Puigdemont : la Spagna è uno Stato autoritario

 

Il presidente destituito elegge dalla Germania il successore: “E’ stato un errore non dichiarare l’indipendenza subito dopo il referendum”

Puigdemont: la Spagna è uno Stato autoritario “Farò vivere la repubblica catalana dall’esilio”

 

FRANCESCO OLIVO   INVIATO A BERLINO  12.05.2018

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Il leader che tiene in scacco la Spagna compare in un piccolo appartamento di Berlino, è in libertà provvi-soria, porta sul volto i segni di mesi difficili, ma non molla di un centimetro la sua battaglia per l’indipendenza. I servizi spagnoli lo seguono, qualche catalano lo viene a omaggiare e lui continua a dettare la linea a Barcellona. Proprio da questo salotto Carles Puigdemont, ha indicato un successore alla pre-sidenza della Catalogna, Quim Torra, ma lui resta leader, «dall’esilio».

 

Esilio è una parola importante, si fugge dalle dittature, la Spagna è una democrazia.

«Si va via dagli Stati autoritari e la Spagna lo è diventato. I di-ritti fondamentali non sono garantiti, né la libertà d’espressione. Per difendersi bisogna cambiare Paese».

Com’è la sua vita qui in Germania?

«Monastica. Passo ore a lavorare nel residence dove vivo».

Sarà monastica, ma lei è all’estero e i suoi ex compagni sono in carcere. Perché?

«Il mio dovere era dare continuità istituzionale e dal carcere non si può fare. Non sono scappato. Sono partito quan-do non c’era alcun provvedi-mento, appena è arrivato il mandato di cattura mi sono presentato dai giudici a Bru-xelles. Siamo in Europa per cercare una giustizia indipendente».

Qual è il suo compito ora?

«Portare avanti una campagna di internazionalizzazione del caso catalano, che è una vi-cenda europea».

Il 25 marzo lei è stato arrestato, che esperienza è stata quella del carcere?

«Sono stato trattato con ri-spetto, ma stare 23 ore al giorno in una cella è dura».

Da oltre sei mesi è all’estero, cosa le manca di più della sua terra?

«La mia famiglia, i miei paesaggi, la mia città, Girona. Cose piccole, ma che ti definiscono come essere umano».

Chi paga per la sua permanenza qui?

«I tanti catalani che fanno le donazioni. Il governo in esilio non prende soldi pubblici».

Lei dice che la sua rimozione stata illegale, ma l’articolo 155 della costituzione spa-gnola prevede l’intervento dello Stato su una comunità autonoma.

«Non permette, però, la destituzione del governo catalano, eletto dal parlamento».

 Si aspettava l’arresto?

«Conoscevo i rischi, ma ho provato a tornare in Belgio e mettermi a disposizione della giustizia. Mia moglie e mia fi-glia mi stavano aspettando a Bruxelles».

Il processo di indipendenza è stato più «complicato di quanto avesse previsto?

«In parte sì. Speravamo non prevalesse l’antica usanza spagnola di risolvere i conflitti con l’autoritarismo».

Avete fatto credere ai catalani che l’indipendenza si potesse ottenere velocemente?

«Era chiaro che sarebbe stato un processo lungo. Ma molti catalani hanno fatto una rapi-da dichiarazione intima di indipendenza. Magari si è confuso questo aspetto».

Perché invece i tempi sono lunghi?

«Perché abbiamo scelto una strada mai battuta in casi come questi: la via pacifica al-l’interno dei valori europei».

 E lontano il suo addio alla politica attiva?

«Purtroppo per me sì. Servirebbe una normalizzazione politica. Che gli indipendentisti escano dalle carceri. Quando arriverà tutto ciò torno volentieri all’anonimato».

 Nessun Paese ha riconosciuto l’indipendenza, è deluso dall’Ue?

 «Sapevo che non ci avrebbe appoggiato. Ma ora deve far rispettare i diritti fondamen-tali e non lo fa. Polonia e Ungheria vengono giustamente riprese perché hanno superato alcuni limiti. Ma a Madrid c’è gente in carcere per le pro-prie idee e a Varsavia no».

Lei è ancora europeista?

«Più di prima. Perché vedo i suoi valori minacciati da comportamenti autoritari».

Lunedì Quim Torra verrà probabilmente eletto presidente. L’opposizione dice che è una sua marionetta.

«Il presidente sarà effettivo, ma prende il potere in una condizione provvisoria e ne è cosciente. Dal 27 ottobre potrà convocare nuove elezioni, se il governo spagnolo continua con la persecuzione si potrà sciogliere il parlamento»

E un suo passo indietro?

«No, facciamo passi avanti, ma ci ispira la logica politica, non quella militare».

Lei cosa farà adesso?

«Il presidente del Consiglio della repubblica, un’istituzione che darà seguito alla di-chiarazione di indipendenza».

 In sostanza a Barcellona ci sarà una comunità autonoma normale e all’estero agi-rete da repubblica?

 «La costruzione della repubbli-ca catalana ha tre gambe: la co-munità autonoma, la società civile organizzata e lo “spazio libero europeo”».

Abbandonate la via unilaterale?

«L’indipendenza è già stata dichiarata e il parlamento non ha cancellato quel voto».

Esiste uno scenario possibile che non sia l’indipendenza?

«C’è sempre stato. A Rajoy ho detto spesso che siamo disposti ad ascoltare».

Il re Filippo VI che ruolo ha?

«Con il suo discorso del 3 ottobre ha escluso di fatto una parte di noi dal suo Regno».

Il tema resta: come si fa l’indipendenza senza il 50%?

«Dev’essere una maggioranza a decidere? Bene, lo strumento c’è: il referendum».

Qual è il suo più grande errore degli ultimi mesi?

«Fidarmi dello Stato spagnolo dopo il referendum. Nel mio discorso del 10 ottobre avrei dovuto dichiarare l’indipendenza. Ma mi erano arrivati messaggi sul fatto che Rajoy volesse dialogare».

Esisteva un canale con il governo spagnolo?

«Sì, diretto. I mediatori, tra cui molti ambasciatori, chiedevano di non fare niente di irre-versibile. Quindi il 10 ottobre nel mio discorso al parlamento evitai di dichiarare l’indi-pendenza, deludendo molti dei nostri. Ma la priorità era il dialogo. Da lì in poi cominciò però la repressione».

Quanto resterà all’estero?

«I miei orizzonti sono carcere o esilio. Devo prepararmi perché durerà molto, temo». —

 

 

DALLE URNE ALL’ESILIO

Il referendum proibito

Il 1° ottobre si svolge il refe-rendum sull’indipendenza della Catalogna, vietato dalla Spagna. Votano in quasi due milioni, tra le violenze della polizia spagnola.

 

Il discorso

Il 27 ottobre. Dopo un mese di trattative fallite, il parla-mento catalano dichiara l’in-dipendenza.

 

Il “governo in esilio”

Il 29 ottobre Puigdemont si trasferisce in Belgio. Poco do-po arriva il mandato d’arre-sto della giustizia spagnola.

 

Arresto e libertà

Il 25 marzo Puigdemont viene arrestato in Germania. Sarà scarcerato 12 giorni dopo. —

 

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