Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 2

 

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Osservatorio settimanale

23/02/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 2

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Sette veicoli della Guardia Civil danneggiati, alcuni più seriamente di altri, in una concentrazione pacifica di 50.000 persone il 20 settembre 2017, davanti al dipartimento di Economia a Barcellona, dove era entrata la polizia spagnola per perquisire i locali della Generalitat: questa l’unica prova contestata dall’accusa dello Stato a Jordi Sánchez, allora presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, in galera da 500 giorni, accusato di ribellione con una richiesta di pena di 17 anni di carcere.

Il leader indipendentista, interrogato giovedì scorso dal pubblico ministero, si è dichiarato fin dall’inizio prigioniero politico. Contestando la narrazione fatta dalla Procura dello Stato, ha proposto un racconto del tutto diverso dove i fatti sono quelli osservati dall’opinione pubblica e dalla stampa di tutto il mondo.

«Quella manifestazione di protesta era per difendere le istituzioni catalane, un proclama non solo della ANC, ma di tantissime istituzioni ed entità sociali – ha precisato –. L’azione giudiziaria deve essere rispettata, ma si può contestare». Sánchez ha quindi spiegato a cosa serve un servizio d’ordine in una manifestazione, che è dovere degli organizzatori collaborare con le forze di sicurezza perché tutto si svolga nel migliore dei modi e che fu perciò che venne garantito un corridoio libero di manifestanti davanti all’edificio. Ha aggiunto che il danno arrecato da sconosciuti ad alcuni veicoli «non può essere una scusa per criminalizzare una mobilitazione civica», che in nessun modo la concentrazione «stava rendendo difficile l’azione giudiziaria» all’interno del dipartimento e che «non ci fu nessun tentativo di assedio permanente, né rischio per l’integrità fisica delle persone o dell’edificio».

Il pubblico ministero, infatti, fonda la sua accusa agli imputati per ribellione – e in particolare ai due “Jordis”, che furono i leader dell’associazionismo indipendentista in quell’autunno – sull’esistenza di una violenza derivante dalla minaccia di masse popolari istigate a impedire l’esercizio del mandato giudiziario e a sovvertire l’ordine costituzionale.

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Prima di Sánchez erano stati interrogati altri sette imputati e imputate, rifiutandosi tutti di rispondere alle domande dell’accusa popolare rappresentata dal partito di estrema destra Vox, «per rispetto nei confronti delle donne spagnole», spiegava Dolors Bassa, ex-consigliera del Lavoro e Affari Sociali, in carcere dal marzo 2018, accusata di ribellione e malversazione, con la richiesta di 16 anni di prigione.

Tutti hanno ribadito il carattere pacifico e non violento del movimento indipendentista, considerando la mobilitazione popolare come espressione dei diritti fondamentali di riunione e protesta. Josep Rull, ex-consigliere del Territorio e Ambiente, in carcere dal marzo 2018, accusato di ribellione e malversazione, per cui pure sono richiesti 16 anni di reclusione, ha spiegato come nella loro azione di governo sempre avessero ricercato l’equilibrio tra «l’imperio della legge e il principio democratico».

«I cittadini catalani – ha esordito Jordi Turull, ex-consigliere della Presidenza, anch’egli messo in prigione il 23 marzo 2018, nel mezzo della sessione d’investitura parlamentare in cui era candidato a presidente della Generalitat, accusato di ribellione e malversazione con una richiesta di 16 anni di carcere – non sono pecore, non sono militarizzati, agiscono con criterio. La società catalana è matura e decide liberamente, l’80% vuole votare e questo è un tema di consenso, con grande trasversalità».

«Non c’è nessun fatto che corrobori l’affermazione di una resistenza attiva» della gente in fila a votare il 1 ottobre, ha ribadito Raül Romeva, ex-consigliere degli Esteri, – in carcere dal marzo 2018, accusato di ribellione e malversazione, per 16 anni di pena richiesta, – che, dichiarandosi prigioniero politico, ha scelto di rispondere alle sole domande della difesa. «Abbiamo sempre fatto appello al pacifismo, al dialogo, alla responsabilità». «Il diritto di autodeterminazione – ha spiegato – evolve nel tempo e ha incorporato altre ragioni oltre a quelle originarie». In ogni caso, il 1 ottobre «non ci fu un illecito penale», perché la convocazione illegale di referendum è stata esclusa dal codice penale nel 2005.

Interrogati anche gli ex-consiglieri Meritxell Borràs (Affari di Governo), Santi Vila (Imprenditoria) e Carles Mundó (Giustizia), accusati di disobbedienza e malversazione di fondi pubblici, in libertà condizionata, per i quali la Procura dello Stato chiede 7 anni di reclusione. Mundó, in riferimento all’accusa di avere utilizzato denaro pubblico per la celebrazione del referendum del 1 ottobre, ha chiarito che «il Governo non è un organo con bilancio, essendo questo in capo ai singoli dipartimenti», che realizzare una procedura del genere «richiede almeno 20 funzionari e 45 giorni di tempo» e che comunque «c’erano i controlli imposti dal ministero delle Finanze». Per cui l’utilizzo indebito di fondi pubblici «non era difficile, ma impossibile».

https://volerelaluna.it/catalunya/2019/02/23/osservatorio-settimanale-11/

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