Separatisti incarcerati (eletti) al Parlamento sotto scorta

 

Catalogna: separatisti incarcerati (eletti) al Parlamento sotto scorta

Di Euronews        20/05/2019 

Su autorizzazione della Corte Suprema spagnola, cinque separatisti catalani incarcerati, eletti in Parlamento lo scorso mese, hanno lasciato la prigione per alcune ore per ritirare personalmente i propri documenti di Deputati.

Fiancheggiati da poliziotti in borghese, l’ex Presidente catalano Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Turull, Josep Rull (tutti al Congresso) ed il senatore Raül Romeva si sono presentati per espletare le procedure di rito, sebbene in attesa di una possibile sospensione dalle loro funzioni pubbliche.

I cinque sono in carcere preventivo dall’epoca del referendum sull’indipendenza del 2017 e sotto processo per ribellione.

La Corte Suprema ha anche autorizzato i Parlamentari a partecipare alle sessioni di apertura, previste per martedì.

https://it.euronews.com/video/2019/05/20/catalogna-separatisti-incarcerati-eletti-al-parlamento-sotto-scorta

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 14

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Osservatorio settimanale

18/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 14

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Quattordicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano, piena di argomenti e attori diversi senza un centro preciso. In appena due giorni, per lasciare spazio alle feste madrilene di San Isidro, sfilano davanti alla Corte votanti del referendum dell’1 ottobre, volontari dell’Assemblea Nacional Catalana, avvocati volontari per il referendum, politici, sindacalisti, intellettuali, funzionari della Generalitat, ex-componenti della presidenza del Parlamento catalano.

Le deposizioni interessano tutti i delitti contestati, dalla ribellione per la celebrazione del referendum alla distrazione di fondi pubblici per finanziarlo. Risaltano due elementi di fondo: il primo è l’evidenza del pluralismo che permea il movimento catalano per il dirittto a decidere; il secondo è l’atteggiamento del tribunale nei confronti dei testi della difesa cui gli avvocati reagiscono denunciando l’impedimento dell’esercizio dei loro diritti. Il presidente Manuel Marchena, infatti, interrompe continuamente le testimonianze portate dalla difesa, taccia d’impertinenza le domande degli avvocati difensori che sono state permesse all’accusa nelle sessioni precedenti, fino a sbottare con un “Mucho mejor!”, quando uno degli avvocati rinuncia, per protesta, a continuare l’interrogatorio della filosofa Marina Garcés, sua testimone.

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I testimoni che votarono per il referendum in diversi centri della Catalogna raccontano la violenza della polizia spagnola sulla popolazione ai seggi. «Io pensavo che il diritto di voto non me lo possono proibire», perciò Santiago, di professione meccanico, andò al collegio di Sant Antoni a Barcellona a votare. «Stavamo mangiando della pasta quando arrivarono gli agenti della Policía Nacional. Ci circondarono facendo una muraglia – quella sì che era una muraglia – e cominciarono a menarci». Esther è una disegnatora grafica, l’1 ottobre andò a votare nella scuola di Barcellona Pau Claris, uno dei seggi in cui più violenta fu l’irruzione della polizia spagnola: «C’era molta gente per le scale e nel cortile della scuola, l’ambiente era festoso. Quando gli agenti cominciarono a salire sulle scale dove io mi trovavo, cominciarono a tirare giù da lì le persone con violenza senza dire nulla. Quell’assenza di parola era la cosa che più mi fece effetto. Cominciarono a buttare le persone giù per le scale, mi presero per una gamba e mi lanciarono. C’era la volontà di fare male», racconta con un filo di voce. Jordi Pesarrodona è un attore clown, dell’associazione “Pagliacci senza frontiere”, investigato per disobbedienza, assessore nel Comune di Sant Joan de Vilatorrada. Il 20 settembre si trovava in Via Laietana davanti alla Consiglieria degli Esteri e come normalmente fanno quelli della sua associazione nelle diverse proteste, «mi misi il naso da pagliaccio davanti agli agenti della Guardia Civil per sdrammatizzare la situazione». «Il 1 ottobre andai a votare nel mio collegio di Vilatorrada – continua –. Non lo dimenticherò in tutta la vita, arrivarono 10 furgoni della Guardia Civil e seppi che si ricordavano di quel 20 di settembre». La polizia infatti si diresse a lui chiamandolo “famosito”. «Vennero da noi, ma ricordo solo che mi spinsero per le spalle, mi trascinarono per terra, mi colpirono per quattro volte nella zona testicolare, il primo colpo fu molto forte. Altre persone risultarono contuse». Il sindaco di Cellús nel Bages, Joan Badia, racconta di quando gli agenti della Guardia Civil arrivarono nel suo paese l’1 ottobre e lui si fece loro incontro chiedendo l’ordine di perquisizione del centro. «Il comandante della polizia mi disse che aveva solo istruzioni orali e gli risposi che non era sufficiente. Si girò e se ne andò, allora un agente mi colpì con lo scudo facendomi cadere in terra. La Guardia Civil stava attaccando i miei concittadini. La gente era silenziosa, attuava una resistenza passiva». In quel seggio ci furono oltre 15 feriti tra i votanti, su denuncia di 9 di questi è stata aperta un’istruttoria presso il Tribunale di Manresa.

Il Collegio di avvocati di Manresa aveva organizzato per l’1 ottobre un servizio di volontari per orientare giuridicamente le persone che erano ai seggi. Alcuni di loro sono chiamati a testimoniare dalla difesa. L’avvocata Mercè Torras racconta: «A Fonollosa, quel giorno, arrivò un contingente della Guardia Civil di 80-100 agenti, noi eravamo una sessantina di persone al seggio. Non ci fu alcuna richiesta da parte loro. In due minuti cominciarono la carica, la sproporzione era evidente, ci sloggiarono in maniera violenta».

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Diversi, in questa sessione del processo, sono gli alti funzionari della Generalitat sentiti come testimoni: del gabinetto giuridico, della contrattazione, dei dipartimenti della Giustizia, delle Infrastrutture, dell’Educazione. Sono interrogati sul possibile uso di risorse pubbliche per finanziare il referendum e sugli obblighi della presidenza del Parlamento catalano. «In un procedimento di contrattazione standard intervengono molti uffici e perciò molto personale, almeno 15 persone, il tempo medio di perfezionamento di un contratto di acquisto è di 5-6 mesi», riferisce Mercè Corretja, direttora generale della Contrattazione pubbica della Generalitat. «Tutto il procedimento si realizza elettronicamente, perciò non è possibile andare avanti se non viene conclusa la fase precedente e tutto è registrato», risponde, escludendo perciò che siano possibili nell’amministrazione pubblica affidamenti e impegni di spese non contabilizzati e realizzati in poche settimane. Francesc Esteve, direttore del gabinetto giuridico della Generalitat, conferma che la pubblicità fatta passare nei giorni precedenti il referendum sui mezzi radiotelevisi pubblici era «nel quadro del contratto gratuito di annunci pubblicitari della Generalitat» con la Corporazione dei Mezzi Audiovisisvi.

Pere Sol, ex-segretario generale del Parlamento catalano, conferma quanto sostenuto dalla difesa dell’ex-presidente Carme Forcadell: «Per quanto riguarda l’ammissione alla discussione parlamentare delle proposte dei Gruppi, l’intervento della presidenza è solo sull’analisi dei requisiti dettati dal regolamento parlamentare. Relativamente al voto sulle risoluzioni, la presidenza deve valutarne la congruenza con il dibattito proposto». È quanto ribadiscono Lluís Corominas e Anna Simó, rispettivamente vicepresidente e prima segretaria della presidenza del Parlament quando Forcadell ne era la presidente. Entrambi, pur avendo condiviso ogni scelta fatta da Forcadell nella presidenza in quell’autunno del 2017, sono imputati presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati del solo delitto di disobbedienza.

Tra i testimoni, il segretario genrale di UGT Pepe Álvarez, il segretario dell’omologo sindacato catalano Camil Ros e il portavoce della piattaforma Escoles Obertes, Ramon Font, che, nel fine settimana precedente l’1 di ottobre, fece un appello per organizzare iniziative ludico-festose nelle scuole per difendere i seggi e consentire il referendum.

«Non ci fu un’entrata nella sede perché la polizia non aveva il mandato del giudice, ma lì si stava producendo un attentato contro i diritti della CUP come partito politico», afferma l’ex-deputata al Parlament della Candidatura d’Unitat Popular Mireia Boya, raccontando il tentativo della polizia spagnola di entrare nella sede del suo partito in quel 20 di settembre. «C’erano un 3000 persone, ma sempre operammo perché non ci fosse nessun tipo di incidente, secondo i precetti della disobbedienza attiva non violenta». Le fa eco Jaume Asens, avvocato, uno dei vicesindaci di Barcellona, eletto deputato al Parlamento spagnolo lo scorso 28 aprile nella lista dei Comuns-Podemos: «Il 20 settembre facemmo una riunione d’urgenza come governo di Barcellona e chiamammo i cittadini a mobilitarsi». «Non facciamo parte dell’associazione dei municipi per l’indipendenza, ma arrivammo a un accordo con la Generalitat per partecipare all’1 di ottobre. Per noi si trattava di una mobilitazione con forma di referendum». Dopo le cariche della polizia «creammo un servizio di assistenza come Comune, mettemmo insieme le prove e organizzammo 300 persone tra i feriti, presentandoci come accusa popolare presso il Tribunale 7 di Barcellona».

Osservatorio settimanale

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 12-13

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Osservatorio settimanale

11/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 12-13

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«Arrivai al seggio prima delle 7 del mattino, c’era stata molta tensione nei giorni precedenti, finalmente era giunto l’1 ottobre e io non volevo perdermi nulla», «La concentrazione era molto ludica, la gente era contenta perché poteva votare», «Arrivai alle 6,30 del mattino, tutta la gente del paese stava facendo colazione con una cioccolatata. Non ci furono incidenti, era una festa, a pranzo cucinammo una paella», «Non pensavamo di fare nessuna azione violenta, volevamo dare un’immagine di dignità. Se la polizia arrivava che perdesse almeno cinque minuti di tempo per entrare», «Il comportamento della gente era normale, di aspettativa, di speranza. Fino a quando venimmo a sapere delle cariche della polizia in altri seggi, allora ci fu un momento di timore, d’inquietudine», «Era una giornata di allegria. Quando ci arrivarono le immagini delle cariche della polizia altrove diventò una giornata di calma tesa», «Arrivai alle 5 del mattino, fu un giorno, un’esperienza che ricorderò per tutta la vita, di emozione, speranza e solidarietà, perturbata dalle immagini delle cariche della polizia in altri centri di votazione», «La tranquillità era assoluta, c’era collaborazione tra tutte le persone, anche con quelle del quartiere che non erano venute a votare, i vicini ci portarono i computer», «Passai alcune ore con gente che non conoscevo in un centro di votazione che non era il mio. Comprai un’enorme busta di churros e la condividemmo»: queste e altre le espressioni utilizzate dalle persone che andarono a votare per il referendum nel descrivere il loro 1 ottobre, quella giornata attorno a cui si è costruita la macro-causa contro l’indipendentismo catalano.

Persone venute a testimoniare per conto della difesa e diventate protagoniste della tredicesima settimana del processo alla leadership indipendentista. Il contenuto festoso dell’incontro fin dal giorno prima, le attività d’intrattenimento tra le più svariate dal cineforum a quelle sportive, fino all’immancabile ritrovarsi attorno a una tavola, la caduta del sistema informatico che rallentò il voto nelle prime ore del mattino, sono il tratto costante dei racconti degli uomini e delle donne che sfilano davanti alla Corte, di tutte le estrazioni sociali, dall’idraulico allo scienziato, dall’insegnante al carpentiere, quasi tutti con il fiocco giallo in solidarietà con i prigionieri politici. Diversi tra loro alle domande dell’accusa popolare rappresentata da Vox, fanno precedere le risposte con un «per obbligo giuridico», tanto da far infuriare il presidente del tribunale Manuel Marchena che a un certo punto precisa: «Tutto quello che facciamo qui dentro è per obbligo giuridico».

L’Avvocatura dello Stato chiede ai testimoni se abbiano visto aprire o chiudere i seggi, se abbiano assistito al momento in cui sono comparse le urne. Vox domanda se chi stava al seggio con funzioni di presidente avesse qualche segno identificativo. Ma nessuno ha visto i seggi aprirsi, o erano già aperti o venivano aperti dall’interno e le urne erano già sui tavoli per votare, o al più erano state viste trasportate all’esterno da sconosciuti dentro dei sacchi. Né chi era ai seggi ad accogliere i votanti portava qualche distintivo particolare, semplicemente era dietro i tavoli. E soprattutto, lo svolgimento della giornata, civico e festoso, era affidato all’auto-organizzazione, le attività venivano ripartite tra quanti avevano voglia e tempo per collaborare. Tutti i testimoni riferiscono che sapevano perfettamente quel 1 ottobre, andando a votare, che il referendum era stato proibito. Ne viene fuori un’immagine del tutto diversa da quella raccontata nelle settimane precedenti dalle polizie spagnole: un processo pacifico di auto-affermazione popolare, non quella muraglia umana aggressiva e minacciosa che il pubblico ministero descrive per giustificare l’accusa di ribellione.

Alcuni ricordano l’intervento violento delle polizie spagnole in alcuni dei seggi, ma nella gran parte delle testimonianze non vi è presenza né di Guardia Civil né di Policía Nacional, solo di Mossos. Perciò non ci furono incidenti con le forze dell’ordine, neppure in quei casi in cui la polizia catalana si portò via le urne, lasciando tutti “tristi e delusi”. Tra i testimoni anche il giovane universitario Joan Porras, meglio conosciuto come “Joan Bona Nit”, perché ogni notte andava a dare la buona notte ai prigionieri catalani quando erano rinchiusi nella prigione di Lledoners nel barcellonese. È la prima volta che mostra in pubblico la sua vera identità e nell’andarsene, dà la mano a tutti quelli seduti sul banco degli imputati.

Chiamati a testimoniare sono anche il segretario di CCOO de Catalunya, Javier Pacheco, la cui organizzazione è stata parte nel promuovere iniziative per la pace e la celebrazione di un referendum pattuito con lo Stato, e Xavier Trias, ex-sindaco di Barcellona. Intervengono altresì alcuni Mossos d’Esquadra – tra cui il consigliere del sindacato dei comandanti dei Mossos e il capo della Brimo, la Brigada Mòbil, antisommossa – che confermano nella sostanza la versione data nel processo dai rappresentanti del loro corpo di polizia.

L’ultimo testimone della settimana è Nemesio Fuentes, un ex-agente della Policía Nacional ora in pensione che fu presidente di un seggio il 1 ottobre. Racconta l’irruzione violenta della Guardia Civil nel suo centro di votazione in Sant Joan de Vilatorrada: «Un agente della Guardia Civil arrivò alla porta e cominciò a spaccarla con una mazza. Se invece avesse chiesto non sarebbe stato necessario, la porta si apriva da fuori e non era chiusa a chiave».

La settimana precedente, la dodicesima del processo, era iniziata il giorno dopo le elezioni generali del 28 aprile, durando appena due giorni. Ascoltati dalla Corte alcuni degli osservatori internazionali, alcuni dei votanti del 1 ottobre e il cantautore Lluís Llach che, nell’autunno 2017, era deputato nel parlamento catalano per la lista indipendentista di Junts pel Sí.

Dal giorno dopo il 28 aprile, sul banco degli imputati siedono cinque parlamentari delle Cortes spagnole: Oriol Junqueras, presidente di Esquerra Republicana, Jordi Sánchez, Jordi Turull e Josep Rull di Junts per Catalunya eletti alla Camera e Raül Romeva, di Esquerra Republicana, eletto al Senato.

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Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 11

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Osservatorio settimanale

27/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 11

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Undicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano presso il Tribunal Supremo di Madrid: finita, almeno per il momento, la carrellata delle testimoninaze degli agenti di Policía Nacional e Guardia Civil, è il turno di rappresentanti delle istituzioni, dell’associazionismo, di ex-consiglieri della Generalitat.

A sfilare davanti alla Corte sono politici come il vice-presidente della Generalitat Pere Aragonés, allora segretario alla consiglieria di Economia, che però non testimonia perché implicato in altre istruttorie riguardanti l’1 ottobre, e il vice-sindaco di Barcellona Gerardo Pisarello, candidato alle elezioni del 28 aprile per la Camera nella lista catalana En Comú Podem, collegata con Unidas-Podemos. O come le sindache di Vilanova i la Geltrú, Neus Lloveras, che nell’autunno catalano era presidente dell’AMI (Associació de Municipis per la Independència), e di Sant Vicenç dels Horts, Maite Aymerich, cittadina di residenza di Oriol Junqueras (imputato, già vicepresidente del Governo della Generalitat). O ancora, Joan Ignasi Elena, che fu coordinatore del Pacte Nacional pel Referèndum, l’ultimo tentativo fatto dalla Catalogna per richiedere un referendum concordato con lo Stato e naufragato al principio dell’estate del 2017.

A passare per il banco dei testimoni sono Maritxell Ruiz, consigliera della Presidenza fino al 14 luglio 2017, quando decise di rinunciare all’incarico per motivi personali che non avevano a che vedere con la celebrazione del referendum dell’1 ottobre, la quale dichiara che, pur essendo a quell’epoca evidente che ci sarebbe stato un aumento del conflitto con lo Stato, «nel Governo si parlava sempre di un referendum pattuito».

Anche Jordi Jané e Jordi Baiget sono chiamati dall’accusa a testimoniare in quanto rispettivamente ex-consigliere degli Interni ed ex-consigliere dell’Industria. Entrambi lasciarono l’incarico nella prima metà di luglio. Il primo per scelta propria «per un insieme di cause»; precisa che «nel Governo si cercava sempre una soluzione concordata con lo Stato, per quanto fosse chiaro che c’era una certa possibilità che il Governo cambiasse orientamento». Il secondo, invece, per scelta del presidente Carles Puigdemont, «per il venir meno della fiducia»; anch’egli conferma che «il Governo non stava pianificando la via unilaterale». Così come Albert Batlle, l’ex-direttore dei Mossos d’Esquadra che nel luglio del 2017 presentò le sue dimissioni all’appena nominato consigliere degli Interni Quim Form, «ma non per la sua nomina», chiarisce. «Non mi sentivo a mio agio ‒ aggiunge – perché avevo notato un certo disagio dei partiti che sostenevano il Governo catalano nei confronti della mia persona», per ragioni legate alla gestione dell’ordine pubblico. «Non c’era interferenza politica sugli operativi definiti dai Mossos ‒ afferma senza titubanza ‒. Trapero, che io proposi come major, era molto geloso delle sue competenze in materia giudiziaria e non avrebbe accettato nessuna ingerenza politca».

Ma soprattutto questa settimana è stato il turno dei testi della difesa, dei rappresentanti di quell’associazionismo radicato nel tessuto catalano, che scommette sulla non violenza, sull’accoglienza dei migranti, sulla coesione sociale.

«Conosco Romeva (imputato, consigliere agli affari esteri del Governo Puigdemont, ndr) da 27 anni», dice Jordi Armadans, presidente di Fundipau, una fondazione che promuove i valori della non violenza e della pace: assieme hanno fatto campagne sui temi della pace, contro le armi nucleari e per il disarmo. «Romeva è convinto che la violenza non sia mai accettabile e che il conflitto vada risolto col dialogo ‒ afferma ‒. Il 18 ottobre 2017 nasce En peu de pau (Sul piede di pace), uno spazio plurale con persone di molte provenienze, per risaltare le mobilitazioni pacifiche e rafforzarle». E aggiunge: «Il 20 settembre, davanti a Economia, l’ambiente era molto rilassato e l’1 di ottobre c’era tanta gente che si auto-organizzava, con molto civismo, senza nessun incidente». La sua testimonianza recupera il discorso pacifista del movimento indipendentista che gli imputati accusati di ribellione hanno sempre rivendicato.

Quindi è la volta di Ruben Wagensberg, oggi deputato di Esquerra Republicana al Parlamento catalano che, nel febbraio del 2017, costruì a Barcellona, con CasaNostraCasaVostra, la manifestazione più partecipata mai vista in Europa per l’accoglienza ai rifugiati. Spiega che l’associazione Òmnium (presieduta dall’imputato Jordi Cuixart) fu uno dei soggetti più attivi nella riuscita di quella mobilitazione. E afferma che «l’1 di ottobre fu l’atto di disobbedienza più importante in Europa degli ultimi anni».

Ritorna così il tema della disobbedienza civile su cui Jordi Cuixart aveva impostato, nei primi giorni del processo, la sua difesa. «En peu de pau – spiega David Fernández, giornalista e deputato della Candidatura d’Unitat Popular nella legislazione precedente a quella dell’autunno catalano – si ispirava al valore della cultura pacifica della disobbedienza civile». All’interno di quell’associazione si facevano corsi di formazione sulla non-violenza «perché le persone possano, in situazioni complicate, avere consapevolezza dei propri limiti e di come resistere in termini di autocontrollo e di inviolabilità dell’altro». «Ero consapevole l’1 di ottobre di stare disobbedendo al mandato giudiziario: se l’autodeterminazione è un delitto, allora m’incolpo e dichiaro di essere recidivo», risponde alla domanda del pubblico ministero. Che rimane attonito davanti alla spiegazione di come si eserciti l’azione diretta non violenta: «Si fa interponendo i corpi in maniera pacifica, erigendo una muraglia umana per rendere difficile l’intervento della polizia». È una rappresentazione dell’autunno catalano del tutto diversa da quella descritta dalle polizie spagnole nei giorni precedenti.

Osservatorio settimanale

 

Indulti e insulti

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elmon.cat – Salvador Cot – 23/04/2019

E’ davvero significativo verificare che nella destra e la estrema-destra spagnole non passi neppure per la testa una possibile assoluzione dei processati presso il Tribunale Supremo. Non contemplano l’innocenza e nemmeno una condanna lieve. Danno per scontato che i prigionieri politici catalani resteranno rinchiusi in carcere per molti anni ancora e, di conseguenza, si dedicano a dinamitare -preventivamente- l’ipotesi che un futuro governo del PSOE possa concedere l’amnistia ai (tuttora) presunti colpevoli. Insultano affinché non indultino.

Tutto questo colpisce in quanto tutti i governi spagnoli hanno concesso una gran quantità d’indulti. Aparte la legge del “punto e a capo” che concesse l’amnistia –con effetti fino ad oggi- a tutti i criminali franchisti, sono stati indultati da José Barrionuevo a Rafael Vera, condannati per terrorismo di Stato, fino a banchieri come Alfredo Sáenz, del Banco Santander. Ci sono stati indulti sistematici per molti poliziotti e guardie civili condannati per torture e, addirittura, giudici condannati per prevaricazione.

Curiosamente, i tre partiti di destra e di estrema-destra (chiamati il trifacito) criticano degli indulti che, almeno per ora, tutti gli accusati rifiutano (n.d.t. in quanto significherebbe ammissione di colpa). Ciò dimostra ancora una volta, a quali estremi possa arrivare questa furia patriottistica che annerisce, giorno dopo giorno, una Spagna che è stata sempre comunque oscura.

 

*traduzione  Angels Fita-AncItalia

https://elmon.cat/opinio/36186/indults-i-insults