Il processo ai politici catalani

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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

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Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.

A cosa si deve questo comportamento senza precedenti del giudice spagnolo? Fin troppo spesso nelle succinte cronache giornalistiche (per non citare gli accalorati dibattiti sui social network) si fa riferimento genericamente e superficialmente a concetti quali:

  • indire un referendum illegale;
  • violazione della costituzione;
  • approvazione di leggi non costituzionali;
  • dichiarazione d’indipendenza.

Vediamo di esaminare uno ad uno tutti questi argomenti

Hanno indetto un referendum illegale

Secondo la costituzione spagnola, un referendum può essere convocato e autorizzato solo dal Presidente del Governo. Nel caso dell’uno d’ottobre si tratta di un referendum non autorizzato, quindi con risultato nullo e senza effetti giuridici, di nessuna rilevanza penale. Infatti, la legge 2/2005 ha cancellato gli articoli del Codice Penale che castigavano l’ indire, l’organizzare, il promuovere o il partecipare in referendum o consultazioni popolari senza autorizzazione.

Nelle motivazioni della legge si dice infatti che gli articoli aboliti “si riferiscono a comportamenti che non hanno un’entità sufficiente da meritare rilevanza penale, e ancor meno se la pena che viene contemplata è la prigione”.

Hanno violato la costituzione spagnola

Non rispettare la costituzione è un concetto generico, non una figura penale. Hanno rilevanza penale e sono quindi punibili solamente i comportamenti descritti e sanzionati nel codice penale.

Hanno approvato leggi incostituzionali

Approvare leggi è prerogativa del Parlamento, e, come in Italia, eventuali questioni d’incostituzionalità o conflitti di competenza fra una autorità regionale e quella statale si dirimono davanti alla Corte Costituzionale. La legge approvata dal parlamento catalano che indiceva e regolava il referendum e la legge che regolava la fase transitoria fino all’approvazione della costituzione della repubblica catalana, sono state entrambe oggetto di ricorso d’incostituzionalità da parte del governo centrale e dichiarate nulle dalla Corte Costituzionale.

Anche il governo ed il parlamento spagnoli hanno approvato leggi poi risultate incostituzionali (recentemente la amnistia fiscale del precedente ministro delle finanze è stata dichiarata incostituzionale) ma non per questo il consiglio dei ministri è in prigione preventiva.

Hanno dichiarato l’indipendenza della Catalogna

La riforma del Codice Penale del 1995 ha eliminato l’articolo che prevedeva pene detentive per chi “dichiarasse l’indipendenza di una parte del territorio nazionale” tout-court, senza il concorso di nessun altro requisito. Stando alla nuova formulazione del Codice Penale dichiarare l’indipendenza si considera un reato solamente con il concorso di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria.

Allora quali sono i reati loro contestati? I due reati principali contestati dalla Procura Generale sono la ribellione e la sedizione. Secondo l’art 427 del Codice Penale spagnolo vigente “Coloro che si alzano violentemente e pubblicamente [..] sono colpevoli del crimine di ribellione”. L’art. 544 definisce la sedizione come una rivolta pubblica e violenta volta a rovesciare il potere costituito punibile con una condanna alla pena detentiva fino ai 15 anni se a commetterla è un pubblico ufficiale.

In entrambi i reati deve concorrere la presenza di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria, mentre è a tutti pubblico e notorio che non vi fu alcuna sommossa violenta diretta al sovvertimento dello stato. È proprio per l’assenza del requisito della “violenza” che il tribunale tedesco in primavera negò la consegna al giudice spagnolo per questi stessi reati del deposto presidente catalano Carles Puigdemont raggiunto in Germania dal mandato d’arresto internazionale.

Queste gravi incongruenze giuridiche e procedimentali sono state fin da subito evidenziate da centinaia di cattedratici di diritto penale e costituzionale, attraverso una dichiarazione che censura radicalmente l’operato della Procura Generale e del Tribunale Supremo, considerando infondate le accuse che comportano le pene di detenzione.

Nel manifesto essi affermano che:

  • il Tribunale Supremo non è competente e dovrebbe rimettere la causa al giudice naturale;
  • i reati di ribellione e/o sedizione sono infondati in quanto non sussistono prove dell’uso della violenza pubblica e tumultuaria richiesta dalla tipologia penale;
  • la prigione preventiva incondizionata viene considerata “seriamente sproporzionata e priva di giustificazione sufficiente, al di là di manifestazioni astratte”.

Queste “anomalie” sono le più macroscopiche e non c’è qui spazio per trattare di molte altre che hanno caratterizzato l’intero operato del Tribunale Supremo spagnolo da oltre un anno a questa parte. Per esempio, la violazione dei diritti politici di quei politici catalani che vennero nuovamente eletti nelle elezioni del 21 dicembre 2017 e che sono stati privati del loro diritto di rappresentazione e dell’immunità parlamentare.

Per questo ed altro ancora avremmo bisogno di un altro capitolo, ma risulta evidente che il caso 20907/2017 nasce davvero già inficiato da molte “anomalie” niente affatto rassicuranti ora che si entra nella fase dibattimentale e che richiedono l’attenzione e la vigilanza di tutti i democratici europei.

http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2019/01/il-processo-ai-politici-catalani-il-caso-speciale-20907-2017/

 

Il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Loretta Napoleoni    6 gennaio 2019

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Spagna, il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ed è vero. È anche vero che accettare un passato buio richiede una maturità e magnanimità che pochi posseggono. È molto più facile cadere vittima di sentimenti poco onorabili, come il desiderio di vendetta, o riscrivere la storia cancellando simboli e monumenti che ce la fanno ricordare. Rientra in questo contesto la polemica statunitense sull’abbattimento delle statue dei personaggi della guerra di secessione che erano schiavisti, come se bastasse rimuoverle per cancellare la memoria dello schiavismo e delle atrocità commesse durante quel conflitto.

La distanza storica non aiuta, anzi, spesso come nel caso della Spagna, più la democrazia avanza e più diventa difficile gestire i ricordi della guerra civile (1936-39) e del franchismo. Ce lo conferma la polemica sulla riesumazione dei resti di Francisco Franco, sepolto il 23 novembre del 1975 nella Valle dei Caduti, ultima puntata della disputa sui desaparecido spagnoli che va avanti da decenni. Ma andiamo per gradi.

 

 

La Valle dei Caduti è un monumento-mausoleo che Franco fece costruire alla periferia di Madrid, vicino alla Sierra de Guadarrama, per ospitare le vittime della guerra civile, sia quelle repubblicane che quelle franchiste. Naturalmente per manodopera vennero utilizzati ex combattenti repubblicani presi prigionieri dalle truppe di Franco, costoro furono letteralmente schiavizzati. Basterebbe questo a renderlo un simbolo “scomodo” della storia spagnola. In effetti l’idea di trasformarlo in qualcosa che onori le vittime, tutte e indistintamente, vuole proprio spogliarlo di questa onta e vuole recidere il legame con il franchismo, la rimozione della la tomba del dittatore fa parte proprio di questa trasformazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe più semplice costruire un nuovo monumento ma questo scatenerebbe ancora più polemiche, la Valle dei Caduti è un luogo associato con il trauma della guerra civile e del franchismo per diverse generazioni di spagnoli e poi il governo spagnolo ha già speso grosse somme nella sua manutenzione, circa 12 milioni di euro, sarebbe sciocco adesso abbandonarla. Per chi non conosce bene la storia della Spagna tutta la questione della riesumazione delle vittime della guerra civile e del franchismo può apparire poco comprensibile. Pochi sanno che dopo la Cambogia, la Spagna è il Paese con il più alto numero di persone scomparse, letteralmente inghiottite nelle fosse comuni. Le statistiche parlano di 200 mila caduti secondo l’Associazione per la memoria storica, che si occupa di rintracciare le vittime, di cui di circa 140 mila non si sa nulla. Nella Valle dei Caduti sono seppelliti soltanto tra i 30 ed i 50 mila morti. Non c’è famiglia estesa che non sia direttamente o indirettamente relazionata a qualcuno morto in quel conflitto e molti desiderano sapere cosa è successo e dove sono sepolte le ossa dei propri cari. Il desiderio di riesumarli e salutarli con un funerale religioso o una cerimonia laica fa parte del processo di chiusura di un capitolo personale e storico dolorosissimo. È un desiderio umano e legittimo.

Molti sono convinti che fu uno degli errori della giovane democrazia spagnola non affrontare il capitolo dei desaparecido e delle vittime immediatamente dopo la morte di Franco. Fino agli anni Novanta non si fece praticamente nulla, poi nacquero associazioni di parenti dedicate alla ricerca dei propri cari. Il silenzio della democrazia ha anche facilitato la manipolazione politica della mancata “chiusura storica” delle atrocità commesse durante la guerra civile e il franchismo. Tra le tante dolorose storie a riguardo c’è la riesumazione dei resti di Garcia Lorca, il poeta spagnolo vittima del franchismo il cui corpo non venne mai ritrovato. Dopo una battaglia legale iniziata da Baldasar Garzon nella quale la famiglia Lorca prima pose il veto alla riesumazione e poi cambiò idea e, dopo aver speso 70 mila euro e scavato due volte, i resti di Garcia Lorca non vennero mai ritrovati. A guadagnarci furono i media che pomparono la disputa puntando sull’alto profilo del poeta.

Il fiasco clamoroso della riesumazione di Garcia Lorca conferma quanto sostengono diversi esperti: è impossibile restituire alle famiglie i corpi dei caduti, non solo perché i costi sarebbero astronomici ma soprattutto a causa della geografia del conflitto che praticamente copre quasi tutta la penisola Iberica. Le fosse comuni sono disseminate un po’ dovunque, la gente veniva giustiziata o uccisa e seppellita sul posto, riesumare tutti i 140mila corpi, ricomporli, riconoscerli e consegnarli ai familiari e’ un sogno irrealizzabile. Ci vuole una soluzione politica, dunque, che è quello che il governo Zapatero cercò di fare nel 2006 con la Legge della memoria storica e quello che l’attuale governo vuole portare a compimento con la riesumazione dei resti di Franco. Ma ancora una volta il passato è diventato uno strumento di propaganda per l’opposizione, la destra spagnola tradizionale ancora fedele alla memoria del dittatore e quella più recente, inclusi i partiti populisti. Improvvisamente sempre meno forze politiche appoggiano la rimozione della salma. Era prevedibile, il processo di chiusura con una passato tanto violento non e’ mai facile e soprattutto mai rapido.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/06/spagna-il-fantasma-di-franco-perseguita-ancora-madrid/4876298/

 

Oriol Junqueras : “Rinchiuso in cella non rinuncio alla Catalogna libera”

Francesco Olivo

INVIATO A BARCELLONA | 06 Gennaio 2019

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Il regista del referendum per l’indipendenza parla

alla vigilia del processo: «Il tribunale spagnolo mi

condannerà sicuramente. In aula parlerò appellandomi ai valori europei»

 

COLLOQUIO

Per parlare con l’uomo che ha in mano le sorti del movimento

indipendentista bisogna farsi aprire una decina di cancelli blindati,

consegnare telefono e computer ed entrare nella sala colloqui di un

carcere.

Il sogno della repubblica catalana è finito, almeno per ora, dentro le

mura altissime e vigilate del centro penitenziario di Lledoners, sulle

colline alle spalle di Barcellona, nella comarca del Bages. Impossibile

perdersi: il cammino che conduce alle porte della prigione è segnato, per

molti chilometri, da migliaia di lacci gialli disegnati sull’asfalto, il

simbolo del sostegno ai «prigionieri politici», segno di una

mobilitazione che coinvolge tutta la regione che sogna di diventare

nazione.

La cella numero 64

Oriol Junqueras spunta al termine di un lungo percorso, dopo un tunnel

con le finestre oscurate, un cortile deserto dal quale si intravede in

lontananza una bandiera indipendentista. L’ex vice di Puigdemont è

uscito dalla sua cella, la numero 64, ed è seduto in una cabina adibita ai

colloqui. Quando scopre che ci sono visite, sorride e appoggia la mano al

vetro che separa i carcerati dal resto del mondo, un gesto al quale, suo

malgrado, sembra essersi abituato. Le sorti della politica spagnola, per

paradossale che possa sembrare, passano da questo signore, che in

maniche di camicia divide lo spazio con altri 750 detenuti. Le condizioni

estreme alla quali deve far fronte non lo hanno cambiato, il leader

repubblicano scandisce il suo pensiero, ripetendo tre parole quasi

ossessivamente: «Dialogo»; «Rispetto»; «Federalismo europeo». Chi si

aspetta, però, qualche passo indietro, o almeno un’autocritica sul

naufragio del tentativo repubblicano, resterà deluso. Troppo vicino il

processo per ammettere ripensamenti.

 

Junqueras è in prigione preventiva dal 2 novembre del 2017, oltre 8

mesi trascorsi nel carcere di Extremera, vicino a Madrid e altri 7 nella

propria terra, grazie a un trasferimento deciso dal governo socialista la

scorsa estate, aprendo una stagione di dialogo, finora senza molti

risultati. Per il detenuto Junqueras e per gli altri 8 leader catalani in

carcere sono ore frenetiche. Fra poche settimane comincerà, infatti, il

processo che li vede imputati, a diverso titolo, di reati come la ribellione

violenta, sedizione e malversazione di denaro pubblico, per aver

organizzato il referendum sull’indipendenza della Catalogna il 1° ottobre

del 2017, una sorta di colpo di Stato, secondo la tesi della procura

generale spagnola, che ha chiesto una pena di 25 anni per Junqueras. «In

fondo sono contento – dice, parlando con una cornetta – mi hanno

ridotto al silenzio con la forza, chiudendomi dietro a queste sbarre, e ora

finalmente avrò l’opportunità di spiegare agli spagnoli e agli europei,

che non abbiamo commesso nessun reato, che organizzare un

referendum non è punito dal codice penale. Chi ha ragione, non vede

l’ora di parlare. Ci difenderemo politicamente, ma giuridicamente in

nome dei valori europei». Eppure Junqueras non si fa illusioni sulla

possibilità di una sentenza positiva: «Finora niente è stato giusto, tanto

che i tribunali di mezza Europa hanno riconosciuto che non è esistita la

violenza in Catalogna». L’Europa è l’orizzonte ideale e anche giuridico

che torna nella sua strategia: «I prossimi anni della mia vita non saranno

facili, ma il mio scopo resta una Catalogna indipendente in un’Europa

federale, con istituzioni più forti». L’Ue, però, significa anche il

tribunale di Strasburgo, che, nella speranza dei «presos politicos»,

dimostrerà la loro innocenza.

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Junqueras ci tiene a non mostrare cedimenti e fisicamente appare in

forma: «Il mio animo è forte, la prigione è la prova di quanto siamo stati

coerenti». La sua vera preoccupazione è la famiglia, costretta a trasferte

continue per le visite, che diventeranno viaggi molto più lunghi, quando

tra qualche giorno i detenuti verranno trasferiti a Madrid per l’inizio del

processo. Oriol ha scritto una serie di racconti per i suoi bambini di 6 e 3

anni, alcuni ambientati a Roma, «non li posso mettere a letto e cerco

così di essere presente», dice nell’unico momento di commozione.

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Il presidente di Esquerra Republicana, nella sua condizione, può leggere

i giornali e ha accesso a radio e tv, riceve poi visite frequenti dai membri

del governo catalano. Sa quindi perfettamente che l’estrema destra ha

l’ambizione di vincere le Europee (alle quali lui si presenta come

capolista): «Mi spaventa questa ascesa e vedere che si lascino affogare le

persone in mare, mi spinge a proseguire la battaglia europeista».

Il fenomeno ora riguarda anche la Spagna, con Vox che sta guadagnando

posizioni, anche grazie a un discorso molto aggressivo contro gli

indipendentisti. Alcuni sondaggi indicano una possibile maggioranza di

un’alleanza (non così ipotetica) di conservatori e ultra nazionalisti.

Junqueras, in qualche modo, sente la pressione di tutti quelli che gli

ricordano che un argine a questo scenario (catastrofico in ottica

indipendentista) può metterlo lui stesso.

 

Frenare l’estrema destra

I voti di Esquerra, infatti, sono decisivi nel parlamento spagnolo per

approvare la Manovra dando ossigeno e slancio al governo socialista che

ha optato per il dialogo in Catalogna. Per ora gli indipendentisti sono

orientati a votare no, «almeno che Sánchez faccia qualche proposta.

Apprezzo gli sforzi ed è ovvio che preferisco lui a un governo diverso».

Alcuni secessionisti mettono così la questione: appoggio alla

Finanziaria, solo se si liberano i «prigionieri politici». Junqueras rifiuta

l’automatismo, però aspetta qualche offerta. Non può non sapere,

inoltre, che una parte dell’indipendentismo accusa il suo partito di voler

frenare eccessivamente: «Nessuno ha più fretta di me, si capisce, no?

Però io devo fare in modo che, quello che voglio per la mia gente, si

possa effettivamente realizzare». Una chiamata al realismo che lo

distanzia, non solo fisicamente, da Puigdemont, il quale dal suo esilio

belga insiste per nuove accelerazioni, «ma nel fondo siamo d’accordo,

vogliamo un referendum accordato con lo Stato spagnolo». Dopo un’ora

di colloquio, un agente penitenziario fa un cenno. È ora di tornare in

cella. La mano torna ad appoggiarsi sul vetro, con un messaggio finale:

«È dura, certo, ma ne vale la pena».

https://www.lastampa.it/2019/01/06/esteri/oriol-junqueras-rinchiuso-in-cella-non-rinuncio-alla-catalogna-libera-Z7dVvSswx0JhRGzXojjBjP/premium.html

Catalogna, il termometro dell’indipendentismo

Affarinternazionali   29 Dic 2018 – Elena Marisol Brandolini

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Succede a volte in politica che gli avvenimenti che si susseguono a distanza di poche ore l’uno dall’altro contengano il significato di tutta una fase, prefigurando il tempo successivo. E’ quanto è accaduto in Spagna e in Catalogna nella settimana precedente il Natale, con l’udienza preliminare del processo agli indipendentisti e il primo anniversario delle elezioni catalane convocate da Mariano Rajoy. Due giorni che racchiudono l’ultimo anno: l’autunno catalano 2017 nel segno dell’indipendentismo, la cacciata dal governo di Mariano Rajoy e il nuovo esecutivo di Pedro Sánchez, le elezioni andaluse con l’exploit dell’estrema destra, l’anormalità della situazione in Catalogna con la leadership indipendentista in carcere o in esilio.

Primi passi della macro causa contro l’indipendentismo
Martedì 18 dicembre, a Madrid, presso il Tribunal Supremo (TS), si sono incontrati per la prima volta accusa e difesa davanti al tribunale che giudicherà la leadership del procés nella macro-causa contro l’indipendentismo. L’udienza preliminare ha definitivamente concluso la fase previa del procedimento giudiziario, con la conferma da parte della Procura Generale del teorema secondo cui, nell’autunno dello scorso anno, ci fu un’insurrezione violenta dell’indipendentismo tesa a sovvertire l’ordine costituzionale, da inscriversi perciò nel delitto di ribellione.

E per quanto questa udienza fosse convocata per discutere sulla  competenza del TS nel processo, contestata dalla difesa perché in contraddizione con il diritto al giudice naturale per legge, è parso di assistere a una sorta di preludio di quello che sarà il dibattimento vero e proprio che inizierà nelle prossime settimane. Tre giorni dopo quell’avvenimento, il 21 dicembre, ricorreva l’anniversario delle elezioni catalane convocate un anno prima da Rajoy, in virtù del commissariamento della Generalitat applicato con l’articolo 155 della Costituzione e vinte dallo schieramento indipendentista.

L’evoluzione dell’atteggiamento verso Sánchez
L’annuncio del governo spagnolo, alla fine di agosto, che avrebbe celebrato una propria riunione a Barcellona entro la fine dell’anno, voleva rientrare nella strategia di distensione che Sánchez aveva offerto alle istituzioni catalane  per ottenere il voto dei partiti indipendentisti alla sua mozione di sfiducia a Rajoy. E così fu letta in principio in Catalogna, fino a che tutto cominciò a cambiare quando, all’inizio di novembre, la Procura Generale, dipendente in linea gerarchica dall’esecutivo, emise la propria petizione di condanna per i 18 leader indipendentisti per un totale di 177 anni di carcere, imputandone nove per un delitto di ribellione, con pene pro-capite oscillanti tra i 25 e i 16 anni.

Quello fu un duro colpo per la fiducia dell’indipendentismo sulle sorti del dialogo con il governo spagnolo. Lo scetticismo tra le file catalane aumentò ancora di più quando, in seguito all’esito delle elezioni andaluse e all’exploit dell’estrema destra, basato per gran parte sull’avversità all’indipendentismo catalano, il discorso di Sánchez cambiò di tono rispetto ai giorni dell’investitura.

Nel dibattito monografico sulla Catalogna celebrato nel Congresso dei Deputati il 12 dicembre, Sánchez, stretto tra la destra spagnola ringalluzzita dai risultati andalusi e l’ala moderata del suo partito preoccupata per la perdita dell’ultimo granaio di voti, pronunciava parole dure nei confronti dei partiti indipendentisti. Cominciò così a crescere in Catalogna l’avversione per l’arrivo del governo spagnolo vissuto come una provocazione, tanto più perché coincidente con l’anniversario delle elezioni.

La vigilia e la giornata del 21 dicembre
Le ore precedenti il 21 dicembre sono di attesa, per sapere se ci sarà o meno l’incontro tra i presidenti dei governi spagnolo e catalano; di timore, per ciò che potrà succedere in piazza, con la destra a preconizzare sangue e guerre civili; di gesti, con l’approvazione dell’obiettivo di deficit della finanziaria 2019 grazie al voto dei partiti indipendentisti.

Nella maggioranza che sostenne la mozione di Sánchez contro Rajoy al principio di giugno, sembra ora prevalere la preoccupazione del precipitare del quadro politico spagnolo senza controllo, in piena auge dell’estrema destra che i sondaggi danno con il vento in poppa e con la destra parlamentare intenta a scatenare gli istinti più reazionari dell’elettorato. E Sánchez, che a gennaio porterà al Congresso la finanziaria concordata con Podemos, comincia a crederne possibile l’approvazione con il concorso degli indipendentisti catalani.

E alla fine arriva il 21 dicembre. Preceduto il giorno prima dall’incontro tra i presidenti dei governi spagnolo e catalano Sánchez e Quim Torra nel Palau de Pedralbes di Barcellona, al termine del quale un comunicato congiunto propone alcune formulazioni sufficientemente ambigue perché ci si possano ritrovare tutti, mentre parla dell’impegno a un “dialogo effettivo” per una proposta politica “che conti con un ampio appoggio nella società catalana”.

Il giorno dopo, il governo spagnolo riunito a Barcellona presso la Llotja del Mar, approva l’aumento a 900 euro del Salario minimo interprofessionale. Poi fa una serie di gesti simbolici, decidendo, senza però concordarlo con la Generalitat, di aggiungere al nome dell’aeroporto di Barcelona-El Prat quello del president Josep Tarradellas, in esilio dal 1954 al 1977. Quindi stila una dichiarazione istituzionale di riabilitazione politica di Lluís Companys, condannato a morte da un tribunale franchista e ucciso per fucilazione nel 1940, senza tuttavia annullarne la sentenza per cui sarebbe necessario un provvedimento di legge.

Fuori, il centro della città è invaso per tutto il giorno da manifestazioni e cortei promossi dal movimento indipendentista contro la presenza del governo spagnolo. La mobilitazione è pacifica come sempre; solo un gruppo di incappucciati crea qualche disordine, caricati a tratti dalla polizia, ma per lo più isolati dal resto dei manifestanti, o dai pompieri che si frappongono tra loro e i Mossos d’Esquadra. Alla fine non si apprezza nessuna catastrofe, nessun bagno di sangue. Solo una mobilitazione popolare per rivendicare il diritto all’autodeterminazione che nessun governo spagnolo sembra, fino a questo momento, voler riconoscere.

 

https://www.affarinternazionali.it/2018/12/spagna-catalogna-indipendentismo/

 

Chi e Cosa può limitare che un popolo possa essere tale ?

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ecosicilia  di Massimo Costa

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Secondo questi avvocati internazionalisti gli indipendentisti catalani “violano lo stato di diritto” e quindi “rischiano grosso”. Certo, lo Stato di diritto Spagnolo non può ammettere secessioni dal proprio punto di vista interno.
Neanche il diritto britannico prevedeva la secessione delle 12 colonie da cui sono nati gli Stati Uniti d’America.
Neanche il diritto francese prevedeva che un territorio metropolitano potesse secedere. Per questo l’Algeria, a differenza delle altre colonie francesi, ha avuto bisogno di una guerra per avere l’indipendenza.
E gli esempi potrebbero sprecarsi.
Ma a questo punto bisogna chiarire una cosa. Di quale diritto si parla? Esiste o no un “diritto naturale” al di sopra del “diritto positivo”? Non tutti i giuristi sono d’accordo sul tema.
Dove arriva il “principio di autodeterminazione dei popoli”?
Sono consapevole che non si possono dare risposte troppo semplici.
Ma una cosa è certa. Se la risposta è che lo Stato, in forza del proprio “monopolio della forza coercitiva” (Weber) può impedire, per il diritto positivo, a un intero popolo, che ha caratteristiche storiche di stato-nazione, di prendere per la propria strada, la risposta non potrà più essere pacifica. È una strada senza sbocco, che conduce alla violenza e alla guerra civile.

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La scommessa del governo spagnolo è che i Catalani, alla fine, non ci tengono poi così tanto all’indipendenza, fino a essere disposti a morire per la stessa. È un calcolo che molte volte si è fatto in passato, ma che ha avuto conseguenze sciagurate.
Purtroppo il diritto internazionale non consente di andare molto indietro. Nessuno a L’Aja, sarebbe disposto a sindacare la fusione del 1713 tra Catalogna e Spagna. Prima d’allora teoricamente la Catalogna era un insieme di contee federate, la cui titolarità era casualmente dello stesso re di Castiglia. E, sempre su piano teorico, queste contee facevano parte del Regno di Francia e nemmeno del Regno di Aragona, da cui si erano distaccate a poco a poco e di fatto dai tempi di Carlo Magno. Ma non si va mai così indietro, altrimenti nulla sarebbe legittimo dell’attuale ordinamento. Dopo secoli, purtroppo, il fatto vale diritto. È come se esistesse una sorta di prescrizione del diritto alla sovranità dei popoli per mancato esercizio.
Quindi la parola passerà alle armi? Speriamo di no. Ma, a questo punto, l’alternativa è la totale dissoluzione della Nazione Catalana dentro la Spagna. L’alternativa pare essere la morte e distruzione della Catalogna. O la violenza. Brutto bivio. Nel quale però non si sono cacciati gli indipendentisti, ma anche l’ottuso centralismo della monarchia borbonica iberica.
La mia conclusione è che non può essere impedito a un Popolo che ha avuto secoli di stato proprio di esprimersi per mezzo di un libero referendum. Vietarlo significa essere un regime. E la Spagna oggi è quindi un regime.

 

 

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