La Catalogna sta diventando un problema di tutti

L’arresto di Carles Puigdemont in Germania ha cambiato le cose e ora l’Unione Europea non può più restarne fuori

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti   

IlPost   27.03.2018

Carles Puigdemont (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

La Catalogna sembra entrata in una nuova crisi, senza che fosse uscita dalla precedente. Domenica l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, molto popolare tra gli elettori indipendentisti, è stato arrestato dalla polizia tedesca nello stato di Schleswig-Holstein, con l’aiuto dell’intelligence spagnola e sulla base di un mandato di arresto europeo diffuso dalla Spagna. Puigdemont aveva appena partecipato a una conferenza in Finlandia e aveva fatto perdere le sue tracce: stava cercando di tornare in Belgio in macchina per far sì che la sua richiesta di estradizione fosse analizzata dalla giustizia belga, considerata dai suoi avvocati più favorevole rispetto a quella di altri paesi europei, tra cui la Germania. Dopo avere passato la notte in carcere, un giudice dello stato di Schleswig-Holstein ha deciso di tenerlo in prigione come misura cautelare – ha parlato di rischio di fuga – mentre un altro giudice deciderà cosa fare della richiesta di estradizione.

Puigdemont è accusato di ribellione, sedizione e malversazione per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna, giudicato illegale dal governo e dalla magistratura spagnola, e per la sua successiva ambigua dichiarazione di indipendenza. Non è l’unico membro dell’ultimo governo indipendentista obiettivo del mandato di arresto europeo diffuso dalla Spagna: la direttiva ha riguardato anche Meritxell Serrat, Toni Comín e Lluís Puig, rimasti in Belgio, e Clara Ponsatí, che si trova in Scozia. Tutti e quattro si sono detti disponibili a consegnarsi e a collaborare con le autorità: per il momento contro di loro non è stata disposta alcuna misura cautelare.

Le domande di estradizione per i cinque politici catalani dovranno ora essere esaminate dai giudici dei tre paesi coinvolti – Germania, Belgio e Regno Unito – che potrebbero arrivare a conclusioni diverse in tempi diversi. In ognuno di questi paesi, inevitabilmente, la stampa e i vari politici e osservatori manterranno alta l’attenzione sulla crisi in Catalogna, sul futuro di Puigdemont e sulla risposta dell’Unione Europea: esattamente quello che le istituzioni dell’Unione Europea avrebbero voluto evitare. A ciò va aggiunto che ci sono altre due importanti politiche indipendentiste catalane in Svizzera: Marta Rovira, di Esquerra Republicana (ERC, partito di sinistra), e Anna Gabriel, della CUP (partito di sinistra radicale). Lunedì mattina il portavoce della Commissione europea ha ribadito la posizione che l’Unione ha tenuto finora sulla crisi catalana: che è una questione interna spagnola e che come tale se ne deve occupare la Spagna senza alcun intervento delle istituzioni europee. Il fatto che l’Europa non voglia occuparsi della Catalogna, però, non significa che la Catalogna non possa creare parecchi problemi all’Europa. Anzi, ha già iniziato a farlo.

La crisi in Catalogna è piuttosto atipica se confrontata ad altri movimenti secessionisti europei. L’assenza della violenza e la grande capacità di mobilitazione della società civile catalana hanno spinto alcuni osservatori, opinionisti e politici europei a esprimere irritazione o disagio nei confronti del governo spagnolo guidato dal primo ministro conservatore Mariano Rajoy, accusato di non avere mai voluto dialogare con gli indipendentisti e di voler risolvere la crisi per via giudiziaria e non politica. Queste posizioni non si sono tradotte nell’appoggio alla causa indipendentista, come avrebbero voluto Puigdemont e i suoi alleati, ma hanno comunque causato un danno d’immagine alla Spagna. Lunedì, per esempio, il quotidiano conservatore britannico Times ha pubblicato un commento di Jean Paul Goujon molto duro nei confronti del governo spagnolo. In un passaggio si legge:

«L’indipendenza della Catalogna è probabilmente una cattiva idea, certamente va contro gli interessi della più ampia nazione spagnola e molto probabilmente contro gli interessi della stessa regione. […] Madrid deve iniziare a parlare con i suoi avversari e smettere di cercare di incarcerarli.»

L’Unione Europea, nonostante le richieste provenienti da diverse parti, si è rifiutata finora di infilarsi nella questione catalana, facendo da mediatrice tra le parti o provando a fare pressioni sul governo spagnolo. Quello che si sono chiesti in molti negli ultimi mesi è: come può l’Unione Europea stare a guardare durante una crisi così grave, senza fare niente?

Ci sono diverse risposte. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, ha detto lo scorso ottobre: «Se permettessimo alla Catalogna di separarsi – e comunque non sono affari nostri – altri faranno lo stesso. Non voglio che succeda. Non mi piacerebbe che tra 15 anni avessimo un’Unione Europea con 98 stati», riferendosi alle principali regioni di cui è composta oggi l’UE. Uno dei problemi, quindi, è il rischio dell’”effetto domino”, che potrebbe portare alla fine della stessa Unione Europea. Per le istituzioni europee parlare con gli indipendentisti catalani significherebbe inoltre legittimarli politicamente, metterli sullo stesso piano di un governo nazionale. È uno scenario che non vorrebbe praticamente nessun governo europeo – soprattutto quelli che devono affrontare spinte autonomiste o secessioniste all’interno dei loro confini – e che costringerebbe l’Unione Europea a muoversi contro la volontà della Spagna su un tema considerato di competenza assoluta degli stati: l’integrità territoriale e la difesa dei propri confini.

La posizione dell’Unione Europea, considerata legittima e l’unica possibile da molti osservatori, però non cancella il problema: anche perché, come ha scritto domenica il giornalista tedesco Thomas Urban sul quotidiano Süddeutsche Zeitung, negli ultimi mesi Puigdemont sembra essere effettivamente riuscito a “internazionalizzare” la crisi catalana, facendola cioè diventare un problema non solo interno spagnolo ma dell’intera Unione Europea. Urban ha anche scritto: «Per quanto tempo gli stati dell’Unione Europea accetteranno che Madrid colpisca un movimento democratico di massa con il carcere e le multe?». Una posizione simile era stata espressa negli ultimi mesi da importanti giornali europei, tra cui Politico, quello che più si occupa delle questioni legate all’Unione Europea. Lo scorso ottobre Politico aveva scritto:

«Bruxelles e i governi nazionali hanno avuto ragione a opporsi inequivocabilmente alle mosse unilaterali e illegali del governo catalano per separarsi dalla Spagna. Ma questa risposta dovrebbe essere un elemento di una strategia europea più ampia, non la sua interezza. L’Unione Europea si è schierata con il primo ministro Mariano Rajoy anche quando alcune delle sue tattiche – nonostante fossero costituzionalmente giustificate – erano politicamente miopi»

Lunedì mattina, dopo l’arresto di Puigdemont, alcuni giornalisti spagnoli hanno notato come le domande durante la quotidiana conferenza stampa del portavoce della Commissione europea fossero soprattutto sulla questione catalana, e soprattutto ostili verso il governo spagnolo e l’UE. María Tejero Martín, corrispondente del Confidencial a Bruxelles, ha scritto che diversi giornalisti, tra cui un italiano, hanno messo in discussione il rispetto dei diritti umani nel sistema spagnolo e hanno comparato la Spagna con la Turchia, paese diventato ormai un regime autoritario.

Claudi Pérez, corrispondente del País a Bruxelles, ha scritto: «La stampa internazionale (belga, britannica e italiana) è tornata alla carica con la Catalogna. I giornalisti chiedono se l’ordine di arresto europeo possa essere usato contro politici che organizzano referendum. Chiedono se la Commissione europea sia soddisfatta del dialogo. Sono stati fatti paragoni con la Turchia».

Nell’ultima settimana c’è stato anche qualche politico che ha espresso pubblicamente solidarietà al secessionismo catalano e ha chiesto che non vengano estradati i politici indipendentisti.

Wolfgang Kubicki, giurista, esponente del Partito liberale democratico e vicepresidente del Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco, ha detto per esempio che Puigdemont non dovrebbe essere estradato, perché nel codice penale della Germania non ci sarebbe un reato corrispondente alla ribellione, cioè il reato più grave imputato dalla giustizia spagnola all’ex presidente e agli ex ministri. Al di fuori di alcuni casi prestabiliti, infatti, l’estradizione viene concessa quando c’è corrispondenza del reato in questione tra paese richiedente e paese che ha in custodia il ricercato. Secondo altri, Puigdemont sarebbe stato arrestato proprio in Germania perché il codice penale tedesco prevede una cosa simile alla ribellione, cioè il reato di alto tradimento. Su cosa includa esattamente il reato di ribellione se ne sta discutendo da mesi in Spagna, con grandi divisioni tra gli stessi penalisti spagnoli.

Nicola Sturgeon, prima ministra scozzese e sostenitrice del referendum sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, ha scritto di appoggiare le richieste di autodeterminazione degli indipendentisti catalani, ma ha aggiunto che per legge il suo governo non può interferire nella decisione sull’estradizione di Clara Ponsatí, oggi rispettata docente dell’Università di St. Andrews (la stessa università ha diffuso un comunicato di solidarietà a Ponsatí).

Nell’ultima settimana la situazione in Catalogna è diventata molto tesa. Gli ex ministri del governo indipendentista guidato da Puigdemont sono stati rimessi in carcere in via preventiva, dopo essere stati liberati una prima volta su cauzione, e verranno processati per ribellione. Poi sono arrivati la notizia dell’arresto di Puigdemont e gli scontri a Barcellona, che hanno provocato più di 90 feriti e qualche arresto. Neus Tomás, vicedirettrice del quotidiano spagnolo Díario, ha descritto gli eventi degli ultimi giorni come «uno shock» per i dirigenti indipendentisti, che lunedì hanno ottenuto di fissare una seduta parlamentare per votare una risoluzione che renda eleggibile Puigdemont a presidente della Catalogna, una strada che era stata considerata illegale dalla giustizia spagnola. Nessuno ha idea di cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane.

Finora l’Unione Europea è riuscita a rimanere fuori dalla crisi catalana, nonostante il fronte indipendentista abbia cercato in tutti i modi di trovare una sponda in Europa, più che altro decidendo di non occuparsene in alcuna maniera, e sembra improbabile che la sua posizione cambi nei prossimi mesi: sarebbe troppo rischioso. Anche se la politica europea è per la maggior parte schierata dalla parte del governo di Madrid, ora che la crisi ha iniziato a coinvolgere direttamente altri tre paesi – Germania, Belgio e Regno Unito – la situazione potrebbe complicarsi. Se dovessero essere estradati e incarcerati in Spagna, l’immagine di tutto un ex governo in prigione in un paese dell’Europa occidentale – al di là di quello che si pensi dell’indipendentismo catalano – sarebbe molto potente e diventerebbe sempre più difficile per l’Unione Europea continuare a rimanere fuori da tutta questa vicenda.

 

Quel silenzio dell’Europa sulla Spagna

 

L’arresto de Puigdemont

Andrea Bonanni    La Reppublica   26.03.2018

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Adesso che l’Europa ha arrestato Puigdemont in nome e per conto della Spagna, si spera che farà più fatica a  voltarsi dall’altra parte e fingere ipocritamente di ignorare la questione catalana e l’uso strumentale della giustizia da parte di Madrid, come ha fato finora.

Il mandato di cattura europeo è servito a poco per combattere il terrorismo jihadista. Non è bastato per fermare la diffusione delle mafie nella Ue. Ma è stato utilizzato in modo selettivo e mirato per colpire nel modo più duro il leader di un movimento indipendentista che ha vinto prima un referendum, poi  le elezioni, e che non si è mai macchiato di alcuna violenza. Per l’immagine dell’Europa è un altro colpo che rischia di fare male. Se davvero Puigdemont fosse un criminale, i giudici spagnoli, dietro i quali si nasconde il governo a guida Pp di Madrid, avrebbero potuto, e dovuto, chiederne l’arresto quando si trovava in Belgio, o quando è andato in Finlandia, o ancora quando è passato per la Danimarca. Non lo hanno fatto perché in quei Paesi non è previsto il reato politico di “ribellione e sedizione” che loro gli contestano. E dunque, se il leader fosse stato estradato, avrebbero potuto processarlo solo per imputazioni minori, le quali non prevedono il carcere fino a trent’anni, che evidentemente vorrebbero infliggerli. Così hanno aspettato che entrasse in Germania, dove esistono figure di reati simili a quelle contemplate dal codice spagnolo, per far scattare la trappola e mettergli le manette.

Ma le manette ai polsi di Puigdemont ora sono tedesche. Tedesco è il carcere dove si trova rinchiuso. Tedeschi i giudici che dovranno decidere se concedergli asilo politico o decretarne l’estradizione sulla base di una normativa europea. La diaspora dei dirigenti catalani democraticamente eletti  e costretti a fuggire dalla repressione spagnola ha ormai toccato mezza Europa. Ieri in Scozia si è consegnata alle autorità una esponente indipendentista. Altri si trovano in Svizzera. Altri ancora in Belgio. L’Europa ha giuridicamente poche possibilità di non applicare il mandato di arresto che essa stessa ha approvato. D’altra parte, se ora saranno i giudici tedeschi, o belgi, o scozzesi, a consegnare nelle mani degli inquisitori spagnoli gli uomini politici da loro ricercati, la Ue non potrà continuare a disinteressarsi dalla loro sorte. Come non potrà continuare a ignorare che il Parlamento catalano eletto in dicembre non è in condizioni di nominare un governo perché i potenziali candidati sono tutti in carcere o ricercati. Che otto deputati catalani sono in stato di detenzione preventiva anche se non hanno commesso alcuna violenza. E che decine di sindaci, funzionari e amministratori catalani sono stati denunciati all’autorità giudiziaria per il semplice fatto di aver compiuto il loro dovere di pubblici ufficiali della Generalitat.

Fino a quando l’Europa che mette sotto accusa la Polonia per una legge sulla nomina dei giudici costituzionali potrà fingere di non vedere quello che la Spagna sta facendo in Catalogna? Certo, il governo ultraconservatore polacco non fa parte della “grande famiglia” del Partito Popolare Europeo. Invece le sorti del Pp spagnolo di Mariano Rajoy saranno essenziali per determinare chi vincerà le prossime elezioni europee. Ma anche il modo in cui i leader popolari di mezza Europa gestiranno la crisi catalana, diventata ormai una crisi comunitaria, avrà pure una qualche influenza sugli elettori di un partito che pretende di essere una cardine della democrazia della Ue.

 

https://quotidiano.repubblica.it/edicola/catalogogenerale.jsp?ref=search

La polizia tedesca arresta il presidente catalano Puigdemont

 

 

di Marco Santopadre    Contropiano.org    25.03.20

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Questa mattina la polizia tedesca ha arrestato, su segnalazione dei servizi segreti di Madrid, l’ex presidente catalano in esilio, Carles Puigdemont, mentre a bordo di un auto attraversava la frontiera tra la Danimarca e la Repubblica Federale Tedesca, diretto in Belgio.

Puigdemont era arrivato in Finlandia venerdì per realizzare incontri politici e delle conferenze sulla vicenda catalana, come aveva già fatto nelle settimane precedenti prima in Danimarca e poi in Svizzera, dove si sono nel frattempo rifugiate l’ex portavoce della CUP Anna Gabriel e la segretaria generale di ERC Marta Rovira, sulle quali grava un ordine d’arresto della magistratura spagnola.

Ma ieri aveva dovuto lasciare il paese dopo che Madrid ha chiesto l’arresto e l’estradizione del dirigente catalano riattivando l’ordine di cattura europeo spiccato mesi fa e poi sospeso per timore che la giustizia belga lo respingesse.

Il governo finlandese ha chiesto a Madrid di inviare la richiesta di arresto in inglese e non in castigliano come era avvenuto, allungando i tempi e chiarendo implicitamente che l’arresto di Puigdemont non rientrava tra le sue priorità. Al contrario Berlino si è dimostrata assai più zelante dopo aver guidato, insieme a Francia e Italia il sostegno delle istituzioni europee alla repressione spagnola contro due milioni e mezzo di cittadini catalani che il 1 ottobre hanno votato nel referendum per l’autodeterminazione sfidando i divieti di Madrid. Ora le autorità giudiziarie tedesche hanno 90 giorni per decidere se estradare o meno il dirigente catalano perseguitato dalla Spagna.

L’Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural, le maggiori associazioni indipendentiste, hanno immediatamente convocato una manifestazione alle 17 di oggi. La marcia è partita dalla sede della Commissione Europea di Barcellona per concludersi davanti al consolato tedesco.

Dal canto loro i Comitati per la Difesa della Repubblica hanno iniziato a manifestare alle 16 nel centro di Barcellona contro la repressione e per la costruzione della Repubblica, al grido di “questa Europa è una vergogna”. I CDR hanno convocato altre mobilitazioni militanti in altre località catalane davanti agli uffici delle Delegazioni del Governo spagnolo. A Girona i manifestanti hanno già occupato la sede della rappresentanza del governo spagnolo.

Tanto l’ANC e Omnium quanto i CDR chiedono ai sindacati la convocazione di un nuovo e immediato sciopero generale.

Nel pomeriggio di oggi l’organizzazione giovanile indipendentista e anticapitalista Arran ha rivendicato una scritta, tracciata davanti alla residenza del giudice Llarena a Das (Girona), in cui il magistrato viene accusato di fascismo.

 

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/03/25/la-polizia-tedesca-arresta-il-presidente-catalano-puigdemont-0102225

 

Catalogna, torna alta la tensione

 Puigdemont è ricercato in Finlandia

 

di Paola Del Vecchio    Il Mattino    24.03.20183627214_1639_puigdemont

Un appello a formare «un fronte unitario in difesa della democrazia», per reclamare «la libertà dei prigionieri politici». È quello fatto oggi dal presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, dopo aver annullato il secondo turno previsto per l’elezione del presidente della Generalitat, a seguito dell’arresto ieri a Madrid del candidato Jordi Turull. Dei tre presidenziabili designati dalla maggioranza indipendentista, due sono in carcere – con Turull, l’ex leader dell’Acn Jordi Sanchez, in prigione preventiva da quattro mesi – e il terzo, l’ex presidente esiliato in Belgio, Carles Puigdemont, è stato raggiunto da un ordine internazionale di arresto a Helsinki, dove si trova da due giorni per partecipare a una conferenza. Aveva previsto di rientrare a Waterloo, ma rischia l’arresto nell’ultima escalation di azioni legali contro i politici separatisti della regione. La polizia finlandese ha confermato di aver ricevuto ieri sera l’ordine di detenzione europeo emesso dalla Spagna per i reati di ribellione e sedizione e l’organizzazione del referendum illegale secessionista dello scorso 1 ottobre. E di aver attivato «un processo normale» per localizzarlo. Mentre, con la Procura, starebbe valutando tutta la documentazione inviata dalle autorità spagnole, secondo quanto ha chiarito il portavoce dell’Ufficio Nazionale di Investigazione, Hannu Kautto. Ma il tempo necessario per tradurre il fascicolo, scritto in parte in spagnolo, potrebbe aprire una finestra a Puigdemont consentendogli di prendere l’aereo verso il Belgio. Di prima mattina, il suo difensore, Jaume Alonso Cuelillas, aveva assicurato che l’ex president ha intenzione di presentarsi alla polizia finlandese.

Tredici rinvii a giudizio per ribellione – con condanne fino a 30 anni di carcere – e altri dodici per malversazione di fondi e reati minori sono stati firmati ieri dal gip del Tribunale Supremo Pablo Llarena contro i dirigenti indipendentisti catalani, che organizzarono il referendum indipendentista del 1 ottobre, paragonato dal  magistrato al ‘levantamiento’ del tentato golpe del 23 ottobre 1981 nel Parlamento spagnolo. Llarena ha disposto anche l’arresto per cinque leader che erano stati rilasciati in libertà provvisoria: Jordi Turull, che giovedì, in prima votazione nella Camera catalana, non aveva ottenuto la maggioranza sufficiente all’elezione alla presidenza della Generalitat; Carme Forcadell, Raul Romeva, Josep Rull e Dolors Bassa. Fra i rinviati a giudizio, anche la segretaria generale di Esquerra Repubblicana, Marta Rovira, che si è rifugiata in esilio in Svizzera, dove si è autoesiliata anche la leader della Cup, Anna Gariel. Per loro sarà più difficile l’estradizione, poiché in Svizzera sono considerati reati politici solo i crimini di lesa umanità, il genocidio, i crimini di guerra e reati particolarmente gravi come il sequestro di un aereo o la presa di ostaggi.

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Nel sospendere oggi la seduta di investitura del candidato Jordi Turull, per non violare le norme statutarie e costituzionali, il presidente della Camera catalana Torrent ha riunito deputati, ex deputati e membri della società civile nell’auditorium,  dove ha letto una dichiarazione istituzionale per formare «un fronte comune in difesa della democrazia e dei diritti fondamentali». Un manifesto sottoscritto anche dai deputati di Catalunya En Comú, il Podemos catalano. «Lo Stato sta impedendo che si rifletta la sovranità espressa liberamente nelle urne», alle elezioni del 21 dicembre scorso nella regione commissariata, ha detto Torrent. «Non è uno scontro di bandiere. Esorto tutti i democratici di Spagna e del mondo a essere solidali con noi. La risposta oggi più che mai deve essere civica, pacifica, democratica e di massa. Mettiamo al centro la politica», ha incalzato il presidente della Camera catalana. «Dobbiamo fare fronte unico, trasversale, in difesa del pluralismo, per ottenere la libertà delle persone perseguitate. Il loro arresto è ingiusto, innecessario, proprio di un regime antidemocratico», ha aggiunto.

Il dibattito che ne è seguito, con un turno di 15 minuti per intervento, si è trasformato in atto d’accusa contro le istituzioni dello Stato, che ha indignato sia il partito unionista Ciudadanos che il Partido Popular. I deputati del Pp hanno abbandonato l’aula in segno di protesta, mentre la leader di Ciudadanos, Ines Arrimadas, ha dato per morto il proces indipendentista: «Signori e signore, pensavate di scontrarvi con Rajoy, ma vi scontravate con una democrazia europea del XXI secolo. Né voi soli siete la Catalogna, né Rajoy è la Spagna», ha affermato la Arrimadas, senza fare riferimento ai cinque dirigenti indipendentisti arrestati, ma solo a quello in esilio accusati di fuggire, mentre i lavoratori autonomi pagano le tasse. Da parte sua, il leader socialista Miquel Iceta, che ha sostenuto il commissariamento della regione, ha fatto appello a ricostruire ponti fra l blocco indipendentista e quello unionista, per «costruire maggioranza molto ampie» che consentano di superare la grave crisi territoriale, politica e istituzionale e restaurare l’autonomia nella regione.

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La mano pesante della giustizia non aiuta infatti a uscire dal vicolo cieco del muro contro muro. Mentre, con la mancata investitura e l’avvio dell’orologio parlamentare, nell’impossibilità di eleggere un presidente della Generalitat, si materializza un ritorno alle urne nel giro di due mesi. Gli editoriali della stampa catalana criticano la controversa ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Llarena, che – come sottolinea Eric Juliana, direttore aggiunto de La Vanguardia – si è convertito nel grande regista della politica catalana, in assenza di un’iniziativa politica del governo centrale. The Guardian è arrivato a definirla come «una versione della grande inquisizione del XXI secolo». Alcuni noti giuristi considerano eccessiva l’accusa di ribellione – che comporta l’uso della violenza e prevede una pena di 30 anni di carcere – e controversa l’applicazione dell’articolo 384 bis del codice penale, che decreta la carcerazione preventiva «per reato commesso da persona integrata o collegata con banda armata o individui terroristi o ribelli, che ostenti una funzione o incarico pubblico e che resterà automaticamente sospeso dall’esercizio dello stesso mentre resta in carcere». Intanto, sono 33 i feriti negli scontri fra le forze di polizia e i manifestanti che venerdì sera hanno protestato a Barcellona contro la scure giudiziaria che si è nuovamente abbattuta sui dirigenti indipendentisti.

 

 

https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/catalogna_puigdemont_ricercato_finlandia-3627214.html

Catalogna, arrestati cinque leader indipendentisti.

 La gente scende in strada a Barcellona

 Il Mattino  23.03.2018Bcn 23.03

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta della Catalogna in serata per denunciare l’arresto a Madrid del candidato presidente Jordi Turull e di atri 4 leader indipendentisti. Manifestazioni sono in corso a Barcellona e in diverse altre città, riferisce Tv3, al grido di «Llibertat!» e «Uniti contro la repressione!», davanti ai municipi, alle delegazioni del governo o alle sedi delle organizzazioni della società civile.

Il gip del tribunale supremo spagnolo Pablo Llarena aveva ordinato in mattinata l’incarcerazione preventiva del candidato presidente della Catalogna Jordi Turull e di altri quattro leader indipendentisti, l’ex-presidente del Parlamnt Carme Forcadell e gli ex-ministri del Govern Puigdemont, Raul Romeva, Josep Rull e Dolors Bassa. L’arresto di Turull, incriminato dal gip spagnolo per ribellione con gli altri leader catalani per avere portato avanti il progetto politico dell’indipendenza, è un nuovo durissimo colpo alle istituzioni della Catalogna decapitate a fine ottobre dal governo di Madrid. Turull, candidato del fronte indipendentista, avrebbe dovuto presentarsi sabato al secondo turno dell’elezione presidenziale nel Parlamento di Barcellona.

 

https://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/catalogna_arrestati_cinque_leader_indipendentisti_la_gente_scende_in_strada_a_barcellona-3625569.html