Il nazionalismo spagnolo è fallito (di nuovo), o delle invasioni barbariche.

Quando un capo di stato, e lo stesso governo di questo stato, qualunque esso sia, hanno bisogno di ricorrere all’uso della forza per imporsi nei confronti di un territorio che considera di sua pertinenza, quindi contro una parte dello stesso stato, significa che il suo progetto nazionale è fallito. Nel caso della Spagna, questo fallimento è doppio. Innanzitutto, perché non si può rivendicare la fedeltà dell’altro quando questo non è rispettato. Principio, che ritengo non sia soltanto valido nell’ambito delle relazioni umane, ma credo si possa applicare anche al sentimento di appartenenza ad uno stato. In secondo luogo, perché al progetto nazionale catalano, repubblicano e pacifico, lo stato spagnolo oppone un modello prestabilito e non un progetto di nazione comune. Un modello che, nonostante le sostanziali differenze culturali nei vari territori storici esistenti all’interno dello stato -Paesi Baschi e Galizia, oltre alla Catalogna-, è provocatoriamente unitario e omologante, se non totalitario ed articolato sul principio di omologare le differenze storiche attorno all’idea patria unica con una sola lingua. I miei coetanei ricordano senz’altro quel moto “una, grande y libre”, corroborato dal “plus ultra” con il quale i bambini e le bambine nelle scuole e, contestualmente a livello sociale, l’intera popolazione veniva addottrinata per mantenerla in uno stato di sottomissione. Il modello proposto è un’eredità del regime fascista e nega le differenze in favore di un’integrazione che, come afferma lo stesso modello totalitario, dovrebbe avvenire di forma volontaria da parte dei diversi collettivi, popoli o nazioni, verso il modello unico spagnolo. Come il fascismo, quindi, la presunta[1]  democrazia spagnola si serve dello stesso metodo: l’uso intimidatorio della forza di stato per imporsi contro tutto ciò che non è conforme al modello preordinato. Condizione che, in uno stato di diritto, non dico sia intollerabile, ma inammissibile. Inammissibile che una parte della cittadinanza, politici ma anche persone impegnate nella società civile, siano perseguitati a causa del loro pensiero politico. Inammissibile quando l’azione della forza bruta dello stato si rivolge anche contro l’elemento differenziatore -sociale e culturale- di una parte dei propri cittadini.

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Mappa politico della Spagna del 1850. Oltre alla “Spagna uniforme o puramente costituzionale” e quella “Coloniale” – a sinistra ed in basso a destra – si noti la dicitura “Spagna incorporata o assimilata” sui territori di lingua catalana: Catalogna, Valencia ed isole Baleari, compresa la regione di Aragona (di lingua castigliana). Vale a dire, i territori del Regno di Aragona (1134-1715).

 

Questo è oggi, come allora, la Catalogna: l’elemento differenziatore all’interno dell’attuale stato spagnolo. Esistono altri territori all’interno dell’ordinamento dello stato che si differenziano dal modello spagnolo. Solo la Catalogna ha portato però, ed in modo particolare negli ultimi anni, quella continuità storica, culturale e linguistica -le tre componenti che definiscono l’elemento differenziatore in sé- fino ad una maturità e coscienza politica che erano impensabili soltanto sette anni fa.[2]  A dimostrazione di tale crescita, da parte dei cittadini catalani, i risultati delle ultime tre occasioni in cui si è ricorso alle urne in Catalogna: le elezioni per il Parlament catalano del settembre 2015; il referendum per l’indipendenza dell’1 ottobre 2017 – represso -fatto senza precedenti negli ultimi quaranta anni di democrazia- dalle forze dell’ordine della Spagna che hanno occupato, di fatto, il territorio catalano -. Infine, le elezioni per eleggere il Parlament, dopo essere stato sciolto dal governo spagnolo, celebrate lo scorso 21 dicembre 2017. Queste ultime, convocate illegalmente dal governo Rajoy con il preciso scopo, rivelatosi un tentativo fallito, di sconfiggere quella maturità e consapevolezza che sono uscite, invece, vincenti in ognuna delle tre occasioni in cui il popolo catalano è stato chiamato ad esprimersi nelle urne. La maggior parte della cittadinanza catalana ha ratificato, sia attraverso le urne elettorali che con dimostrazioni del tutto pacifiche, il loro posizionamento in difesa di quell’elemento differenziatore, di quella diversità, che lo è ripeto, sia a livello culturale e sociale oltreché politico. Tale posizionamento si esprime attraverso il modello repubblicano che supera il regime fascista, succeduto a se stesso nel 1978. Anno in cui venne reintrodotta la monarchia borbonica -senza possibilità di scelta referendaria, come invece avvenne in Italia – e si approvò una costituzione redatta con il rumore di sfondo delle sciabole. Uno sfondo che consentì un opportunistico “cambio di giacca”[3]  con il quale fu allora impedito, e lo è ancora tutt’oggi, il far luce sulla storia recente passata. Per non dire un mancato procedimento penale specifico sui crimini del fascismo, dall’insurrezione illegale del 1936 fino alla morte del dittatore nel 1975.[4]

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Il futuro re-introdotto Borbone, Juan Carlos I, a colloquio con il dittatore Francisco Franco

 

Deve essere chiaro che l’odierna proposta dello stato spagnolo per un ritorno alla normalità in Catalogna, è posta in termini di consequenzialità ed in continuità con l’“impulso originario” che i suoi storici fanno risalire a cinquecento anni fa. Oggi come allora, tale impulso risponde al desiderio di espansione, occupazione e saccheggio dei territori altri dal proprio. Da dove ne deriva un esercizio di potere, un’affermazione del proprio status quo, tipicamente colonialista, imperialista e sostenuto militarmente. (Si vedano nel dettaglio anche solo gli ultimi trecento anni della storia spagnola). È un gioco che, non potendo più praticarlo extramura – si legga Sudamerica, Filippine, Cuba, Marocco, ecc. – è ora giocato intramura. Vale a dire, contro se stesso o contro ciò che considera ancora una parte di se stesso. L’ultima invasione e la successiva occupazione della nazione catalana è datata 1714, fatta eccezione per quella che seguì alla guerra civile (1939-1975) e quella odierna. Sì, quella avvenuta negli ultimi mesi del 2017 e tutt’ora in corso. Invasione che è stata caratterizzata, prima, da un’occupazione delle forze di polizia e, insieme, militare dovuto alla presenza della Guardia Civil, cui è susseguita quella politica. Un’occupazione sotto la protezione di un non meglio precisato articolo 155, presente nella costituzione dell’anno 1978. (Quella stessa approvata con l’accompagnamento sonoro delle sciabole). Un articolo e una costituzione usati come un alibi legalista, non legale né costituzionale, per procedere tramite un’applicazione arbitraria alla sospensione del governo legittimo della Generalitat (democraticamente eletto nelle elezioni del 2015), alla destituzione del Presidente Puigdemont, e alla chiusura del Parlament. Sempre sotto l’egida di tale articolo 155, si è proceduto alla carcerazione preventiva ed illegale di quattro membri del gabinetto, di cui due sono tuttora in carcere senza processo: il Vicepresidente Junqueras e Forn, già ministro del governo sospeso. La stessa sorte è toccata a Sánchez e Cuixart, presidenti nell’ordine, di due associazioni della società civile: ANC e Òmnium Cultural. Conseguenza diretta dell’applicazione dello stesso articolo è da considerarsi l’esilio volontario -su di loro pesa un ordine di carcerazione non appena rientrino in territorio spagnolo- in Belgio da parte del Presidente e quattro membri del suo gabinetto: Comín, Ponsatí, Serret e Puig. Per non parlare della persecuzione in atto contro il pensiero divergente in ogni modo questo possa materializzarsi: cittadini appartenenti a gruppi politici non graditi – fatto estremamente grave -; oppure le condanne inflitte a dei rappers per i loro testi; i commenti postati nei social o fino all’assurdo di impedire l’uso del colore giallo, scelto dalla società civile come simbolo per richiedere la liberazione dei prigionieri politici. L’esistenza dei quali è sistematicamente negata dalla magistratura e dalla politica spagnole che, anche in questo caso, marciano a braccetto. Tanto grave è, a mio parere, la negazione dell’esistenza di politici e rappers in carcere per le loro idee, quanto negare loro lo status di prigionieri politici. In definitiva, l’applicazione dell’articolo 155 è una vendetta di stato, quando non una caccia aperta. Mentre scrivo, imparo non solo che sia stata negata la scarcerazione, ma anche la possibilità che tutti i prigionieri, ostaggi dello Stato per le loro idee, siano trasferiti in dei carceri situati in territorio catalano. Che sia stata stesa l’ordine di comparizione ad altri politici eletti. Oppure, il recente ricatto ai politici del costituendo nuovo governo, nel chiaro tentativo di ostacolare, se non di impedire alla maggioranza eletta il 21 dicembre scorso, la costituzione del nuovo governo della Generalitat e la nomina di Puigdemont a President.

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I prigionieri politici catalani, ostaggio dello stato spagnolo.  In alto, da sinistra: Junqueras e Forn. Sotto: Sánchez e Cuixart.

 

Portando il discorso generale ad un livello più personale, all’inizio di questo nuovo anno 2018, devo costatare due situazioni che dire siano gravi è quasi un eufemismo. La prima è che sono cittadino di uno stato che reprime la differenza – e non mi riferisco alla differenza di genere che, relativamente alla Spagna ci sarebbe anche molto da denunciare-. La repressione dello stato spagnolo è diretta oltre che a quell’elemento differenziatore, di cui ho parlato sopra, anche contro il pensiero divergente; la diversità di opinione e contro lo stesso diritto, inalienabile che dovrebbe essere in democrazia, di decidere. L’attacco dello stato spagnolo, cui assistiamo impotenti, è contro la democrazia, prima, contro Catalogna e ed i catalani e le catalane, poi. In quanto catalano, anche contro di me. Se di un attacco contro la democrazia si tratta, lo è anche contro tutti i democratici, indipendentemente dal paese in cui vivano o dalla loro cittadinanza. Sono/siamo cittadini di uno stato che non intende offrire alcun tipo di protezione alla mia/nostra condizione di minoranza, storica e culturalmente diversa. Al contrario, lo stato si applica, come purtroppo stiamo verificando negli ultimi mesi, nella repressione sistematica di ogni tentativo individuale e collettivo, pacifico e democratico, di far ascoltare la nostra voce ed, insieme, le nostre ragioni. Porto ad esempio, le grandi manifestazioni di massa che avvengono da almeno sette anni, al ritmo di una ogni 11 settembre, giorno in cui si celebra la festa nazionale catalana. Dimostrazioni in cui, ricordiamolo, non c’è mai stato un incidente e che sono, invece, oggi sotto accusa per azioni sediziose. O in molte altre occasioni … La più recente, la manifestazione a Bruxelles dell’8 dicembre 2017 che, secondo la polizia belga, incaricata di assicurare la regolarità dell’evento, non ha avuto dubbi a definirla un “esempio di civismo democratico.”

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11 settembre 2013. La Via Catalana. Ispiratasi alla catena umana nota come la Via Baltica, che nel 1989 uni le tre capitali delle repubbliche baltiche in favore dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, l’ANC organizzò una catena umana lunga 400 Km, da Pertus fino ad Alcanar, in cui parteciparono 1,6 milioni di persone. Foto: FlyEquant

 

La seconda delle amare osservazioni che devo ammettere è che la democrazia, arrivati a questo punto, direi estremamente carente dello stato spagnolo ha trovato sostegno in quella dimensione politica che è al di sopra della dimensione degli stessi stati. Mi riferisco all’Unione europea, da un lato, e dall’altro, alla Dimensione europea.[5]  Dal canto suo, la struttura portante dell’Unione europea è costituita dagli stati e non dai popoli o nazioni e, tanto meno dai cittadini. Questo è così dalle sue origini. In questo senso, quindi, il concetto di cittadino europeo è una condizione che si sovrappone a quella di essere cittadini appartenenti al proprio stato di origine. Una sovrastruttura inconsistente che non ha molti effetti pragmatici. Tuttavia, riteniamo di appartenere, ed è qui che nasce il paradosso, all’Europa senza che questa entità astratta abbia mai riconosciuto la nostra condizione di cittadini europei. Forse sì a livello formale, ma poco o nulla in termini pratici. Ad esempio, relativamente alla difesa del diritto, anche qui inalienabile, di ogni cittadino/a europeo/a di sentirsi protetto/a, sia nella propria dimensione privata e/o condizione personale, sia nel proprio modo di pensare o per il proprio posizionamento politico. Ovviamente, fintanto che le azioni che seguono al proprio modo di pensare siano espresse in modo pacifico, democratico e nel rispetto della libertà di tutti gli altri. Questo principio universale è largamente trascurato dal governo istituzionale europeo, da ogni singolo stato membro dell’Unione e anche dalla Dimensione europea: non una singola voce, non un governo europeo si è levato in difesa dei diritti calpestati dallo stato spagnolo in Catalogna. La complicità europea nega qualsiasi protezione ad una parte dei suoi cittadini, presunti o reali, come lo siamo i cittadini e le cittadine catalani. In questo senso, il sentimento di persecuzione, individuale e collettiva, che provo per quanto riguarda l’azione repressiva dello stato spagnolo, non è poi tanto diverso dal sentimento derivante dall’inattività dell’Unione europea, dal suo governo e, anche in questo caso dagli stati membri e dalla Dimensione europea, contro lo stato di eccezione, non dichiarato ma effettivo, che si vive in Catalogna. La tesi vincente e scudo dietro cui si nasconde l’Unione europea è la considerazione del “problema catalano” quale un affare interno allo stato spagnolo. Tesi che pare aver permeato anche gli stati membri così come la Dimensione europea che, pare non si rendano conto che con questo atteggiamento si sostiene, ancora una volta, la repressione come metodo per dirimere i contrasti politici. Si tratta senza dubbio di una politica dell’Unione alquanto ipocrita che non ha alcuna riluttanza nell’esprimere la sua “preoccupazione” quando il “problema” riguarda i Palestinesi, i Curdi, i Tibetani o i Rohingya, così come non ha avuto remore ad intervenire, anche militarmente, in un territorio non facente parte dell’Unione europea (si legga Jugoslavia, 1990-1995).

Una delle ragioni -storicamente riconosciuta- che hanno sempre ripetuto i fautori dell’Unione relativamente alla necessità della sua esistenza è di impedire si ripeta una catastrofe dalle proporzioni causate dalla seconda guerra mondiale, il disastro materiale ed economico che ne derivò e gli effetti che provocò nella sua popolazione … sull’intera popolazione. Non vorrei ora fare paragoni inadeguati o mancare di rispetto alla memoria storica della popolazione di origine ebraica in Europa in quel momento, ma mi si consenta di dire che il fatto di negare Il riconoscimento ed il rispetto all’elemento differenziatore di una qualsiasi piccola parte o gruppo di popolazione (cittadini/e) presenti nel territorio europeo, questo fatto negazionista, è promotore della loro futura distruzione. Se questo è accaduto ieri agli europei di origine ebraica a mani di altri europei, non voglio pensare che la stessa sorte possa toccare alla Catalogna. Si prenda questo confronto come espressione della mia paura personale nei confronti della sopravivenza della cultura e della storia, quando non del collettivo di persone cui, in prima istanza, mi devo e alle quali sento di appartenere. Vorrei solo affermare che il principio è lo stesso. Il riconoscimento ed il rispetto sono reciproci o non sono.

republica1873

“La Niña Bonita”. Allegoria della I Repubblica Spagnola pubblicata in La Flaca, rivista umoristica e liberale del siglo XIX.
Proclamata l’11 febbraio 1873, la I Repubblica fu stroncata dal pronunciamento del generale Martínez Campos che diede il via alla restaurazione della monarchia borbonica il 29 dicembre 1874

 

Gli amici italiani mi dicono, nelle rare occasioni in cui abbiamo avuto modo di confrontarci sulla situazione in Catalogna, che bisogna trovare un dialogo per risolvere questo conflitto, principio con cui non posso essere più d’accordo. Ma, davanti il reiterato rifiuto di tutto l’ordinamento statale spagnolo di aprire un tavolo negoziale, come proposto dal presidente Puigdemont in reiterate occasioni – l’ultima volta il giorno stesso dopo aver vinto le elezioni il 21 dicembre scorso -, quale dialogo può verificarsi? Di fronte alla negazione del dialogo e della repressione sistematica, di fronte, in definitiva, alla prevaricazione da parte dello stato spagnolo, che si protrae tuttora nonostante l’esito elettorale che ha favorito l’opzione repubblicana ed indipendentista, cosa si può fare? Quali le alternative? Dovremmo rinunciare alla mia/nostra identità e cedere all’arrogante insistenza del nazionalismo spagnolo, ed insieme allo stato spagnolo, l’Unione europea e la Dimensione europea che negano ciò che sono/siamo? O dovremmo continuare a combattere, pacificamente e democraticamente, sia in Spagna che in Europa, contro tutte le forme di abuso, prevaricazione, spoliazione e persino negazione di ciò che siamo sempre stati? Personalmente, il dubbio non esiste. Non posso parlare a nome di tutto il collettivo catalano perché non ne ho il diritto, ma tutto ciò mi fa pensare che, come dimostrano i risultati delle ultime elezioni, la maggior parte dei cittadini della Catalogna abbia fermamente deciso quale sia la via sulla quale intende procedere.

Dal punto di vista personale, in cui considero l’arte la mia vera patria, vorrei dire a tutti i cittadini europei che quello che è in gioco nella Catalogna di oggi è il futuro dell’intera Europa e della sua condizione democratica. Ai cittadini catalani e catalane direi, invece, che il tempo politico per “torear el toro”[6] è finito. Ora è il momento della stoccata, politicamente intesa, ovviamente. Manteniamo il polso fermo, che la spinta ad auto-infliggere la sciabola nel cuore stesso dello stato, metaforicamente parlando, verrà dallo stesso stato. Abbiamo solo bisogno di trarre vantaggio, al momento giusto, dalla sua propria irruenza, irrazionale ed autodistruttiva.

eneko                      Vignetta di Eneko, licenziato di recente dal quotidiano “20 minutos”

 

anton roca, febbraio 2018

 

[1] Presunta perché non trova conferma nella realtà. In Spagna non c’è separazione tra il potere legislativo e la magistratura: il Tribunale Costituzionale ha una matrice politica forte, al punto da non essere indipendente, di fatto, dalle richieste del governo. In questo senso, il più alto organismo di tutela a garanzia dello stato di diritto, ed insieme al tribunale costituzionale la magistratura, agiscono come un braccio politico del governo. La libertà di opinione non esiste: mentre scrivo ci sono politici in carcere preventivo, senza essere stati ancora processati. Altri politici hanno scelto l’esilio volontario per non fare la stessa fine (nonostante siano stati eletti nelle ultime elezioni del 21 dicembre 2017). Non vi è alcun diritto alla libera informazione grazie alla “Ley Mordaza” (legge museruola). Questi sono solo alcuni dei motivi per cui sono incline a dire che la democrazia nella stato spagnolo è una presunta democrazia. In Spagna, ad oggi, lo stato di diritto non esiste.

[2] Dobbiamo riconoscere che la consapevolezza e maturità politica dei cittadini della Catalogna è stata favorita dalla successione degli “errori politici” commessi dal capo dello stato, dal capo del governo e dai suoi membri, così come dai partiti di opposizione chi si sono allineati a sostegno della tesi nazionalistica del modello unico. Una serie di errori “errori” per lo più commessi tra gli anni 2015 e 2017, che sarebbe meglio chiamarli con il vero nome: intenzioni. Culminate, a fine 2017, nell’applicazione, di forma arbitraria ed incostituzionale, dell’Articolo 155.

[3] Nome con cui si conosce ed è passato alla storia quel fenomeno grazie al quale gli attori, i complici e lo stesso regime fascista sono rimasti impuniti dei quasi quarant’anni di dittatura (1939-1977).

[4] Nello stesso periodo in cui gli “errori politici” venivano commessi dallo stato spagnolo (2015-2017), la legge sulla memoria storica del Parlamento della Catalogna veniva delegittimata, contestualmente all’ostacolare l’applicazione della legge equivalente esistente in Spagna ed il lauto finanziamento della Fondazione Francisco Franco.

 

[5] Per Dimensione europea intendo quell’area geografica accomunata dal sentimento di appartenenza alla Comunità Europea che non a l’effettiva appartenenza, a livello statale, all’Unione europea.

 

[6] Uso questa espressione in riferimento sia alla Corrida, grottesca “fiesta nacional” spagnola considerata alla stregua di uno sport, sia all’idea di concepire il proprio territorio spagnolo – un retaggio del fascismo- come la pelle di un toro distesa.

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