Scontri tra indipendentisti e polizia

 Euronews       29/09/2018

 

Scontri a Barcellona tra indipendentisti e polizia a due giorni dal primo anniversario del referendum sull’indipendenza della regione.

I separatisti hanno tentato di bloccare una marcia a sostegno della polizia spagnola, gettando polvere colorata sulla barriera di agenti istituita per impedire l’accesso alla strada che porta al quartier generale della polizia spagnola a Barcellona.

Le forze locali hanno usato i manganelli per respingere gli indipendentisti e tenere separati i due gruppi di manifestanti.

Il primo ottobre sarà trascorso un anno dallo storico referendum con cui i catalani votarono a favore dell’indipendenza, che è stato ritenuto illegittimo da Madrid.

 

https://it.euronews.com/2018/09/29/catalogna-scontri-tra-indipendentisti-e-polizia

I legami spezzati

Credo francamente che, indipendentemente da come si evolva il conflitto tra la Catalogna e lo Stato, la Spagna ormai ha perso i catalani.

Suso de Toro   ElDiario.es   21.09.2018

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nastri gialli lungo le strade in Catalogna

 

Ieri ho sentito dire a una scrittrice catalana amica mia, con parole sue, lo stesso che ascoltai un anno fa da un altro amico scrittore, anche lui catalano, le parole che Hannah Arendt pronunciò nella sua ultima intervista: “Il problema personale consistette in quello che fecero i nostri amici, non i nostri nemici “. Si riferiva al silenzio di alcuni e alla complicità di altri conoscenti e amici quando andarono a prendere gli ebrei tedeschi. Questi amici si riferivano a scrittori spagnoli che consideravano amici. Indubbiamente si tratta dell’ingenuità tipica degli scrittori, che in qualche modo ci consideriamo persone speciali e diamo un significato profondo alle emozioni comuni, alla rabbia, all’odio, all’invidia, al desiderio …

Ma si riferivano a legami spezzati per sempre, la sensazione di essere stati abbandonati e traditi. In effetti, parallelamente alla politica, c’è una frattura nella coscienza e una frattura morale. Credo francamente che, indipendentemente da come si evolva il conflitto tra la Catalogna e lo Stato, la Spagna ormai ha perso i catalani. Potranno costringerli a restare ma mai a essere. Il fatto è che non se ne vanno, li hanno cacciati via.

Un paio di giorni fa, TVE ha trasmesso alcune immagini delle cariche della polizia a persone che un anno fa volevano votare, immagini che sono più conosciute in altri paesi che non qui, in Spagna, dove sono state nascoste al pubblico. Un piccolo passo avanti dopo tanti anni di nascondere la realtà e mentire, ma ci vorrà tempo prima che la popolazione spagnola abbia accesso alle informazioni che le sono state nascoste, alla repressione, agli interventi dei servizi segreti, dei giudici, dei pubblici ministeri e della polizia e quando possa anche conoscere la versione dei fatti dell’altra parte potrà farsi un’idea della verità di quanto accaduto in Catalogna negli ultimi anni.

Allora bisognerà dire ad alta voce ciò che tutti sappiamo senza voler sapere, questo Stato non tollera che un individuo eserciti le libertà.

Una settimana si constata un’ovvietà, grazie a questi nuovi media digitali, ed è che l’esercito mantiene la cultura franchista e la riproduce. E un’altra settimana se ne constata un’altra ancora, che la giustizia spagnola è nel suo complesso maggioritariamente fondamentalista, i suoi organi superiori sono palesemente di ideologia antidemocratica e agiscono come attori politici di quell’ideologia.

Le notizie sulla chat dei giudici con i loro insulti e denigrazioni politiche e ideologiche verso i cittadini e i leader democraticamente eletti e apprendere delle indagini irregolari del tribunale numero tredici di Barcellona non fanno che evidenziare quel che tutti sappiamo e non vogliamo dire ad alta voce perché è struggente: questo Stato non è una vera democrazia e non ne abbiamo un altro a portata di mano. Si parla niente di meno del fatto che l’esercito e la magistratura, gli organi statali che dovrebbero proteggerci, in realtà sappiamo tutti che non ci proteggono bensì ci sorvegliano e ci puniscono se vogliamo fare uso della libertà.

Tutti i problemi della Spagna come progetto d’insieme nascono per la stessa ragione, non ci fu una rottura democratica e la “Transizione”, con quel che ci fosse di miglioramento, dopo la correzione in seguito al 23-F e l’era Aznar, andò verso un fallimento come progetto basato in una intesa profonda e condivisa. La Spagna fondata sul regime di Franco e poi la Transizione, ha fallito. Questo fuori della Spagna si sa, ma qui è dura ammetterlo.

Nell’aria c’è un sentimento così carico che spinge le persone a fischiare due tecnici teatrali che ritirano un premio con un nastro giallo nelle asole. Il nastro giallo, così pericoloso da suscitare rabbia, serve a ricordare che ci sono politici eletti democraticamente imprigionati per difendere e praticare le loro idee, come tutti sanno. Che sentimento è quello che piace essere carceriere.

Ma gli abusi e gli eccessi antidemocratici commessi dallo Stato non avrebbero raggiunto quel punto se non ci fosse stato un silenzio fragoroso aggiuntosi a un assenso assordante, un grande   ”schiacciamoli!”. Ancora una volta ci fu una mancanza di vigore civico nella società che facesse fronte a un’operazione statale come quella, per costringere il governo a dialogare invece di reprimere. Sì, il popolo catalano che si mobilitò per votare, oltre ad essere punito e aggredito, si sentì e si sente tutt’ora abbandonato e tradito da quei settori, quelle persone che dovevano difenderlo, o così si augurava, dalle percosse e dal carcere. Offeso ma non sconfitto.

Dovrebbero preoccuparsi per i legami spezzati e non per i nastri gialli.

n.t. in spagnolo legami e nastri è la stessa parola lazos

 

traduzione  Susanna Climent -AncItalia-

 

https://m.eldiario.es/zonacritica/lazos-rotos_6_816878317.html

 

 

Metta “seny”⁽ⁱ⁾, ministro

Jordi Sánchez.   LaVanguardia   17.09.2018

Presidente del Gruppo Parlamentare di “Junts per Catalunya”

Ex Presidente dell’Assemblea Nacional Catalana

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Il Tribunale Supremo ci ha appena negato di nuovo la libertà. Da ieri sono 11 mesi, 335 giorni, che dormo dietro le sbarre. Tutti loro sanno che non c’è alcun reato. Il Codice Penale spagnolo ha depenalizzato sia la celebrazione di un referendum che la secessione pacifica di una parte del territorio. Il primo con il governo di Zapatero, nell’anno 2005, ed il secondo con il presidente González ed il ministro Belloch nell’anno 1995.  E sono in centinaia i professori e magistrati in tutto lo Stato che hanno già affermato che in nessun caso esiste l’ipotesi di violenza che la ribellione richiede. E malgrado tutto, la prigione persiste.

Pochi giorni fa il ministro Borrell si è unito a quelle voci che cercano di comprendere le decisioni prese. Ha dichiarato che preferirebbe la nostra libertà ma afferma di comprendere i motivi dei magistrati del Supremo. La questione è, Sig. Borrell, che non è vero che io sia rinchiuso in carcere perché il presidente Puigdemont si trovi a Waterloo.

In un giorno come ieri di 11 mesi fa è stata disposta la carcerazione preventiva nei miei confronti quando ancora nessuno era partito per l’esilio, né alcun membro del governo era stato chiamato a dichiarare. Comprendo perfettamente che cerchi motivi per giustificare la nostra reclusione. Le cose difficili da spiegare devono essere giustificate ripetutamente, lo sappiamo tutti. Ciò nonostante, le cose ingiustificabili non potranno mai essere spiegate.

Nella logica di un uomo democratico non è facile trovare delle ragioni davanti a tale sproposito. E nemmeno nella coerenza del diritto penale. Lei è un gran professionista della politica ed è rinomato per le sue molte risorse che le permettono di cavarsela durante gli scontri dialettici. Ma davanti ad uno scandalo di tale portata, anche i più brillanti oratori si trovano in impaccio.

Comprendo che abbia difficoltà nel giustificare la prigione, ma le chiedo modestamente di non mentire.  Non deve più dire che siamo in prigione per colpa di quelli che si trovano in Belgio, Scozia o Svizzera. Perché lei sa che ciò non corrisponde alla verità. I fatti cronologici smentiscono quest’affermazione, e dalla prospettiva dell’applicazione del diritto penale Lei dovrebbe sapere che la privazione della libertà non può essere applicata contro una persona per il presunto comportamento di terzi.

Tutti quelli che siamo in carcere, assolutamente tutti, ci presentammo volontariamente quando ci chiamarono. La maggior parte di noi due volte, come Cuixart ed io stesso, che siamo comparsi davanti al giudice il 6 ottobre e di nuovo dieci giorni dopo, il 16 ottobre, rispondendo sempre alle ordinanze del giudice Lamela. E lo stesso Jordi Turull, Carme Forcadell, Raül Romeva, Dolors Bassa e Josep Rull, che si presentarono la prima settimana di novembre e successivamente il 23 marzo. E sono convinto che anche Oriol Junqueras e Joaquim Forn avrebbero fatto esattamente lo stesso che avevano fatto il 2 novembre (presentarsi volontariamente) se avessero avuto la possibilità di uscire in libertà e fossero stati nuovamente citati a dichiarare.

Mi sono presentato. E così farei anche il giorno del processo se prima fossi lasciato in libertà. Non ho paura. La prigione non mi piace e mi addolora soprattutto per la mia famiglia. Però difenderò, ovunque serva, i diritti e le libertà calpestati. E quando toccherà lo farò in tribunale. Se rimango in carcere mi porterà la Guardia Civil. Se fossi in libertà ci andrei di mia volontà.

La mia libertà ha un valore infinito per me, ma la difesa della libertà d’espressione e del diritto a manifestare pacificamente ha un infinito valore per milioni di persone, non solo della Catalogna ma di tutta la Spagna. Così come ce l’ha, e lo difenderò, il diritto a votare liberamente per potere decidere collettivamente il futuro politico del paese.

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L’Anc e Omnium hanno organizzato, ieri sera, una scrittura di lettere per chiedere la libertà di Jordi Sànchez y Jordi Ciuxart

Sono in prigione da 11 mesi per avere osato criticare e protestare contro un’azione giudiziaria. Per aver esercitato il diritto di manifestare e di libertà d’espressione. Sempre pacificamente. Manifestazioni, come nell’ultima Diada (giornata nazionale della Catalogna), tanto civiche quanto massicce. Per questo sono in prigione. Perché non possono incarcerare 2.000.000 di cittadini. Perché non ci sono carceri a sufficienza per così tanta democrazia malgrado il desiderio di alcuni giudici di farci tacere tutti definitivamente. Lo scandalo di questo processo giudiziario finirà per divorarli. Lei che può, Signor Ministro, aiuti a mettere “seny” (1). Lei che è un uomo di cultura, non dimentichi che permettere che la gente voti, si esprima e manifesti pacificamente è l’essenza della democrazia.

traduzione  Esther Sagrera – AncItalia

 

(1) N.d.T.                Espressione catalana, el seny (una sola parola traducibile in “buon senso/giudizio/sensatezza/raziocinio” che unisce tutte queste accezioni) significa la ponderazione mentale, o sana capacità mentale che ci predispone ad una giusta percezione, valutazione, comprensione ed azione.

https://www.lavanguardia.com/politica/20180917/451843327832/opinion-jordi-sanchez-seny-ministro.html?

E’ nata Ràdio Catalunya Itàlia

 

Un gruppo di volontari dà inizio alla trasmissione di un programma radiofonico in catalano e italiano da Roma

L’obiettivo è di aiutare a far capire la situazione politica catalana in Italia e di stringere i vincoli culturali tra i due paesi

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Rafel Hidalgo, Montserrat Satorra e Massimiliano Morgante, artefici di Ràdio Catalunya Itàlia.

 

El Punt avui – 19 settembre 2018 – Alba Sidera – Roma

 

“Oramai non ci saziano più le briciole, ora vogliamo il pane intero” Il verso di Ovidi Montllor, con musica del complesso Txarango, è stato il primo ad andare in onda dai microfoni di Ràdio Catalunya Itàlia. Era la “Diada” (11 di settembre) di quest’anno, in serata, quando un piccolo gruppo di volontari hanno inaugurato il primo programma di radio in catalano e in italiano emesso da Roma. La canzone dei Txarango Agafant l’horitzó  (afferrando l’orizzonte) era stata scelta mediante il voto popolare tra la comunità catalana in Italia, che ha vissuto con grande attesa la nascita del programma.

Ràdio Catalunya Itàlia si può ascoltare attraverso Internet, in diretta o nel formato podcast, e si trasmette dagli impianti di Radio Roma Futura nella sede della “Penya Blaugrana” di Roma, nel quartiere Monte Sacro. Fu proprio Masimiliamo Morgante, presidente di questa “penya” (club di fan blaugrana) che già fa un programma sul Barça nella stessa emittente, a proporre il programma durante una riunione dell’Associazione di Catalani a Roma, “per avvicinare la Catalogna agli italiani”.

Rafel Hidalgo, di Barcellona, residente a Roma da più di 30 anni e Montserrat Satorra, dalle Borges Blanques, che abita a Bergamo ma lavora a Roma, accettarono la sfida. Sono loro a dirigere e presentare il programma e Massimiliano si occupa degli aspetti tecnici.

Per Rafel, professore di lingua castigliana presso l’Istituto Cervantes, l’obiettivo del programma “è far conoscere i Paesi Catalani all’Italia, perché conoscere una cultura è il primo passo per amarla”. La Montserrat ha chiarito subito, nel suo primo intervento parlando in italiano, che “la scelta della Diada per l’inaugurazione non è casuale”. Dopo aver informato sulla manifestazione che si stava svolgendo nella Diagonal, spiegò che “la lotta democratica per l’indipendenza della Catalogna ha evidenziato il problema della transizione spagnola: che non è mai esistita”.

Il programma, che si occuperà di cultura, política e di attualità catalana, ha offerto una lunga intervista a Lluís Llach e hanno anche partecipato il consigliere (ministro) di Cultura in esilio Lluís Puig e il delegato della Generalitat in Italia, Luca Bellizzi. Abbiamo potuto ascoltare anche il catalano parlato in Alghero attraverso le parole del poeta algherese Antoni Coronzu, e anche le voci di Pau Vidal –traduttore dei romanzi del siciliano Andrea Camilleri–, di Liz Castro e di Màrius Serra. Ricordando lo scrittore Josep Pla, Serra assicurò che l’Italia e la Catalogna sono due paesi molto uniti perchè hanno il mare tra di loro. “Le montagne separano i paesi mentre i mari li uniscono”, riassunse. Ràdio Catalunya Itàlia si propone di stringere ancora di più questi legami.

traduzione  Àngels Fita – AncItàlia

L’indipendentismo torna a riempire le strade di Barcellona. #Diada2018

joker   barnaut.org   12.09.2018

victordiada2018-Diada 2018. Foto Victor Serri.

Vedo la mia ragazza fare una foto ai manifestanti e condividerla su WhatsApp ad un gruppo che ha con gli amici di quando viveva a Parigi. Uno di loro, tale Lorenzo, risponde stupito “ah, gli indipendentisti… ma perché ci provano ancora?”. La sensazione è che la reazione di questo Lorenzo sia sostanzialmente la stessa che ha avuto l’opinione pubblica europea a questa Diada 2018. L’attenzione dell’opinione pubblica è forse più mobile della piuma al vento immaginata da Francesco Maria Piave. S’infiamma facilmente, perde interesse con ancor maggiore facilità e spesso tende a capire poco di quanto avviene al di fuori delle mura domestiche. Così, dopo il grande casino dell’anno scorso, dopo il referendum dichiarato “illegale”, la repressione, gli arresti, la fuga di Puigdemont, il commissariamento e le nuove elezioni, la questione sembrava essersi “afflosciata”, allontanando il volubile interesse dell’opinione pubblica internazionale. D’altronde, è anche arrivato un nuovo governo, un governo di sinistra di quella Spagna che finalmente “vede rosso”, come scriveva entusiasticamente (ma anche frettolosamente e con una buona dose di superficialità) qualcuno in Italia. Quel governo doveva dare una speranza nuova, doveva disegnare una nuova Spagna alla quale magari si poteva anche dare una possibilità. Insomma, dei catalani non solo non si era più sentito parlare, ma si aveva la sensazione che non ci fosse molto da dire. E invece, un anno dopo loro sono qui. E si, “ci provano ancora”.

Un milione in piazza e avanti nei sondaggi. L’indipendentismo gode di ottima salute.

Se la giornata di ieri ci ha mandato un messaggio, quel messaggio è che il movimento indipendentista non ha perso praticamente nulla della speranza e della vitalità di un anno fa. La repressione giudiziaria, le campagne degli unionisti, il commissariamento e la mancanza di appoggio internazionale non hanno scalfito la volontà delle catalane e dei catalani. Già a luglio, i sondaggi confermavano l’appoggio ai partiti indipendentisti da parte della maggior parte dell’elettorato. Se si ripetessero le elezioni, il blocco indipendentista avrebbe la maggioranza al Parlament, il presidente sarebbe probabilmente di ERC, e Ciutadans perderebbe molto di quel consenso ottenuto a dicembre scorso, un arretramento che varrebbe circa sei o sette seggi.

La manifestazione di oggi ha portato in piazza una cifra che il settimanale dei movimenti anticapistalisti La Directa colloca tra le 700 e le 900 mila, una partecipazione non da poco per una popolazione totale di 7 milioni, assolutamente comparabile con le manifestazioni degli anni passati.

Il governo catalano negozia, ma forse non basta più.

Il presidente della Generalitat Quim Torra, esponente della componente di centro-destra dell’arcipelago indipendentista, ha da tempo adottato un atteggiamento cauto ed attendista. Pur ribadendo di essere pronto a “rendere effettivo il mandato del 1-O”, continua a chiedere al governo di Madrid un referendum pattuito con tutte le garanzie per gli elettori. Ottenendo immancabilmente la solita, stessa risposta di sempre.

E la pazienza sta rapidamente finendo, specie nella componente movimentista e radicale dell’indipendentismo, ovvero tanto tra le fila delle pur moderate piattaforme civiche Omnium e ANC, quanto tra le militanti ed i militanti della sinistra anticapitalista. Il sospetto è che la pressione della piazza finisca con il destabilizzare l’attendismo del governo di Quim Torra, spingendo quest’ultimo ad un atto di rottura.

L’autunno che viene qui in Catalogna.

E ora? Per chi ama il catalano possiamo proporre l’editoriale della scrittrice valenziana Gemma Pasqual i Escrivà, in cui si sottolinea come sarà proprio l’interazione tra il governo e quel popolo sceso in piazza oggi a Barcellona a scrivere i prossimi capitoli di questa storia. Non è una novità, ovviamente, visto che i governi indipendentisti hanno sempre potuto contare su di un controllo popolare stretto e ravvicinato da parte della cittadinanza, quella che veniva definita la “catena di fiducia” tra popolo e partiti repubblicani al governo. In questi mesi, tuttavia, il gioco si è giocato quasi esclusivamente dalle parti dei palazzi istituzionali, impegnati a ricostruire il governo autonomico dopo il 155 e nell’improbabile tentativo di mediazione con il nuovo governo di Madrid. Adesso, quel popolo dei lacci gialli, delle cassolades e delle piazze torna a far sentire la sua voce, il suo peso e la sua insofferenza verso una situazione di stallo che no, sembra non piacere quasi a nessuno.

Nel frattempo, la conclusione di questa prima analisi sulla ripresa del movimento catalano ce la fornisce il mitico Mentana. Anche nel Paese in balia di Salvini e Di Maio si torna a parlare di Catalogna, ma i toni sembrano andare modificandosi. Nell’apertura del TG delle 20:00 di ieri, il direttore del TG La7 conclude la sua anteprima con parole inequivocabili: “oggi si è visto chiaramente da che parte sta la maggior parte del popolo catalano”. E con questo, buon lavoro a chi si affanna da anni a dire che il momvimento indipendentista è fatto da una minoranza di borghesi, in una regione in cui il proletariato è saldamente fedele a Sua Maestà. E magari a Podemos.

http://www.barnaut.org/2018/09/lindipendentismo-torna-a-riempire-le-strade-di-barcellona-diada2018/