Tre conseguenze del “postprocés”

“Mi piace essere provocatorio: considero che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi immaginate, bensì la Spagna Repubblicana che è sopravvissuta all’olocausto spagnolo”

Autore: Xavier Díez        VilaWeb   26.01.2019

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Non rivelerò alcun segreto se riconosco vi sia della confusione quando si tratta di definire il momento che stiamo attraversando. Se volete un concetto che ci aiuti a posizionarci, propongo quello del limbo, questo spazio indefinito, un po’ sala d’attesa, tra il postprocés e la Repubblica dichiarata e ancora non effettiva. Se mi permettete, oserei parafrasare Antonio Gramsci per ubicarci nel pericoloso lasso temporale tra la Repubblica che non riesce a nascere e il franchismo monarchico che resiste alla sparizione: in questo intervallo è dove appaiono i mostri. Direi che, inoltre, non sono mostri metaforici, ma le vecchie conoscenze del fascismo che cerca di rivendicarsi attraverso il rancido, per quanto amato, nazionalismo spagnolo, combinato con il nuovo reazionismo che emerge in Occidente, con ideologi americani e illiberali europei.

La spinta del nostro nuovo repubblicanesimo ha radicalmente trasformato il panorama … O forse non tanto, perché si è limitato a rendere visibile ciò che viveva nell’oscurità: che vivevamo in una democrazia da paese dei balocchi, in una libertà controllata. Il repubblicanesimo catalano ha trasformato tutto, a tutti i livelli, e ci ha portato a un conflitto che molti di noi pensavano potesse accadere e che molti altri ha sorpreso, anche se intimamente consapevoli che i vecchi fantasmi e gli zombi potevano risorgere dal Valle de los Caídos in qualsiasi momento.

Molte cose accadono e tante ne sono successe. Tuttavia, mi concentrerò su tre idee, tre conseguenze che, dal mio punto di vista da storico, credo siano le più rilevanti nel valutare le profonde trasformazioni della psicologia collettiva: rottura emotiva, riconfigurazione dell’identità e corruzione morale. Tutte e tre rappresentano fenomeni storici molto significativi che riflettono in profondità la portata del cambiamento, che fa sì che le cose non possano tornare indietro.

Il primo, forse il più evidente di tutti, mi piace chiamarlo “rottura emotiva”, anche se altri, come Francesc-Marc Álvaro, usano l’espressione “disconnessione”. Penso che la maggioranza dei cittadini di questo paese non abbia avuto problemi a identificarci con una identità duale tra la Catalogna e la Spagna. Parliamo entrambe le lingue, condividiamo riferimenti, esperienze, famiglie e amici. Era un mondo in cui, sebbene non mancassero episodi di liti e disaccordi, ci ha permesso di rimanere a nostro agio in un’identità ambigua. Tuttavia, non appena il sig. Aznar ha risuscitato un franchismo senza complessi, non appena il nazionalismo spagnolo ha riacquistato un certo essenzialismo religioso, ha iniziato a usare la pubblica opinione per attaccare la Catalogna ed i suoi elementi fondamentali – ad esempio, le campagne contro l’immersione linguistica – le cose hanno iniziato a cambiare. Vorrei rimarcare che questi elementi di anti-catalanismo erano ancora intrisi di franchismo. Per me, uno dei momenti storici fondamentali è stato quando, nel 1995, è stata scatenata la controversia sulle Carte di Salamanca e persino qualcuno come Torrente Ballester è arrivato ad affermare davanti a migliaia di persone che “le carte appartenevano a loro per diritto di conquista”. È stato allora che i legami personali ed emotivi hanno iniziato a scricchiolare. Le politiche di erosione ed erosione dell’autonomia, con un Aznar sboccato all’inizio di questo secolo, hanno influenzato i cardini dello stato spagnolo profondo per  involuzione il rapporto, non solo tra Spagna e Catalogna, ma tra la stessa Spagna pro-Franco e quella parte della Spagna che era stata inviata nei fossi di tutto il paese. Perché, e questo non va dimenticato, la Catalogna è diventata parte della reazione contro le timide e abortite politiche sulla memoria storica che hanno preteso di mettere in discussione lo status quo presente in base alle indagini sul passato.

Penso che la maggior parte della società catalana sia poco nazionalista. Io stesso sento un forte disagio, nello stile di Georges Brassens, alle grandi masse, movimenti, bandiere e inni: ora, come la stragrande maggioranza dei catalani, a prescindere dalla provenienza dei loro cognomi siamo figli e nipoti di repubblicani, dei difensori della democrazia o principi di libertà, uguaglianza o fratellanza contro il fascismo che ha imposto il terrore e la repressione dal 1939 in poi. L’anti-catalanismo, l’ostilità contro tutti noi, si è affermata man mano che risorgeva il fascismo dello stato profondo, presente per terra, mare e aria nelle profondità dei poteri reali: le forze armate, la polizia, i giudici, imprese, alti funzionari, la Chiesa e, soprattutto, i media. Mi piace essere provocatorio: ritengo che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi potete immaginare, ma la Spagna repubblicana sopravvissuta all’olocausto spagnolo. Eilà! Questo concetto non è mio, ma di uno storico e studioso ispanista prestigioso come Paul Preston. Ecco perché ci odiano così tanto e fanno rivivere il linguaggio della Crociata. Siamo il dissenso scomodo, il ricordo dell’antifascismo che è giunto alla conclusione che l’opzione più realistica è l’indipendenza.

La cosa peggiore di tutto questo è stato, ricordando Martin Luther King, non gli insulti dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Prima, e specialmente dopo il primo di ottobre, e con eccezioni contate, quella rete di amici, conoscenti, salutati, colleghi, che pensavo ci fossero vicini, sia per paura, convincimento o unanimismo, o sono stati zitti o si sono aggregati al coro di coloro che ci accusano di ogni male. Questo ha fatto un male terribile: una vera rottura personale, una brutale disconnessione. Persone vicine, che hanno lo spagnolo come lingua abituale, non guardano più i media spagnoli. Soprattutto i più giovani, che, se vogliono informarsi, scelgono i media in inglese o francese. Hanno gettato i libri di Pérez Reverté o non hanno mai più ascoltato Sabina.

Seconda questione: la riconfigurazione dell’identità. La propaganda catalonofobica (che, a proposito, usa meccanismi intellettuali identici a quelli dell’antisemitismo) ci accusa di isolarci narcisisticamente in un nazionalismo catalano autoreferenziale. Radicalmente falso! A parte, forse, alcuni nuclei aneddotici, la Catalogna è oggi meno spagnola, anche se questo non significa che sia più catalana. Semplicemente, è più europea o interculturale. Come abbiamo detto prima, e specialmente tra le generazioni più giovani (che la demoscopia indica come indipendentista a maggioranza assoluta), siano avvezzi  a condividere lo spazio e il tempo con persone di  tutto il mondo e, quindi, non ha senso tornare ad un’identità spagnola come vorrebbero quelli di Cs. Non guardiamo la corrida, ma Netflix. Non guardiamo a Madrid, ma a Parigi o a New York. Le sevillanas sono così vicine a noi, o così lontane, come lo sono  il tango o il regueton. La catalana, un’identità ibrida e dinamica, è sempre più post nazionale, nel senso che guardiamo più, culturalmente parlando, agli australiani, agli argentini o ai canadesi rispetto agli spagnoli o ai tedeschi. Non crediamo negli ius sanguinis, come i tedeschi o gli spagnoli, ma all’ius solis, come nord americani o canadesi. Neanche a volerlo, causa un mix secolare, potremmo essere etnicisti. Per gli indipendentisti catalani, la questione della costruzione dell’identità è meno angosciante di quella del nazionalismo spagnolo, perché siamo abituati a reinventarci ad ogni generazione. Ora, ciò che affligge il nazionalismo spagnolo è la costatazione delle profonde trasformazioni nella popolazione catalana. Perché è vero che ci sono 117.000 estremegni che risiedono nel paese. Ma perché dovrebbero avere più diritti, o meno, dei 207.000 marocchini? Tra gli abitanti della Catalogna, secondo Idescat, ci sono 1.301.000 nati in Spagna. Ma quelli nati in altre parti del mondo sono già: 1.378.000, e la cosa è in aumento. Il problema dell’identità non è in Catalogna, ma nella Spagna consapevole che la Catalogna si evolve in una direzione che la sconvolge: è meno spagnola e più globale.

Infine, la riflessione più inquietante: la corruzione morale. Data l’angoscia derivante del fatto che la Catalogna se ne sta andando, la Spagna, con il suo regime del ’78 – in fondo, la continuità nonché l’aggiornamento del regime del ’39 -, usa la repressione per nuotare contro la corrente della storia. Mi piace particolarmente una frase di Benjamin Franklin, il quale diceva: “Quelle persone che sacrificano la libertà in nome della sicurezza non meritano né la libertà né la sicurezza, e finiranno col perdere entrambe”. Bene, la Spagna, tra migliaia di rojigualdas, rinuncia alla democrazia per preservare l’unità. Al momento la prima è andata persa, e molto probabilmente questo sacrificio sarà inutile perché perderà anche la seconda. Nonostante ciò, la via della violenza, e parlo soprattutto di violenza istituzionale, sporca  tutto. Intanto, persone innocenti vengono carcerate, perseguita la dissidenza e la popolazione inghiottisce le bugie a cui vogliono credere. Ciò significa che il livello di corruzione morale della società spagnola è in aumento. Sia per paura, odio o il disprezzo per i catalani, la corruzione morale sporca le mani, non solo dei responsabili politici, giudiziari, amministrativi o culturali, ma delle stesse persone, che, come abbiamo visto, abbracciano il mostro fascista, sia che si tratti di elettori di Vox o di deputati socialisti dell’Estremadura. È così per esempio, anche se in modo più discreto, tra una larga parte del PSC, o di alcuni catalani che temono uno dei fondamenti della democrazia, vale a dire, l’autodeterminazione. Le cose vanno forse peggio . Ci sono alcuni leader politici o dirigenti comunitari che, per obbedienza, aderiscono all’applicazione dell’articolo 155. Come ci ricorda il pedagogo Lorenzo Milani, l’obbedienza non è mai una virtù. E questo li fa vergognosamente cadere nella prevaricazione morale, perché collaborano in modo perverso con ciò che Hannah Arendt ha denunciato come “la banalità del male”.

Tuttavia, la violenza, anche solo simbolica, coinvolge e sporca tutti noi. Io, poco amante delle bandiere e molto critico nei confronti del patriottismo, confesso che questa dimostrazione di odio contro il nostro paese genera in noi alcuni sentimenti oscuri. Se non altro, un profondo risentimento che difficilmente potremmo dimenticare o perdonare. La violenza, anche se verbale, finisce per influenzare il ragionamento e annebbiare le azioni, ci corrompe. Dovremmo esserne consapevoli. Questo è anche uno dei  mostri che emerge da questo limbo temporale tra la Repubblica che non è riuscita a nascere ed il franchismo che si resiste a morire.

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Xavier Díez i Rodríguez (Barcelona, 1965) [1] è uno scrittore e storico catalano specializzato in movimenti sociali nel XX secolo. [2] Ha conseguito un diploma in insegnamento, una laurea in filosofia e lettere presso l’Università Autonoma di Barcellona e un dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Girona. [2]Ha pubblicato saggi, narrativa e poesia. Ha collaborato con vari mezzi di informazione ed è un blogger attivo. Ha lavorato come insegnante ed è attualmente professore di storia contemporanea presso l’Università Ramon Llull. [3] In vista delle elezioni del Parlamento catalano del 2015, è stato candidato in un luogo simbolico della lista della Candidatura d’Unitat Popular – Crida Constituent nel collegio elettorale di Girona. [4]

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Traduzione: anton roca

https://www.vilaweb.cat/noticies/opinio-xavier-diez-postproces/post

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