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Per la Spagna essere indipendentisti è più grave di essere assassini

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19.04.2018Joan-682x1024

Abbiamo Intervistato Joan-Elies Adell, ex direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia (servizio attualmente sospeso a causa delle misure repressive attuate dallo stato neofranchista in seguito alla proclamazione di indipendenza del Parlamento catalano). A lui e a tutti i cittadini catalani ingiustamente colpiti dalla repressione va la solidarietà della nostra Redazione.

  • Jordi Sànchez, ex presidente dell’Assemblea Nacional de Catalunya (ANC, ndt) e numero due della lista di Junts per Catalunya (quella di Carles Puigdemont), sarebbe dovuto diventare presidente della Generalitat, però il giudice del Tribunale Supremo non l’ha lasciato uscire di prigione per l’atto d’investitura, dove si trova in arresto preventivo dal 16 ottobre 2017, con l’accusa di ribellione dal tribunale supremo spagnolo. Cosa sta succedendo in Spagna e in Catalogna?

Ciò che sta succedendo in Catalogna è che lo Stato Spagnolo non sta accettando né rispettando i risultati delle elezioni del 21 dicembre 2017, convocate in maniera forzata e poco chiara dal Governo Spagnolo, dopo l’applicazione, anch’essa forzata e anticostituzionale, dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola. Lo Stato Spagnolo, attraverso un uso partitico di una magistratura non indipendente, sta impedendo alla maggioranza indipendentista di scegliere i suoi candidati alla presidenza della Generalitat. È successo con l’attuale presidente, Carles Puigdemont, è successo due volte con le candidature di Jordi Sánchez, ed è anche successo con la candidatura di Jordi Turull. Nonostante questi due candidati, che sono imprigionati a Soto del Real (Madrid),  non siano ancora passati in giudizio e trovandosi quindi in arresto preventivo, (con tutti i diritti politici intatti), il Tribunale Supremo non li ha lasciati andare al Parlamento della Catalogna, perché, secondo il giudice, avevano molte possibilità di essere eletti presidenti e questa sarebbe stata una opportunità per continuare con la loro “azione delinquente”.

  • Nel cuore dell’Europa oggi ci sono prigionieri politici ed esiliati. Cosa hanno fatto queste persone per meritarsi accuse che, se passate in giudicato, potranno arrivare a trent’anni di carcere?

In pratica, al momento abbiamo i principali politici e attivisti catalani in esilio o in prigione. È già mezzo anno che Jordi Cuixart, presidente dell’Òmnium Cultural, e Jordi Sànchez, allora presidente dell’ANC e adesso deputato di Junts per Catalunya, sono stati imprigionati a Soto del Real. Oggi, un giorno prima che il calendario marchi il sesto mese [Joan Adell ci risponde il 14 aprile 2018, ndt], a Barcellona si farà una grande manifestazione per chiedere la loro liberazione e anche quella degli altri prigionieri politici indipendentisti: Oriol Junqueras (Vicepresidente del Governo ddi Catalogna, Quim Forn (Ministro dell’Interno), Jordi Turull (Ministro della Presidenza), Carme Forcadell (Presidente del Parlamento della Catalogna), Raül Romeva (Ministro degli Esteri), Josep Rull (Ministro dell’Ambiente) e Dolors Bassa (Ministra degli Affari Sociali). E non dobbiamo dimenticare che abbiamo in esilio in Germania il Presidente Puigdemont, in Belgio ci sono Lluís Puig (Ministro della Cultura), Toni Comín (Ministro della Salute) i Meritxell Serret (Ministra dell’Agricoltura), mentre in Svizzera ci sono Marta Rovira (segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya – ERC) e Anna Gabriel (Candidatura d’Unitat Popular – CUP).

La maggior parte di questi politici e attivisti sono accusati del reato di ribellione, che nel codice penale spagnolo, significa una pena fino ai 30 anni di prigione, e che include diverse categorie di applicazione, fra queste quella di essere responsabili di questa condotta chiunque si alzi “violentemente e pubblicamente” per dichiarare l’indipendenza di una parte del territorio nazionale; derogare, sospendere o modificare totalmente o parzialmente la Costituzione; o destituire o spogliare il re dalle sue facoltà, fra i vari casi. Cioè, la Giustizia spagnola, per aver organizzato il referendum del 1° ottobre, accusa questi politici e attivisti di reati come, ad esempio, il tentativo di golpe militare del Colonnello Tejero del 23 febbraio 1981 o il colpo di Stato del 18 luglio 1936 del Generale Franco, che portò la dittatura in Spagna per 40 anni. Per la giustizia spagnola, quindi, il delitto che si imputa ai politici che hanno organizzato il 1° ottobre è più grave, ad esempio, un assassinio.

  • L’ex presidente della Generalitat Puigdemont è stato arrestato in Germania su mandato di cattura europeo chiesto dalla Spagna. Non rischia di essere un boomerang per la giustizia spagnola che in tal modo favorisce l’internazionalizzazione di una questione che finora ha cercato in tutti i modi di trattare come una questione interna?

Lascia che vi corregga. Non è l’ex presidente: Carles Puigdemont è ancora il Presidente eletto del Governo della Catalogna, il 150° Presidente della Generalitat, finché il Parlamento della Catalogna non ne sceglie un altro. La forma in cui è stato sospeso dalla presidenza della Generalitat, è in una applicazione dell’articolo 150 della della Costituzione Spagnola totalmente contraria alla stessa Costituzione Spagnola e allo Statuto di Autonomia della Catalogna. Per quelli che si riempiono la bocca di “legalità”, [La Spagna, ndt] non ha avuto nessun tipo di scrupolo nel forzare le sue proprie leggi per farsi carico dell’autonomia della Catalogna in maniera illegale ed illegittima.

Rispondendo alla tua domanda, è ovvio che la detenzione in Germania, nel cuore d’Europa, di un presidente eletto come è Carles Puigdemont e la successiva scarcerazione attraverso una cauzione è stata un duro colpo contro lo Stato Spagnolo ed il suo intento di risolvere la questione catalana attraverso i tribunali e non con la politica. Che il tribunale territoriale di Schleswig-Holstein (Germania) abbia deciso di lasciare in libertà sotto cauzione Carles Puigdemont, dopo aver cassato questo giovedì [12 aprile 2018, ndt] il reato di ribellione, giacché, assicura, non è presente il requisito della violenza, va contro la versione costruita dallo Stato Spagnolo e cioè di accusarci di aver organizzato un colpo di Stato violento, quando ciò che si fece era l’organizzazione di un evento democratico quale è un referendum. E questo lo conferma la Corte Costituzionale Federale tedesca, che considera che l’imputazione del reato di ribellione sia “inammissibile”, poiché considera che in Catalogna non c’è stata violenza durante l’1-O (1 di ottobre, la data del referendum per l’indipendenza, n.d.R.) . Da ora in poi, mantenere l’incarceramento preventivo (non per prevenire un reato infondato bensì per annientare il nemico politico e, più genericamente, strappare le radici della nazione catalana e le sue aspirazioni di libertà) per Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, Oriol Junqueras e Joaquim Forn, Raül Romeva, Jordi Turull, Josep Rull, Carme Forcadell e Dolors Bassa, apparirà agli occhi del mondo (inclusi quelli degli spagnoli più convinti) come ciò che è realmente, una palese ingiustizia propria di uno Stato in meteorica regressione alle forme più deliranti di autoritarismo post-democratico.

  • Qual è la posizione dell’ONU a proposito?

La Commissione dei Diritti Umani dell’ONU ha sollecitato la Spagna a rispettare i diritti politici di Jordi Sànchez. In una risoluzione, dice: “Si è richiesto allo Stato membro [la Spagna, nda] di prendere tutte le misure necessarie affinché Jordi Sànchez possa esercitare i suoi diritti politici conformemente all’articolo 25 del Convegno”. Nonostante tutto, il giudice del Tribunal Suprem Pablo Llarena ha ignorato questa risoluzione, e ha negato a Jordi Sánchez la possibilità di uscire dalla prigione per partecipare all’atto dell’investitura per due volte. Ci troviamo, quindi, con una specie di “Colpo di Stato” giudiziario, giacché proprio il giudice “riconosce di star limitando i diritti” del deputato Jordi Sànchez, e che lo fa “anteponendo alcuni supposti diritti collettivi spagnoli”. La giustizia spagnola ha disprezzato la risoluzione della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, malgrado il suo effetto vincolante. Il giudice sarà obbligato a rispettare questa decisione e, non facendolo, starà disobbedendo all’ONU. Pare che per la giustizia spagnola sia più importante l’unità di Spagna che il rispetto dei diritti umani.

Qual è la posizione dell’Unione Europea?

La questione catalana è una questione europea fin dal principio. Gli attriti fra Catalogna e Spagna sono secolari, però il salto inaspettato che ci porta alla questione catalana a partire dal 2010, dal nazionalismo rivendicativo alla scommessa dell’indipendenza, non si capisce senza il segno della crisi che si trascina l’Europa, frutto dello sconcerto generato nella cittadinanza dall’incapacità di risposta politica all’accelerato processo di globalizzazione e alla crisi del 2008, che ha diviso a metà la classe media e ha seminato il panico in ampi settori della società.

Se europea è l’origine, europea è stata la risposta. Non c’è dubbio che l’immobilismo – che tanto sorprende gli osservatori stranieri – sia definito nel carattere del presidente Rajoy, tanto allergico ai progetti politici quanto convinto che niente sia più efficace di lasciare che i problemi si volatilizzino da soli. Il turno autoritario che vive la Spagna, pretendendo di risolvere la questione catalana con la via giudiziale, e con un uso senza complimenti del Codice Penale in materia di libertà di espressione, con la persecuzione dei delitti di odio e con una pratica sempre più soggettiva e interpretativa della giustizia, è comune in tutta Europa. La compiacenza delle autorità europee con i regimi autoritari dell’Ungheria e della Polonia rinforza la reazione conservatrice. E, a questo, si aggiunge la crisi della socialdemocrazia, che senza bussola né progetto, senza altra aspirazione che salvare i propri fregi (cammino verso la disfatta definitiva), si accomoda acriticamente sulla moda autoritaria.

Con Puigdemont in Germania, l’Europa è più cosciente che mai che il caso catalano esista. Il discorso ufficiale tedesco ripete lo slogan: problema interno della Spagna. Parte della stampa e dei partiti europei divergono. Il fatto che la Germania non abbia riconsegnato Puigdemont senza validi motivi alla Spagna, ha fatto in modo che il problema catalano sia un problema europeo. E lo sarà sempre di più.

Tu sei il direttore dell’Ufficio di Alghero della Delegazione del Governo Catalano in Italia. Perché l’ufficio è stato chiuso? Quali erano le vostre attività prima della repressione governativa della Spagna?

Non lo sono più. Noi lavoratori pubblici dei consolati della Generalitat all’estero siamo stati tutti congedati con l’applicazione del 155. Il personale dell’Ufficio di Alghero, che era vincolato organicamente a Roma, ha perso il lavoro come il resto dei colleghi dei consolati di Parigi, Londra, Berlino, Lisbona, Vienna, Washington e Copenhagen. Malgrado la nostra occupazione fosse di carattere “tecnico” (nel mio caso, legato specialmente a questioni culturali e linguistiche, economiche e turistiche) il Governo Spagnolo non ha indugiato a sbatterci per strada. Dobbiamo ricordare che i consolati del Governo della Catalogna sono, infatti, un diritto riconosciuto dallo Statuto della Catalogna. Pertanto, la loro chiusura, ripeto, è un atto repressivo illegittimo perpetrato dal Governo Spagnolo. Nel caso concreto del nostro Ufficio di Alghero, il nostro compito principale era quello di promuovere, incanalare e potenziare le attività di comunicazione, di scambio culturale, di cooperazione e di supporto per la promozione della lingua e della cultura catalana nella città di Alghero; potenziare e rendere dinamiche le relazioni fra le istituzioni della Catalogna con quelle di Alghero e della Sardegna e aiutare nell’organizzazione di attività vincolate alla diffusione culturale, turistica, sociale e economica della Catalogna in Sardegna. Attività che, a quanto pare, il Governo spagnolo considera potenzialmente pericolose e sovversive.

 

http://www.pesasardignablog.info/2018/04/19/per-la-spagna-essere-indipendentisti-e-piu-grave-di-essere-assassini/

 

Barcellona in piazza per chiedere il rilascio dei leader indipendentisti

 

Euronews    15/04/2018

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Grande mobilitazione a Barcellona per chiedere la liberazione dei 17 leader indipendentisti catalani in carcere a Madrid con l’accusa di sovversione.

Settecentocinquantamila persone, per gli organizzatori, la metà secondo la polizia. hanno riempito il centro della città rispondendo all’appello delle organizzazioni indipendentiste, che non intendono fare retromarcia davanti al sogno della secessione da Madrid.

“Siamo un movimento pacifico ma dobbiamo andare avanti. Togliere le barriere di accesso alle autostrade è solo una delle maniere di protestare, come chiudere le strade e le comunicazioni finché non si otterranno i risultati”.

Nonostante la mobilitazione, resta lo stallo. Dopo le elezioni anticipate volute dal governo centrale, non si riesce ancora a eleggere un presidente della Generalitat.

“L’Assemblea nazionale catalana gioca a fare pressione sui partiti per eleggere un presidente, e i Cdr portano queste pressioni a livello della strada, per mostrare che possono far collassare un paese, se lo decidono”, spiega Gabriel Colomé, politologo all’Università autonoma di Barcellona.

La partita ora si sposta sul piano istituzionale, e l’esito resta incerto.

Cristina Giner, euronews: La primavera catalana potrebbe intensificarsi man mano che si avvicina la data limite per formare il governo. Se entro il prossimo 22 maggio il parlament non riuscirà a eleggere il nuovo presidente, scatterà il termine di due mesi per convocare nuove elezioni.

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http://it.euronews.com/2018/04/15/barcellona-in-piazza-per-chiedere-il-rilascio-dei-leader-indipendentisti

 

Se gli spagnoli vogliono la rissa, gli scozzesi saranno ben felici di accontentarli

Madrid vuole processare una docente universitaria catalana per  sedizione, ma la Scozia non la lascerà andare senza combattere. Lo hanno nel sangue.

Kevin McKenna      TheGuardian   08.04.2018

 

 

Qualcosa nel DNA della Scozia sembra indicare che in materia di conflitti umani – a differenza della Svizzera – il nostro ruolo non è “stare alla finestra”. Le parole di Vernon Johns, mentore di Martin Luther King, andrebbero incise negli aeroporti, sui muri dei corridoi che accolgono i turisti in Scozia: “Quando vedi una lotta giusta buttatici” Io non ho niente contro la Svizzera, ma mi sono sempre chiesto come possa un paese rimanere “neutrale” quando il nazismo sta brutalizzando con i suoi orrori tutti i paesi intorno.

Una “neutralità” che però non ha impedito alla Svizzera di fornire un rifugio sicuro per l’oro saccheggiato dai nazisti. E, adesso che ci penso, mi rendo che invece ho un bel po’ contro la Confederazione Elvetica. Probabilmente gli svizzeri guardano noi scozzesi pensando: “Che branco di delinquenti”, e a me fa piacere. Per la Scozia la neutralità è un concetto alieno. Davvero quando vediamo una lotta giusta “ci buttiamo dentro”. E siamo anche ben contenti di esportare la nostra aggressività.

Non saprei dire con certezza da dove viene la bellicosità virtuosa degli sc

ozzesi. E devo ammettere che non sempre è stata messa al servizio degli ideali più nobili. Nel settecento e nell’ottocento c’erano alti ufficiali scozzesi che combattevano per e contro Napoleone. Il celebre navigatore scozzese John Paul Jones ha fondato la Marina degli Stati Uniti ed è onorato in Russia per aver architettato una famosa vittoria navale di Caterina la Grande.

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L’incarnazione più perfetta dell’amore degli scozzesi per una lotta buona e giusta è probabilmente Thomas Cochrane, Conte di Dundonald. Cochrane morì nel 1860 dopo una vita dedicata a seminare il caos geopolitico in molti paesi e qualche continente. Combatté nelle guerre napoleoniche e l’Imperatore gli attribuì l’elegante soprannome di “Le Loup de Mer”, il lupo di mare.

In Cile e in Brasile è ricordato e amato per aver contribuito a guidare le truppe ribelli durante le rispettive guerre di liberazione. Mentre era impegnato in questi atti di virtuosa violenza, in una pausa tra i combattimenti trovò anche il tempo di fare un salto in Perù e aiutare il paese a ottenere l’indipendenza. Cochrane aveva un cuore puro, rabbioso, ribelle. Non molti anni dopo queste imprese, diversi scozzesi combatterono per gli americani nella Rivoluzione texana del 1835-36.

Nel Parco della Rimembranza che ricorda la battaglia di Alamo, momento cruciale di quel conflitto, sorge un obelisco di pietra in memoria degli scozzesi che combatterono e morirono con Davy Crockett e Jim Bowie negli scontri con il crudele López de Santa Anna.

 

Per centinaia di anni prima della battaglia di Culloden, siamo vissuti in uno stato di guerra quasi permanente.

A volte mi chiedo se la sconfitta finale delle truppe giacobite nel 1745 abbia qualcosa a che vedere con tutto questo vagare per il mondo in cerca di una bella occasione di menare le mani. Tra le imprese di William Wallace, di Robert Bruce e del Giovane Pretendente, per centinaia di anni prima di Culloden siamo stati praticamente sempre in guerra.

Anche gli intervalli di pace tra un exploit bellico e l’altro erano tutt’altro che pacifici, poiché i clan combattevano tra di loro per la supremazia e il potere. Dopo il giro di vite che seguì il 1745, gli scoppi di violenza vennero soffocati in maniera rapida e brutale. E io mi dico che, forse, un’intera generazione di uomini abituati da sempre a dover combattere per ogni cosa non ce la faceva a sopportare la pace e la tranquillità domestiche e quindi se ne andava allegramente a partecipare alle ribellioni altrui.

In un tribunale di Edimburgo questa settimana e la prossima, la Scozia si ritroverà una volta di più implicata nella lotta giusta di un altro paese. Il mandato di cattura europeo con il quale il governo spagnolo, sempre più squilibrato e reazionario, sta tentando di estradare la docente universitaria Clara Ponsatí accusata di ribellione violenta sta incontrando una decisa resistenza da parte degli scozzesi.

La sessantunenne docente di economia della St Andrews University ha contribuito a organizzare un pacifico referendum per l’indipendenza della sua natia Catalogna e, successivamente, ha partecipato al governo catalano nella sua breve esistenza. L’accusa di ribellione violenta segue le terribili scene in cui si vedevano branchi scatenati di inermi cittadini catalani prendere a testate gli scudi e i manganelli della polizia provocando gravi traumi ai poveri ragazzi in equipaggiamento da sommossa.

La risposta dell’Unione Europea alla violenta repressione di un atto di democrazia pacifico da parte della Spagna era prevedibile: “Voi continuate a pagare le vostre quote e noi faremo finta di non vedere.” Nessuno degli stati membri ha dimostrato una gran voglia di chiedere alla Spagna ragione della violenza esercitata e delle severe pene comminate ai leader dell’indipendenza catalana.

Nessuno ha domandato: “E allora perché avete insistito con la repressione violenta quando avreste semplicemente potuto ignorare il referendum e decidere di non riconoscerlo?”

Il destino di Clara Ponsatí dipenderà dall’impegno del suo avvocato scozzese, Aamer Anwar, dalla rigida applicazione della legge scozzese e da un sistema legale le cui origini risalgono al dodicesimo secolo. In quel tribunale di Edimburgo non si giudicherà il comportamento della docente catalana bensì la condotta di un paese in cui, a quanto sembra, aleggia ancora lo spettro del generale Franco, un altro leader spagnolo che si è macchiato di violenze contro il suo stesso popolo.

Durante la guerra civile spagnola, 549 volontari scozzesi combatterono Franco e i suoi fascisti dopo che il generale si era ribellato contro l’esito di una votazione democratica. I volontari erano sostenuti dai fondi raccolti nella campagna popolare Aid for Spain in Scozia, a quei tempi una delle principali fonti di finanziamento della repubblica.

Oltre 80 anni dopo, un altro fondo popolare scozzese sta aiutando la cittadina adottiva Ponsatí a sfuggire alle grinfie dei successori di Franco. E il consiglio di Vernon Johns a Martin Luther King è più attuale che mai.

  • Kevin McKenna è editorialista dell’Observer

 

https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/apr/08/spain-scotland-catalonia-eu-extradition-mckenna-ponsati-independence-sedition

 

Prima di Roma-Barça : “Libertà per i prigionieri politici catalani”

 

Sit-in davanti alla Colonna di Traiano contro arresti in Spagna

 

Roma, (askanews)  10.04.2018  – Un sit-in a Roma, ai piedi della Colonna di Traiano nel foro romano per chiedere “Libertà per i prigionieri ed esiliati politici catalani”, a poche ore dalla partita di Champions League Roma-Barcellona. Un centinaio di persone ha innalzato striscioni a favore della democrazia e per la difesa dello stato di diritto in Spagna. I manifestanti hanno aperto anche un grande striscione con un laccio giallo, simbolo della solidarietà con i numerosi politici e leader della società civile catalana in prigione preventiva da mesi, e con quelli che hanno dovuto scegliere l’esilio per continuare la loro attività politica pacifica.

La manifestazione è stata organizzata dalle associazioni della società civile catalana Assemblea Nacional Catalana (Assemblea Nazionale Catalana- sezione italiana), la Penya Blaugrana di Roma, la Plataforma Pro Seleccions Esportives Catalanes, e l’Associazione “Catalans a Roma”.

http://www.askanews.it/video/2018/04/10/prima-di-roma-bar%c3%a7alibert%c3%a0-per-i-prigionieri-politici-catalani-20180410_video_18430968

 

Libertà per i prigionieri ed esiliati politici catalani

Sit-in a Roma      10.04.2018

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Si è svolto oggi a mezzogiorno a Piazza della Madonna di Loreto, ai piedi della Colonna Traiana nel foro romano, poche ora prima della partita di Champions League Roma-Barcellona.

Erano presenti almeno 150 persone, con striscioni a favore della democrazia e lo stato di diritto in Spagna. I manifestanti hanno aperto anche un grande striscione con un laccio giallo, simbolo della solidarietà con i numerosi politici e leader della società civile catalana in prigione preventiva da mesi, e con quelli che hanno dovuto scegliere l’esilio per continuare la loro attività politica pacifica.

ANC Italia

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