Gli elettori vs. la legge spagnola

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By Florian Eder    30.05.2019

BENVENUTI TUTTI VOI,  LEI NO : a Carles Puigdemont  deputato neo eletto al Parlamento europeo è stato impedito l’ingresso nel palazzo del Parlamento europeo a Bruxelles questo mercoledì. Puigdemont, che ha lasciato la Spagna nel 2017 per evitare le imputazioni legate al referendum sulla secessione catalana, giudicato illegale dai tribunali spagnoli, ha twittato che il segretario generale del Parlamento Klaus Welle ha dato istruzioni per impedire l’accesso a lui e al suo collega separatista Toni Comín. Entrambi ora vivono a Bruxelles e hanno ottenuto dei seggi, in quota spagnola, nelle elezioni europee. Sono uomini liberi dappertutto, tranne che in Spagna.

 

Perché sono stati esclusi: una portavoce del Parlamento ha confermato che a Puigdemont è stato negato un badge provvisorio – cioè l’ingresso – per ora. Ha detto a POLITICO che l’istituzione può rilasciare l’accreditamento ai deputati “quando ricevono le liste nazionali” da paesi con i nomi dei loro deputati. Nel caso di Puigdemont, il Parlamento “non ha ottenuto le liste dalle autorità spagnole” e “ha deciso di non concedergli un badge provvisorio”.

 

Gli elettori vs la legge spagnola: la nuova amministrazione  sta affrontando la sua prima sfida, scandalo o scelta di alleanze. È una domanda molto semplice che a un certo punto ha bisogno di una risposta: gli elettori o la magistratura spagnola  hanno l’ultima parola su chi può essere un eurodeputato e chi no? Nella decisione di mercoledì, il Parlamento ha optato per quest’ultima, in modo da non affrontare le accuse di violazione della legge spagnola. “Sapevamo che questo sarebbe stato usato contro di lui [Puigdemont] ma il danno potenziale sarebbe stato maggiore se avessimo emesso un badge provvisorio”, ha detto a Playbook un alto funzionario che si occupa del caso.

 

Buon giovedì mattina, e se sei in Belgio, speriamo che ti stia godendo il giorno libero. Ma mentre le istituzioni dell’UE sono chiuse per il lungo weekend, c’è molto da fare.

 

* traduzione  Margherita Ravera

 

https://www.politico.eu/newsletter/brussels-playbook/politico-brussels-playbook-voters-vs-spanish-law-barniers-job-application-big-ship-small-man/

Una notte di successo che apre una feroce battaglia, già oggi.

 

Vilaweb.ca – Vicent Partal – 27.05.2019

 https://www.vilaweb.cat/noticies/una-nit-dexit-que-obre-una-batalla-ferotge-avui-matei

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Quando iniziavano queste due lunghe campagne elettorali avevo commentato che, per l’indipendentismo, c’erano tre chiari obiettivi da raggiungere.

1 – Nelle elezioni politiche spagnole bisognava avvicinarsi alla metà dei seggi in lizza per la Catalogna e, se possibile, vincere per la prima volta.

2 – Nelle amministrative, vincere tanti comuni come fosse possibile.

3 – E nelle europee, vincere e tentare di superare il 50% dei voti.

I tre obiettivi sono stati raggiunti. Il 28 aprile, nelle politiche, ERC raggiunse una vittoria storica e aggiungendo i voti di “Junts per Catalunya” ha portato nel Congresso 22 deputati indipendentisti, soltanto ne mancano due per avere la maggioranza assoluta. E ieri, il risultato delle municipali e delle europee sono stati palesemente favorevoli.

L’obiettivo di vincere il massimo numero di comuni è stato raggiunto, calcolando anche l’effetto simbolico della vittoria di Maragall (ERC) a Barcellona. ERC ha vinto a Lleida e “Junts per Catalunya” a Girona, mentre a Tarragona (se ci fosse un accordo tra l’indipendentismo e i “Comuns”) sarebbe possibile allontanare Ballesteros, che non riesce ad avere maggioranza con PP e Ciutadans insieme.

Se andiamo oltre le capitali di provincia, le cifre sono molto chiare, con delle sfumature importanti.

Così, Junts per Catalunya ottiene 302 possibili sindaci, ERC 256, la CUP dodici e Primarie una. E ci sono 165 comuni con maggioranze relative indipendentiste. Ciò significa che 736 comuni della Catalogna, da un totale di 947, potrebbero avere un governo indipendentista.

Però, ed è un però importante, vediamo un chiaro recupero del PSC, specialmente nell’area metropolitana. Possiamo dire che i socialisti hanno deciso di guidare il blocco unionista e ci sono riusciti, come dimostrato anche nel risultato di Barcellona. Questo è un elemento preoccupante che dovremo calcolare d’ora in poi. Il fallimento di Ciutadans e del PP è spettacolare, ma non dobbiamo illuderci. Il prezzo da pagare è che il PSC, che ha vinto in 96 comuni, è diventato il partito-ombrello del voto unionista e questo avrà delle conseguenze serie nella politica catalana, e non saranno certo positive.

In quanto alle elezioni europee, l’obiettivo del 50% dei voti è andato vicino soltanto per alcuni decimi. Anche se non è abbastanza, è anche vero che il 49,71% dei voti è il miglior risultato raggiunto dall’indipendentismo in qualsiasi elezione. E se guardiamo in base alle circoscrizioni, i dati sono ancora più sconvolgenti: 66% di voti indipendentisti a Girona e Lleida, 52% a Tarragona. Soltanto Barcellona, con un 45%, rimane sotto. E ancora un altro elemento da sottolineare: nella circoscrizione di Girona la candidatura del governo in esilio ha raggiunto da sola il 44,91% dei voti, una cifra certamente sensazionale.

Il risultato straordinario raggiunto dal presidente Puigdemont ha un valore politico speciale e doppio. Da una parte, perchè si consolida come il dirigente politico dell’indipendentismo, e porta a una curiosa situazione: ERC ha l’egemonia indiscutibile come partito, ma Puigdemont ce l’ha, indiscutibile, come persona. Credo che l’indipendentismo debba riflettere su questa situazione e se, dopo quello che è successo, ha senso perdere la forza in una battaglia sterile tra partiti, che i cittadini non capiscono e non condividono. Perché la gente nelle politiche ha dato il voto a ERC praticamente con lo stesso numero di voti con i quali, nelle europee, un mese dopo, ha reso vincente a Carles Puigdemont.

Il secondo valore politico della vittoria della lista  di “Junts per Catalunya” è quello fondamentale. Questa notte scorsa è stato solo un aperitivo, necessario, della grande battaglia che inizia oggi e che avrà una durata di circa una settimana. Lo stato spagnolo ha violentato impunemente l’esercizio dei diritti democratici nel Parlament della Catalogna e in quello spagnolo. Ma ora cozzerà direttamente con l’Europa e lo scontro avrà delle conseguenze immense. Finora l’esilio ha vinto sempre contro la repressione, al contrario di quello che è successo all’interno. Ma la grande partita si gioca oggi stesso. Se il 2 luglio Carles Puigdemont e Toni Comín siedono come eurodeputati nell’emiciclo di Bruxelles, se la Spagna non riesce a impedirlo, l’indipendentismo avrà fatto un passo da gigante che potrà ribaltare la repressione e mettere alle strette il regime. Ancor di più se, come si prevede, lo stato spagnolo è costretto dai tribunali europei ad accettare che non può impedire l’esercizio libero della democrazia, come ha fatto sistematicamente da quando ha applicato l’art. 155. L’elezione di Oriol Junqueras sarà anche un grande test, visto che d’accordo con la normativa europea l’europarlamentare di ERC dovrebbe essere libero e il processo sospeso.

Con tutto questo siamo dunque arrivati al punto esatto in cui la decisione di intraprendere la via dell’esilio, subito dopo la proclamazione della Repubblica, ci voleva portare: allo scontro diretto tra la pseudo-legalità spagnola e la legalità europea. E, in questo senso, non credo che sia un caso che  Puigdemont, Comín e Ponsatí abbiano scelto, per parlare, la stessa sala in cui il governo apparve quando arrivò in Belgio, un anno e mezzo fa.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 15

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Osservatorio settimanale

25/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 15

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Lunedì 20 maggio era previsto che iniziasse la quindicesima settimana del processo contro la leadership indipendentista, con gli ultimi testimoni e la celebrazione della nuova fase dedicata alle prove peritali. Ma il Tribunal Supremo ha dovuto autorizzare i cinque parlamentari eletti nelle scorse elezioni del 28 aprile, processati e in carcere da oltre un anno, a recarsi presso le rispettive Camere per ritirare le credenziali di deputato e senatore e poter così partecipare, il 21 maggio, all’atto d’insediamento delle Cortes a parità di condizioni con gli altri parlamentari. Così, Oriol Junqueras, Josep Rull, Jordi Sánchez, Jordi Turull alla Camera e Raül Romeva al Senato sono diventati i protagonisti dell’avvio della nuova legislatura spagnola, sommersi dal baccano e dalle interruzioni provenienti dai banchi della destra, soprattutto di Vox, nel momento in cui pronunciavano la promessa di rispetto della Costituzione, facendo riferimento alla loro condizione di prigionieri politici. Perciò il processo ha potuto riprendere il suo corso solo il mercoledì successivo, con i parlamentari eletti di nuovo sul banco degli imputati e alcuni loro colleghi a fare da accusa popolare.

A sfilare davanti alla Corte gli ultimi nove testimoni della difesa, per gran parte alti funzionari pubblici della presidenza del Parlamento catalano e dei dipartimenti Lavoro, Giustizia, Industria e Affari di Governo della Generalitat. Con loro, nel corso del dibattimento, sono state 422 le persone chiamate a testimoniare in merito ai fatti contestati dall’accusa.

Quindi è stato il momento delle prove peritali proposte da accusa e difesa, ossia del riscontro dei fatti attraverso l’analisi di fenomeni e teorie ad opera di esperti.

Sono una decina le perizie esaminate su diversi aspetti del processo, dalla traduzione di alcune dichiarazioni alla questione delle contusioni riportate dai poliziotti l’1 di ottobre. Parzialmente esclusa dal tribunale è la perizia relativa al documento “Enfocats” (rinvenuto il 20 settembre 2017 nel domicilio di Josep Maria Jové, braccio destro dell’allora vice-presidente della Generalitat Oriol Junqueras) a cui il pubblico ministero teneva particolarmente avendone fatto l’elemento dimostrativo della pianificazione della presunta ribellione. Uno dei due operatori della Guardia Civil chiamati dall’accusa in qualità di periti viene, infatti, ricusato dalla difesa per essere già comparso precedentemente come testimone. Alla fine, a seguito delle continue obiezioni dei difensori, lo stesso pubblico ministero rinuncia a tale prova.

Le perizie più corpose sono tre: la prima, proposta dal pubblico ministero e dall’Avvocatura dello Stato, relativa al finanziamento del referendum, tesa a dimostrare il delitto di malversazione di risorse pubbliche; la seconda, proposta dalla difesa di Jordi Cuixart, sulla resistenza non violenta, tesa a smontare il delitto di ribellione; la terza, proposta dall’accusa e accompagnata da una contro-perizia della difesa, sull’uso dei locali pubblici nell’evento dell’1 di ottobre.

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Sono alte funzionarie del ministero delle Finanze (una delle quali consulente dell’allora ministro) le quattro perite chiamate dal pubblico ministero a illustrare l’importo del presunto finanziamento del referendum dell’1 ottobre con risorse pubbliche. Il totale della spesa generata, non necessariamente pagata, ammonterebbe a 917.648,39 euro. Le perite affermano che l’importante è la prestazione del servizio perché, anche se non c’è stato il pagamento, una prestazione accreditata – ossia una prestazione di buona fede conseguente all’affidamento di un incarico – fa nascere comunque un obbligo in capo all’amministrazione pubblica. Per arrivare a questa cifra le perite dichiarano di avere analizzato vari capitoli di spesa relativi a campagne civiche (come quella sul registro dei catalani all’estero) o pubblicitarie (quella fatta circolare sulla televisione pubblica catalana alla vigilia del referendum) ovvero alle missioni realizzate da ospiti internazionali nell’autunno 2017 su invito di Diplocat. Quando la difesa chiede loro quale sia, in quei casi, il nesso con il referendum – dal momento che il registro era stato creato nel 2014, che già altre volte erano arrivati osservatori internazionali in Catalogna e che, in forza di un contratto quadro con la televisione catalana, alcune pubblicità istituzionali sono trasmesse a titolo gratuito, le perite rispondono che si tratta di una valutazione di loro pertinenza, suffragata da un insieme di dati e dalle caratteristiche del prodotto, che depongono per una relazione con il referendum.

Il sociologo americano John Paul Lederach, esperto nell’analisi dei conflitti sociali e nelle politiche non violente, e lo spagnolo Jesús Castañar, dottore in ricerca storica e studioso di movimenti non violenti, sono i periti chiamati dalla difesa per analizzare il contenuto dei video dell’autunno catalano e confrontarlo con il metodo di azione non violenta, attraverso le tre categorie di quest’ultima: la protesta e la persuasione, la non collaborazione e l’interposizione pacifica. Nelle mobilitazioni dell’ottobre 2017, i due periti apprezzano «la transizione della protesta da una forma convenzionale istituzionale a una forma nonviolenta». Le principali conclusioni del loro studio sono che « c’è, in Catalogna, una cultura della nonviolenza», che la gente applica nell’autunno 2017. «Ciò si apprezza nei discorsi dei leader, con una capacità spontanea di mantenere la disciplina. La grande quantità di gente mantenne un atteggiamento nonviolento e questo autocontrollo è un fatto puntuale più che riferito a un percorso pianificato». In questo quadro, la manifestazione del 20 settembre 2017, davanti alla Consiglieria di Economia, «non è un atto di disobbedienza civile, ma un atto di protesta e persuasione». E il danneggiamento dei veicoli della Guardia Civil è il risultato «di tanti piccoli atti di deterioramento». La protesta, in quello stesso giorno, davanti alla sede della Candidatura d’Unitat Popular, invece, «è un caso d’interposizione non violenta» nei confronti della polizia spagnola che vi sarebbe voluta entrare. «L’1 ottobre si arriva alla disobbedienza civile. La maggioranza della gente mantiene una prospettiva nonviolenta». Le reazioni isolate e minoritarie all’operato della polizia rivelano perciò una «mancanza di disciplina nonviolenta», dovuta all’alta partecipazione popolare.

Sull’uso dei locali pubblici, la dialettica è tra due coppie di periti che manifestano visioni opposte. Quelli indicati dal pubblico ministero attribuiscono all’uso dei locali pubblici «un valore di controprestazione teorica» come si avrebbe nel caso fossero dati in affitto, assumendo il valore del suolo e della struttura dell’edificio e utilizzando un tasso di redditività immobiliare. I tecnici della difesa contestano il presupposto dell’analisi, perché «non esiste la possibilità di affitto per quegli edifici pubblici». Criticano, inoltre, la metodologia applicata: «È impossibile che la media dei locali utilizzati in Catalogna sia di 2.500 m², perché lo spazio per votare non occupa mai l’intero edificio, né che le procedure di voto richiedano un’intera giornata, come viene assunto nello studio». E concludono, senza possibilità di appello, che «è stato fatto un esercizio meramente teorico».

Osservatorio settimanale

 

Separatisti incarcerati (eletti) al Parlamento sotto scorta

 

Catalogna: separatisti incarcerati (eletti) al Parlamento sotto scorta

Di Euronews        20/05/2019 

Su autorizzazione della Corte Suprema spagnola, cinque separatisti catalani incarcerati, eletti in Parlamento lo scorso mese, hanno lasciato la prigione per alcune ore per ritirare personalmente i propri documenti di Deputati.

Fiancheggiati da poliziotti in borghese, l’ex Presidente catalano Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Turull, Josep Rull (tutti al Congresso) ed il senatore Raül Romeva si sono presentati per espletare le procedure di rito, sebbene in attesa di una possibile sospensione dalle loro funzioni pubbliche.

I cinque sono in carcere preventivo dall’epoca del referendum sull’indipendenza del 2017 e sotto processo per ribellione.

La Corte Suprema ha anche autorizzato i Parlamentari a partecipare alle sessioni di apertura, previste per martedì.

https://it.euronews.com/video/2019/05/20/catalogna-separatisti-incarcerati-eletti-al-parlamento-sotto-scorta

 

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 14

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Osservatorio settimanale

18/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 14

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Quattordicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano, piena di argomenti e attori diversi senza un centro preciso. In appena due giorni, per lasciare spazio alle feste madrilene di San Isidro, sfilano davanti alla Corte votanti del referendum dell’1 ottobre, volontari dell’Assemblea Nacional Catalana, avvocati volontari per il referendum, politici, sindacalisti, intellettuali, funzionari della Generalitat, ex-componenti della presidenza del Parlamento catalano.

Le deposizioni interessano tutti i delitti contestati, dalla ribellione per la celebrazione del referendum alla distrazione di fondi pubblici per finanziarlo. Risaltano due elementi di fondo: il primo è l’evidenza del pluralismo che permea il movimento catalano per il dirittto a decidere; il secondo è l’atteggiamento del tribunale nei confronti dei testi della difesa cui gli avvocati reagiscono denunciando l’impedimento dell’esercizio dei loro diritti. Il presidente Manuel Marchena, infatti, interrompe continuamente le testimonianze portate dalla difesa, taccia d’impertinenza le domande degli avvocati difensori che sono state permesse all’accusa nelle sessioni precedenti, fino a sbottare con un “Mucho mejor!”, quando uno degli avvocati rinuncia, per protesta, a continuare l’interrogatorio della filosofa Marina Garcés, sua testimone.

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I testimoni che votarono per il referendum in diversi centri della Catalogna raccontano la violenza della polizia spagnola sulla popolazione ai seggi. «Io pensavo che il diritto di voto non me lo possono proibire», perciò Santiago, di professione meccanico, andò al collegio di Sant Antoni a Barcellona a votare. «Stavamo mangiando della pasta quando arrivarono gli agenti della Policía Nacional. Ci circondarono facendo una muraglia – quella sì che era una muraglia – e cominciarono a menarci». Esther è una disegnatora grafica, l’1 ottobre andò a votare nella scuola di Barcellona Pau Claris, uno dei seggi in cui più violenta fu l’irruzione della polizia spagnola: «C’era molta gente per le scale e nel cortile della scuola, l’ambiente era festoso. Quando gli agenti cominciarono a salire sulle scale dove io mi trovavo, cominciarono a tirare giù da lì le persone con violenza senza dire nulla. Quell’assenza di parola era la cosa che più mi fece effetto. Cominciarono a buttare le persone giù per le scale, mi presero per una gamba e mi lanciarono. C’era la volontà di fare male», racconta con un filo di voce. Jordi Pesarrodona è un attore clown, dell’associazione “Pagliacci senza frontiere”, investigato per disobbedienza, assessore nel Comune di Sant Joan de Vilatorrada. Il 20 settembre si trovava in Via Laietana davanti alla Consiglieria degli Esteri e come normalmente fanno quelli della sua associazione nelle diverse proteste, «mi misi il naso da pagliaccio davanti agli agenti della Guardia Civil per sdrammatizzare la situazione». «Il 1 ottobre andai a votare nel mio collegio di Vilatorrada – continua –. Non lo dimenticherò in tutta la vita, arrivarono 10 furgoni della Guardia Civil e seppi che si ricordavano di quel 20 di settembre». La polizia infatti si diresse a lui chiamandolo “famosito”. «Vennero da noi, ma ricordo solo che mi spinsero per le spalle, mi trascinarono per terra, mi colpirono per quattro volte nella zona testicolare, il primo colpo fu molto forte. Altre persone risultarono contuse». Il sindaco di Cellús nel Bages, Joan Badia, racconta di quando gli agenti della Guardia Civil arrivarono nel suo paese l’1 ottobre e lui si fece loro incontro chiedendo l’ordine di perquisizione del centro. «Il comandante della polizia mi disse che aveva solo istruzioni orali e gli risposi che non era sufficiente. Si girò e se ne andò, allora un agente mi colpì con lo scudo facendomi cadere in terra. La Guardia Civil stava attaccando i miei concittadini. La gente era silenziosa, attuava una resistenza passiva». In quel seggio ci furono oltre 15 feriti tra i votanti, su denuncia di 9 di questi è stata aperta un’istruttoria presso il Tribunale di Manresa.

Il Collegio di avvocati di Manresa aveva organizzato per l’1 ottobre un servizio di volontari per orientare giuridicamente le persone che erano ai seggi. Alcuni di loro sono chiamati a testimoniare dalla difesa. L’avvocata Mercè Torras racconta: «A Fonollosa, quel giorno, arrivò un contingente della Guardia Civil di 80-100 agenti, noi eravamo una sessantina di persone al seggio. Non ci fu alcuna richiesta da parte loro. In due minuti cominciarono la carica, la sproporzione era evidente, ci sloggiarono in maniera violenta».

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Diversi, in questa sessione del processo, sono gli alti funzionari della Generalitat sentiti come testimoni: del gabinetto giuridico, della contrattazione, dei dipartimenti della Giustizia, delle Infrastrutture, dell’Educazione. Sono interrogati sul possibile uso di risorse pubbliche per finanziare il referendum e sugli obblighi della presidenza del Parlamento catalano. «In un procedimento di contrattazione standard intervengono molti uffici e perciò molto personale, almeno 15 persone, il tempo medio di perfezionamento di un contratto di acquisto è di 5-6 mesi», riferisce Mercè Corretja, direttora generale della Contrattazione pubbica della Generalitat. «Tutto il procedimento si realizza elettronicamente, perciò non è possibile andare avanti se non viene conclusa la fase precedente e tutto è registrato», risponde, escludendo perciò che siano possibili nell’amministrazione pubblica affidamenti e impegni di spese non contabilizzati e realizzati in poche settimane. Francesc Esteve, direttore del gabinetto giuridico della Generalitat, conferma che la pubblicità fatta passare nei giorni precedenti il referendum sui mezzi radiotelevisi pubblici era «nel quadro del contratto gratuito di annunci pubblicitari della Generalitat» con la Corporazione dei Mezzi Audiovisisvi.

Pere Sol, ex-segretario generale del Parlamento catalano, conferma quanto sostenuto dalla difesa dell’ex-presidente Carme Forcadell: «Per quanto riguarda l’ammissione alla discussione parlamentare delle proposte dei Gruppi, l’intervento della presidenza è solo sull’analisi dei requisiti dettati dal regolamento parlamentare. Relativamente al voto sulle risoluzioni, la presidenza deve valutarne la congruenza con il dibattito proposto». È quanto ribadiscono Lluís Corominas e Anna Simó, rispettivamente vicepresidente e prima segretaria della presidenza del Parlament quando Forcadell ne era la presidente. Entrambi, pur avendo condiviso ogni scelta fatta da Forcadell nella presidenza in quell’autunno del 2017, sono imputati presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati del solo delitto di disobbedienza.

Tra i testimoni, il segretario genrale di UGT Pepe Álvarez, il segretario dell’omologo sindacato catalano Camil Ros e il portavoce della piattaforma Escoles Obertes, Ramon Font, che, nel fine settimana precedente l’1 di ottobre, fece un appello per organizzare iniziative ludico-festose nelle scuole per difendere i seggi e consentire il referendum.

«Non ci fu un’entrata nella sede perché la polizia non aveva il mandato del giudice, ma lì si stava producendo un attentato contro i diritti della CUP come partito politico», afferma l’ex-deputata al Parlament della Candidatura d’Unitat Popular Mireia Boya, raccontando il tentativo della polizia spagnola di entrare nella sede del suo partito in quel 20 di settembre. «C’erano un 3000 persone, ma sempre operammo perché non ci fosse nessun tipo di incidente, secondo i precetti della disobbedienza attiva non violenta». Le fa eco Jaume Asens, avvocato, uno dei vicesindaci di Barcellona, eletto deputato al Parlamento spagnolo lo scorso 28 aprile nella lista dei Comuns-Podemos: «Il 20 settembre facemmo una riunione d’urgenza come governo di Barcellona e chiamammo i cittadini a mobilitarsi». «Non facciamo parte dell’associazione dei municipi per l’indipendenza, ma arrivammo a un accordo con la Generalitat per partecipare all’1 di ottobre. Per noi si trattava di una mobilitazione con forma di referendum». Dopo le cariche della polizia «creammo un servizio di assistenza come Comune, mettemmo insieme le prove e organizzammo 300 persone tra i feriti, presentandoci come accusa popolare presso il Tribunale 7 di Barcellona».

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