Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 6

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Osservatorio settimanale

23/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI  INDIPENDENTISTI CATALANI / 6

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Sesta settimana di processo all’indipendentismo catalano a Madrid, con testimonianze impegnate a sostenere un po’ tutti i delitti di cui il pubblico ministero accusa i leader del movimento, dalla distrazione di fondi pubblici alla ribellione violenta e alla sedizione tumultuosa.

La settimana è segnata anche dalla contestazione degli avvocati della difesa nei confronti del presidente del Tribunale Manuel Marchena, che ha deciso di separare la fase orale del dibattimento dalla visione delle immagini, rendendo così impossibile l’eventuale contestazione di una testimonianza nel momento della deposizione.

«Il controllo del ministero si limitava al solo ambito finanziario del bilancio, perciò qualunque contrattazione irregolare sarebbe sfuggita», afferma il sottosegretario alle Finanze dell’epoca Felipe Martínez Rico, non escludendo perciò che risorse pubbliche siano andate a finanziare il referendum del 1 ottobre, così come aveva già adombrato, giorni prima, il suo ex-ministro.

Un agente della Guardia Civil, coinvolto nella perquisizione di alcuni uffici della Generalitat il 20 settembre 2017, afferma che il Governo catalano si stava attrezzando per disporre di un’agenzia tributaria propria e stava cercando di ottenere finanziamenti dalla Cina per gestire la transizione da uno Stato all’altro. La sua è una delle 24 testimonianze di agenti della polizia militare spagnola che occupano l’intera settimana e che propongono una lettura a tinte fosche dei fatti del 1 ottobre.

Le concentrazioni di persone davanti ai luoghi in cui la polizia spagnola entrò per perquisire gli uffici e le abitazioni di funzionari della Generalitat, requisire materiale di propaganda del referendum o impedire il voto il 1 di ottobre sono descritte dagli agenti della Guardia Civil come una sorta di bolge infernali. Le espressioni usate nelle testimonianze sono più o meno le stesse. Si ripetono con frequenza le parole “rabbia”, “tumulto”, “muraglia umana”. «Mi sorpresero i volti delle persone che esprimevano una rabbia fuori controllo. Temevo che il tumulto di gente assaltasse l’edificio», racconta un agente impegnato nella perquisizione di un ufficio della Generalitat. «Ci fu una pioggia di bottiglie» continua. «Non so se due o cinque», specifica, poi, a domanda della difesa. Anche se quella perquisizione, come tutte le altre, poté essere portata a termine con normalità e se, in generale, non fu assaltato nessun edificio e non ci furono arresti.

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«Venivamo insultati e colpiti. Ci furono lanci di sedie e di bottiglie», riferisce un altro agente in relazione all’intervento in un seggio elettorale, nel quale diversi cittadini risultarono feriti il 1 ottobre e per cui alcuni agenti sono attualmente indagati per la brutalità della polizia. «Non avevo visto niente di simile in vita mia», sostiene un altro agente che pure in passato si è occupato di mafia e narco-traffico. «Non ho vissuto il conflitto basco – gli fa eco un commilitone –, ma colleghi veterani lì presenti mi hanno detto che quello assomigliava molto al principio del conflitto basco». «Quel che ho vissuto quel giorno – racconta un altro appartenente alla Guardia Civil, intervenuto in un seggio il 1 di ottobre – non lo dimenticherò mai: una esibizione di odio e disprezzo. Non c’era pacifismo in nessun posto». «Facemmo un uso della forza proporzionale e congruo», continua quest’ultimo, anche se il comportamento ingiustificato di alcuni agenti del suo gruppo è attualmente oggetto d’indagine presso un altro tribunale. «Le persone convenute sul posto erano totalmente ostili», ribadisce un altro agente e alla domanda dell’accusa popolare rappresentata da Vox su quale fosse la tecnica di aggressione adottata dai manifestanti, risponde senza scomporsi: «La tecnica era sedersi per terra e prendersi per le braccia».

C’è chi giura di aver visto, in occasione di una delle perquisizioni precedenti il referendum, Carme Forcadell passare su una macchina ufficiale, con il braccio fuori dal finestrino ad aizzare la folla lì concentrata. Chi è sicuro di aver notato l’attuale presidente della Generalitat Quim Torra, che allora era quasi uno sconosciuto, mentre usciva dal deposito di un’impresa dove venne requisito materiale di propaganda del referendum.

Nella selezione dei messaggi tratti dalla posta elettronica degli imputati, la Guardia Civil ha considerato degni d’interesse, oltre ai temi economici, quelli riferiti a riunioni, a manifestazioni e all’11 settembre, festa nazionale della Catalunya.

Per lo più, gli agenti della Guardia Civil chiamati a testimoniare, in linea con le precedenti testimonianze dei loro capi, ribadiscono l’atteggiamento passivo dei Mossos davanti alle concentrazioni popolari, insistono sull’unità di azione degli stessi con il Governo catalano e, anzi, suggeriscono che la polizia catalana li spiava. Si capisce che non comprendono l’attività di mediazione che i Mossos applicano, ormai da alcuni anni, per risolvere pacificamente le questioni di ordine pubblico in occasione di manifestazioni.

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Il presidente Marchena non permette, in questa fase, la visione delle immagini e perciò la difesa non può contestare la veridicità della deposizione degli agenti; in rete, però, tornano i video relativi alle cariche della polizia nei seggi elettorali tirati in ballo.

È certo possibile che negli oltre 2200 seggi del referendum ci siano stati episodi di aggressività e perfino di violenza puntuale da parte di alcuni manifestanti, magari in reazione alle cariche della polizia. Ma mai risulta che essi abbiamo avuto l’intensità e la generalità necessarie a integrare i delitti di ribellione e di sedizione, tesi a sovvertire l’ordine costituzionale con una sollevazione violenta. Delitti sui quali si celebra questo processo contro l’indipendentismo.

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/03/23/osservatorio-settimanale-15/

 

 

Il processo delle fiabe

John Carlin   John Carlin

La Vanguardia – John Carlin10/03/2019

Sarà una condizione dovuta alle mie origini miste il fatto che io dedichi più tempo di quanto sia strettamente necessario a confrontare i vizi e le virtù delle razze o dei luoghi o delle culture da dove provengo. Non si tratta, nel mio caso, di una questione puramente biologica, geografica o culturale, visto che mia madre è spagnola, mio padre era britannico, ho vissuto mezza vita in cinque paesi dove si parla spagnolo e l’altra mezza in tre paesi dove si parla inglese. Quindi, le domande che ci si pone e le conclusioni che si traggono dovranno contenere, se si è onesti, molte sfumature.

Oggi cercherò di rendermi le cose più semplici. Mi limiterò a una domanda. Quale paese sta diventando il più ridicolo, la Spagna o l’Inghilterra?

No. Non mi riferisco al calcio. Lì, grazie al Real Madrid e al Manchester United, la risposta di questa settimana è troppo facile. Mi concentrerò maggiormente sulla politica, sulla società e, nel caso spagnolo, sulla legge.

 

Ciò che definisce l’Inghilterra oggi è l’impulso suicida alla base della Brexit, il che prova che la sindrome espressa nella frase “lunga vita alla morte!” non si limita al mondo ispanico. Ciò che mette in discussione la Spagna è il processo ai prigionieri politici catalani, un sintomo della risurrezione di una destra simile a quella che Mario Vargas Llosa ritrae nei suoi libri, e che avrebbe dovuto essere sepolta nella Valle dei Caduti.

Entrambi i paesi presentano dei buoni argomenti. Stanno entrambi rendendosi proprio ridicoli. Ora, non ho intenzione di mentire. Mi piace più la Spagna che l’Inghilterra, il modo latino più che l’anglosassone. Se mi dicessero che mi restano ancora due anni di vita, andrei in Spagna con il prossimo volo e non mi muoverei più. Preferisco la gente. C’è più simpatia, più connessione e più divertimento e quindi, in fondo, più filosofia: qui si vive più in accordo con la verità che la vita è breve.

Ma sulla questione del ridicolo, se a fine mese il Regno Unito lascerà l’Unione Europea senza un accordo, cioè, se si lancia da un aereo senza paracadute, ci sono buone possibilità di non trovare più differenza tra i membri del parlamento britannico e il cast di Monty Python. Può darsi che il giullare-capo Boris Johnson diventi primo ministro di quest’antica democrazia.

 

Ma intanto, oggi, questa settimana, la Spagna è diventata la campionessa mondiale. Il ridicolo diventa più ridicolo, più risate provoca quanto più grande è la distanza tra la serietà in superficie e la stupidità nel profondo. Come il personaggio dell’ispettore Clouseau, così pomposo e allo stesso tempo così sciocco, nei film “La pantera rosa”.

Vedendo, questa settimana, uno dei testimoni nel processo che si svolge a Madrid contro una dozzina di personalità politiche catalane, è stato impossibile per me non pensare all’ispettore Clouseau. Il testimone, lì presente a sostenere la fantasiosa tesi che i dodici fomentavano una violenta ribellione, era un uomo di nome Enric Millo.

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(Oriol Malet)

 

Anche senza l’inestimabile contributo del signor Millo, il processo era già un’epica pagliacciata. I pubblici ministeri dello Stato spagnolo sostengono che c’è stata violenza quando non c’era violenza, durante un referendum che non era un referendum, lo scorso 1° ottobre 2017 in Catalogna.

Ma sono ancora là, un mese dopo, e ogni giorno che passa più grande è il ridicolo. Hanno toccato il fondo, spero, con il signor Millo. Trovate il suo intervento su YouTube. Il signor Millo è l’ex-delegato del governo spagnolo in Catalogna. Nella parte più drammatica della sua testimonianza dice di aver parlato con alcuni poliziotti che hanno subito le spaventose conseguenze di aver affrontato i genitori di famiglie, nonni, nonne e giovani, che erano usciti di casa il 1 ° ottobre e si sono diretti verso le urne collocate in alcune scuole, immaginando che avrebbero votato per l’indipendenza della Catalogna.

“Le testimonianze”, ha detto Millo, “erano da brivido”. Brivido/tremore, secondo la Royal Spanish Academy, significa “scuotere qualcosa”. Quando penso alla parola brivido, mi vengono in mente le immagini dell’era nazista o di una ragazza di 17 anni pugnalata a morte da uno sconosciuto in un parco qui a Londra la scorsa settimana. Per il Sig. Millo, da brivido significa qualcos’altro.

 

“Un agente mi ha spiegato”, disse Millo tremando, “che era caduto nella trappola del Fairy”. La trappola del Fairy? A cosa si riferiva? mi sono chiesto. Ad un metodo di tortura brevettato dai soldati americani contro i jihadisti imprigionati a Guantanamo? (Fairy, nella sua accezione più volgare, si potrebbe tradurre dall’inglese come “finocchio”). Oppure si tratta del famoso detersivo per piatti verde brevettato nella perfida Albione nel 1950?
Il signor Millo si riferiva al detersivo.

Ora, per favore, prego ai lettori più sensibili di non leggere le parole che cito qui sotto.
“La trappola del Fairy”, ha spiegato Millo, consisteva nel “versare detersivo all’ingresso di alcune scuole in modo che quando la polizia entrava, gli agenti scivolavano e cadevano a terra”.

Queste sono, signore e signori, le prove schiaccianti – basate sulla testimonianza di un poliziotto anonimo – che ci sono state violenze da parte dei dodici imputati catalani, che c’è stata la ribellione e per cui dovranno subire fino a 20 anni di prigione per i loro crimini … Che figuraccia! Ho coperto molti processi come giornalista in molti paesi, ma non ho mai visto niente di più assurdo. Ma la cosa migliore o meglio, la cosa peggiore, ciò che si merita la medaglia d’oro della ridicolaggine è che, apparentemente in Spagna molte persone prendono sul serio la fiaba del signor Millo. E’ come guardare un film dall’ispettore Clouseau credendo che si tratti di un vero thriller poliziesco (da brivido). I giudici non hanno riso. La stampa di Madrid lo ha raccontato non solo con solennità, ma ha interpretato questa testimonianza di Millo come un duro colpo per gli imputati. “Gli avvocati difensori iniziano a innervosirsi”, recitava un titolo in prima pagina.

 

Mancano ancora molti giorni, a quanto leggo, per la conclusione di questo processo farsa. Per favore: basta! Smettetela di sprecare fondi pubblici. Abbiate l’orgoglio nazionale di smettere di rendervi ridicoli di fronte al mondo. Non confermate i pregiudizi ancestrali che molti hanno sugli spagnoli. Per risolvere il caso, cercate un bambino di dieci anni, uno di quelli che sanno quando gli imperatori camminano nudi. Vi darà il verdetto in cinque minuti. Violenta ribellione? Di che cazzo stiamo parlando? E inoltre, se è un bravo ragazzo e non possiede la cattiveria che molti spagnoli nascondono dietro la simpatia, lascerà i prigionieri liberi.

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.lavanguardia.com/opinion/20190310/46943436312/juicio-de-hadas.html

 

 

La marcia solitaria di Madrid

La marcia solitaria di Madrid

18 Mar 2019 – Dal blog Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

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Al di là dello sconcertante balletto di cifre – dai 120.000 degli organizzatori, l’Assemblea Nacional Catalana e Òmnium, ai 18.000 della delegazione del governo spagnolo -, per chi a Madrid c’è stato non ci sono dubbi: i catalani, venuti a manifestare lo scorso sabato per il diritto all’autodeterminazione e la solidarietà ai loro leader processati per ribellione, erano decine di migliaia. Stipati nel cuore della capitale dello Stato, sotto un sole da inizio giugno: un successo di partecipazione.

La prima volta di una manifestazione indipendentista a Madrid: non solo di indipendentisti ma di tanti impegnati sul diritto a decidere, accompagnata da delegazioni di altre parti della Spagna e da alcune organizzazioni della sinistra madrilena. E la Madrid democratica e accogliente l’ha vissuta con normalità, senza sussulti né tensioni. Con indifferenza. Così evidente che non si può non parlarne tra i colleghi che sono in piazza. Ne emerge l’idea di una società sfaccettata sulla questione catalana. Divisa tra chi pensa che in Catalogna ci fu un golpe di Stato e che i responsabili devono pagare con dure pene di carcere, chi sostiene l’indipendentismo catalano e un’altra parte, probabilmente maggioritaria, che non ne ha condiviso la messa in questione della legalità, ma non ritiene che i leader del movimento debbano stare in prigione.

E qui interviene un problema di comunicazione, che certo non può risolversi con un corteo. Ma che rischia di far diventare incolmabile il fossato anche emotivo che separa ormai una parte importante della società catalana da quella spagnola. Forse anche perché l’indipendentismo non è stato capace di parlare al resto della Spagna, ma soprattutto per il ruolo dei principali media spagnoli che hanno costruito una narrazione prevalente sul golpe e la violenza.

L’iniziativa del movimento catalano in questa fase non assume come centrale il tema dell’indipendenza, ma quello della democrazia e dei diritti fondamentali, perché considera che il processo ai suoi leader sia politico. E dunque è qualche cosa che non riguarda solo gli indipendentisti ma tutti, in Spagna e in Europa. Perciò sono andati a Madrid sabato scorso. Il resto della Spagna però, non comprende questa evoluzione, non l’assume come propria battaglia e preferisce piuttosto attestarsi sull’autunno del 2017. L’indifferenza è anche dell’Europa. La stampa internazionale se ne occupa poco e quella italiana ha pressoché silenziato il tema. Perché è scomodo, con l’imbarazzo che produce l’avere prigionieri politici così vicini, e perché “non fa notizia”.

https://www.affarinternazionali.it/blogpost/la-marcia-solitaria-di-madrid/

 

Cronaca del processo agli indipendentidti catalani / 5

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Osservatorio settimanale

16/03/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 5

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Finalmente, nella Sala del tribunale dove da cinque settimane si celebra il processo contro l’indipendentismo catalano, arriva la testimonianza più attesa, anche se rimasta incerta fino all’ultimo: quella del major Josep Lluís Trapero che, nell’autunno del 2017, era il capo dei Mossos d’Esquadra. Incerta, perché Trapero è indagato per ribellione presso l’Audiencia Nacional e aveva quindi diritto a non deporre. Attesa, perché nei giorni precedenti il suo nome era stato pronunciato ripetutamente in quella Sala, indicando la polizia catalana come ovvia alleata dell’indipendentismo per il sovvertimento violento dell’ordine costituzionale.

Trapero non parla come complice dell’indipendentismo, di cui «non condividevamo il progetto», ma come capo dei Mossos, deciso a difendere il buon nome del suo corpo di polizia. E la sua testimonianza è già parte della difesa per l’altro processo che lo vedrà imputato.

Con un eloquio diretto e rigoroso Trapero ricostruisce con precisione ogni momento, smentisce il teorema dell’aquiescenza dei Mossos e del loro allineamento alla Generalitat, come era stato enunciato la settimana precedente dai vertici delle polizie spagnole e del Ministero degli interni dell’epoca. E perciò smonta il teorema della ribellione proposto dall’accusa, perché la polizia catalana ne è uno degli assi a sostanziarlo. Lo fa con la stessa autorevolezza e semplicità che mostrava nelle conferenze stampa dell’agosto 2017, dopo le stragi jihaidiste sulla Rambla e a Cambrils, di cui riuscì a sgominare il commando in appena tre giorni.

«Noi garantivamo un nostro cordone davanti a quello dei volontari dell’Assemblea Nacional Catalana che ci separava dai manifestanti per far passare la secretaria judicial e consideravamo questa una soluzione sicura, altrimenti non l’avremmo proposta», sostiene in relazione alla manifestazione del 20 settembre davanti al Dipartimento d’Economia e all’abbandono dell’edificio da parte della delegata del giudice. Se poi si scelse di passare per la terrazza, fu perché sembrò che il lavoro della polizia giudiziaria all’interno del Dipartimento sarebbe andato per le lunghe e il cordone di polizia cominciò a sciogliersi: quella della terrazza, quindi, fu l’alternativa scelta per non perdere tempo a riorganizzarlo. Di quel giorno, come unici atti di violenza «apprendo del lancio di una bottiglia a due nostri agenti e di un gruppetto di persone, attorno alle 22, che si mise per un tratto davanti ai volontari dell’Assemblea per impedirci di formare il nostro cordone e il lancio di qualche oggetto, qualche spintone. Oltre ai veicoli danneggiati».

«Non condividevo la scelta di Pérez de los Cobos come coordinatore delle tre polizie, perché era un politico e non un operativo – ammette in relazione al dispositivo della polizia sotto mandato giudiziario per impedire il referendum –. Ma cosa molto differente sarebbe stata non rispettare gli ordini del giudice e questo non accadde mai». L’1 di ottobre i Mossos impegnarono 7850 effettivi: «Facemmo il massimo sforzo possibile e rispettammo l’ordine giudiziario. Furono chiusi 134 collegi e altri 250 non aprirono. Furono requisite 432 urne e 90.000 schede elettorali».

Quando il pubblico ministero gli contesta l’inefficacia del piano d’intervento dei Mossos, Trapero gli risponde ficcante, senza però mai perdere la calma: «Il nostro dispositivo era all’interno di un quadro congiunto, di cui una parte era a carico dei Mossos e l’altra era di pertinenza delle altre polizie. Ma l’1 di ottobre ci accorgemmo che qualcuno aveva deciso di rompere quel coordinamento per ragioni sconosciute».

Trapero sostiene di aver preferito che si andassero a visitare gli oltre 2200 collegi con una coppia di Mossos, piuttosto che concentrarsi tutti in un centinaio di centri, perché «non è che i Mossos non abbiano la facoltà dell’uso della forza, ma ce l’hanno solo per respingere gli attacchi alla polizia o a una terza persona. Facciamo attenzione a utilizzarla. De los Cobos mi disse che la salvaguardia della convivenza non poteva essere una scusa e a me sembrò offensivo».

«Alcune dichiarazioni del consigliere degli Interni Forn sul referendum, in cui ritengo ci fosse un po’ di irresponsabilità, non vennero ben accolte all’interno dei Mossos. Ma Forn era una persona discreta nei nostri confronti e fu sempre chiara la separazione tra la sua linea politica e il funzionamento del corpo di polizia». Spiega così il rapporto tra polizia catalana e govern. «In una riunione con Puigdemont, Junqueras e Forn espressi chiaramente la preoccupazione che una situazione con due milioni di persone e 15.000 poliziotti avrebbe favorito gravi conflitti, allertai sull’esistenza di gruppi radicali con una possibile attitudine diversa dalla resistenza passiva e dissi che avremmo rispettato la legge e la Costituzione». Dal Governo ci risposero: «Fate il lavoro che dovete fare». Infine, rivela: «Il 27 ottobre, dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, misi i Mossos a disposizione degli organi della giustizia. Avevamo già un piano definito per arrestare il president e i consellers se ce lo avessero ordinato». Ed è una rivelazione che fa scalpore.

Difficile, sulla base di questa testimonianza, ritenere che ci furono ribellione e sedizione.

E difficile sta diventando per l’accusa anche dimostrare la malversazione. Nelle giornate precedenti, infatti, è stata la volta di imprenditori e funzionari della Generalitat. Non c’è nessuna fattura a dimostrare l’uso di fondi pubblici per finanziare il referendum, né le procedure interne alla pubblica amministrazione lasciano spazio per il pagamento di qualcosa che non si sia precedentemente impegnato. Neppure si ebbero spese per il pagamento di osservatori elettorali che non ci furono. In Catalunya arrivarono solo alcuni deputati di altri Paesi interessati a cosa stava accadendo, come era già successo in altre occasioni (spiega Albert Royo, allora segretario generale di Diplocat, un consorzio di 39 soggetti pubblici e privati per la promozione della Catalunya all’estero), in un’iniziativa di diplomazia pubblica.

https://volerelaluna.it/catalunya/catalunya5/2019/03/16/osservatorio-settimanale-14/

 

Catalogna, perché il processo agli indipendentisti riguarda tutti (ma pochi ne parlano)

 

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Susanna Marietti

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Giustizia & Impunità | 5 Marzo

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Coordinatrice associazione Antigone

 

Nei giorni scorsi sono stata a Madrid in veste di osservatrice internazionale indipendente del processo agli indipendentisti catalani. Si tratta degli eventi legati al referendum per l’indipendenza della Catalogna tenutosi il primo ottobre 2017. Al processo, come è noto, non compare Carles Puigdemont, che si trova attualmente in esilio. Ero stata chiamata dalla piattaforma International Trial Watch, che ha coinvolto persone da tutti i Paesi europei affinché si gettasse uno sguardo attento a quanto sta accadendo nel palazzo del Tribunal Supremo.

È infatti indubitabile che il processo cominciato lo scorso 12 febbraio non sia un processo ordinario. Non solo per i diretti protagonisti, bensì per tutti noi, che dovremmo dunque prestare attenzione a quanto sta avvenendo nel cuore dell’Europa: l’uso massiccio dello strumento penale in una questione eminentemente politica, la minaccia di decine di anni di carcere per persone colpevoli di reati essenzialmente di opinione, la ricomposizione anche plastica in un’aula di tribunale di schieramenti partitici che vedono sul banco dell’accusa – e dei testimoni da lei chiamati – la formazione di estrema destra Vox e il Partito Popolare e sul banco degli imputati esponenti di spicco di forze politiche indipendentiste.

Sia chiaro che non voglio qui minimamente parlare della questione dell’indipendenza della Catalogna. Non è questo il punto sul quale è stato costituito l’osservatorio internazionale di cui sono parte. Intendo parlare esclusivamente del processo medesimo, di questo strumento che si sta utilizzando per contrastare un dissenso di massa. I 12 imputati in questo filone processuale – di tre diverse “categorie”: membri del governo catalano, membri del Parlamento catalano ed esponenti della società civile – sono accusati di ribellione, sedizione e malversazione. Affinché si diano i reati principali, è necessario che i fatti si siano svolti in maniera violenta. Gli imputati rivendicano come, né il primo di ottobre né nei giorni precedenti, le manifestazioni di piazza non abbiano mai evidenziato un atteggiamento aggressivo, se non da parte della polizia spagnola.

Ho assistito personalmente all’interrogatorio di Jordi Cuixart, il quale ha un figlio di neanche due anni di età che quasi non lo conosce, visto che si trova in carcere da oltre 16 mesi (l’uso della custodia cautelare in questo processo è un’altra cosa sulla quale bisognerebbe interrogarsi). Cuixart è il presidente di Omnium Cultural, un’associazione culturale di società civile molto sentita e partecipata dai catalani. “Sono un prigioniero politico, non sono un politico prigioniero”, ha detto in aula. Sono stati analizzati davanti ai giudici tutti i suoi tweet lanciati in quel 20 settembre 2017 in cui Barcellona scese in piazza per protestare contro l’irruzione della Guardia Civil spagnola nei palazzi del governo catalano. Noi siamo un popolo pacifico e continueremo a esserlo, la nostra è una disobbedienza civile non violenta per la democrazia, non rispondiamo alle provocazioni e lasciamo agli altri l’uso della forza, noi ci battiamo solo per i diritti fondamentali di ognuno: questo il tenore di ogni frase scritta quel giorno e nei giorni successivi da Cuixart.

Quest’uomo rischia di passare il resto della sua vita in prigione. La sentenza del Tribunal Supremo è inappellabile. Quel che accadrà nelle prossime settimane segnerà per sempre la sorte umana di queste persone, ma segnerà anche il livello di invadenza della repressione penale nelle vicende politiche di un Paese. È qualcosa che ci riguarda tutti come cittadini europei. Ripeto: non è dell’indipendenza che voglio parlare. E neanche del fatto se sia stato più o meno giusto decidere, dopo essersi visti rifiutare ogni richiesta e forma di compromesso dal governo Rajoy, di mettere in campo un atto di disobbedienza civile volto a contarsi attraverso un voto che era stato dichiarato incostituzionale.

Voglio parlare del fatto che in quell’aula si sta ragionando di seppellire sotto secoli di carcere persone che tale disobbedienza civile – una pratica che da Gandhi a Martin Luther King a Nelson Mandela è da sempre stata strumento di avanzamento delle società – l’hanno portata avanti del tutto pacificamente. Voglio parlare del fatto che non si sta minacciando una multa, un’interdizione dai pubblici uffici, una sanzione amministrativa, bensì quella stessa galera in cui il regime sudafricano dell’apartheid ha tenuto Mandela per 27 anni. Questo sta accadendo alle nostre porte. I nostri giornali ne stanno parlando troppo poco. Non giriamoci dall’altra parte. Teniamo gli occhi aperti su quanto sta accadendo nella vicinissima Madrid.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/05/catalogna-perche-il-processo-agli-indipendentisti-riguarda-tutti-ma-pochi-ne-parlano/5012335/