Spagna, in campagna elettorale i comizi entrano in carcere

L’indipendentista Junqueras, candidato alle politiche del 28 aprile, detenuto in attesa di giudizio, sarà protagonista di un’iniziativa politica del suo partito

Oriol Junqueras

Oriol Junqueras durante il processo

Francesco Olivo   LaStampa   16.04.2019

La tribuna politica entra in carcere. Si avvicinano le elezioni, si vota il 28 aprile, e la campagna elettorale spagnola fa i conti con una delle anomalie di questi tempi: alcuni dei candidati sono detenuti in attesa di giudizio. È il caso di Oriol Junqueras, leader indipendentista di Esquerra Republicana e candidato alle politiche, che venerdì prossimo sarà protagonista di un comizio del suo partito direttamente dalla prigione alla porte di Madrid nella quale è recluso. Lo ha deciso la giunta centrale elettorale, secondo la quale non ci sono le condizioni per impedire a un candidato il diritto a fare la campagna elettorale, seppure senza libertà di movimento, la giunta ha rifiutato altre richieste, come quella di poter fare interviste con cinque testate giornalistiche e partecipare a un dibattito con altri politici.

Non è ancora chiaro come si svolgerà l’appuntamento elettorale, sicuramente il collegamento di Junqueras sarà telematico, video o audio, in quanto gli è stato impedito di lasciare la prigione di Soto del Real per la campagna elettorale. La stessa Esquerra Republicana ha ottenuto di poter tenere iniziative elettorali nel carcere di Lledoners in Catalogna per coinvolgere i detenuti, che dovranno votare il 28 aprile.

Oriol Junqueras è imputato, con altri 11 leader indipendentisti, in un processo che si sta svolgendo da due mesi al Tribunale Supremo di Madrid. La procura generale ha chiesto per lui una pena di 25 anni di reclusione con l’accusa di ribellione violenta, malversazione di fondi pubblici e sedizione. Il leader di Esquerra è anche candidato alle elezioni europee, così come l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, attualmente in Belgio. In caso di elezione sorgerà il tema dell’immunità alla quale hanno diritto i deputati europei.

https://www.lastampa.it/2019/04/16/esteri/spagna-in-campagna-elettorale-i-comizi-entrano-in-carcere-Iyuge7hWcB7ls25tJlyKMM/pagina.html

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 9

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Osservatorio settimanale
13/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 9

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Nona settimana del processo all’indipendentismo catalano, che precede l’inizio della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo 28 aprile.

Sul banco dei testimoni passano una decina di appartenenti della Guardia Civil che, avendo preso parte agli interventi dell’1 di ottobre nei seggi elettorali, lamentano aver riportato alcune lesioni fisiche. Ma è soprattutto il turno della Policía Nacional, che il giorno del referendum intervenne nei vari distretti di Barcellona o in alcuni dei seggi situati a Girona e Lleida, quelli in cui si registrò un alto numero di feriti tra i cittadini per effetto delle cariche della polizia. Famosi per questa brutalità sono diventati, tra gli altri, i seggi degli istituti scolastici Pau Claris, Mediterrània, Escola Pia, Jaume Balmes, Ramón Llull, Joan Boscà, Pau Romeva, Joan Fuster.

Il racconto degli oltre 30 poliziotti ascoltati dalla Corte è sempre abbastanza uniforme nel denunciare l’atteggiamento ostile e violento dei manifestanti per impedire l’attuazione del mandato giudiziario e nel segnalare l’assenza di collaborazione dei Mossos, quando non la aquiescenza con la popolazione mobilitata ai seggi. Si tratta per lo più di poliziotti che predisposero le relazioni sull’accaduto nei vari distretti della capitale catalana, appartenenti alla polizia giudiziaria con il mandato di requisire le urne e il materiale referendario (sostenuti in questo compito dalle unità di ordine pubblico) o con funzioni di intelligence, in vigilanza all’esterno dei seggi per controllare la situazione.

Si scopre che quel giorno le polizie fecero a gara nello spiarsi reciprocamente: poliziotti spagnoli in borghese che osservavano i movimenti di poliziotti catalani senza uniforme che osservavano le mosse di poliziotti spagnoli mimetizzati. Si conferma, inoltre, che la Policía Nacional si servì di infiltrati tra i manifestanti e che l’intervento nei seggi era stato pianificato indipendentemente da un dispositivo di cooperazione tra le tre polizie.

L’accusa popolare di Vox insiste nel chiedere se ci fossero dei leader ad organizzare la mobilitazione ai seggi elettorali, ma sempre di più appare chiaro che l’1 di ottobre fu un atto di disobbedienza popolare auto-organizzato, che neppure l’intervento del Governo catalano avrebbe più potuto fermare. L’Avvocatura dello Stato s’interessa invece costantemente del ruolo dei Mossos, per dare sostanza all’accusa di sedizione mentre la Procura generale propone spesso ai poliziotti domande in cui è implicita la risposta.

Gli addetti del corpo nazionale della polizia spagnola parlano di “resistenza di carattere sovversivo”, raccontano di insulti, di lancio di oggetti, di uso di ombrelli per attaccare (quel giorno a Barcellona pioveva). Descrivono la “massa” che impediva loro il passaggio, l’aggressione ai veicoli, l’abbattimento delle porte delle aule nelle scuole come inevitabile, la necessità di sparare a salve per farsi spazio. Individuano un nuovo concetto, quello della “barricata”, montata su con il mobilio scolastico per rallentare l’entrata delle forze dell’ordine. In generale affermano di non aver osservato, quel giorno, lesioni in danno dei cittadini convenuti.

Ma le notizie sul processo, questa settimana, sono anche fuori dall’aula giudiziaria: si possono leggere sul giornale spagnolo El Diario e quello inglese The Times, che riferiscono di una relazione firmata da Sir Hugh Orde e Duncan McCausland, alti funzionari della polizia britannica con oltre 30 anni di esperienza, proposta come prova dalla difesa di Jordi Cuixart e respinta dal Tribunal Supremo. I due funzionari contestano la versione fornita dalla Guardia Civil sui fatti del 20 settembre, davanti alla sede del Dipartimento di Economia a Barcellona: «Le valutazioni dei video registrano normalmente un ambiente di calma nell’edificio durante tutto il giorno ‒ sostengono ‒. Si vedono gli agenti della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra, insieme agli impiegati, entrare e uscire dall’edificio normalmente attraverso l’entrata principale. […] Si vede una moltitudine che può descriversi come pacifica, per quanto rumorosa». Con riferimento all’1 di ottobre, poi, i due funzionari scrivono: «Ci sono immagini perturbanti di un uso indiscriminato della forza e di un comportamento violento da parte di agenti della Guardia Civil e della Policía Nacional ingiustificabili e sproporzionati rispetto alla minaccia esistente».

L’altra notizia del processo fuori del processo è quella della conclusione dell’istruttoria del Tribunale n. 13 di Barcellona sul referendum del 1 ottobre, da cui ebbe inizio la macro-causa contro l’indipendentismo catalano. Rinviati a giudizio sono una trentina di alti funzionari della Generalitat e i direttori della televisione e della radio pubbliche catalane, per i reati di disobbedienza, distrazione di fondi pubblici, falsità documentale, rivelazione di segreti e prevaricazione.

Alle prossime elezioni di aprile e a quelle di maggio, sei degli imputati accusati di ribellione, in carcerazione preventiva da oltre un anno e attualmente sotto processo, si presentano come capi-lista dei rispettivi partiti. Hanno perciò chiesto di essere messi in libertà per poter fare la campagna elettorale a parità di condizioni con gli avversari. Il Tribunal Supremo, peraltro, ne ha respinto la richiesta, perché i presupposti per la privazione della libertà «continuano ad operare e lo fanno con particolare forza considerando il momento in cui si trova il processo”.

Osservatorio settimanale

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 8

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Osservatorio settimanale

06/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 8

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Ferran López era il secondo nella scala di comando dei Mossos d’Esquadra ai tempi dell’autunno catalano. Con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, il Governo spagnolo indicò lui a sostituire il major Josep Lluís Trapero alla guida della polizia catalana. Era López a partecipare alle riunioni delle polizie spagnole coordinate dal colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, perché tra Trapero e de los Cobos «non c’era una buona chimica personale».

«Fui io a fare una nota interna sulla nomina del coordinatore – dice il commissario ascoltato come testimone nell’ottava settimana del processo contro l’indipendentismo catalano ‒. Accettavamo la scelta fatta, ma non concordavamo con la designazione di quel coordinatore, perché era una figura ibrida tra il politico e l’operativo».

La sua testimonianza è una difesa del corpo dei Mossos. La ricostruzione degli avvenimenti di quei giorni è puntuale, l’accusa alle altre polizie spagnole di aver fatto saltare il dispositivo unitario d’intervento il giorno del referendum è senza tentennamenti, sulla stessa linea della deposizione di Trapero nei giorni precedenti. «I Mossos erano impegnati a dare attuazione al mandato giudiziario» in una situazione complicata per la determinazione del Governo catalano di far svolgere il referendum, anche se sempre dalla Generalitat venne risposto «che facessimo quello che dovevamo fare». L’1 ottobre «lo scenario previsto era di un’alta partecipazione e di una resistenza passiva. Ma era più che sicuro che ci sarebbero stati degli incidenti per il clima di polarizzazione che si era determinato in quei giorni».

Contraddicendo de los Cobos che aveva accusato la polizia catalana di aver effettuato un intervento del tutto inadeguato per il giorno del referendum, López conferma quanto già detto da Trapero, precisandolo: «L’1 ottobre ci fu un dispositivo congiunto delle tre polizie che constava di tre parti: una prima, consistente nell’invio di una coppia di Mossos in ogni seggio elettorale; una seconda che prevedeva un primo intervento di ordine pubblico da parte dei Mossos; e una terza, in cui i Mossos avrebbero eventualmente chiesto il sostegno alla Guardia Civil e alla Policía Nacional. Ma a un certo punto, nel giorno del referendum, questo dispositivo si ruppe». López afferma che de los Cobos aveva condiviso l’insieme del dispositivo, anche la parte a carico dei Mossos e nega con fermezza che ci sia mai stata alcuna attività di spionaggio dei Mossos nei confronti delle polizie spagnole. La sua testimonianza contrasta in modo netto con quella di de los Cobos di qualche settimana prima, che la difesa di Quim Forn chiede alla corte di prevedere un confronto all’americana tra i due testimoni. E il presidente Manuel Marchena si vede obbligato a prendere tempo per decidere.

A López fa eco, il giorno successivo, Joan Carles Molinero, allora numero tre dei Mossos d’Esquadra. Con un castigliano elegante e calibrato, conferma la versione data dall’alta dirigenza della polizia catalana. «L’ex-consigliere Forn non diede nessuna indicazione operativa ai Mossos sul referendum, consapevole che avremmo dovuto applicare il mandato giudiziario» ‒ dichiara ‒. «Noi non pensammo mai a un dispotivo per compiacere il potere politico, ma per rispettare il mandato giudiziario». E insiste: «L’1 di ottobre si produsse un dispositivo congiunto tra le tre polizie, diretto da de los Cobos».

Per il resto, nel corso della settimana, si sono succedute le deposizioni di poliziotti della Policía Nacional, della Guardia Urbana e di molti appartenenti alla Guardia Civil, per la gran parte testimoni dell’1 ottobre in qualcuno degli oltre 2200 seggi elettorali. Non si può fare a meno di cogliere, in tali testimonianze, la somiglianza nel racconto dei fatti, nell’utilizzo dei termini e nella ricerca di una descrizione coerente con i delitti di ribellione e sedizione contestati. Tutti riferiscono la presenza di manifestanti aggressivi e violenti; alcuni denunciano di aver riportato contusioni; tutti negano di avere agito con una forza sproporzionata e dichiarano di non avere visto aggressioni perpetrate nei confronti dei cittadini riuniti. Questa narrazione e quella dell’indipendentismo descrivono due realtà parallele destinate a non incontrarsi e, in questa fase, non è consentito alla difesa contrastare con immagini il contenuto delle testimonianze. Gli avvocati difensori utilizzano, allora, un escamotage e, per controinterrogare i testimoni, descrivono le immagini che fanno scorrere sui loro computer. In attesa che l’aula possa prenderne visione.

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/04/06/osservatorio-settimanale-17/

Risolto il mistero dei poliziotti feriti

LA CAVERNA, IL GIUDIZIO

Il governo spagnolo arrivò a dichiarare 431 poliziotti feriti il 1 Ottobre ma non risultano cure presso alcun ospedale o servizio sanitario

 

Naciogital.cat – Joan Canela, 5 aprile 2019

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cariche della polizia alla Ràpita-Sofia Cabanes

 

La cifra di agenti feriti durante il primo di ottobre del 2017 è uno dei grandi misteri di questo processo. Quanti furono? Di quale entità furono le lesioni? Come furono inflitte? E chi non aiuta a risolvere il mistero è, precisamente, il governo spagnolo tenendo conto che è lui ad avere i dati e, paradossalmente, ad essere il primo interessato a chiarire la questione.
La notte del primo di ottobre, la Delegazione del Governo spagnolo in Catalogna avrebbe contabilizzato 39 poliziotti feriti. Ma il giorno dopo, il ministro Soraya Saenz de Santamaría aumentò la cifra fino a 431 senza dare alcuna spiegazione plausibile. Nel gennaio del 2018, durante la sessione parlamentare furono ammessi 111. E, durante il processo, sia Enric Millo che la stessa Soraya Saenz de Santamaría parlavano –sotto giuramento- di 93. Nessuno dei cambiamenti di cifre è stato spiegato e, nemmeno, è stato accompagnato di prove documentarie: nè rapporti medici, nè malattie, nulla. Pensate che Millo ha affermato in sede giudiziaria che c’erano state “fratture”.

 

Ieri uno dei guardia civili che ha dichiarato nel processo ha risolto il mistero e oggi i titolari di Madrid ne parlano, senza meraviglia tenendo conto dell’importanza dei fatti. “I guardia civili lesionati dell’1 Ottobre: ‘La dottoressa non voleva prendersi cura di noi. Dovettero chiamare il direttore’”, avvisa il giornale El Mundo, per dare un esempio. Il titolare colpisce, ma nel testo non risulta chiaro si ci fu un agente trascurato o se stiamo parlando di due casi differenti. Bene, adesso dobbiamo solo trovare gli altri 91 casi mancanti, o 109, o 429, o 37 o qualunque essi siano secondo i dati del governo che preferite.

Ma leggendo la cronaca del testimone vien volgia di dirgli: “Molto interessante, racconti di più, per favore”, su quel antisommossa al quale “faceva ‘piuttosto’ male” la schiena. Alla fine uno degli agenti riconosce che in effetti, sì, i dottori lo curarono “ma poco”. Ah!, quindi nello stesso momento in cui i manifestanti gridavano con forza “siamo gente di pace” davanti alle telecamere della BBC, gli stessi insultavano i poliziotti rabbiosamente all’orecchio. Un drama. Che, inoltre, puoi leggere sullo stesso giornale che si prendeva gioco e dubitava dei 1.066 feriti per i colpi della polizia durante quella giornata (questi sì, con attenzione medica documentata).
-“Ricorda se, in qualche momento, fu trascinata della gente per terra?” –trascrive il giornalista del dialogo tra l’agente e l’avvocato difensore- “Talvolta devi tirare quando sono violenti e tenti di fare il proprio lavoro”. No, vedrai che alla fine risulterà che tutto accadde per semplice autodifesa.

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.naciodigital.cat/noticia/176939/resolt/misteri/dels/policies/ferits

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 7

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Osservatorio settimanale

30/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 7

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Nel processo contro la leadership indipendentista catalana si susseguono le testimonianze degli agenti della Guardia Civil.

Tra queste, la più attesa è quella del tenente colonnello Daniel Baena, capo della polizia giudiziaria della Catalunya, che firmò i rapporti delle indagini compiute dalla sua polizia sul procés posti a fondamento delle istruttorie che hanno dato vita alla macro-causa contro l’indipendentismo e che perciò sono alla base del processo che si sta celebrando a Madrid da sette settimane. La sua immagine è nota, ma sceglie comunque di testimoniare senza essere ripreso dalle telecamere.

La credibilità della testimonianza è contestata dalla difesa, perché dietro Daniel Baena si nasconderebbe il titolare di un account Twitter dallo pseudonimo Tácito, i cui messaggi erano rivolti contro i leader indipendentisti e i Mossos oggetto della sua indagine. Ciò risulta dalla registrazione di una telefonata intercorsa nel febbraio del 2018 tra il giornale spagnolo Público e il colonnello, nel corso della quale quest’ultimo riconobbe di essere uno dei gestori di quel profilo Twitter. Ma davanti al tribunale, a domanda della difesa, nega di esserne il proprietario.

«Investighiamo persone che fanno cose» ripete Baena, per smontare l’argomento del processo politico e della causa contro l’indipendentismo. Si apprende, peraltro, che le indagini cominciarono ben prima dell’autunno 2017: fu l’Audiencia Nacional a ordinargli, nel 2015, di investigare sulla possibile esistenza di strutture di Stato e sull’eventuale connesso delitto di distrazione di risorse pubbliche, dopo la consultazione del 9 novembre 2014 e la dichiarazione di sovranità votata dal Parlamento catalano. Fu poi nel corso dell’indagine, sostiene il colonnello, che cominciarono ad apparire indizi di altri possibili reati.

Baena parla di «clima chiaramente insurrezionale» e di «polveriera» in riferimento al moltiplicarsi delle manifestazioni di piazza che si svolsero in Catalunya dal 20 settembre al 28 ottobre 2017, quando, in applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, vennero commissariate le istituzioni della Generalitat. Dice che, nelle diverse perquisizioni, «si trovò moltissimo materiale» che consentì di stabilire «una relazione tra fatti e persone che aveva un preciso riscontro con quanto si stava pubblicando sulla stampa». Ciò perché le fonti originarie delle indagini erano principalmente le notizie pubblicate sui mezzi d’informazione.

Il referendum – continua Baena – era «la pietra angolare attorno a cui girava il procés ed era la condizione indispensabile per dichiarare l’indipendenza»: tutto questo risultava dall’agenda Moleskine e dal documento “Enfocats” trovati nell’appartamento di Josep Maria Jové, numero due di Oriol Junqueras. Perché alla base dei rapporti della polizia spagnola e perciò dell’istruttoria del giudice Pablo Llarena del Tribunal Supremo, assunta dal pubblico ministero per imputare nove persone del delitto di ribellione, ci sono un’agendina con appunti di riunioni che arriva fino al 2016 e un documento di cui non si conosce l’autore, forse apocrifo, il cui contenuto comunque non coincide nei tempi e nelle modalità con la realtà dei fatti. In “Enfocats” venivano indicati due livelli, uno di direzione e l’altro esecutivo, spiega il colonnello. Nella direzione erano previsti il governo, il parlamento, la mobilitazione popolare: le tre gambe su cui poggia tutto l’impianto accusatorio. E se «le date non sempre coincidevano con i fatti reali» è perché si produssero degli eventi che li anticiparono, ma c’era una coincidenza «con le mobilitazioni popolari vincolate ad alcune deliberazioni parlamentari».

È su basi di questa consistenza che si è costruita la macro-causa contro il movimento indipendentista.

Il resto delle testimonianze degli agenti della Guardia Civil riguarda alcune delle perquisizioni effettuate il 20 settembre 2017 negli edifici della Generalitat o negli appartamenti di diversi funzionari: in quel giorno si effettuarono 40 perquisizioni e furono arrestati 15 alti funzionari dell’amministrazione catalana.

Tra gli agenti ascoltati, il comandante responsabile della perquisizione del dipartimento di Economia che parla di Jordi Sánchez «come portavoce della massa» e sottolinea che era l’ex-leader dell’Assemblea Catalana a prendere le decisioni, mentre l’intendente dei Mossos, Teresa Laplana, si limitava a recepirle. Poi riferisce di un tentato sfondamento della porta dell’edificio da parte dei manifestanti nelle prime ore della notte, ma non ci sono immagini a confermarlo.

Dello stesso tenore la deposizione del suo collega capo della sicurezza in quel 20 settembre al dipartimento di Economia, che ammette di aver «spaccato con la mazza due finestrini dei veicoli lasciati fuori per accertarmi che ci fossero ancora le armi all’interno», una volta che gli ultimi manifestanti erano stati dispersi dall’intervento dei Mossos attorno alle 3 del mattino.

Vengono ascoltati anche cinque Mossos, rimasti contusi in forma lieve nel corso di una perquisizione a Sabadell. Riferiscono di un comportamento dei manifestanti improntato per lo più a una resistenza passiva e di un gruppetto di un centinaio di persone con atteggiamento aggressivo.

Infine parlano gli agenti della Guardia Civil alloggiati negli alberghi o responsabili delle caserme alloggio di alcune località catalane. Lamentano gli assembramenti che in quei giorni si ebbero davanti agli edifici e dicono che ciò impediva la loro libertà di movimento e incideva negativamente sulla vita quotidiana delle persone, specie dei familiari dei poliziotti.

Ascoltati anche due degli ospiti internazionali che l’1 di ottobre si recarono in alcuni dei seggi elettorali. Felix Von Grünberg è un ex-deputato della SPD tedesca. Venne in Catalogna per il referendum dell’1 di ottobre perché interessato alla situazione politica. Ma «le spese furono totalmente a mio carico, come sempre anche nel caso di missioni per conto delle Nazioni Unite, perché voglio mantenere la mia indipendenza» chiarisce, sgombrando il campo dal possibile uso di risorse pubbliche per la sua permanenza legata al referendum. Quindi è la volta della scozzese Helena Catt, esperta internazionale di processi elettorali. Riconosce di aver ricevuto un onorario da Diplocat, ma «non era per una missione di osservatori internazionali, si trattava di una ricerca. Il proposito di una missione di osservazione è elaborare un report sulla validità dei risultati. A noi, invece, nessuno chiese di convalidare nulla».

https://volerelaluna.it/catalunya/catalunya7/2019/03/30/osservatorio-settimanale-16/