Verso la condanna con menzogne impunite

Così lo stanno cucinando nel Tribunale Supremo: verso la condanna con menzogne impunite

«Con testimonianze come quelle del 15 aprile, la tergiversazione rimane detta, rimane lì, incrostata nel velluto dei banchi e nei titolari dei giornali spagnoli»

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Vilaweb.cat – Josep Casulleras Nualart – 15.04.2019 – 20:03

I magistrati Juan Ramon Berdugo e Andrés Martínez Arrieta, seduti alla destra e alla sinistra di Manuel Marchena nella sala delle udienze del Tribunale Supremo, qualcosa si ricordano del numero d’identificazione N29100C. Corrisponde al comandante della Guardia Civil César López Hernández, chiamato a dichiarare come testimone in questo processo, perché fu il segretario degli attestati polizieschi che furono elaborati dall’inizio del 2016 fino all’autunno del 2017 con lo scopo di controllare e incriminare decine di persone in una “causa generale”[1] contro l’indipendentismo.

Lui era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, alias Tácito[2]. Ma questo comandante di faccia tonda e occhiali spessi fu processato per torture, come ha riconosciuto prima dell’inizio dell’interrogatorio. Nel 2008 fu coinvolto nei maltrattamenti a Igor Portu e Mattin Sarasola, condannati per l’attentato all’aeroporto di Barajas. E tra i magistrati del Supremo che assolsero i condannati inizialmente per questo caso c’erano Berdugo e Arrieta. Ecco perché il numero d’identificazione N29100C risultava famigliare.

Fa niente: non è mica il primo testimone della Guardia Civil che dichiara in questo processo essendo stato processato o condannato per torture; Diego Pérez de los Cobos si dimenticò di dirlo, fino al secondo giorno di testimonianza, quando Marchena –che forse guarda Twitter– pensò di chiederglielo.

César López Hernández ha avuto uno scopo molto chiaro durante la dichiarazione, preparata insieme al pubblico ministero Fidel Cadena: tentare di salvare il fattore Mossos (polizia catalana) per sostenere l’accusa di ribellione contro i prigionieri politici. Le dichiarazioni di tutti i membri della cupola della polizia catalana e le contraddizioni tra i comandi della polizia spagnola sulla preparazione, a margine dei Mossos, del dispositivo preparato per il 1° ottobre 2017 con lo scopo di andare a colpire nelle scuole, lo hanno messo in difficoltà.

Per questo, il comandante della Guardia Civil ha mostrato un paio di carte che aveva sotto la manica per vincolare il maggiore Trapero (comandante dei Mossos) in una sorta di cospirazione. Quali sono queste carte? La prima, che Trapero ricevette un rapporto dell’intelligence sulla situazione precedente al primo di ottobre, dove si diceva che l’immagine del corpo poteva essere negativa se si arrestavano dei sindaci de la CUP. La seconda, che in una riunione del 13 di ottobre con più commissari, il maggiore disse: ‘La Guardia Civil e la procura, da dieci fotografie su un cattivo intervento ne fanno un reato di sedizione.’

Ma Trapero riceveva ordini politici dal consigliere del governo catalano Forn per agire contro gli ordini della procura o del magistrato del Tribunale Superiore della Catalogna (TSJC)? No.

Al comandante César López Hernández è capitato, come a tanti poliziotti testimoni che abbiamo visto in questi giorni, che hanno una memoria prodigiosa quando rispondono al pubblico ministero e mostrano un’amnesia preoccupante, e provoca brutti scherzi, quando devono rispondere alla difesa. L’avvocato Judit Gené gli ha chiesto:

—Lei ha detto che il Sig. Trapero riferiva al consigliere Forn, tra alcuni altri, tanto le istruzioni della procura quanto il piano d’azione. La domanda è: lei sa se il Sig. Forn rispondeva al Sig. Trapero quando le trasmetteva queste istruzioni per posta elettronica?

Vediamo la sorpresa: la risposta sarà finalmente no. Ma guardate il “viaggio”:

—Almeno uno, quello del giorno 30, del piano Àgora, fu oggetto di risposta.

Il piano Àgora fu preparato dai Mossos l’estate prima del referendum, prevedendo un autunno agitato. Era un piano che non era vincolato ad alcuna istruzione della Procura e, in questo punto, il comandante della Guardia Civil tenta di confondere. Parla del giorno 30, senza precisare. Sembra che si riferisca al 30 di settembre, il che è falso. Judit Gené si rende conto della trappola.

—No, del piano Àgora, no. Io parlo del piano d’azione dei Mossos, d’accordo con le istruzioni della Procura. Quando il Sig. Trapero trasmette questo al Sig. Forn, saprebbe dire se il Sig. Forn rispondeva a questi messaggi?
—No.
—Non lo sa o non li rispondeva?
—No, no, no. No. Non lo so, non lo so. Non lo so, non lo so. Non li rispondeva, dunque credo che non li rispondeva
—Scusi?
—Non lo so.

 

Joaquim Forn, seduto dietro a Judit Gené, non riesce a crederci. Quest’uomo, che controllava tutte le comunicazioni, che dopo erano raccolte in attestati della polizia che sono serviti per mandare in galera agli accusati per mezzo migliaio di giorni, e che ha saputo recitarli con tutti i dettagli quando interrogava il pubblico ministero, ora non ricorda nulla. Non sa nulla. Vede che lo hanno colto mentre mentiva, si innervosisce ed è incapace di dire la verità, perché la verità assolve a Joaquim Forn. Lo assolve perché se Forn non rispondeva ai messaggi di Trapero, se non dava istruzioni, significa che non utilizzava i Mossos contro le istruzioni della procura o del giudice. Prosegue così:

—Rispondeva o non rispondeva, ai messaggi?
—Non lo so.
—Se voi non raccogliete risposte significa che non rispondeva?
—E che, per esempio, di questo messaggio non mi ricordo. Ma si che ricordo che rispose a …
—Le chiedo: Quando il Sig. Trapero trasmetteva le istruzioni della procura e il piano d’azione per il primo di ottobre, il Sig. Forn rispose a questi messaggi dando indicazioni al Sig. Trapero? Sí o no?
—a questi, no. Ma su altri si che dava istruzioni.
—Su quali?
—Il messaggiio del 30 sul piano Àgora, sì che dà delle indicazioni.
Ma il 30 di quando?
—Il 30 di… settembre, credo.

Forn fa segno di no. Perché è una menzogna. Gené:

—Sul piano Àgora il 30 di settembre?
—Sì.
—Sì?
—Se non è il 30 sarà un altro giorno. Ma c’è una risposta. Sicuro, sicuro…
—Di cosa è sicuro? Che era il 30 di settembre se il piano Àgora fu applicato il primo di settembre?
—No, no… Il piano Àgora fu applicato il primo di settembre? No… il piano Àgora?
—Il piano Àgora, sí. Non il piano d’azione dei Mossos per il 1 di ottobre.
—Ci sono tre piani diversi, eh?
—No, per il 1 di ottobre ce n’è uno solo.
—Del 1 di ottobre ce n’era uno. Di questo piano dei Mossos che si consegna alla procura sul dispositivo del 1 di ottobre, e che Trapero trasmette a Forn, lei trovò una risposta del Sig. Forn?
—Non abbiamo individuato alcuna risposta.

 

Finalmente! La trascrizione di questo dialogo kafkiano tenta di trasmettere la sensazione di impotenza che c’è in questo processo tra la maggioranza delle difese. Perché queste testimonianze poliziesche mentono impunemente. E soltanto con interrogazioni estenuanti ed esasperanti come questo, che spesso sono interrotti dal presidente Marchena, possono essere messi in evidenza. Ma non con prove documentarie né rapporti né attestati né video. Marchena dice che i documenti sono già stati incorporati al processo e che il tribunale ne terrà conto al momento di confrontare queste testimonianze. Ma, intanto, la menzogna, la tergiversazione, l’esagerazione rimangono. Restano là, incrostate nel velluto dei banchi della sala e riprodotte e moltiplicate acriticamente dai principali media spagnoli. Ci sono decine e decine di agenti che ripetono lo stesso racconto, che fa ridere ed è grottesco, ma che porta a dire nei giornali portavoce del potere giudiziario che, con tutte queste testimonianze, i prigionieri non hanno possibilità di farla franca.

L’inerzia dell’accumulo

Ora il dibattito o, piuttosto, lo scopo del gioco di dadi tra magistrati è di decidere se la condanna dovrà essere per cospirazione per la ribellione o per sedizione, aggiungendo la malversazione. La ribellione, in vista ci quanto vediamo, ai magistrati sembra esagerata. Ma… questa cosa dell’arma ribelle degli sguardi d’odio e digli insulti o dei lanci di ombrelli…. Oggi abbiamo aggiunto la testimonianza di una ventina di antisommossa che attaccarono i seggi elettorali di Barcelona e di Hospitalet de Llobregat. Alcuni risultarono feriti perché andarono a ferire, e hanno presentato davanti al Tribunale Supremo le ferite come prova della violenza ribelle. Uno di questi, il 88.248, ha una cicatrice per un graffio con la punta di un ombrello, ma ricorda: ‘La ferita che mi fa male è quella dell’orgoglio per l’odio di tanta gente.’ Un altro, il 120.381, ebbe una fessura in un dito della mano, a causa ‘di aver lottato per mandare via la gente’. Il 92.552 si ‘fratturò il tendine estensore del quinto dito della mano sinistra’, per aver picchiato i votanti. E il 106.424 si tagliò nell’avambraccio con un vetro perché si tratta dell’individuo che, con un ariete, sfondò la porta di vetro dell’Istituto IES Joan Fuster di Barcelona per potervi entrare.[3]

A cosa serve constatare questo? Perché il tribunale che preside Manuel Marchena ha accettato tante testimonianze che dicono le stesse cose, o che non sanno cosa dire, o che spiegano cose che sono assolutamente normali in una manifestazione o in una protesta? Da una parte, per sfinire gli avvocati, come spiegano alcuni nei corridoi del Tribunale Supremo. D’altra parte, perché questo accumulo possa aiutare a sostenere il castigo. Per quanto il racconto sia falso.

E tutto deciso? Domani e dopodomani passeranno ancora una quarantina lunga di agenti antisommossa che ripeteranno la stessa cosa. La prova testimoniale dell’accusa sta arrivando alla fine, e con questo il Tribunale dovrà costruire la condanna. Fondamentalmente con questo. Dicevamo che nella Madrid del potere già scommettono: il Supremo filtra a El Confidencial che la procura manterrà nella relazione delle conclusioni definitiva l’accusa di ribellione, perché ‘i testimoni ascoltati finora accreditano completamente l’accusa’. A El Mundo avvertono che questo ‘accumulo testificale possiede un’inerzia difficile da sviare’. Che ‘la fotografia, nel processo di sviluppo, diventa nitida: masse umane, barriere, gente in piedi, seduta e sdraiata, con le braccia intrecciate per impedire il passaggio degli agenti o dei veicoli, che bloccarono e chiusero porte, costruirono barricate, occultando quello che dovevano portare via gli agenti (urne)…’. Sembra incredibile, ma così la vedono loro. E non si intravede alcuna possibilità di farglielo vedere in un altro modo.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/aixi-ho-han-anat-cuinant-al-suprem-cap-a-una-condemna-amb-mentides-impunes/

 

[1] La “causa generale” o processo generale fu istituito con il decreto del 26 aprile 1940, ratificato il 19 giugno 1943 e “attribuiva al Ministero Fiscal (equivalente alla Procura della Repubblica), sotto il Ministero della Giustizia, il compito onorevole e delicato di fissare, mediante un processo fedele e veritiero, per la conoscenza dei poteri pubblici e nell’interesse della storia, il significato, la portata e le manifestazioni più rilevanti dell’attività criminale delle forze sovversive che nel 1936 attentarono apertamente contro l’esistenza e i valori essenziali della Patria, salvata in extremis e provvidenzialmente, dal Movimento Liberatore (franchista)”.
La Causa Generale era una procedura istruita dalla Procura della Corte Suprema del governo franchista. Un grande processo sommario con l’obiettivo di depurare responsabilità politiche per le azioni di persone e istituzioni repubblicane durante la guerra, alla ricerca di atti criminali commessi durante la “dominazione rossa”. La giustizia militare è stata estesa a tutti i popoli dello stato. Durante i primi mesi furono istruiti migliaia di processi sommari con migliaia di persone imprigionate e a migliaia giustiziate.

Le informazioni registrate dalla Causa Generale, la cui compilazione è durata praticamente fino agli anni ’60, portarono all’apertura di numerosi procedimenti giudiziari contro coloro che erano considerati responsabili dei fatti indagati, fino alla promulgazione da parte del governo di Francisco Franco nel 1969 del decreto legge 10/1969, con il quale tutti i reati commessi prima del 1 aprile 1939,6 (cioè la fine della guerra civile) prescrivevano. Questo decreto legge fu emesso, quindi, trent’anni dopo la fine della guerra

[2] Il giornale spagnolo Público ha rivelato che il tenente colonnello Daniel Baena ha avuto un’identità segreta inconfessabile su Twitter e ha commesso l’errore di ammetterlo per telefono al giornalista Carlos Enrique Bayo (è diffusa la registrazione audio), tentando quasi subito di tirarsi indietro quando si è reso conto che era incompatibile con l’equanimità richiesta dalla legge a chi dirige un’istruzione di polizia. Tácito è un utente anonimo di Twitter di chiara ideologia di estrema destra e molto belligerante e aggressivo contro l’indipendentismo.

[3]N.d.t. Quanta violenza contro gente inerme raccontano queste ferite!

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