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Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 9

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Osservatorio settimanale
13/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 9

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Nona settimana del processo all’indipendentismo catalano, che precede l’inizio della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo 28 aprile.

Sul banco dei testimoni passano una decina di appartenenti della Guardia Civil che, avendo preso parte agli interventi dell’1 di ottobre nei seggi elettorali, lamentano aver riportato alcune lesioni fisiche. Ma è soprattutto il turno della Policía Nacional, che il giorno del referendum intervenne nei vari distretti di Barcellona o in alcuni dei seggi situati a Girona e Lleida, quelli in cui si registrò un alto numero di feriti tra i cittadini per effetto delle cariche della polizia. Famosi per questa brutalità sono diventati, tra gli altri, i seggi degli istituti scolastici Pau Claris, Mediterrània, Escola Pia, Jaume Balmes, Ramón Llull, Joan Boscà, Pau Romeva, Joan Fuster.

Il racconto degli oltre 30 poliziotti ascoltati dalla Corte è sempre abbastanza uniforme nel denunciare l’atteggiamento ostile e violento dei manifestanti per impedire l’attuazione del mandato giudiziario e nel segnalare l’assenza di collaborazione dei Mossos, quando non la aquiescenza con la popolazione mobilitata ai seggi. Si tratta per lo più di poliziotti che predisposero le relazioni sull’accaduto nei vari distretti della capitale catalana, appartenenti alla polizia giudiziaria con il mandato di requisire le urne e il materiale referendario (sostenuti in questo compito dalle unità di ordine pubblico) o con funzioni di intelligence, in vigilanza all’esterno dei seggi per controllare la situazione.

Si scopre che quel giorno le polizie fecero a gara nello spiarsi reciprocamente: poliziotti spagnoli in borghese che osservavano i movimenti di poliziotti catalani senza uniforme che osservavano le mosse di poliziotti spagnoli mimetizzati. Si conferma, inoltre, che la Policía Nacional si servì di infiltrati tra i manifestanti e che l’intervento nei seggi era stato pianificato indipendentemente da un dispositivo di cooperazione tra le tre polizie.

L’accusa popolare di Vox insiste nel chiedere se ci fossero dei leader ad organizzare la mobilitazione ai seggi elettorali, ma sempre di più appare chiaro che l’1 di ottobre fu un atto di disobbedienza popolare auto-organizzato, che neppure l’intervento del Governo catalano avrebbe più potuto fermare. L’Avvocatura dello Stato s’interessa invece costantemente del ruolo dei Mossos, per dare sostanza all’accusa di sedizione mentre la Procura generale propone spesso ai poliziotti domande in cui è implicita la risposta.

Gli addetti del corpo nazionale della polizia spagnola parlano di “resistenza di carattere sovversivo”, raccontano di insulti, di lancio di oggetti, di uso di ombrelli per attaccare (quel giorno a Barcellona pioveva). Descrivono la “massa” che impediva loro il passaggio, l’aggressione ai veicoli, l’abbattimento delle porte delle aule nelle scuole come inevitabile, la necessità di sparare a salve per farsi spazio. Individuano un nuovo concetto, quello della “barricata”, montata su con il mobilio scolastico per rallentare l’entrata delle forze dell’ordine. In generale affermano di non aver osservato, quel giorno, lesioni in danno dei cittadini convenuti.

Ma le notizie sul processo, questa settimana, sono anche fuori dall’aula giudiziaria: si possono leggere sul giornale spagnolo El Diario e quello inglese The Times, che riferiscono di una relazione firmata da Sir Hugh Orde e Duncan McCausland, alti funzionari della polizia britannica con oltre 30 anni di esperienza, proposta come prova dalla difesa di Jordi Cuixart e respinta dal Tribunal Supremo. I due funzionari contestano la versione fornita dalla Guardia Civil sui fatti del 20 settembre, davanti alla sede del Dipartimento di Economia a Barcellona: «Le valutazioni dei video registrano normalmente un ambiente di calma nell’edificio durante tutto il giorno ‒ sostengono ‒. Si vedono gli agenti della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra, insieme agli impiegati, entrare e uscire dall’edificio normalmente attraverso l’entrata principale. […] Si vede una moltitudine che può descriversi come pacifica, per quanto rumorosa». Con riferimento all’1 di ottobre, poi, i due funzionari scrivono: «Ci sono immagini perturbanti di un uso indiscriminato della forza e di un comportamento violento da parte di agenti della Guardia Civil e della Policía Nacional ingiustificabili e sproporzionati rispetto alla minaccia esistente».

L’altra notizia del processo fuori del processo è quella della conclusione dell’istruttoria del Tribunale n. 13 di Barcellona sul referendum del 1 ottobre, da cui ebbe inizio la macro-causa contro l’indipendentismo catalano. Rinviati a giudizio sono una trentina di alti funzionari della Generalitat e i direttori della televisione e della radio pubbliche catalane, per i reati di disobbedienza, distrazione di fondi pubblici, falsità documentale, rivelazione di segreti e prevaricazione.

Alle prossime elezioni di aprile e a quelle di maggio, sei degli imputati accusati di ribellione, in carcerazione preventiva da oltre un anno e attualmente sotto processo, si presentano come capi-lista dei rispettivi partiti. Hanno perciò chiesto di essere messi in libertà per poter fare la campagna elettorale a parità di condizioni con gli avversari. Il Tribunal Supremo, peraltro, ne ha respinto la richiesta, perché i presupposti per la privazione della libertà «continuano ad operare e lo fanno con particolare forza considerando il momento in cui si trova il processo”.

Osservatorio settimanale

Dei senatori francesi …

«Nellottobre del 2017 no cera nessun senatore francese che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Ora quarantuno di essi sottoscrivono pubblicamente un documento, ben sapendo che ciò creerà loro problemi, ma incapaci di continuare a tacere».

Di  Vicent Partal    VilaWeb.cat  25.03.2019

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il senato francese

In questi giorni c’è molto nervosismo. Si sente nell’aria. Credo che ciò sia dovuto soprattutto alla combinazione di processo ed elezioni, sebbene io abbia l’impressione che questo non spieghi tutto.

Per quanto concerne il processo, e questa sequela irritante di menzogne e mentitori, ieri Joan Ramon Resina ha spiegato in modo egregio il meccanismo perverso che vogliono attribuirci (quello della pretesa violenza esercitata dai catalani in occasione del referendum, ndt). Per cui, a questo proposito, mi limiterò a consigliarvi di leggere il suo articolo, se ancora non lo avete fatto.

Per quanto riguarda le elezioni, la cosa è apparentemente più complicata. Uno degli anacronismi della nostra epoca è che la politica ancora va a un ritmo scandito ogni certo numero di anni dalle elezioni, mentre la vita, tutta, va a un ritmo scandito dai minuti. Lo scarto è terribile. La democrazia rappresentativa non ha trovato il modo, o non vuole trovarlo, di trasformarsi in un flusso continuo, in una democrazia permanente, che cambi al ritmo in cui cambiano quasi tutte le cose della vita. No. La democrazia formale continua a essere ingessata, affannandosi a fare la foto del paese che abbiamo in un minuto determinato, di un determinato giorno, quello delle elezioni. Sapendo che per sfortuna puoi perdere due seggi o per un colpo di fortuna conquistarli. Poi solamente occorrerà resistere il resto del tempo, senza conoscere né voler conoscere quale sia la realtà.

Per questo i politici si angosciano tanto all’arrivo delle elezioni. Tutto il lavoro di anni finisce per dipendere dalla immagine che riesci a trasmettere durante la campagna elettorale. E da piccoli dettagli che fanno sì che le cose cambino senza che tu possa controllarlo.

Però nell’articolo che pubblichiamo oggi vi spieghiamo che in realtà le elezioni non sono tanto mutevoli come sembra. Alla Catalogna sono attribuiti 48 seggi in Parlamento per le elezioni spagnole e, a dir tanto, se ne muovono una dozzina. Per la Comunità valenciana ce ne sono 32, forse 6 in gioco. E, nelle Isole Baleari, con 8 seggi praticamente non si può muovere nulla. Ora, questa ventina di seggi che si muovono in totale nei Paesi Catalani farà la differenza a livello di propaganda: tra dimostrare per quattro anni (quattro in teoria…) che il tuo partito è il più importante o dover lottare per far vedere che quel che è successo  non è affatto un fallimento. A questo proposito, tra quelli consigliati, non vi fate sfuggire  l’articolo di Marta Rojals, che ci regala il suo acuto punto di vista nella rubrica del martedì (Vilaweb, quotidiano online, ndt): ‘Vox non mi minaccia più di quanto non mi abbia già minacciato il tripartito  “democratico” del 155.’

Tornando all’editoriale: questo significa che in realtà non si muove nulla? Niente affatto. L’opinione pubblica è un oceano con correnti profonde e correnti superficiali. Quelle superficiali fanno molto rumore e sono ben visibili, ma alla fin fine sono quelle profonde a regolare davvero il sistema. Le correnti superficiali sono più facili da modellare e, per esempio, se hai alle spalle uno stato con tutta la capacità che questo implica, puoi dare l’impressione che qualcosa sia come tu dici che è.  Sotto la superficie, però, la corrente profonda segna in modo significativo e questo già non è tanto facile da modificare.

Domenica, per esempio, quarantuno senatori francesi hanno sottoscritto un appello, impeccabile, a supporto della Catalogna, della Catalogna del sud. Questa. Chiedono al loro governo e all’Unione europea di fermare l’agitazione che la Spagna sta causando con la violazione dei diritti civili e di lavorare per una soluzione negoziata alla crisi. E lo fanno con  precisione, sapendo quel che dicono e come lo dicono. Quarantuno senatori, di tutti i partiti rappresentati alla camera e di tutto l’Esagono.

La reazione dei fautori del nazionalismo spagnolo (favorevole alla uniformità politica in seno allo stato) è stata a tutta prima di farsene beffa. Atteggiamento tipico per loro. Poi di chiedere quanti senatori non avessero sottoscritto il manifesto o di qualificarli come estremisti. Insomma di sminuire la portata dell’iniziativa. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Però, qualche ora più tardi, il governo spagnolo, visibilmente allarmato, ha richiesto una rettifica al Ministro degli Affari esteri francese, sottovalutando come sempre la separazione dei poteri, e l’’illustre’ Borrell ha organizzato una nuova polemica diplomatica – non lo potremo mai  ringraziare abbastanza per il servizio reso alla causa (catalana, ndt).

Con l’una e l’altra cosa, e con il supporto entusiasta di Manuel Valls, la Spagna ha provato a smuovere le acque in superficie per parare il colpo e far vedere, al suo mercato interno, che controlla la situazione. Questo, però, non altera la corrente in profondità e il cambiamento di atteggiamento della classe politica francese, come tante altre cose che succedono, se visto dalla prospettiva di solo qualche mese prima, è impressionante.

Perché veniamo da un periodo in cui la Spagna era solamente uno stato membro dell’Unione Europea e ciò faceva sì che tutti la considerassero un paese standard     del gruppo, uno dei tanti. Però il primo di ottobre ci hanno aggredito con immagini che hanno fatto il giro del mondo destando sorpresa. Hanno mandato   in prigione e in esilio il governo del paese e il suo presidente. Hanno negato la politica (per risolvere il conflitto, ndt) nell’Europa del secolo XX. Hanno parlato e parlano ancora di proibire. Disprezzano la giustizia europea che in quattro giurisdizioni differenti li ha smascherati. Reagiscono  rumorosamente e senza remore ogni qualvolta qualcuno glielo fa notare. Esercitano pressioni su chiunque con minacce indegne di un paese partner. E abituati  – perché questo è stata la transizione – a giocare al limite delle acque di superficie e niente più, non si rendono conto di come cambi la percezione che l’Europa ha del nostro caso, né di quel che facciamo né, soprattutto, di come lo facciamo. Né di come la visione idilliaca che gli europei avevano della Spagna venga distrutta – se già non lo è stata – da loro stessi.

Nell’ottobre del 2017 non c’era nessun senatore francese, nemmeno uno, che dubitasse che la Spagna fosse una democrazia. Adesso, quarantuno di loro appongono una firma, ben sapendo che ciò complicherà loro le cose, come si è visto immediatamente, però incapaci di resistere più oltre in silenzio.  Un anno e mezzo di strenua resistenza di questo paese non è passato inosservato. Cosa, e con ciò concludo, che mi sembra che dovrebbe placare e far riflettere anche i nostri politici, ossessionati al momento dal pensiero di vedere chi ottiene un seggio in più o in meno. Rendendosi meschini.

traduzione  Raffaella Paolessi

https://www.vilaweb.cat/noticies/senadors-francesos-editorial-vicent-partal/

 

Catalogna, ministro degli Esteri Bosch “Chiediamo dialogo”

 

Cattura

L’indipendentismo catalano è il motivo del forte malumore che si respira a Madrid. E il prossimo appuntamento per il governo di Pedro Sánchez– succeduto a Mariano Rajoy, il premier che aveva dichiarato incostituzionale il referendum sull’indipendenza della Catalogna del 1 ottobre 2017 – sono le elezioni spagnole, in calendario per il 28 aprile. A spiegare i possibili scenari, durante una sua visita a Roma, è Alfred Bosch, consigliere per l’azione esterna del governo della Generalitat catalana: “Gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra destra e sinistra”. Intervistato da AffarInternazionali.it, Bosch approfondisce anche la vicenda del processo ai 12 leader accusati di aver incitato alla violenza per ottenere l’indipendenza della Catalogna, dicendo che “non sono dei criminali e non  hanno fatto niente di male”.

Ministro Bosch, qual è la posizione della Generalitat rispetto alla vostra idea di indipendenza e autonomia
Veniamo in Italia per raccontare la nostra posizione. Siamo sì un governo di repubblicani ma prima di tutto democratici. Per noi è fondamentale che sia il popolo a decidere cosa fare del sistema politico. Dopo il referendum sull’indipendenza, il governo spagnolo presieduto da Mariano Rajoy  ha reagito processando e mettendo in prigione membri dell’esecutivo catalano. Per noi è un’ingiustizia: si tratta di una questione politica preceduta da una consultazione del popolo. Queste persone non sono dei criminali, non hanno fatto del male a qualcuno.

Il rapporto con il governo principale. Qual è la posizione rispetto al processo agli indipendentisti catalani
Abbiamo collaborato con Pedro Sánchez, l’attuale premier socialista della Spagna. I partiti repubblicani catalani lo hanno votato perché poteva essere una buona opportunità per dialogare. Una situazione che non è durata a lungo perché Sánchez ha convocato le elezioni e ha abbandonato il tavolo di negoziazione. Per lui e per le sue aspettative elettorali non è conveniente avere un legame con noi.

Il 28 aprile, giorno delle elezioni spagnole, cosa succederà?
Non sono un futurologo, ma gli studi elettorali prospettano una situazione equilibrata tra la destra dei nazionalisti, sempre più radicali, e la sinistra, con gli indipendentisti catalani. Non sappiamo se la maggioranza tenderà più da un lato piuttosto che un altro, ma aspettiamo che in Spagna il senso comune e l’intelligenza collettiva possano facilitare una situazione di pace civile, dialogo e sforzo per trovare una soluzione collettiva, senza repressioni.

Il viaggio diplomatico in Italia: chi ha incontrato?
Questa volta ho visto rappresentanti di partiti politici, della società civile e giornalisti. L’impressione è che ci sia interesse su quanto succede in Catalogna. Anche la volontà di partecipare nella difesa di diritti umani e della soluzione democratica. La società italiana è molto decisa, perché considera la partecipazione alla democrazia un elemento prioritario.

Ministro Bosch, che cosa vi aspettate dall’Italia per le vostre cause indipendentistiche?
Chiediamo alla società italiana nel suo complesso, dagli accademici ai giuristi, ai professionisti ma anche al governo italiano, comprensione, specie per due temi delicati quali diritti umani e democrazia. Vogliamo che il processo giudiziario contro il governo della Catalogna sia seguito dal punto di vista internazionale. Fondamentale poi collaborare, per far capire al governo spagnolo l’indispensabilità di un dialogo per uscire da questa situazione. Mettere le persone in prigione mandarli ai tribunali non è una soluzione. Non vogliamo questo processo, non è intelligente né per la Spagna né per l’Europa.

https://www.affarinternazionali.it/2019/04/spagna-catalogna-bosch-dialogo/

 

“Il presidente catalano Torra, a me non piace”

«Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont.»

Vilaweb.cat – Joan Ramon Resina –  07.04.2019

https://www.vilaweb.cat/noticies/torra-opinio-joan-ramon-resina/

Reunión semanal del gobierno catalán

 

Pochi giorni fa parlavo con un’amica di Madrid che, senza essere indipendentista, è molto critica con lo stato spagnolo. In mezzo a un’appassionata difesa della specificità catalana, aveva fatto un inciso per chiarire che non le piace il presidente Torra. Siccome so che non lo conosce se non attraverso la stampa, il commento, lasciato cadere lì per lì senza motivo, mi era parso un riflesso difensivo. Come per mettere un limite alla sua difesa della catalanità. Noi catalani siamo abituati a questo tipo di precisazioni, perché le abbiamo molto praticate. Prima della sua caduta, Jordi Pujol era servito da parafulmini a molti. Si poteva difendere l’identità o rivendicare qualche diritto e, nel momento del pericolo, sviare il previsibile affronto verso il capro espiatorio simbolico. Con questo, ci si proclamava ‘non vittimista’. Ricordo un dibattito con un collega gallego, il quale, di fronte a un vicolo cieco dialettico, mi propose un armistizio: ‘Fraga è uno stronzo e Pujol è uno stronzo.’ Questa era la tregua che molti accettavano durante la transizione. Equiparando il repressore al represso in una perversa equidistanza, cancellavano la piccola differenza della repressione.

 

Il metodo del capro espiatorio funziona indipendentemente da chi farà da talismano. Il riflesso è universale. Per coglierne il meccanismo basti considerarlo in sé stessi. Non mi sono mai piaciuti Felipe González nè Alfonso Guerra, ma neanche José Luis Rodríguez Zapatero, José Bono, Rodríguez Ibarra, Joaquín Almunia, Pérez Rubalcaba, Susana Díaz, Pedro Sánchez, Josep Borrell… Ora che ci penso, non mi è mai piaciuto un socialista spagnolo. E tra quelli catalani, faccio fatica a ricordare qualcuno che mi sia piaciuto. Se sono sincero, devo riconoscere che ogni volta che giudico la personalità di un politico, non faccio altro che constatare la mia posizione politica. Mi definisco per le mie avversioni, tanto o più che per le mie sintonie. E siccome non mi piace l’ideologia né l’attività di un determinato partito, non possono piacermi quelli che le rappresentano. Così come il PSC, nei tempi della prosperità, si vantavano di poter mettere un sofà da capo lista e comunque, tutti li avrebbero votato, io posso dire di me stesso che, se mettevano uno sofà, non mi sarebbe dispiaciuto meno degli altri che avevano presentato prima. Perché, in politica, più che in altri campi pubblici, la persona è il messaggio, e il messaggio è immancabilmente quello che richiamano i media.

 

Quim Torra non piace ad alcuni per motivi diversi. Alcuni riguardano la frammentazione elettorale. Trattandosi di un politico senza un partito dietro, l’inoperatività che una parte dell’indipendentismo gli attribuisce è perfettamente descrivibile. Un politico ha la forza che gli danno gli elettori, e Torra non solo non è stato eletto, ma gli stessi che si rivolgono a lui chiedendo azione sembrano determinati a indebolirlo ancor più di quanto non lo sia già per via dell’eccezionalità del parlamento catalano attuale. Nemmeno Puigdemont era stato eletto, ma ancora disponeva di un partito o dell’apparenza di un partito. E soprattutto, non è la stessa cosa cavalcare l’onda di entusiasmo che portava verso il referendum piuttosto che resistere in piedi dentro la risacca del 155. E’ molto difficile governare tra le esigenze dello stato, le necessità amministrative di un’autonomia saccheggiata e il mandato delle elezioni che molti vorrebbero dimenticare. Dovendo anche gestire tutta questa complessità senza unanimità nel governo, con un’opposizione selvaggia, un partito frammentato e discolo, una stampa molto ostile e i soci di governo che non si prendono neanche il disturbo di dissimulare la fretta di allontanarlo per cercare altre alleanze. Da quando la Generalitat è stata restituita, nessun altro presidente ha dovuto governare in condizioni tanto precarie. Accusarlo di questo dimostra una grande incoscienza e molta poca consistenza.

 

Torra suscita odio nella misura in cui è percepito come una estensione di Puigdemont. La nomina di Torra non solo riuscì a permettere di rompere la morsa dello stato e di aggirare il bloccaggio del parlamento catalano. L’offesa era più grande ancora per il fatto che il presidente assumeva esplicitamente il mandato del 21-D. Chiedendogli di rendere conto di questa responsabilità, esercitata con più volontà che fortuna, quelli che gli impediscono di soddisfarla. Ma il rifiuto che provoca Quim Torra, pur se molto mitigato nel commento della mia amica, resta specialmente nell’epiteto ‘suprematista’, lanciato nel momento dell’investitura e ripetuto come un emblema fino a farlo diventare un’associazione automatica.

 

Malgrado la inettitudine descrittiva dell’aggettivo, la scelta è tuttavia interessante. Soprattutto perché considerare il luogo d’illocuzione rende evidente un’inversione arbitraria della correlazione di forze. Il suprematismo presuppone il potere. Suprematista è chi difende un diritto innato o acquisito per esercitarlo su altre persone. Può esserlo chi domina, non certo chi lotta per abolire la dominazione. In realtà, l’inversione semantica era avvenuta già da tempo. Molto prima dell’investitura del 131° presidente, si parlava di catalanismo escludente con quella sincerità con la quale la volpe si lamenta dell’animosità delle galline.

 

La disfatta dell’unionismo nel 21 Dicembre 2017 faceva prevedere l’intensificazione dell’attacco, e con il superamento del bloccaggio del parlamento catalano con una persona di fiducia di Puigdemont, l’amplificazione della guerra sporca era di facile pronostico. Il pretesto, in questo caso, fu un vecchio articolo dissotterrato con straordinaria diligenza, dal quale si estrassero alcune dure parole senza precisare il contesto né l’occasione. E dalla legittima indignazione per la condotta di un energumeno in un caso scandaloso, che qualsiasi persona decente avrebbe condannato, ne fecero un’interpretazione distorta con il fine di ridurre Torra alla stessa aggressività di quelli che si vantavano di avere decapitato l’indipendentismo. E molti, con il riflesso descritto all’inizio, si sono aggiunti alla condanna senza prestare attenzione che la propaganda faceva con Torra quello che loro accusavano in lui: disumanizzarlo. Come un Gregor Samsa che si sveglia dall’investitura convertito in uno scarafaggio, Torra si ritrovò incastrato quell’epiteto malevolo, come il povero Gregor la mela lanciatale da suo padre sul dorso.

 

Perché suprematista precisamente? Tranne l’uso espletivo della parola, l’unica spiegazione con parvenza di realtà è il terribile complesso di inferiorità degli spagnoli, rovescio della loro proverbiale arroganza. Il Lazarillo de Tormes è tuttora il testo più incisivo sulla psicologia castigliana. L’hidalgo affamato, che esce sulla soglia di casa con uno stuzzicadenti in bocca per far vedere che ha mangiato di gusto, era andato via da Valladolid per non doversi togliere il cappello davanti a un vicino di rango superiore. Tuttavia, confessa che quello stesso vicino le restituiva il saluto, ma considera che non lo faceva così spesso e che la bilancia dell’onore era a lui contraria. La scena testimonia il rapporto tra la fame dello stomaco e quella del riconoscimento, e di come il vuoto è lo stesso in entrambi i casi. ‘Vanità’ viene da vanus, ‘vuoto’. L’autore anonimo ci mostra che la fame fisica è più sopportabile di quella dello spirito, e che quest’ultima infligge ferite psicologiche inguaribili.

Gli spagnoli arrivarono alla transizione con un grave complesso di inferiorità. La chiave del successo del socialismo alla fine degli anni 80 e inizio dei 90, fu quella di mitigare quel complesso con un’inflazione non soltanto dell’economia ma anche della psicologia nazionale. Allora si riprodusse in minore scala lo stesso fenomeno del XVI secolo. Verso la fine degli 80 e fino alla crisi del 2007, gli spagnoli si consideravano eguali se non addirittura superiori alla media degli europei. Ricordate Zapatero assicurando, quattro giorni prima della crisi, che la Spagna aveva superato la Francia, l’Italia e che stava incalzando la Germania? Gli improduttivi spagnoli si vantavano di essere competitivi; lo stato entrava in tutte le contese per i posti con influenza internazionale; la Spagna, dicevano, era di moda. E tutto era un confronto tra Madrid e Barcellona; l’obiettivo patetico, eliminare la capitale catalana come riferimento della modernità peninsulare. Il complesso, lungamente covato, venne “curato” con investimenti faraonici a Madrid e dintorni mentre si congelavano le cose più essenziali in Catalogna. Si creava immagine con treni di alta velocità senza passeggeri, autostrade gratuite vuote, aeroporti senza aerei, eventi di centenari di ogni tipo, ambasciate palatine, e sempre corruzione a tutti i livelli, fino a quando a forza di centralizzare e saccheggiare tutto, aggravarono lo squilibrio fiscale che preparò la crisi finanziaria del 2007 e quella politica del 2017.

 

Ora, il rovescio di ogni inflazione è la deflazione. Siccome sotto a tutti questi cambiamenti cosmetici, gli spagnoli seguitavano ad essere lo stesso popolo, non potevano smettere di sentire intimamente il vuoto progressivo di quella modernità e democrazia iperboliche. Né potevano smettere di notare, malgrado le apparenze, che la distanza non solo persisteva ma si allargava tra loro e l’Europa del nord. La realtà si impose con la crisi, quando gli spagnoli si risvegliarono dalla festa indebitati fino al collo. Allora uscirono un’altra volta sulla soglia di casa con lo stuzzicadenti in bocca, tra i denti puliti. Questi sono i favori concessi ad altri paesi da García-Margallo e la raddoppiata spesa in immagine del ministro Borrell.

 

Al doloroso vuoto dello stomaco si aggiunse l’umiliazione di comprovare che la Catalogna ritornava. Il morso mal digerito lottava per scappare tra i denti. Ogni rapporto di potere è una deviazione più o meno civilizzata del rapporto primario tra vittima e predatore, che è quello di mangiare e di essere mangiato. La volontà della Catalogna di sottrarsi a questo rapporto aggrava straordinariamente la fame spagnola. Ne indebolisce la sostanza e ne dimagrisce ancora di più la malconcia hidalguía. E siccome nessuno accetta tranquillamente la propria deflazione, in particolare i collettivi che si sono elevati inflazionariamente, la reazione naturale è cercare di sbarazzarsi della sensazione di ‘sottovalutazione’, come veniva chiamato da Américo Castro il dramma esistenziale degli spagnoli. E questo possono farlo soltanto trasferendola a qualcun altro.

 

Il sentimento di valere di meno non è facile da sopportare e la conclusione a la quale suole arrivare chi lo subisce è che, per forza, deve avere una causa esterna. Altri sono colpevoli della deflazione, e sono altri quelli che la aggravano rifiutandosi di condividerla e allargando numericamente il cerchio della vergogna. Peggio: sono colpevoli di rifiutarsi di assumere una parte più grande del deprezzamento, servitù che ci consolerebbe nella misura in cui venisse scaricato il nostro. Il rifiuto di accettare questo ruolo trasferitore giustifica l’epiteto di suprematista, perché con quale diritto ignora ora la forza della nostra maggioranza qualcuno che sempre abbiamo disprezzato? Se le circostanze non ci permettono di sottovalutarlo tanto quanto ci sottovalutiamo noi stessi, bisognerà disprezzarlo fino a togliergli ogni valore. Allora potremo stropicciarlo come un abito vecchio e consunto che si butta nella spazzatura.

 

traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/torra-opinio-joan-ramon-resina/

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 8

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Osservatorio settimanale

06/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 8

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Ferran López era il secondo nella scala di comando dei Mossos d’Esquadra ai tempi dell’autunno catalano. Con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, il Governo spagnolo indicò lui a sostituire il major Josep Lluís Trapero alla guida della polizia catalana. Era López a partecipare alle riunioni delle polizie spagnole coordinate dal colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, perché tra Trapero e de los Cobos «non c’era una buona chimica personale».

«Fui io a fare una nota interna sulla nomina del coordinatore – dice il commissario ascoltato come testimone nell’ottava settimana del processo contro l’indipendentismo catalano ‒. Accettavamo la scelta fatta, ma non concordavamo con la designazione di quel coordinatore, perché era una figura ibrida tra il politico e l’operativo».

La sua testimonianza è una difesa del corpo dei Mossos. La ricostruzione degli avvenimenti di quei giorni è puntuale, l’accusa alle altre polizie spagnole di aver fatto saltare il dispositivo unitario d’intervento il giorno del referendum è senza tentennamenti, sulla stessa linea della deposizione di Trapero nei giorni precedenti. «I Mossos erano impegnati a dare attuazione al mandato giudiziario» in una situazione complicata per la determinazione del Governo catalano di far svolgere il referendum, anche se sempre dalla Generalitat venne risposto «che facessimo quello che dovevamo fare». L’1 ottobre «lo scenario previsto era di un’alta partecipazione e di una resistenza passiva. Ma era più che sicuro che ci sarebbero stati degli incidenti per il clima di polarizzazione che si era determinato in quei giorni».

Contraddicendo de los Cobos che aveva accusato la polizia catalana di aver effettuato un intervento del tutto inadeguato per il giorno del referendum, López conferma quanto già detto da Trapero, precisandolo: «L’1 ottobre ci fu un dispositivo congiunto delle tre polizie che constava di tre parti: una prima, consistente nell’invio di una coppia di Mossos in ogni seggio elettorale; una seconda che prevedeva un primo intervento di ordine pubblico da parte dei Mossos; e una terza, in cui i Mossos avrebbero eventualmente chiesto il sostegno alla Guardia Civil e alla Policía Nacional. Ma a un certo punto, nel giorno del referendum, questo dispositivo si ruppe». López afferma che de los Cobos aveva condiviso l’insieme del dispositivo, anche la parte a carico dei Mossos e nega con fermezza che ci sia mai stata alcuna attività di spionaggio dei Mossos nei confronti delle polizie spagnole. La sua testimonianza contrasta in modo netto con quella di de los Cobos di qualche settimana prima, che la difesa di Quim Forn chiede alla corte di prevedere un confronto all’americana tra i due testimoni. E il presidente Manuel Marchena si vede obbligato a prendere tempo per decidere.

A López fa eco, il giorno successivo, Joan Carles Molinero, allora numero tre dei Mossos d’Esquadra. Con un castigliano elegante e calibrato, conferma la versione data dall’alta dirigenza della polizia catalana. «L’ex-consigliere Forn non diede nessuna indicazione operativa ai Mossos sul referendum, consapevole che avremmo dovuto applicare il mandato giudiziario» ‒ dichiara ‒. «Noi non pensammo mai a un dispotivo per compiacere il potere politico, ma per rispettare il mandato giudiziario». E insiste: «L’1 di ottobre si produsse un dispositivo congiunto tra le tre polizie, diretto da de los Cobos».

Per il resto, nel corso della settimana, si sono succedute le deposizioni di poliziotti della Policía Nacional, della Guardia Urbana e di molti appartenenti alla Guardia Civil, per la gran parte testimoni dell’1 ottobre in qualcuno degli oltre 2200 seggi elettorali. Non si può fare a meno di cogliere, in tali testimonianze, la somiglianza nel racconto dei fatti, nell’utilizzo dei termini e nella ricerca di una descrizione coerente con i delitti di ribellione e sedizione contestati. Tutti riferiscono la presenza di manifestanti aggressivi e violenti; alcuni denunciano di aver riportato contusioni; tutti negano di avere agito con una forza sproporzionata e dichiarano di non avere visto aggressioni perpetrate nei confronti dei cittadini riuniti. Questa narrazione e quella dell’indipendentismo descrivono due realtà parallele destinate a non incontrarsi e, in questa fase, non è consentito alla difesa contrastare con immagini il contenuto delle testimonianze. Gli avvocati difensori utilizzano, allora, un escamotage e, per controinterrogare i testimoni, descrivono le immagini che fanno scorrere sui loro computer. In attesa che l’aula possa prenderne visione.

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/04/06/osservatorio-settimanale-17/