Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 4

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Osservatorio settimanale

09/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 4

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«Alle 16,30 ci fu una specie di tumulto fuori perché Junqueras stava entrando nell’edificio»: riporta così l’arrivo del vicepresidente della Generalitat Motserrat del Toro, secretaria judicial del Tribunale n. 13 di Barcellona che, il 20 settembre 2017, accompagnò la Guardia Civil nella perquisizione del dipartimento di Economia.

Nel corso della sua testimonianza al Tribunal Supremo nel processo contro l’indipendentismo catalano, Motserrat abbonda di espressioni con la parola “tumulto” per riferirsi alla moltitudine di persone concentrata davanti alla Consiglieria. «Alle 18,30 si sentiva dal megafono una voce femminile che identificai con quella di Forcadell», dichiara. Anche se le finestre dell’edificio erano chiuse e, soprattutto, se quel giorno l’allora presidente del Parlamento si limitò a passare alla manifestazione senza fare alcun discorso dal palco improvvisato.

Motserrat è una testimone chiave dell’accusa, perché con lei iniziò tutto in quel 20 di settembre. Perché si disse che la presenza di una concentrazione così ingente di persone le aveva reso impossibile uscire la sera dalla stessa porta da cui era entrata al mattino, obbligandola a dileguarsi in incognito attraverso i tetti. Lo racconta alla Corte, ammettendo di avere avuto paura, e si apprende che non si trattava di un tetto ma di una terrazza e di un muretto di un metro di altezza da superare con l’aiuto di otto Mossos in borghese, per raggiungere il teatro dell’edifico a fianco da cui uscire senza dare nell’occhio. Anche se la sua fisionomia non era nota, tanto che chiede ancora oggi che la sua immagine non sia diffusa per televisione. E anche se davanti alla porta i volontari della Assemblea Nacional Catalana avevano organizzato un corridoio per permettere il transito delle autorità. Però fu allora che cominciarono i primi “suggerimenti” sulla stampa di un possibile delitto di sedizione che avrebbe portato in carcere, un mese dopo, i leader sociali dell’indipendentismo, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.

Il resto della settimana è stato occupato da altre testimonianze di rilievo, meno spettacolari di quelle dei politici dei giorni precedenti ma interessanti per la loro narrazione, opposta a quella degli imputati e a ciò che in quei giorni la stampa di tutto il mondo potè vedere e riportare. Come due verità parallele che non s’incontrano. Quella del pubblico ministero e dei suoi testimoni è tesa a dimostrare che ci fu violenza nelle mobilitazioni di massa aizzate da leader sociali e politici per sovvertire l’ordine costituzionale, con la complicità della polizia catalana: solo così, infatti, reggono le accuse di ribellione e sedizione. Anche se non ci sono prove di una violenza generalizzata ma, al più, singoli e limitati episodi, frutto spesso di percezioni o di racconti di terzi.

Tra gli ultimi politici a intervenire, il presidente del Parlamento catalano Roger Torrent ed Enric Millo, allora delegato del Governo spagnolo in Catalunya.

Millo racconta di come dall’8 settembre del 2017 «cominciò in Catalunya un clima di ostilità e intimidazione» nei confronti delle azioni della polizia giudiziaria; alcune di queste manifestazioni avevano «una evidente componente violenta». Parla di «scontri tra manifestanti e polizia in alcuni collegi» avvenuti il 1 ottobre, di persone che aggredirono i poliziotti. La sua descrizione si sofferma sulla genesi della violenza in seno ai manifestanti, ma scivola sul fairy, un detersivo per lavare i piatti a mano che, secondo Millo, i manifestanti avrebbero usato come arma, spargendolo per terra a mo’ di “trappola” per i poliziotti.

Più ficcanti le testimonianze di José Antonio Nieto e del colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, che all’epoca ricoprivano le cariche rispettivamente di segretario di Stato al ministero degli Interni e di coordinatore delle forze di polizia per il 1 ottobre. Sono loro i profeti dell’impianto accusatorio, loro che decisero d’inviare in Catalunya un contingente di 6000 unità tra Policia Nacional e Guardia Civil e che ne coordinarono l’intervento sul terreno.

A ogni perquisizione della polizia «c’era una reazione della gente che ci fece pensare che ci fosse dietro un’organizzazione», sostiene Nieto. «L’allineamento alla Generalitat dei Mossos e del major Trapero era totale», spiega, scaricando sui Mossos, «disinteressati a coordinarsi per evitare il referendum», la responsabilità per l’intervento esclusivo e solitario delle polizie spagnole ai collegi. Ci furono aggressioni di manifestanti nei confronti di poliziotti concentrati davanti ai collegi «non solo per votare ma anche per impedire alla polizia di intervenire», ma «non si produssero cariche della polizia».

De los Cobos è ancora più netto nel puntare il dito sulla responsabilità della polizia catalana: «L’attitudine dei Mossos fu di un’assoluta passività. In alcuni casi andò oltre e arrivò a impedirci d’intervenire». Per de los Cobos, la contrarietà del major Trapero ad averlo come coordinatore non riguardava solo «un tema di competenza ma era anche finalizzata a mettere il bastone tra le ruote», perché «non si poteva utlizzare come scusa la salvaguardia della convivenza per impedire l’intervento contro il referendum». «Vedemmo gente incappucciata e intenta ad allertare i votanti per impedire l’intervento della polizia. Vi era aggressività di gruppo. Non ci furono interventi contro i votanti, ma contro quelli che cercavano d’impedire la nostra azione. Non ci fu nessuna carica della polizia».

I collegi chiusi dalle polizie spagnole furono 113, si utilizzò la forza in un centinaio e i poliziotti contusi furono 120, secondo i dati riferiti da Sebastián Trapote e Ángel Gonzalo, comandanti in Catalunya per il 1 ottobre, rispettivamente della Policia Nacional e della Guardia Civil.

A testimoniare, nel mezzo, un gruppo di professionisti che, in quel periodo, avevano prestato servizi di pubblicità alla Generalitat. Tutti negano di essere stati pagati per le loro prestazioni, confermando di averne abbuonato il credito.

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Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 3

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Osservatorio settimanale

02/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 3

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«Non passerete! E se passerete quando tutti avremo smesso di vivere, saprete d’avanzo a che prezzo si abbatte un popolo degno e libero. Ma non avverrà! Per molto che facciate, non passerete!»: planano queste versi dello scrittore e musicista catalano Apel-les Mestres nella Sala del Tribunal Supremo, nella terza settimana del processo contro l’indipendentismo catalano. Un poema scritto durante la prima guerra mondiale e poi recuperato dalla resistenza repubblicana contro Franco, nella guerra civile spagnola.

Li recita Jordi Cuixart nell’originale catalano nel corso della sua deposizione, perché nell’atto di accusa della Procura generale gli viene contestato l’uso dello slogan “No pasarán” come indizio di un delitto di ribellione, per cui vengono richiesti 17 anni di carcere. E planano in piazza a Barcellona, davanti alla sede di Òmnium Cultural di cui Cuixart è presidente, tra la gente assiepata davanti a uno schermo.

Cuixart è in prigione da 500 giorni per aver organizzato, assieme a Jordi Sánchez, la manifestazione pacifica e di massa del 20 settembre 2017 davanti al Dipartimento di Economia a Barcellona, in protesta contro l’entrata della polizia spagnola negli edifici della Generalitat. Rivendica la sua identità di leader sociale: «Sono un prigioniero politico, non un politico prigioniero». E aggiunge: «Prima del 16 ottobre a me e a Sánchez non ci conosceva nessuno, quando ci avete messo in prigione ci avete convertito in referenti sociali». «L’obiettivo di Òmnium – prosegue – è rafforzare la democrazia e mai rinunceremo all’espressione dei diritti fondamentali». Il referendum dell’1 di ottobre «è stato il più grande atto di disobbedienza civile in Europa», perché «il diritto di sciopero si vince scioperando, il diritto a manifestare si vince manifestando e il diritto a votare in Catalogna si vince votando».

L’ultimo interrogatorio è di Carme Forcadell che nell’autunno 2017 era presidente del Parlamento catalano. Anche lei, accusata di ribellione e in prigione dal marzo 2018, è colpita da una richiesta di pena di 17 anni di carcere. La sua deposizione insiste sulle prerogative di un Parlamento. «La presidenza non ha la potestà di valutare il contenuto degli atti parlamentari, altrimenti si converte in un organo censorio» ribatte all’accusa di aver consentito il passaggio in Parlamento delle proposte di legge sul referendum e sul regime transitorio poi impugnate dal Tribunal Constitucional. «Nel Parlamento si deve poter parlare di tutto – insiste –. L’unico limite al dibattito parlamentare è il rispetto dei diritti umani». Nelle sue funzioni di presidente non godeva di nessun voto particolare: «Perciò non capisco perché io sono interrogata da questo tribunale, mentre i miei compagni di presidenza verranno processati in Catalogna, con l’accusa di disobbedienza».

Nei due giorni successivi è il turno dei testimoni, i primi a sfilare sono i politici. Ed è la prima volta in cui anche l’estrema destra di Vox fa domande, perché i testimoni non possono rifiutarsi di rispondere. Quando Antonio Baños e Eulalia Reguant, ex-deputati della Candidatura d’Unitat Popular, dichiarano di non voler rispondere all’accusa popolare «per dignità democratica e anti-fascista», il presidente della Corte Manuel Marchena li rinvia al giudice di turno, che commina loro una multa di 2.500 euro.

A sfilare è mezzo Governo spagnolo in carica all’epoca dei fatti. L’allora presidente Mariano Rajoy insiste nel mantra secondo cui «Non ci fu nessun referendum» e «sul referendum non ci fu mai nulla di cui parlare». «Mi cercarono in molti allora, ma non ci fu nessun mediatore» afferma. Salvo essere smentito il giorno dopo dal lehendakari (presidente del Governo della Comunità autonoma dei Paesi Baschi) Iñigo Urkullu, che riferisce invece dei numerosi incontri e conversazioni con Rajoy e Carles Puigdemont, nel tentativo di stabilire un dialogo tra i Governi spagnolo e catalano. «Mai il presidente del Governo spagnolo può liquidare la Costituzione e la sovranità nazionale» insiste Rajoy e scarica la responsabilità di tutto sugli indipendentisti: «Se non si fosse convocata la gente a un referendum illegale non avremmo visto queste immagini» commenta dopo la proiezione di un video sulle cariche della polizia spagnola in un collegio elettorale. «Mi occupavo della gestione politica. Sul dispositivo di sicurezza parlavo con la vicepresidente» conclude Rajoy.

Ma anche l’ex-vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría nega di essere intervenuta sul dispositivo di sicurezza, rinviandolo alla responsabilità del Ministero degli Interni. Mentre usa parole simili a quelle degli scritti dell’accusa, parlando dell’esistenza di una «muraglia umana e lancio di oggetti che stavano impedendo il compimento del mandato giudiziario».

Neppure l’ex-ministro degli interni Juan Ignacio Zoido riesce a chiarire chi ordinò le cariche della polizia nella mattina del 1 ottobre, né soprattutto chi le fece interrompere nel pomeriggio, ma afferma che «l’uso della forza fu razionale e proporzionato».

L’ex-ministro delle Finanze Cristóbal Montoro, in relazione all’accusa di distrazione di risorse pubbliche, ammette che «tutti i fondi della Generalitat erano soggetti a controllo dello Stato dal settembre 2017», ma, aggiunge, «non si può mai escludere del tutto l’assenza di frode e per questo ci sono le indagini giudiziarie e della polizia».

Tra i testimoni sfilano deputati ed ex-parlamentari di Esquerra Republicana, di Podemos, ex-presidenti del Parlamento catalano, l’ex-presidente della Generalitat Artur Mas, funzionari della Generalitat indagati altrove nella macro-causa contro l’indipendentismo, spezzettata tra Tribunal Supremo, Audiencia Nacional, Tribunale n. 13 di Barcellona. Ci sono fatti oggetto d’indagine anche nel Tribunale n. 7 di Barcellona, dove il Comune si è costituito come accusa popolare contro la violenza della polizia spagnola il 1 ottobre, come spiega la sindaca Ada Colau, dopo aver dichiarato che «l’1 ottobre fu della gente, di migliaia di persone auto-organizzate», una mobilitazione pacifica e di massa, di cui le cariche della polizia alterarono il carattere.

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Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 2

 

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Osservatorio settimanale

23/02/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 2

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Sette veicoli della Guardia Civil danneggiati, alcuni più seriamente di altri, in una concentrazione pacifica di 50.000 persone il 20 settembre 2017, davanti al dipartimento di Economia a Barcellona, dove era entrata la polizia spagnola per perquisire i locali della Generalitat: questa l’unica prova contestata dall’accusa dello Stato a Jordi Sánchez, allora presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, in galera da 500 giorni, accusato di ribellione con una richiesta di pena di 17 anni di carcere.

Il leader indipendentista, interrogato giovedì scorso dal pubblico ministero, si è dichiarato fin dall’inizio prigioniero politico. Contestando la narrazione fatta dalla Procura dello Stato, ha proposto un racconto del tutto diverso dove i fatti sono quelli osservati dall’opinione pubblica e dalla stampa di tutto il mondo.

«Quella manifestazione di protesta era per difendere le istituzioni catalane, un proclama non solo della ANC, ma di tantissime istituzioni ed entità sociali – ha precisato –. L’azione giudiziaria deve essere rispettata, ma si può contestare». Sánchez ha quindi spiegato a cosa serve un servizio d’ordine in una manifestazione, che è dovere degli organizzatori collaborare con le forze di sicurezza perché tutto si svolga nel migliore dei modi e che fu perciò che venne garantito un corridoio libero di manifestanti davanti all’edificio. Ha aggiunto che il danno arrecato da sconosciuti ad alcuni veicoli «non può essere una scusa per criminalizzare una mobilitazione civica», che in nessun modo la concentrazione «stava rendendo difficile l’azione giudiziaria» all’interno del dipartimento e che «non ci fu nessun tentativo di assedio permanente, né rischio per l’integrità fisica delle persone o dell’edificio».

Il pubblico ministero, infatti, fonda la sua accusa agli imputati per ribellione – e in particolare ai due “Jordis”, che furono i leader dell’associazionismo indipendentista in quell’autunno – sull’esistenza di una violenza derivante dalla minaccia di masse popolari istigate a impedire l’esercizio del mandato giudiziario e a sovvertire l’ordine costituzionale.

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Prima di Sánchez erano stati interrogati altri sette imputati e imputate, rifiutandosi tutti di rispondere alle domande dell’accusa popolare rappresentata dal partito di estrema destra Vox, «per rispetto nei confronti delle donne spagnole», spiegava Dolors Bassa, ex-consigliera del Lavoro e Affari Sociali, in carcere dal marzo 2018, accusata di ribellione e malversazione, con la richiesta di 16 anni di prigione.

Tutti hanno ribadito il carattere pacifico e non violento del movimento indipendentista, considerando la mobilitazione popolare come espressione dei diritti fondamentali di riunione e protesta. Josep Rull, ex-consigliere del Territorio e Ambiente, in carcere dal marzo 2018, accusato di ribellione e malversazione, per cui pure sono richiesti 16 anni di reclusione, ha spiegato come nella loro azione di governo sempre avessero ricercato l’equilibrio tra «l’imperio della legge e il principio democratico».

«I cittadini catalani – ha esordito Jordi Turull, ex-consigliere della Presidenza, anch’egli messo in prigione il 23 marzo 2018, nel mezzo della sessione d’investitura parlamentare in cui era candidato a presidente della Generalitat, accusato di ribellione e malversazione con una richiesta di 16 anni di carcere – non sono pecore, non sono militarizzati, agiscono con criterio. La società catalana è matura e decide liberamente, l’80% vuole votare e questo è un tema di consenso, con grande trasversalità».

«Non c’è nessun fatto che corrobori l’affermazione di una resistenza attiva» della gente in fila a votare il 1 ottobre, ha ribadito Raül Romeva, ex-consigliere degli Esteri, – in carcere dal marzo 2018, accusato di ribellione e malversazione, per 16 anni di pena richiesta, – che, dichiarandosi prigioniero politico, ha scelto di rispondere alle sole domande della difesa. «Abbiamo sempre fatto appello al pacifismo, al dialogo, alla responsabilità». «Il diritto di autodeterminazione – ha spiegato – evolve nel tempo e ha incorporato altre ragioni oltre a quelle originarie». In ogni caso, il 1 ottobre «non ci fu un illecito penale», perché la convocazione illegale di referendum è stata esclusa dal codice penale nel 2005.

Interrogati anche gli ex-consiglieri Meritxell Borràs (Affari di Governo), Santi Vila (Imprenditoria) e Carles Mundó (Giustizia), accusati di disobbedienza e malversazione di fondi pubblici, in libertà condizionata, per i quali la Procura dello Stato chiede 7 anni di reclusione. Mundó, in riferimento all’accusa di avere utilizzato denaro pubblico per la celebrazione del referendum del 1 ottobre, ha chiarito che «il Governo non è un organo con bilancio, essendo questo in capo ai singoli dipartimenti», che realizzare una procedura del genere «richiede almeno 20 funzionari e 45 giorni di tempo» e che comunque «c’erano i controlli imposti dal ministero delle Finanze». Per cui l’utilizzo indebito di fondi pubblici «non era difficile, ma impossibile».

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/02/23/osservatorio-settimanale-11/

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La questione dell’indipendenza non si può risolvere in un tribunale

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Fabio Marcelli

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Catalogna, la questione dell’indipendenza non si può risolvere in un tribunale

20 Febbraio 2019

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Fabio Marcelli    giurista internazionale

La scorsa settimana ho avuto occasione di assistere, in qualità di osservatore internazionale, alle prime tre udienze del processo contro i leader catalani, imputati di gravi reati per aver organizzato il referendum di autodeterminazione del 1° ottobre 2017. Si è trattato di un evento di estremo interesse dal punto di vista politico e scientifico. L’impressione di fondo che ho provato è quella che ho riferito a vari media in quei giorni e cioè di trovarmi nel luogo sbagliato.

Infatti un problema di natura eminentemente politica come quello del rapporto tra la Catalogna e il resto della Spagna, che ha profonde radici e implicazioni di carattere storico, politico, economico, culturale e altre ancora, non può ovviamente essere risolto da un giudizio penale e con la minaccia di decine di anni di reclusione per reati gravissimi (ribellione, sedizione, malversazione).

Questo difetto di fondo si riverbera ovviamente su vari aspetti del processo in corso. Un primo elemento, di dimensioni macroscopiche, è dato dall’intento dell’Audiencia e del Tribunale Supremo di processare persone “colpevoli” di aver voluto dare espressione a un libero voto democratico cui hanno partecipato di fatto, nonostante il pesante boicottaggio posto in essere dalle autorità statali, milioni di persone.

Quale che sia il giudizio sul progetto indipendentista, è del tutto evidente che i nostri Paesi, in Europa e al di fuori di essa, hanno bisogno di più democrazia, non di meno democrazia e più repressione. Vi sono poi altri aspetti che costituiscono altrettante violazioni di principi fondamentali del diritto penale e del diritto processuale penale, dalla presunzione di innocenza alla parità delle parti nel processo (stante le difficoltà della difesa nell’accedere a parte della documentazione probatoria), alla stessa libertà personale degli imputati indebitamente sacrificata con l’inflizione di oltre un anno di carcerazione preventiva del tutto ingiustificata.

In questo quadro va sottolineato altresì il carattere totalmente e profondamente pacifico e non violento degli eventi del 1° ottobre, salvo ovviamente per la brutale repressione con tanto di pestaggi degli elettori organizzata dalla Guardia civil e dalla Policia nacional. Probatoria a tale fine la perizia presentata da alcuni superpoliziotti britannici, che però non è stata sorprendentemente acquisita dal Tribunale (che peraltro ha negato l’accesso anche a quella di segno contrario, elaborata da taluni organismi addetti alla sicurezza nazionale).

Il problema della necessaria articolazione e distribuzione dei compiti tra Stato centrale e autonomie, ivi compresa la possibilità di percorrere in taluni casi pacificamente la strada dell’autodeterminazione e della secessione (come si è tentato di recente, con successo o meno dell’ipotesi separatista, in moltissimi casi e contesti, dal Quebec alla Scozia, dal Kosovo alla Slovacchia), è senza dubbio arduo e complesso. Si tratta infatti di stabilire un equilibrio tra principio di autonomia e principio di solidarietà, e più in generale tra valori costituzionali condivisi e identità storica e culturale specifica di determinate istanze territoriali.

Ne sappiamo qualcosa anche in Italia, dove attualmente è in corso la discussione di un pessimo disegno di legge costituzionale che contribuirà certamente ad aumentare le distanze tra Nord e Sud e su cui è stata promossa da Domenico Gallo una petizione che riafferma le ragioni dell’unità nazionale, mentre Luigi De Magistris ha sottolineato le valenze liberatorie dell’autonomia anche per le regioni tradizionalmente meno sviluppate.

È un dibattito che va ovviamente proseguito, nel quadro delle specifiche situazioni nazionali nel loro divenire storico. La questione catalana, ad esempio – e il discorso vale anche per altre questioni nazionali storiche della Spagna, come quella basca – si contraddistingue, come scrive Marco Santopadre nel suo accurato e approfondito saggio in materia, per l’intreccio fra questione nazionale e questione sociale.

Vi sono poi altri aspetti della problematica che presentano un carattere più universale, dato che al suo interno si confrontano istanze di estrema importanza, solo parzialmente contraddittorie fra di loro (accentramentodecentramento; unità-differenza; autonomia-solidarietà). Quello che è certo è che problematiche di questo genere non possono essere risolte evocando lo spettro di condanne a decine di anni di carcere per ipotesi di reato del tutto infondate. Questa è tuttavia la strada scelta da determinati settori delle istituzioni nazionali spagnole, il che dimostra come un altro fantasma, quello del franchismo, sia ancora lungi dall’essere stato pienamente esorcizzato e scacciato dalla Spagna.

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/02/20/catalogna-la-questione-dellindipendenza-non-si-puo-risolvere-in-un-tribunale/4980250/

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 1

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Osservatorio settimanale

16/02/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI  / 1

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I primi tre giorni

È cominciato martedì 12 febbraio, presso il Tribunal Supremo di Madrid, il processo (Causa Speciale 20907/2017) ai 12 leader dell’indipendentismo catalano che nell’autunno del 2017 realizzarono il referendum del 1 ottobre, che portò alla dichiarazione unilaterale di indipendenza il 27 di quello stesso mese. La risposta del Governo spagnolo, allora guidato dal popolare Mariano Rajoy, fu l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione con il commissariamento della Generalitat, il carcere per metà del Governo (l’altra metà si rifugiò all’estero) e la celebrazione di elezioni catalane il 21 dicembre del 2017, elezioni in cui i partiti indipendentisti riconquistarono la maggioranza parlamentare.
Il processo è iniziato all’indomani della sospensione del dialogo con la Generalitat da parte del Governo del socialista Pedro Sánchez, stretto tra le critiche interne al suo partito e la destra in piazza. Viene celebrato in contemporanea con la bocciatura della finanziaria da parte dei partiti indipendentisti, che ha fatto saltare la fragile maggioranza che aveva permesso nel luglio scorso la cacciata dal governo del Partito popolare. E continuerà nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche anticipate del prossimo 28 di aprile.

Sul banco degli imputati, cinque ex-consiglieri e il vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras, l’ex-presidente del Parlament Carme Forcadell e i due leader dell’associazionismo indipendentista, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart. Tutti in prigione preventiva da tempo, anche oltre un anno. Tutti accusati di ribellione, e chi era al governo anche di malversazione di fondi pubblici, con una richiesta di pene tra i 16 e i 25 anni di reclusione. A essi si aggiungono altri tre ex-consiglieri in libertà vigilata, accusati di disobbedienza e malversazione, con richiesta di 7 anni di carcere.
L’accusa è rappresentata dalla Procura Generale, dall’Avvocatura dello Stato e dal partito di estrema destra Vox, nella sua componente popolare.

I primi due giorni sono stati occupati dalle considerazioni della difesa e dell’accusa

Il pubblico ministero ha confermato l’impianto accusatorio contenuto nella sua memoria processuale, per giustificare l’imputazione del delitto di ribellione. Questo delitto richiede l’esercizio della violenza, come fu nel caso del tentato golpe di Stato del colonnello Antonio Tejero il 23 febbraio del 1981. Una violenza che, invece, nel corso dell’autunno catalano e di tutto il procés non c’è mai stata, come hanno ritenuto le autorità giudiziarie di Belgio e Germania, negando, per assenza del relativo presupposto, l’estradizione richiesta per Carles Puigdemont e gli altri indipendentisti esiliati. Ma nella macro-causa contro l’indipendentismo, l’accusa indvidua la violenza nella pressione delle masse popolari sulle forze dell’ordine, il 20 settembre e il 1 ottobre, per impedire il compimento del loro mandato. Aggiungendo che, se ci fu un uso della forza da parte delle polizie spagnole, esso fu indotto dalla presenza massiccia e minacciosa dei manifestanti.
Le difese, pur con accenti differenti al loro interno, hanno denunciato la violazione delle libertà e dei diritti fondamentali che si vanno compiendo nel processo: dalla libertà di espressione al diritto di protesta, dal diritto al giudice naturale stabilito per legge a quello alla libertà personale. Un processo, secondo l’avvocato capofila della difesa, che ha per oggetto un progetto politico, un’ideologia concreta.

Nel terzo giorno sono cominciati gli interrogatori degli imputati

Il primo a rispondere è stato Oriol Junqueras. Fin dalle prime parole ha chiarito il senso della sua deposizione: dichiarandosi prigioniero politico, ha annunciato che avrebbe risposto solo alla difesa. Junqueras si è assunto le responsabilità di quanto fatto allora dal Governo «perché dovevamo eseguire il mandato democratico», ma sempre rivendicando il dialogo «perché quando c’è una mobilitazione pacifica prolungata nel tempo bisogna darle una soluzione politica». «Mai, mai, mai abbiamo accettato né avallato la violenza. Non lo dico io, ma l’opinione e la stampa mondiale». «Votare non è un delitto, ma impedirlo con la forza sì che è un delitto», ha affermato, riferendosi al referendum del 1 ottobre.
Quindi è stata la volta di Quim Forn, anche lui in carcere, ex-conseller degli interni, alle cui dipendenze sono i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana. Ha risposto alle sole domande della Procura Generale e dell’Avvocatura dello Stato, oltre a quelle del suo avvocato. La sua strategia difensiva si è differenziata da quella di Junqueras, anche per il ruolo ricoperto nel Governo. Perciò ha insistito nel distinguere la sua adesione politica al progetto indipendentista dall’attività del suo dipartimento: «Ero d’accordo col referendum ma non ho mai utizzato il dipartimento per questo. Anzi, dissi ai Mossos che avrebbero dovuto eseguire gli ordini giudiziari». Come Junqueras, ha rivendicato la legittimità del ricorso alle urne, l’assenza di violenza nell’indipendentismo e la necessità di una soluzione politica.

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