Governo in esilio : come funzionerà e cosa farà ?

Redazione – Vilaweb.cat – 04.03.2018

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Da dieci giorni i visitatori che finora il Presidente Puigdemont riceveva presso un hotel di Bruxelles, si sono spostati a Waterloo. In questo municipio della Valonia francofona, sulla Via degli Avvocati, c’è la famosa casa che dicevano era il domicilio di Puigdemont in Belgio. Lo è; lui vi risiede. Ma è molto più di questo, come possono comprovare i visitatori, in molti casi con certa sorpresa. Quelli che ci lavorano la chiamano ‘la Casa della Repubblica’. Questo è il primo impatto che ricevono i visitatori.

In questi ultimi giorni, abbiamo visto sfilare da un gruppo di sindaci fino a dei giornalisti di diversi paesi, scienziati o artisti, passando per parlamentari e rappresentati politici di ogni sorta, che osservano con curiosità la nuova realtà: il Consiglio della Repubblica. La settimana scorsa Puigdemont annunciò che proponeva a Jordi Sanchez per presiedere la istituzione autonomica, e prima aveva informato che era arrivata l’ora di iniziare a costruire in Belgio ‘le istituzioni della Repubblica Catalana’, quella che fu proclamata lo scorso 27 ottobre.

 

La prima di queste è la sede. Quando i visitatori accedono all’edificio, la prima sorpresa è la scoperta che quello non è una casa ma un ufficio. Quando dopo aver attraversato l’entrata arrivano alla sala di riunioni che si trova nel primo piano, si può osservare che c’è della gente, talvolta anche i parlamentari in esilio, lavorando in diverse scrivanie. Sono quelli che si potrebbero definire come i primi ‘funzionari’ della repubblica, anche se questo non è ovviamente il loro regime di lavoro. Sono lavoratori a contratto e tra le loro mani già si vedono passare i progetti che, non più tardi di sei mesi dopo la proclamazione della repubblica, faranno sì che prenda corpo una struttura reale che Carles Puigdemont ha disegnato insieme agli altri parlamentari in esilio e ai loro “team” e che è stata approvata dai tre partiti indipendentisti e dalle associazioni civili.

 

Per arrivarci, però, devono superare l’assedio delle camere dei media spagnoli. Si afferma che un buon numero di agenti del CNI e della polizia spagnola si dedicano a ostacolare il lavoro e tentano di ottenere tutta l’informazione possibile, non sempre con mezzi regolari.

 

Un governo in esilio grazie a l’Europa delle libertà

Il presidente della Generalitat ha definito l’estruttura come ‘un governo in esilio’. Ma ha chiarito che non lo è nel senso tradizionale, grazie all’Europa delle libertà che si è costruita nelle ultime decadi. I sei politici che ora si trovano lì (lui stesso, le ministre catalane Ponsatí e Serret, i ministri catalani Comín e Puig e la leader della CUP Anna Gabriel) sono cittadini liberi a tutti gli effetti. La Spagna non ha avuto il coraggio di reclamarli, cosciente che le giustizie europee non avrebbero accettato la petizione, per trattarsi di una causa indegna di un paese democratico. Il ritiro dell’euro-ordine di estradizione mise in evidenza la magnitudine del problema che ha lo stato spagnolo. Nel caso dell’esilio in Svizzera di Anna Gabriel nemmeno hanno chiesto l’euro-ordine di ricerca. Il risultato, paradossale, è che i membri di uno stesso governo sono in carcere se rimangono nello stato spagnolo (come il vicepresidente Junqueras e il ministro catalano degli Interni Forn) mentre se fanno uso della propria libertà di circolazione europea, della propria condizione di europei, allora possono vivere in libertà e costruire un governo che rappresenti la legittimità emanata dalle elezioni e interrrotta per il colpo di stato applicato mediante l’articolo 155.

 

Nel cosiddetto ‘spazio libero di Bruxelles’, dunque, quello  che è ancora il presidente della Generalitat insieme al suo governo si dispongono a dispiegare in forma immediata le strutture che hanno costruito e concordato finora. Un governo e un parlamento in esilio che avranno la missione di mettere sulle corde allo stato spagnolo dal punto di vista giuridico e diplomatico, e tenterà di dirigere le azioni di questa maggioranza di cittadini della Catalogna che aveva votato per l’indipendenza nel referendum di autodeterminazione e nuovamente nelle elezioni convocate illegalmente da Mariano Rajoy.

 

In un’intervista a The Guardian di venerdì scorso, Puigdemont diceva che il Consiglio della Repubblica non era clandestino, che il suo gabinetto preferiva lavorare in uno spazio libero senza minacce nè paure e che, dal Belgio, potranno agire senza i problemi che impongono la polizia e la giustizia spagnole. Aggiungeva che il consiglio deve rappresentare la diversità del paese, per cui ‘avrà anche rappresentazione delle comunità locali e delle associazioni’. Ripeteva anche un motto che negli ultimi mesi è stato centrale nelle sue riflessioni: ‘dobbiamo spostarci dal vecchio modello del governo “per la gente” a un sistema nuovo che è il  governo “con la gente”‘.  Perciò i preparativi nella Casa della Repubblica hanno molto in comune con le nuove tecnologie e con l’esempio della Estonia. Il paese baltico ha creato un ambiente virtuale che gli permetterebbe di funzionare come uno stato indipendente in caso di invasione russa, progetto che la Generalitat da tempo sta studiando e che il governo in esilio prenderà come modello.

 

Il disegno previsto che nei prossimi giorni prenderà forma passa per la creazione di due istituzioni: il Consiglio della Repubblica e l’Assemblea dei Rappresentanti. Il Consiglio della Repubblica sarà il governo in esilio e i partiti hanno concordato che avrà cinque membri, due di “Junts per Catalunya”, due di “Esquerra Republicana” e uno della CUP. Il Consiglio si riunirà ogni settimana e si coordinerà politicamente con il governo della Generalitat (a Barcellona), il quale, se finalmente si insedia, mediante l’accordo che dovrebbero raggiungere i gruppi indipendentisti, riconoscerà formalmente la preminenza del Consiglio Repubblicano per adottare iniziative politiche.

 

Per quanto riguarda l’Assemblea di Rappresentanti, questa sarà l’equivalente del parlamento in esilio, incaricato come qualsiasi altro parlamento del controllo dell’esecutivo. L’Assemblea di Rappresentanti conterà con i deputati dei partiti indipendentisti che ora rappresentano la maggioranza del parlamento autonomico ma ci saranno anche rappresentati dei comuni e di altre istituzioni, con la volontà di costituire una istituzione nazionale catalana di grande rappresentatività. Sia il Consiglio che l’Assemblea si riuniranno generalmente a Bruxelles ma non è escluso che, soprattutto l’ultima, possa riunirsi anche in Catalogna, e questo comporterebbe altri problemi per le istituzioni spagnole.

 

Delle istituzioni private per non restare invischiati nella rete dello stato spagnolo

Formalmente le due istituzione saranno private, per non finire invischiate nella rete legale che lo stato spagnolo vuole costruire. Politicamente, le sue azioni pubbliche saranno coperte dalla stessa Generalitat, la quale incorporerà le decisioni prese dal consiglio nella misura in cui risulti possibile legalmente. Ma il consiglio sfuggirà alla repressione spagnola e potrà assumere compiti che non si potrebbero portare a termine in altro modo, come nel caso delle delegazioni catalane all’estero. E’ evidente che con il 155 continueranno ad essere proibite dal governo spagnolo ma potranno essere attivate dallo spazio libero di Bruxelles praticamente con le stesse modalità di funzionamento che avevano prima della soppressione.

Da Bruxelles si guiderà la redazione della Costituzione della Repubblica a partire da un ampio movimento di discussione popolare che replicherà l’esperienza della Costituzione dell’Islanda. Di nuovo, il fatto di essere formalmente un ente privato permetterà al governo catalano in esilio di fare, anche all’interno della Catalogna, cose che la repressione esercitata dai tribunali agli ordini di Rajoy non permetterebbe.

 

E in questo senso, il collegamento tra il Consiglio della Repubblica, il governo autonomico (di Barcellona) e i due milioni di votanti indipendentisti, permetterà di controvertire costantemente le basi del potere dello stato spagnolo in Catalogna. Il Consiglio e l’Assemblea favoriranno alternative affinchè i cittadini catalani possano evitare (ad esempio) la necessità di aggirare (oggi quasi impossibile) il fatto di avere i risparmi nelle banche che collaborano con la repressione. Si incoraggerà inoltre una democrazia elettronica che possa permettere alla Generalitat, per esempio, di fare consultazioni telematiche attraverso la rete per aggirare la legislazione spagnola. In realtà, il concetto va oltre la democrazia elettronica, come la conosciamo tradizionalmente, e si addentra nella democrazia conosciuta come ‘attiva’, riprendendo le idee di radicalità democratica che sottoscrive Puigdemont nell’intervista a The Guardian.

 

Il finanziamento del governo in esilio, conseguentemente, sarà anche completamente privato, effettuato attraverso un fondo aperto alla partecipazione della cittadinanza e assolutamente trasparente. Chi lo vorrà, potrà contribuire al mantenimento di queste due istituzioni che nessuno crede che avranno bisogno di grandi quantità di lavoratori. I compiti della gestione del giorno per giorno rimarranno in mano al governo autonomico e il governo in esilio si concentrerà sulle operazioni che il governo spagnolo proibirà al governo autonomico, dal punto di vista legale e dell’internazionalizzazione della causa.

 

Una complicata patata bollente anche per l’Unione Europea

La nascita ufficiale del governo catalano in esilio è stata ricevuta con indifferenza apparente dal governo spagnolo, ma le reazione e la virulenza degli attacchi generati rilevano la grande preoccupazione che provoca a Madrid.

 

Infatti, nelle ultime settimane i conflitti aperti dalla Spagna con diversi membri dell’Unione Europea sono aumentati esponenzialmente, anche nei toni. Fonti del governo spagnolo hanno insinuato che potrebbero arrivare a rompere rapporti diplomatici con il Belgio, una minaccia mai vista prima. I ministro degli Esteri, Dastis, si è riferito alla Svizzera negli stessi termini quando Anna Gabriel anunciò la volontà di rimanerci. La ritirata del “placet diplomatico”, settimana scorsa, al console della Finlandia di Barcellona è la quarta che lo stato spagnolo effettua, motivata dal conflitto con la Catalogna. Ma questa volta è stata contestata dalla totalità del corpo consolare di Barcellona e dalla stessa ambasciata della Finlandia. Il dibattito è arrivato al parlamento finlandese e il governo dovrà dare spiegazioni.

 

Dietro al nervosismo spagnolo c’è la coscienza, sempre più consapevole, che il processo giudiziario contro il governo catalano è un errore di conseguenze madornali. Infrange tutti i principi sulla separazione di poteri e sul diritto ad un processo equo. Inoltre, la carcerazione di membri del governo e la creazione di un altro in esilio all’interno dell’Unione Europea provoca un problema grave di definizione nella stessa Unione. La UE ha già molte difficoltà per spiegare come mai l’Ungheria e la Polonia instaurano delle politiche contravenendo alle leggi europee e ai principi democratici più elementari. Il fatto che ciò non capiti soltanto nel vecchio blocco dell’est e che uno stato occidentale come la Spagna si comporti con un totale disprezzo della separazione di poteri e dei diritti civili complica di molto la situazione nell’Unione.

 

Il permesso che, a suo tempo, l’UE concesse per applicare senza limiti l’art. 155, ha avuto come conseguenza un retrocesso delle libertà non soltanto in Catalogna ma in tutto il territorio spagnolo e gli scandali iniziano a diventare difficili da nascondere. La censura di una mostra artistica nella fiera ARCO perchè c’erano opere che facevano riferimento ai prigionieri politici catalani ha fatto il giro del mondo, come le condanne al carcere per due musicisti, Valtonyc e Pablo Hassel, per le loro canzoni e per aver pubblicato dei tweet critici.

 

La settimana scorsa, per la prima volta, il presidente Puigdemont riconobbe che si era sbagliato lo scorso 10 di ottobre nell’accettare di congelare l’indipendenza come le aveva chiesto pubblicamente Donald Tusk. II governo catalano si aspettava che quel gesto sarebbe diventato il preludio di una reazione dell’Unione Europea per aiutare a trovare una soluzione politica all’evidente problema costituzionale della Spagna. Non fu così; anzi, fu l’opposto. Anche se il governo catalano sottolinea che l’Europa è molto più della Commissione Europea e mette in evidenza la comprensione e il supporto di paesi come il Belgio, la Slovenia, la Danimarca, l’Irlanda o la Letonia che hanno permesso al governo in esilio di prendere coscienza che l’Europa e lo spazio di libertà che ha creato è la soluzione del conflitto politico, anche se gli attuali dirigenti europei sono incapaci di vederlo.

 

Per la strategia del governo in esilio, dunque, è fondamentale poter dimostrare come il comportamento dello stato spagnolo sia incompatibile con gli standard democratici europei. Con lo scopo evidente di aspettare il momento giusto, quando i costi di questa giustificazione dell’arbitrarietà totalitaria dello stato spagnolo sia insostenibile per l’Europa. Questo si può fare molto più facilmente da una casa a sedici quilometri da Bruxelles invece che da Barcellona, sottomesssa a una repressione costante e indiscriminata.

traduzione Àngels Fita – ANC Italia

https://www.vilaweb.cat/noticies/govern-en-lexili-com-funcionara-i-que-fara/

Perchè, malgrado aver ceduto, la decisione di Puigdemont è un passo avanti?

Vilaweb.cat – –Vicent Partal – 01.03.2018

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Il presidente Puigdemont ieri ha annunciato l’inizio dell’istituzionalizzazione della Repubblica Catalana, dal cosiddetto spazio libero di Bruxelles, cinque mesi dopo i referendum di autodeterminazione dell’1 di Ottobre. Ha anche detto che è arrivata l’ora di agire, annunciando una denuncia davanti all’ONU contro il Regno della Spagna. E ha posto sul tavolo una formula per sbloccare la gestione autonomica con la rinuncia alla carica di presidente della Generalitat, affermando che si tratta di una rinuncia provvisoria. Da ieri (dopo il voto del Parlamento Catalano che considera legittimo il governo destituito per l’applicazione dell’articolo 155), il suo lavoro sarà proprio quello di mettere in piedi le istituzioni che daranno forma alla Repubblica proclamata lo scorso 27 d’ottobre. E tutto questo dalla libertà che l’Europa offre ai catalani, in contrasto con la tirannia critarchica spagnola.

 

Precisamente la sessione di ieri nel Parlament de Catalunya fu un grande esempio per capire cosa ci aspetta se continuiamo sotto questo ‘governo dei giudici’, sotto questo governo falsato che rende possibile delle scene surreali, indegne di una democrazia, come le minacce penali al Parlament (un parlamento non può essere punito penalmente) per il semplice fatto di dibattere non una mozione, ma solo una transazione verso una mozione.

 

Il blocco del 155 (partiti unionisti) non cederà un solo pollice di terreno riguardo alla repressione verso le istituzioni autonomiche catalane. Pertanto, le instituzioni nazionali catalane –che sembrano la stessa cosa, ma non lo sono– necessitano di una strategia per mantenere la pressione sulla Spagna e sulla comunità internazionale al di là della gestione dell’autonomia. Che possa coniugare l’attuazione politica di grande respiro con il “farsi carico di una burocrazia minore” sul territorio, come diceva Julià de Jòdar. E per fare questo, sono necessarie delle istituzioni che non siano soffocate, che siano libere e possano agire in piena libertà.

 

Questo è il senso del passo avanti annunciato ieri dal presidente Puigdemont. La Repubblica Catalana non è un’entelechia, per quanto alcuni se ne facciano beffe. Fu proclamata dal Parlament de Catalunya, legalmente. Ha la maggioranza del parlament attuale a favore. Ha appena finito di annunciare come inizierà ad istituzionalizzarsi e quali istituzioni intende dispiegare. Dispone già di un palazzo dal quale opera, a Waterloo, e di gente che vi lavora. Ha dei politici, iniziando da Puigdemont, che la rappresentano e che rappresentano, così, lo scontro con lo stato spagnolo. E, sopra ogni altra cosa, ci sono due milioni di cittadini che la possono far diventare, se lo vogliono, l’ariete della difesa della democrazia e delle libertà personali e nazionali.

 

E’ logico e normale che il PP e l’unionismo tentino di ridurre la complessità di tutto questo che ho spiegato a un semplice ‘passo indietro’ del presidente Puigdemont. Che lo è, certo. Perchè il parlament ha avuto paura di proclamarlo e ha ceduto alla pressione spagnola. Ho già ribadito in questi giorni che penso che cedere non ci fa vincere nulla e che è una cattiva strategia. Però questa è stata la decisione del blocco indipendentista nel parlament, dei tre partiti insieme, e non possiamo fare molto altro.

 

Ora, se la decisione del parlament è stata di cedere, quella di Puigdemont annunciata nel suo discorso è molto più complessa. Include la cessione perchè, in definitiva, se lui avesse voluto avrebbe potuto provocare delle nuove elezioni. Ma non è soltanto –nè soprattutto- una cessione.

 

…….

La Spagna voleva, e il Financial Times ne parlava ieri in un articolo molto interessante, un ‘colpo chirurgico’ che le permettesse di dire che questa storia della Catalogna era già sistemata, che era finita la proposta di rottura e che la Regione era una placida autonomia. Ma questo non è successo e, invece, da ieri si trova con l’attivazione di queste istituzioni che, sfortunatamente per noi, non furono attivate quando ne avevamo più bisogno, subito dopo la proclamazione. Non c’è Repubblica, come l’avremmo voluta, ma non esiste più la Catalogna autonomica che loro vorrebbero. Il confronto resta aperto. E possiamo andare avanti solo se capiamo che questo è un confronto.

 

Ci sono tre cose che fanno paura alla Spagna. La prima, e principale, è quella che ha rovinato il piano e l’ha portata alla crisi dove ora si trova arenata: il voto dei cittadini catalani. La seconda è questo simbolo della libertà dei catalani, e del diritto di essere persone libere, che è diventata la Repubblica. Perchè il semplice fatto di esistere le porta via della leggitimità come stato e la costringe –come vediamo– a portare la repressione al limite. E, infine, ha paura che qualcuno più potente, da fuori, finisca per imporle una trattativa. Ma senza un referente libero ciò sarebbe impossibile: trattare con chi? Con un parlamento che non può decidere nemmeno chi è il candidato alla presidenza? Il governo autonomico e il parlamento autonomico, come abbiamo visto ieri non potranno difendere liberamente alcuna proposta per la Catalogna. Ma il Consiglio della Repubblica e l’Assemblea di Rappresentanti lo possono fare.

 

E questo è il grande cambiamento di scenario e questo sarà il suo compito più urgente. Da qui arriva il primo gesto: una denuncia davanti all’ONU.

 

Puigdemont ieri ha detto che non si ritira nè rinuncia. Capisco la frustrazione di molta gente che vorrebbe delle istituzioni, anche sul territorio, più risolutive. Ma so anche che alcuni non vogliono nè vorranno che leggiamo le frasi del discorso di Puigdemont per non frantumare la realtà parallela nella quale vogliono collocarci. Questa realtà parallela che dice che non ci furono cariche della polizia il primo di ottobre, che non ci fu alcun referendum, che la Repubblica non è stata proclamata, che il re fu ben accolto domenica scorsa e che le pentolate che rissuonavano in tutte le strade erano per salutarlo affettuosamente. Chi voglia credere a questo, può farlo. Ma la realtà ha dimostrato in questi ultimi anni che è molto testarda di fronte agli entusiasti titoli della stampa del regime.

 

Come Mariano Rajoy può comprovare ogni giorno quando si alza dal letto, dopo quattro mesi dal colpo di stato perpetrato contro la Catalogna, che il popolo giallo si mantiene fermo. O quando si rende conto che il presidente Puigdemont, il cittadino @KRLS, continua a lavorare affinchè il suo progetto politico diventi realtà e, per la precisione, si colloca in un binario dove non può subire pressioni da nessuno.

 

traduzione  Àngels Fita – ANC Italia

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/per-que-la-decisio-de-puigdemont-es-un-pas-endavant-editorial-vicent-partal/