

Ma il primo ottobre 2017 ha detto molte altre cose.

Quello catalano è un problema politico che richiede una soluzione politica. Il cambio di governo a Madrid la scorsa primavera, con i socialisti al posto dei popolari, ha riaperto i canali del dialogo. Pedro Sanchez non è Mariano Rajoy e tantomeno Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito di destra nato proprio in Catalogna e proprio in chiave anti-catalana che sta raccogliendo sempre più consensi. Ma di un referendum sull’autodeterminazione i socialisti non vogliono sentir parlare. Dalle loro concessioni – fino a quando rimarranno al governo – dipenderà però il futuro delle relazioni tra Madrid e Barcellona.

Lo stato spagnolo sta accusando una transizione che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il franchismo. I fatti dello scorso autunno hanno scoperto il deficit democratico. La Spagna è una democrazia, ma ci sono alcune zone d’ombra.

Il movimento indipendentista non è fatto solo dai nazionalisti catalani. A differenza di quello che hanno scritto in molti, dietro alla spinta secessionista c’è una profondo senso di comunità e l’adesione a un progetto progressista. Per molti la secessione è l’unico modo per staccarsi da uno Stato nel quale, proprio per quel deficit democratico, non si riconoscono più. In parte il nazionalismo catalano è un nazionalismo civico, che va oltre l’identità nazionale. Un concetto difficilissimo da comprendere.

La leadership catalana si è spinta fino in fondo convinta che alla fine lo stato spagnolo avrebbe accettato di negoziare. Così non è stato. La sua strategia non era ben definita e questo ha messo a rischio la società civile che aveva sposato il progetto della secessione con una continua mobilitazione di piazza, per fortuna pacifica.

L’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta la sua debolezza.

Barcellona ha forzato le tappe anche nella convinzione che Bruxelles avrebbe chiesto al governo spagnolo l’apertura di un negoziato. Ma l’Unione Europea, che ha già molti altri problemi, non è andata oltre il suo status di organizzazione che tiene insieme i singoli Stati nazionali. In realtà la Commissione Europea avrebbe dovuto forzare il dialogo molto prima, evitando così di arrivare al primo ottobre.

Come era già stato evidente nel caso scozzese, i movimenti indipendentisti possono anche essere portatori di progetti progressisti. È difficile da comprendere, a maggior ragione nell’Europa dei populismi, ma in alcuni casi il nazionalismo può essere tranquillamente la bandiera di rivendicazioni democratiche. Non a caso la società catalana, così come quella scozzese, sono fortemente europeiste (basta citare la Brexit). Comprenderlo e accettarlo sarebbe per l’Europa un importante passo in avanti, anche per combattere il populismo dilagante di oggi.

Le comunità autonome spagnole, le nostre regioni, godono, almeno alcune, di una forte autonomia. La Catalogna è tra queste. Ma autonomia amministrativa non vuol sempre dire autonomia reale. Nonostante la decentralizzazione decisa con la costituzione del 1978 lo stato mantiene un forte potere di controllo. Una riforma in senso federale avrebbe evitato lo scontro di oggi. Dovrebbe valere anche per il futuro…

https://www.radiopopolare.it/2018/10/primo-ottobre-un-anno-dopo/

 

 

Scontri tra indipendentisti e polizia

 Euronews       29/09/2018

 

Scontri a Barcellona tra indipendentisti e polizia a due giorni dal primo anniversario del referendum sull’indipendenza della regione.

I separatisti hanno tentato di bloccare una marcia a sostegno della polizia spagnola, gettando polvere colorata sulla barriera di agenti istituita per impedire l’accesso alla strada che porta al quartier generale della polizia spagnola a Barcellona.

Le forze locali hanno usato i manganelli per respingere gli indipendentisti e tenere separati i due gruppi di manifestanti.

Il primo ottobre sarà trascorso un anno dallo storico referendum con cui i catalani votarono a favore dell’indipendenza, che è stato ritenuto illegittimo da Madrid.

 

https://it.euronews.com/2018/09/29/catalogna-scontri-tra-indipendentisti-e-polizia