Tre conseguenze del “postprocés”

“Mi piace essere provocatorio: considero che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi immaginate, bensì la Spagna Repubblicana che è sopravvissuta all’olocausto spagnolo”

Autore: Xavier Díez        VilaWeb   26.01.2019

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Non rivelerò alcun segreto se riconosco vi sia della confusione quando si tratta di definire il momento che stiamo attraversando. Se volete un concetto che ci aiuti a posizionarci, propongo quello del limbo, questo spazio indefinito, un po’ sala d’attesa, tra il postprocés e la Repubblica dichiarata e ancora non effettiva. Se mi permettete, oserei parafrasare Antonio Gramsci per ubicarci nel pericoloso lasso temporale tra la Repubblica che non riesce a nascere e il franchismo monarchico che resiste alla sparizione: in questo intervallo è dove appaiono i mostri. Direi che, inoltre, non sono mostri metaforici, ma le vecchie conoscenze del fascismo che cerca di rivendicarsi attraverso il rancido, per quanto amato, nazionalismo spagnolo, combinato con il nuovo reazionismo che emerge in Occidente, con ideologi americani e illiberali europei.

La spinta del nostro nuovo repubblicanesimo ha radicalmente trasformato il panorama … O forse non tanto, perché si è limitato a rendere visibile ciò che viveva nell’oscurità: che vivevamo in una democrazia da paese dei balocchi, in una libertà controllata. Il repubblicanesimo catalano ha trasformato tutto, a tutti i livelli, e ci ha portato a un conflitto che molti di noi pensavano potesse accadere e che molti altri ha sorpreso, anche se intimamente consapevoli che i vecchi fantasmi e gli zombi potevano risorgere dal Valle de los Caídos in qualsiasi momento.

Molte cose accadono e tante ne sono successe. Tuttavia, mi concentrerò su tre idee, tre conseguenze che, dal mio punto di vista da storico, credo siano le più rilevanti nel valutare le profonde trasformazioni della psicologia collettiva: rottura emotiva, riconfigurazione dell’identità e corruzione morale. Tutte e tre rappresentano fenomeni storici molto significativi che riflettono in profondità la portata del cambiamento, che fa sì che le cose non possano tornare indietro.

Il primo, forse il più evidente di tutti, mi piace chiamarlo “rottura emotiva”, anche se altri, come Francesc-Marc Álvaro, usano l’espressione “disconnessione”. Penso che la maggioranza dei cittadini di questo paese non abbia avuto problemi a identificarci con una identità duale tra la Catalogna e la Spagna. Parliamo entrambe le lingue, condividiamo riferimenti, esperienze, famiglie e amici. Era un mondo in cui, sebbene non mancassero episodi di liti e disaccordi, ci ha permesso di rimanere a nostro agio in un’identità ambigua. Tuttavia, non appena il sig. Aznar ha risuscitato un franchismo senza complessi, non appena il nazionalismo spagnolo ha riacquistato un certo essenzialismo religioso, ha iniziato a usare la pubblica opinione per attaccare la Catalogna ed i suoi elementi fondamentali – ad esempio, le campagne contro l’immersione linguistica – le cose hanno iniziato a cambiare. Vorrei rimarcare che questi elementi di anti-catalanismo erano ancora intrisi di franchismo. Per me, uno dei momenti storici fondamentali è stato quando, nel 1995, è stata scatenata la controversia sulle Carte di Salamanca e persino qualcuno come Torrente Ballester è arrivato ad affermare davanti a migliaia di persone che “le carte appartenevano a loro per diritto di conquista”. È stato allora che i legami personali ed emotivi hanno iniziato a scricchiolare. Le politiche di erosione ed erosione dell’autonomia, con un Aznar sboccato all’inizio di questo secolo, hanno influenzato i cardini dello stato spagnolo profondo per  involuzione il rapporto, non solo tra Spagna e Catalogna, ma tra la stessa Spagna pro-Franco e quella parte della Spagna che era stata inviata nei fossi di tutto il paese. Perché, e questo non va dimenticato, la Catalogna è diventata parte della reazione contro le timide e abortite politiche sulla memoria storica che hanno preteso di mettere in discussione lo status quo presente in base alle indagini sul passato.

Penso che la maggior parte della società catalana sia poco nazionalista. Io stesso sento un forte disagio, nello stile di Georges Brassens, alle grandi masse, movimenti, bandiere e inni: ora, come la stragrande maggioranza dei catalani, a prescindere dalla provenienza dei loro cognomi siamo figli e nipoti di repubblicani, dei difensori della democrazia o principi di libertà, uguaglianza o fratellanza contro il fascismo che ha imposto il terrore e la repressione dal 1939 in poi. L’anti-catalanismo, l’ostilità contro tutti noi, si è affermata man mano che risorgeva il fascismo dello stato profondo, presente per terra, mare e aria nelle profondità dei poteri reali: le forze armate, la polizia, i giudici, imprese, alti funzionari, la Chiesa e, soprattutto, i media. Mi piace essere provocatorio: ritengo che la Catalogna sia Spagna, anche se non la Spagna che vi potete immaginare, ma la Spagna repubblicana sopravvissuta all’olocausto spagnolo. Eilà! Questo concetto non è mio, ma di uno storico e studioso ispanista prestigioso come Paul Preston. Ecco perché ci odiano così tanto e fanno rivivere il linguaggio della Crociata. Siamo il dissenso scomodo, il ricordo dell’antifascismo che è giunto alla conclusione che l’opzione più realistica è l’indipendenza.

La cosa peggiore di tutto questo è stato, ricordando Martin Luther King, non gli insulti dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Prima, e specialmente dopo il primo di ottobre, e con eccezioni contate, quella rete di amici, conoscenti, salutati, colleghi, che pensavo ci fossero vicini, sia per paura, convincimento o unanimismo, o sono stati zitti o si sono aggregati al coro di coloro che ci accusano di ogni male. Questo ha fatto un male terribile: una vera rottura personale, una brutale disconnessione. Persone vicine, che hanno lo spagnolo come lingua abituale, non guardano più i media spagnoli. Soprattutto i più giovani, che, se vogliono informarsi, scelgono i media in inglese o francese. Hanno gettato i libri di Pérez Reverté o non hanno mai più ascoltato Sabina.

Seconda questione: la riconfigurazione dell’identità. La propaganda catalonofobica (che, a proposito, usa meccanismi intellettuali identici a quelli dell’antisemitismo) ci accusa di isolarci narcisisticamente in un nazionalismo catalano autoreferenziale. Radicalmente falso! A parte, forse, alcuni nuclei aneddotici, la Catalogna è oggi meno spagnola, anche se questo non significa che sia più catalana. Semplicemente, è più europea o interculturale. Come abbiamo detto prima, e specialmente tra le generazioni più giovani (che la demoscopia indica come indipendentista a maggioranza assoluta), siano avvezzi  a condividere lo spazio e il tempo con persone di  tutto il mondo e, quindi, non ha senso tornare ad un’identità spagnola come vorrebbero quelli di Cs. Non guardiamo la corrida, ma Netflix. Non guardiamo a Madrid, ma a Parigi o a New York. Le sevillanas sono così vicine a noi, o così lontane, come lo sono  il tango o il regueton. La catalana, un’identità ibrida e dinamica, è sempre più post nazionale, nel senso che guardiamo più, culturalmente parlando, agli australiani, agli argentini o ai canadesi rispetto agli spagnoli o ai tedeschi. Non crediamo negli ius sanguinis, come i tedeschi o gli spagnoli, ma all’ius solis, come nord americani o canadesi. Neanche a volerlo, causa un mix secolare, potremmo essere etnicisti. Per gli indipendentisti catalani, la questione della costruzione dell’identità è meno angosciante di quella del nazionalismo spagnolo, perché siamo abituati a reinventarci ad ogni generazione. Ora, ciò che affligge il nazionalismo spagnolo è la costatazione delle profonde trasformazioni nella popolazione catalana. Perché è vero che ci sono 117.000 estremegni che risiedono nel paese. Ma perché dovrebbero avere più diritti, o meno, dei 207.000 marocchini? Tra gli abitanti della Catalogna, secondo Idescat, ci sono 1.301.000 nati in Spagna. Ma quelli nati in altre parti del mondo sono già: 1.378.000, e la cosa è in aumento. Il problema dell’identità non è in Catalogna, ma nella Spagna consapevole che la Catalogna si evolve in una direzione che la sconvolge: è meno spagnola e più globale.

Infine, la riflessione più inquietante: la corruzione morale. Data l’angoscia derivante del fatto che la Catalogna se ne sta andando, la Spagna, con il suo regime del ’78 – in fondo, la continuità nonché l’aggiornamento del regime del ’39 -, usa la repressione per nuotare contro la corrente della storia. Mi piace particolarmente una frase di Benjamin Franklin, il quale diceva: “Quelle persone che sacrificano la libertà in nome della sicurezza non meritano né la libertà né la sicurezza, e finiranno col perdere entrambe”. Bene, la Spagna, tra migliaia di rojigualdas, rinuncia alla democrazia per preservare l’unità. Al momento la prima è andata persa, e molto probabilmente questo sacrificio sarà inutile perché perderà anche la seconda. Nonostante ciò, la via della violenza, e parlo soprattutto di violenza istituzionale, sporca  tutto. Intanto, persone innocenti vengono carcerate, perseguita la dissidenza e la popolazione inghiottisce le bugie a cui vogliono credere. Ciò significa che il livello di corruzione morale della società spagnola è in aumento. Sia per paura, odio o il disprezzo per i catalani, la corruzione morale sporca le mani, non solo dei responsabili politici, giudiziari, amministrativi o culturali, ma delle stesse persone, che, come abbiamo visto, abbracciano il mostro fascista, sia che si tratti di elettori di Vox o di deputati socialisti dell’Estremadura. È così per esempio, anche se in modo più discreto, tra una larga parte del PSC, o di alcuni catalani che temono uno dei fondamenti della democrazia, vale a dire, l’autodeterminazione. Le cose vanno forse peggio . Ci sono alcuni leader politici o dirigenti comunitari che, per obbedienza, aderiscono all’applicazione dell’articolo 155. Come ci ricorda il pedagogo Lorenzo Milani, l’obbedienza non è mai una virtù. E questo li fa vergognosamente cadere nella prevaricazione morale, perché collaborano in modo perverso con ciò che Hannah Arendt ha denunciato come “la banalità del male”.

Tuttavia, la violenza, anche solo simbolica, coinvolge e sporca tutti noi. Io, poco amante delle bandiere e molto critico nei confronti del patriottismo, confesso che questa dimostrazione di odio contro il nostro paese genera in noi alcuni sentimenti oscuri. Se non altro, un profondo risentimento che difficilmente potremmo dimenticare o perdonare. La violenza, anche se verbale, finisce per influenzare il ragionamento e annebbiare le azioni, ci corrompe. Dovremmo esserne consapevoli. Questo è anche uno dei  mostri che emerge da questo limbo temporale tra la Repubblica che non è riuscita a nascere ed il franchismo che si resiste a morire.

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Xavier Díez i Rodríguez (Barcelona, 1965) [1] è uno scrittore e storico catalano specializzato in movimenti sociali nel XX secolo. [2] Ha conseguito un diploma in insegnamento, una laurea in filosofia e lettere presso l’Università Autonoma di Barcellona e un dottorato in storia contemporanea presso l’Università di Girona. [2]Ha pubblicato saggi, narrativa e poesia. Ha collaborato con vari mezzi di informazione ed è un blogger attivo. Ha lavorato come insegnante ed è attualmente professore di storia contemporanea presso l’Università Ramon Llull. [3] In vista delle elezioni del Parlamento catalano del 2015, è stato candidato in un luogo simbolico della lista della Candidatura d’Unitat Popular – Crida Constituent nel collegio elettorale di Girona. [4]

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Traduzione: anton roca

https://www.vilaweb.cat/noticies/opinio-xavier-diez-postproces/post

L’avara povertà di Catalogna …

 

Come mai una società ricca, colta, aperta, europeista, storicamente industrializzata e tecnologicamente avanzata come quella catalana, ha eletto, nelle ultime due consultazioni elettorali, una coalizione indipendentista, pur sapendo che l’indipendenza, a causa della «dottrina Prodi», condurrebbe la Catalogna automaticamente fuori dall’Europa, con tutte le conseguenze del caso? Buona parte della stampa italiana (e non solo) ha trovato il movente dell’indipendentismo nelle pulsioni egoistiche di una regione ricca, che separandosi dalla Spagna terrebbe per sé e solo per sé la propria ricchezza. Tale impostazione, a dir poco riduttiva, non tiene conto della specificità della Catalogna. Non tiene conto, cioè, di un sentimento storico di disaffezione di una comunità verso una madrepatria mai sentita come tale. A queste ragioni antiche, ma sempre vive nella coscienza catalana, se ne sono sommate altre recenti, che le hanno ancor più attualizzate e fatte deflagrare. Iniziamo dalla storia.

Nel 1640 Portogallo e Catalogna si ribellano al potere della Corona spagnola. Il Paese lusitano conquisterà l’indipendenza, mai più rimessa in discussione, e un monumento in Praça dos Resturadores, una delle piazze più luminose di Lisbona, celebra l’evento. Il motivo occasionale della ribellione portoghese fu l’inasprirsi della fiscalità spagnola, che doveva finanziare le numerose guerre contro la Francia di Luigi XIV; lo stesso accadde a Napoli qualche anno dopo, ma nel vicereame dell’Italia meridionale la rivolta fu solo un fuoco fatuo. La Catalogna, da parte sua, aveva un ulteriore motivo di scontento, anch’esso legato allo stato di guerra permanente tra Spagna e Francia: infatti, le truppe mercenarie dell’esercito spagnolo soggiornavano ai confini con la Francia, cioè in Catalogna, e la popolazione locale era esasperata dai continui soprusi della soldataglia.

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Tali vessazioni sono raccontate in «Els Segadors»(I mietitori), dal 1993 Inno ufficiale della comunità autonoma della Catalogna. Saranno appunto i mietitori a ribellarsi, entrando a Barcellona il 7 giugno del 1640 (giorno del Corpus Domini), e armati di falce (era tempo di mietitura), faranno strage di svariati funzionari governativi, compreso il viceré. Fu l’inizio di una rivolta anti-spagnola che si concluderà nel 1641, con la proclamazione della repubblica catalana, sotto la protezione della Francia. Durerà poco: nel 1652 la Spagna riprenderà il controllo della Catalogna, e con l’accordo di pace tra Francia e Spagna del 1659 (Trattato dei Pirenei), la parte nord della regione passerà alla Francia, restandoci fino ai giorni nostri. (Si tratta della regione di Perpignan, Pirenei Orientali, dove ancora oggi resistono lingua e cultura catalane, sebbene non a livello ufficiale). Questa è la prima disfatta del progetto di una repubblica catalana indipendente, che termina nel peggior modo possibile: con la mutilazione dell’unità territoriale.

Il secondo conato di indipendenza si ha all’epoca della guerra di successione spagnola, quando i catalani si schierano per la continuità asburgica; la guerra, però, viene vinta dai Borbone, e Filippo V diventa nuovo re di Spagna. Barcellona prova a resistere, ma viene sconfitta dall’esercito borbonico, che dopo quattordici mesi d’assedio entra in città l’undici settembre del 1714. E l’undici settembre di ogni anno ricorre la Diada, cioè il «giorno dell’orgoglio catalano»: una «nazione» che non è riuscita a farsi Stato non ha una vittoria da celebrare e deve accontentarsi di una «gloriosa sconfitta».

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Questo secondo rovescio sarà ancora più pesante, perché Filippo V di Borbone, nel 1716, abolirà il principato di Catalogna e le conseguenti autonomie di cui la regione godeva da sempre. «Chiamasi la Catalogna principato e non regno, ed hanno loro privilegi e capitoli, fuora de’ quali el re non gli può maneggiare», scriveva Guicciardini nel 1512, nel suo «Diario del viaggio in Spagna». Nel corso del Settecento, anche la lingua catalana verrà osteggiata dal potere centrale, ed esclusa da ogni uso ufficiale, nonostante si trattasse di una lingua secolare e compiuta che alla fine del Quattrocento aveva creato un capolavoro letterario, fonte d’ispirazione per lo stesso Cervantes: il romanzo cavalleresco «Tirant lo Blanc», scritto dal valenciano Joanot Martorell e recentemente ri-tradotto in italiano. Tale decadenza durerà un secolo circa, perché nel corso dell’Ottocento si avrà la cosiddetta Renaixença (Rinascita) linguistica e culturale. Intanto, la Catalogna andava sviluppandosi come realtà industriale, e al fine di aiutarne il decollo, le autorità locali premevano sul governo centrale affinché adottasse una politica protezionistica, per salvaguardare soprattutto la nascente industria tessile. Il governo rispose con un accordo libero-scambista con la Gran Bretagna, e questa fu una delle cause di una rivolta che infiammò Barcellona, in cui presero piede anche istanze repubblicane e indipendentiste, sebbene non costituissero il cuore della ribellione: il governo centrale rispose usando i cannoni. Barcellona fu bombardata e ridotta all’ordine: siamo nel dicembre del 1842; al bombardamento seguì la repressione, con l’inasprirsi del fisco e la chiusura di giornali e associazioni sgradite al governo. «La Catalogna uscì delusa dalla prova; aveva creduto di poter dirigere la politica spagnola e si trovò, invece, assediata, vinta e imbavagliata. Suo unico compenso fu che, in tali circostanze, la borghesia si ritrovò con le mani libere per industrializzare il paese», scrive lo storico Jaime Vicens Vives. Inizia così l’epopea della borghesia catalana, il cui segno estetico, indelebile, saranno le architetture moderniste che ancora oggi costituiscono i simboli di Barcellona. Il periodo di più intenso splendore della capitale catalana può essere racchiuso tra le due Esposizioni Universali che la città ospiterà, nel 1888 e nel 1929. A livello politico le cose restano difficili, nonostante il recupero di alcune autonomie, come l’istituzione, nel 1914, della Mancomunitat de Catalunya, che però sarà abolita, nel 1925, da Miguel Primo de Rivera, che aveva preso il potere nel 1923 con un colpo di Stato, e instaurato una dittatura militare, col sostegno del re Alfonso XIII, che durerà fino al 1930. Le elezioni che si terranno l’anno seguente dànno la maggioranza a una coalizione socialista-repubblicana, e questo indurrà il monarca a prendere la via dell’esilio: nel 1931, dunque, nasce la seconda repubblica spagnola.

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Contestualmente viene proclamata, da Francesc Maciá, la repubblicana catalana, ma armonicamente inserita nel quadro di una repubblica nazionale, di una nuova Spagna federalista, che approverà una Costituzione che prevede il matrimonio civile, il divorzio, le elezioni a suffragio universale anche femminile, nonché l’espropriazione, previo indennizzo, dei grandi latifondi. A tali forze repubblicane e progressiste si contrappongono i poteri tradizionali: la monarchia, la Chiesa, l’esercito, i latifondisti. La contrapposizione è asperrima, e in questo quadro la proclamazione di uno Stato catalano autonomo, benché federato, rischia di accrescere la conflittualità nazionale, per cui Maciá, responsabilmente, accetta un accordo col governo repubblicano centrale, politicamente omogeneo, capeggiato da Manuel Azaña: la Catalogna rinuncia all’indipendenza in cambio del ripristino delle antiche autonomie. Infatti, nel 1931 rinascerà la Generalitat de Catalunya, abolita nel 1716 da Filippo V: un referendum popolare confermerà il nuovo statuto di autonomia con una maggioranza schiacciante. Intanto, gli scontri tra le due diverse e contrapposte anime della Spagna sono durissimi, con violenti eccessi su entrambi i fronti, e alle elezioni del 1933 vince una coalizione di netto stampo tradizionalista, che immediatamente cancella alcune leggi fondamentali della Costituzione precedente. In questo quadro, radicalmente mutato, il nuovo presidente della Generalitat, Lluís Companys, dopo che una legge agraria della Generalitat era stata annullata dalla Corte Costituzionale, il 6 ottobre del 1934 proclama la repubblica catalana, ma stavolta in segno di sfida al nuovo governo, che aveva ripristinato gli antichi privilegi dei latifondisti. Si tratta dunque di un fatto «politico» più che «territoriale», visto che, tra l’altro, Companys era stato ministro del precedente governo presieduto da Azaña. La repubblica durerà meno di un giorno: il leader catalano viene arrestato, insieme a tutto il suo governo, e condannato a trent’anni di carcere. (Anche Manuel Azaña, che si trovava casualmente a Barcellona, verrà arrestato). Due anni dopo, nel 1936, con l’affermazione elettorale del Frente Popular, Companys viene liberato dal nuovo governo, che elegge Azaña come presidente della repubblica spagnola. Pochi mesi dopo, la sollevazione militare capeggiata dal generale Francisco Franco precipita la Spagna nel buio di tre anni di guerra civile sanguinosissima. Poco prima dell’ingresso delle truppe franchiste a Barcellona, nel gennaio del 1939, Companys oltrepassa il confine e ripara in Francia, ma quando quest’ultima verrà occupata dalla Germania nazista, sarà catturato dalla Gestapo, nel 1940, estradato in Spagna e fucilato a Barcellona, dopo un processo a dir poco sommario.

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Uno degli intenti del nuovo regime franchista era proprio quello di estirpare il «cancro catalano», che durante la guerra civile gli aveva dato parecchio filo da torcere, e Companys era il simbolo perfetto di tale «cancro». Naturalmente il governo di Franco cancellerà ogni autonomia, abolirà l’uso ufficiale della lingua catalana, contrastandone persino l’uso privato. L’ennesima frustrazione per le aspirazioni autonomiste/indipendentiste della Catalogna.

Col ritorno alla democrazia, la Catalogna (come altre regioni) avrà uno statuto autonomo, e il catalano diventa lingua co-ufficiale nella regione. Siamo nel 1979. Negli anni successivi, sia il governo socialista di Felipe González, sia il successivo governo Aznar avranno bisogno dei voti dei catalanisti di Convèrgencia i Unió, partito centrista, per governare, e Jordi Pujol, leader indiscusso di Convèrgencia per oltre vent’anni, contratta col governo centrale autonomie sempre più ampie, che non includono la sfera economica, bensì quella culturale: per esempio, il catalano diventa l’unica lingua veicolare nelle scuole di ogni ordine e grado. Le cose cambiano a partire dal 2000, perché Aznar conquista la maggioranza assoluta e non ha più bisogno dei voti del partito catalanista per governare, e a Barcellona nasce dunque l’esigenza di un nuovo statuto di autonomia, che viene elaborato dalle forze politiche catalane maggioritarie, e che contiene, tra le altre cose, una norma che prevede l’autonomia fiscale, concessa in precedenza ai Paesi Baschi e alla Navarra. Il nuovo statuto sarà votato dalla Generalitat nel 2005. L’anno successivo, opportunamente smussato dal nuovo governo centrale socialista – verrà eliminata l’autonomia fiscale – sarà approvato dal parlamento nazionale e ratificato in Catalogna, tramite referendum, con una maggioranza assai ampia, col voto contrario dei settori indipendentisti, che non hanno condiviso le modifiche apportate dal governo centrale e che rappresentano non più del 15% della società catalana. A questo punto, siamo nel 2006, inizia la battaglia contro il nuovo statuto di autonomia da parte di Rajoy e del centro-destra, all’epoca all’opposizione, appoggiato da tutti i settori tradizionali della società spagnola, dalla Chiesa all’esercito. La battaglia di Rajoy trova sponda nella Corte Costituzionale che boccia il nuovo Statuto, nel 2010, espungendone gli elementi più significativi, e cancellando persino autonomie accettate per altre comunità autonome spagnole. È il detonatore che fa esplodere la questione catalana: a Barcellona, pochi giorni dopo, scendono in piazza un milione e mezzo di cittadini che protestano contro la decisione della Consulta. Dall’anno seguente, ogni undici settembre, giorno della Diada, centinaia di migliaia di persone manifestano a sostegno dell’indipendenza, cantando l’inno catalano, Els Segadors. Fa quindi un certo effetto rivedere un concerto di Marina Rosell, popolarissima cantante catalana, che si tenne proprio l’undici settembre del 2008 al Teatro Liceu di Barcellona. Nel corso del concerto, la cantante propone una canzone che, dice testualmente, «è necessario riscattare dall’oblio». Questa canzone è proprio Els Segadors, e quando l’annuncia non c’è nessuna manifestazione di entusiasmo, eppure il teatro è gremito; solo verso la fine qualche spettatore, per lo più attempato, si alza timidamente in piedi. (Il documento è consultabile su you tube, e al di là di tutto, vale la pena ascoltare Marina Rosell). Solo tre anni dopo, la situazione è completamente diversa.

Tutto ciò la dice lunga su come la politica di Rajoy, nel frattempo tornato al potere, sia stata una «fabbrica di indipendentismo», come ha scritto il sociologo Manuel Castells. Una «fabbrica» eretta per calcolo politico, perché, da sempre, prendere posizione contro il catalanismo, significa guadagnarsi il sostegno di tutta la Spagna tradizionalista, quella che Rajoy rappresentava, ed evidentemente la Spagna è molto più grande della Catalogna. Inoltre, palesare fermezza era un modo per spostare l’attenzione dagli scandali che si stavano addensando sul suo partito, e che di lì a poco l’avrebbero irrimediabilmente travolto.

Tornando al recente rifiorire dell’indipendentismo, esso non si fonda su questioni economiche, perché nello statuto di autonomia del 2006, approvato a larga maggioranza dai catalani, la norma che prevedeva l’autonomia fiscale non c’era già più, espunta dal governo Zapatero. Da che cosa sono stati dunque offesi molti catalani, al punto da spingerli verso l’indipendentismo? Per esempio dalla cancellazione della parola «nazione catalana», peraltro confinata nel preambolo e dunque senza alcun valore giuridico, ma soltanto simbolico. E allora il luogo comune dei catalani avari, mossi da ragioni esclusivamente economiche, mostra la corda. Un luogo comune peraltro pluri-secolare, se già Dante Alighieri, nell’VIII canto del Paradiso, associa l’avarizia alla Catalogna. («E se mio frate questo antivedesse, / l’avara povertà di Catalogna / già fuggeria»).

testo originale di    Lucio Sessa    insegnante di Storia e Filosofia presso l’Istituto “Virgilio” di Mercato S. Severino (Sa)

 

 

 

Forcadell : “Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo”

Catalogna, Forcadell: «Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo»

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Mercoledì 16 Gennaio 2019 di Elena Marisol Brandolini   IlMessaggero.it

Carme Forcadell ha 63 anni, militante di Esquerra Republicana, già presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, è stata presidente del parlamento catalano nella legislatura conclusa nel 2017 con l’applicazione dell’articolo 155. In carcere dal marzo 2018, è reclusa nella prigione Mas d’Enric, dove la incontriamo attraverso un vetro dopo aver attraversato 8 cancelli. In montgomery chiaro, il viso affilato con un filo di trucco, si presenta animata a dare battaglia nel processo in cui è imputata di ribellione per una richiesta di pena di 17 anni.
Come sta?
«Ho molta voglia che cominci il processo, che considero una opportunità perché la gente possa capire cosa è accaduto».
Questo è un carcere maschile con un solo modulo per donne.
«Siamo 32 donne e 600 uomini, qui dentro provo a fare una battaglia per avere riconosciuti alcuni diritti minimi, come quelli relativi all’igiene femminile, o il poter disporre di un asciuga-capelli».
Come sono le sue compagne?
«Sono detenute per delitti di sangue, omicidi, rapine, furti, traffico di droga. Alcune di loro, se avessero potuto disporre di un altro contesto sociale, non sarebbero finite in prigione, perciò è importante favorire l’eguaglianza di opportunità».
Come sopporta la privazione di libertà?
«È molto dura stare lontano dalle persone che ami: la prigione è un castigo anche per la tua famiglia. Ho un sentimento di perdita; al principio soprattutto mi sentivo colpevole nei confronti di mia madre che è così anziana. So che sto causando dolore ad altri».
Che resta dell’autunno catalano?
«La memoria collettiva, il trionfo della democrazia. Il procés è la forza della gente di decidere sul proprio futuro, una sorta di assunzione d’autorità collettiva».
Cosa avete sbagliato?
«Più di una cosa, ma non eravamo mai arrivati così lontano. Credo che non sia ancora il momento di individuare gli errori perché ci manca la prospettiva storica, io sono ancora personalmente provata».
Ma non era prevedibile la reazione repressiva dello Stato?
«Non ci aspettavamo la reazione del 1 ottobre, oltretutto non necessaria già che l’obiettivo della violenza era evitare il voto e non ci sono riusciti».
Lei fu la prima a riconoscere il valore simbolico della dichiarazione d’indipendenza.
«Fui la prima ad essere interrogata dal magistrato del Tribunal Supremo e dissi che la dichiarazione d’indipendenza era politica, senza perciò effetti giuridici. Comunque, io ero solo la presidente del parlamento e il mio dovere era difendere la sovranità del parlamento. Perché la parola in un parlamento dev’essere libera, comunque la si pensi».
Che non ci sia una maggioranza sociale a sostegno dell’indipendentismo non è un problema?
«In realtà vogliamo votare proprio per questo, per vedere se c’è una maggioranza sociale, stiamo difendendo il diritto all’autodeterminazione. E’ difficile dirlo nel caso dell’1 ottobre per le condizioni in cui si svolse e nel parlamento catalano, dove siamo maggioranza, è normale che ci sia una divisione politica».
La preoccupa la divisione nel campo indipendentista?
«Mi preoccupa, ma è una divisione che c’è da sempre. Nell’indipendentismo gli obiettivi sono gli stessi, diverse le maniere per arrivarci. La volontà di dialogo col governo spagnolo c’è sempre stata, fu Rajoy a negarlo».
E’ uguale avere un governo Rajoy o un governo Sánchez?
«Non è uguale, la differenza è che Sánchez è a favore del dialogo e riconosce l’esistenza di un conflitto politico, Rajoy non lo ha mai riconosciuto. Altra cosa è che non ci siano risultati. La questione del voto alla proposta di finanziaria del governo spagnolo riguarda i partiti, io non sono nessuna moneta di scambio, si devono anteporre gli interessi del paese e della sua gente, quello che è meglio per la Catalogna sarà buono anche per noi».
Che processo è quello che sta per iniziare?
«Non è un processo contro l’indipendentismo, ma contro la libertà ideologica e di espressione, è un processo contro la dissidenza politica. E questo riguarda una regressione più generale in Spagna delle libertà politiche».
Come imposterà la sua difesa?
«La mia sarà una difesa politica e giuridica, perché dobbiamo vincere da un punto di vista politico e da un punto di vista giuridico. Non c’è stata né ribellione, né sedizione perché non c’è stata violenza, siamo prigionieri politici».
In che lingua si esprimerà nel corso del dibattimento?
«Ho chiesto di parlare in catalano, è un mio diritto ed è una lingua minoritaria da salvaguardare. Poi se fosse impossibile per ragioni tecniche, utilizzerei il castigliano».
Perché gli altri componenti della presidenza sono accusati solo di disobbedienza e saranno giudicati in Catalogna?
«Perché se mi avessero tirato fuori dall’accusa di ribellione sarebbe venuto meno l’impianto accusatorio fondato su tre assi, l’esecutivo, il legislativo e la società civile. E poi perché in realtà sono imputata non in quanto presidente del parlamento catalano, ma per il mio passato di presidente dell’Assemblea Nacional Catalana».
Che si aspetta dal processo?
«Lo vivo come un’occasione. Non sarà un processo giusto perché la fase istruttoria non lo è stata, non abbiamo commesso nessun delitto».
Al principio dell’autunno catalano pensava che sarebbe finita in prigione?
«Nessuno di noi lo pensava, è la prima volta che si persegue penalmente un dibattito di idee. Quando passai la prima notte in carcere, nel novembre 2017, in attesa di poter pagare la cauzione, capii che eravamo prigionieri politici. Ma non mi sono mai proposta di andarmene fuori in un altro paese, perché non ho commesso nessun delitto e voglio poterlo spiegare».
C’è qualcosa che cambierebbe nella sua gestione politica?
«Probabilmente molte cose si sarebbero potute fare meglio. Ma alla fine, come presidente del parlamento non potevo fare diversamente, perché era mio dovere difenderne la sovranità e salvaguardare la separazione dei poteri».
Elena Marisol Brandolini
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https://www.ilmessaggero.it/mondo/catalogna_secessione_intervista-4233545.html

 

Arresti arbitrari stamattina in Catalogna

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Potere al Popolo! denuncia gli arresti arbitrari di stamattina in Catalogna

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Stamattina, 16 gennaio 2019, nella regione di Girona (Catalogna) alcuni sindaci e alcuni attivisti della sinistra indipendentista si sono svegliati con uomini incappucciati della Polizia Nazionale Spagnola (PNE) alle loro porte. Ignasi Sabater e Dani Cornellà, entrambi della CUP e rispettivamente sindaci di Verges e di Celrà, e altri nove militanti, tra cui appartenenti ai CDR (Comitati in Difesa della Repubblica) sono stati arrestati. L’operazione è stata condotta dalla PNE senza alcun mandato giudiziario del Tribunal Superior de Justícia de Cataluña. L’accusa è di presunti “disordini pubblici” in occasione dell’anniversario del 1 ottobre 2017, il giorno in cui in Catalogna si è tenuto il referendum per l’indipendenza.

Si tratta di un’operazione di polizia che palesa il volto violento dello Stato spagnolo. Qui non è in gioco solo il rispetto del diritto all’autodeterminazione, ma anche quello dei diritti civili e politici, individuali e collettivi. Gli arresti di stamattina sono l’ennesima risposta “repressiva” di uno Stato che nega la questione politica di fondo e la tratta come fosse problema di ordine pubblico, chiudendo la porta in faccia a chi rivendica una soluzione democratica del conflitto. Ed è problema di tutte e tutti noi, non solo dei catalani; ancor più perché accade a pochi chilometri dalle nostre città, nel cuore di quella Unione Europea che si auto-esalta come costruzione democratica e che non riesce a pronunciare nemmeno una parola – lasciamo stare i fatti – contro la repressione e la violenza che avviene in uno degli Stati membri.

Mentre scriviamo, ci giungono notizie dalla Catalogna che ci informano che alcuni degli arrestati sono stati liberati. Ad alcuni pare sia stato riservato un trattamento non proprio tenero. A tutti loro, a chi è di nuovo in libertà e a chi è ancora nelle mani della PNE, il nostro più caloroso abbraccio.

Libertà immediata per tutti gli arrestati!

https://poterealpopolo.org/pap-denuncia-arresti-arbitrari-catalogna/?fbclid=IwAR01syWEWQ3GW0Wh4Q2bppO1P2onmmdtdzt-sNA2siluseb95_gqLM49Opw

 

La posta in gioco in Catalogna è lo Stato di Diritto

 

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Roberto Rampi e Matteo Angioli

15 gennaio 2019

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“Shame on Europe”. Questo si legge sull’asfalto all’ingresso del carcere di Lledoners, a 70 chilometri a nord di Barcellona. Noi l’abbiamo letta l’8 gennaio prima di incontrare quattro dei nove esponenti catalani in detenzione preventiva da un anno e due mesi. Vergogna per un’Europa che finge di non vedere che in quel carcere, oltre ai nove “presos politicos”, è detenuto anche lo Stato di Diritto. L’8 gennaio dunque abbiamo speso due ore intensissime con l’ex portavoce del governo regionale catalano onorevole Jordi Turull, l’ex ministro per il territorio e la sostenibilità onorevole Josep Rull, l’ex ministro per le relazioni esterne ed ex deputato europeo onorevole Raul Romeva e l’attivista e presidente dell’associazione “Assemblea Nazionale Catalana” Jordi Sanchez. La visita in carcere è stata preceduta da un incontro nella sede della Presidenza della Catalogna, nota come Generalitat de Catalunya, il presidente Quim Torra, il successore di Carles Puigdemont.

Benché convinti che solo con una sovranità europea federale sia possibile contribuire al superamento dell’annosa questione, crediamo che il silenzio e l’ostracismo dell’Europa e di molti sedicenti “liberali” sia una scelta politicamente miope e suicida per tutte le parti coinvolte. La richiesta di dialogo da parte delle autorità di Barcellona con quelle di Madrid e Bruxelles e il rifiuto della violenza da parte degli esponenti catalani, confermate da uno sciopero della fame di tre settimane condotto dai detenuti che abbiamo incontrato, non possono passare inosservati.

Le accuse mosse contro gli esponenti catalani, in particolare quella di ribellione, sono ingiuste e pericolose perché presuppongono l’impiego della violenza da parte degli imputati. Nell’organizzazione e svolgimento del referendum del primo ottobre 2017 sull’indipendenza invece, sono stati proprio i cittadini, anche anziani, ad aver subito la violenza della polizia spagnola che aveva ricevuto l’ordine di impedire il voto. Incarcerare dunque rappresentanti eletti ed attivisti del mondo dell’associazionismo per 14 mesi senza che questi abbiano commesso nessun atto violento è qualcosa di grave che non deve accadere né in Cambogia, dove dopo il regime dei Khmer Rossi si è installato un dittatore tutt’oggi inamovibile, né in uno dei maggiori paesi dell’Unione europea come la Spagna che, dopo la fine del regime di Franco ha votato una Costituzione democratica con una grande partecipazione proprio della componente catalana.

Un referendum consultivo, come previsto dalla Costituzione spagnola, è una delle forme attraverso le quali viene esercitata la libertà di espressione. La negazione e la repressione di un simile atto, costituzionalmente garantito, deve suonare come un campanello d’allarme circa l’incapacità e la nolontà di governi di nutrire il dialogo, il contraddittorio, la conoscenza; in altre parole la democrazia. La posta in gioco a questo punto è il diritto di dissentire, presentare e dibattere pacificamente proposte alternative come si presume accada nelle società governate dallo Stato di Diritto, in cui nessuno è al di sopra della legge e in cui le leggi vengono applicate in linea con gli standard e le norme internazionali sui diritti umani. Se trovati colpevoli di ribellione, i detenuti rischiano pene dai 17 ai 25 anni. È accettabile? Se dovesse confermarsi questo scenario, una simile pena inflitta per aver commesso un’azione nonviolenta costituirà un pericoloso indebolimento della ricerca del dialogo politico, il cui soffocamento potrebbe esacerbare la situazione e incoraggiare manifestazioni di protesta violenta. Un’idea giudicata non buona si sconfigge con un’idea migliore, non con una bastonata dopo l’altra.

Il silenzio dell’Europa è purtroppo comprensibile, ma certo non giustificabile. L’ultima cosa con cui vuole aver a che fare un conglomerato di Stati nazionali sono atti e rivendicazioni separatiste. Tuttavia, se anche i liberali si schierano con i nazionalisti e sovranisti di Madrid, impedendo il dialogo con Barcellona ed espellendo i democratici catalani dalla famiglia liberale europea, vengono meno anche le speranze per un’Europa unita in una federazione politica.

L’auspicio è che la battaglia per lo Stato di Diritto che passa per i corpi dei nove prigionieri politici e per il territorio della Catalogna, popolato da circa 7 milioni di persone, cresca in un’ampia iniziativa politica di grande respiro per il diritto, la democrazia e la libertà di oltre 500 milioni di persone, possibili futuri cittadini degli Stati Uniti d’Europa. Per coltivare questa speranza crediamo che chiunque abbia a cuore il futuro democratico, federale e laico dell’Unione europea oggi debba andare a Barcellona, non Madrid.

http://www.opinione.it/esteri/2019/01/15/roberto-rampi-e-matteo-angioli_shame-europe-carcere-catalogna-jordi-sanchez-rull/