Caso Catalogna

 Perché l’Ue deve smetterla di fare finta di nulla di fronte agli indipendentisti

28 ottobre 2017

Open Society       Luiss Opentimthumb.php

L’Unione europea sta nicchiando troppo sulla crisi catalana? O invece, come sostenuto da economisti del calibro di Alberto Alesina, ha di fatto incentivato i progetti separatisti? E se invece Bruxelles stesse facendo entrambe le cose allo stesso tempo? Una risposta ponderata è quella che fornisce Cristina Fasone nella sua ultima ricerca, intitolata “La secessione e il ruolo ambiguo delle Regioni nel diritto europeo”, all’interno del volume Secession from a Member State and Withdrawal from the European Union (Cambridge University Press, 2017). Dove si legge fra l’altro che “l’Unione europea è stata tradizionalmente neutrale verso la struttura costituzionale interna dei suoi Stati membri e ha solitamente trattato con loro come se fossero dei ‘monoliti’. (…) Questa immagine ultra semplificata delle relazioni in essere tra i livelli di governo all’interno della Comunità europea e poi dell’Unione europea – spesso descritta come ‘regional blindness’ dell’Ue – è stata strumentale alla protezione del funzionamento del sistema legale comunitario. Per esempio ha consentito di attribuire agli Stati chiare responsabilità per eventuali violazioni delle norme comunitarie, senza badare alla loro struttura unitaria, regionale o federale che fosse; allo stesso tempo ha consentito di aggirare le difficoltà che sarebbero sorte nel caso l’Unione europea avesse deciso di gestire contemporaneamente una sua relazione con 74 regioni del continente dotate di poteri legislativi oltre che con 28 Stati membri”.

 

Quando Bruxelles si scopre più “amica” delle Regioni

Tuttavia “negli ultimi anni l’Ue ha mandato segnali contraddittori alle Regioni interne agli Stati membri, in particolare a quelle dotate di poteri legislativi. Il dogma comunitario che consisteva nel considerare le relazioni Stato-Regioni come rilevanti soltanto per la legge costituzionale domestica è stato in parte messo in discussione. Alcune disposizioni dei Trattati forniscono un indirizzo diverso, per esempio l’articolo 5(3) del Trattato sull’Unione europea oppure il Protocollo n.2 sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I tentativi di secessione in alcuni paesi europei – da parte di Regioni che si sono trovate in posizione asimmetrica rispetto ai loro stati e che avevano già cercato senza successo di guadagnare maggiore autonomia – possono essere anche favoriti dal riconoscimento dell’Ue di un ruolo maggiore per le Regioni e dalla crescente attenzione che le istituzioni Ue stanno attribuendo all’organizzazione territoriale degli Stati membri”. Bruxelles, oltre a fornire visibilità istituzionale e incentivi economici alle regioni degli Stati membri, è arrivata perfino a “promuovere attivamente l’integrazione delle regioni all’interno del processo decisionale dell’Ue”. “Da questo punto di vista, l’Ue può essere vista come una forza destabilizzatrice tra gli Stati membri e le loro componenti interne”. L’autrice della ricerca cita vari esempi al proposito, tra cui l’istituzione del Comitato europeo delle Regioni avvenuta col Trattato di Maastricht, istituzione dotata di un ruolo consultivo rispetto a Parlamento, Commissione e Consiglio. Oppure la possibilità concessa ai ministri delle Regioni di partecipare alle riunioni del Consiglio europeo ogni volta che siano trattate materie regionali. Per non parlare dei meccanismi di finanziamento e aiuto allo sviluppo esplicitamente indirizzati a specifiche Regioni, prim’ancora che agli Stati.

“In altre parole, l’accresciuta libertà d’azione garantita alle Regioni per dare voce alle proprie preoccupazioni e per far filtrare le proprie richieste di autonomia nell’Unione europea ha favorito la costruzione di una nuova ‘lealtà’ verso l’Ue che è in competizione con quella verso gli Stati membri, e dunque fa lievitare l’appeal dell’opzione ‘uscita’ dall’attuale struttura nazionale”. Così si spiega, per esempio, l’esplicito riferimento europeista di molti indipendentisti catalani che, all’indomani della separazione dalla Spagna, sognano un’automatica annessione all’Ue.

 

Alcuni paletti per non alimentare la destabilizzazione

Alla luce di tutto ciò, “nel futuro l’Ue potrebbe stabilire nuove disposizioni ad hoc nei Trattati per definire i requisiti minimi che un territorio alla ricerca della secessione debba rispettare per poi chiedere l’ingresso nell’Unione. (…) Da una parte infatti è ovvio che una Regione che ottenesse l’indipendenza da uno Stato membro non sarebbe nella stessa identica posizione di un Paese terzo in cui la legge comunitaria non è applicata e in cui non esiste cittadinanza europea. Dall’altra, lo sviluppo pacifico e armonioso dell’integrazione europea potrebbe essere messo a rischio nel caso uno Stato secessionista fosse ammesso nel club dell’Unione europea senza tenere conto della illegalità della procedura di secessione e delle relazioni con lo Stato membro investito dalla secessione. Questi nuovi requisiti dovrebbero essere:

a)il rispetto, nel corso della procedura di secessione, delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri (articolo 6(3) del Trattato sull’Unione europea); ciò vuol dire che una secessione unilaterale che non passi per dei negoziati e per un accordo procedurale con il governo nazionale non sarà riconosciuta dall’Ue (…);

  1. b) il rispetto per una procedura che imponga allo Stato membro potenzialmente interessato dalla secessione e al territorio secessionista di sottomettere immediatamente all’attenzione della Commissione tutti i documenti, gli aggiornamenti e i risultati dei negoziati, e di attendere poi per un certo numero di anni prima che l’indipendenza sia pienamente ottenuta dal territorio che la richiede, in particolare con l’obiettivo di proteggere i diritti dei cittadini”.

Tali accorgimenti, secondo Fasone, avrebbe almeno tre effetti benefici. Primo, l’Unione europea potrebbe effettivamente monitorare fino a che punto “i valori della democrazia e dello Stato di diritto” siano rispettati durante i processi di secessione. Inoltre non ci sarebbe “un limbo giuridico per i cittadini” di un’area che decidesse di separarsi da uno Stato membro. Infine, “il bisogno di intraprendere una procedura che sia monitorata dall’Ue potrebbe spingere le parti coinvolte ad assumere un approccio più sincero e cooperativo, e creare in questo modo un disincentivo per le richieste più infondate di secessione”.

http://open.luiss.it/2017/10/28/caso-catalogna-perche-lue-deve-smetterla-di-fare-finta-di-nulla-di-fronte-agli-indipendentisti/

 

Catalogna, il “Parlament” approva la risoluzione di indipendenza: “nasce la Repubblica sovrana, ora Costituente”

 

70 voti favorevoli, 10 contrari e 2 schede bianche: questo l’esito della votazione al Parlamento di Barcellona. La mozione presentata dagli indipendentisti di Junts pel Sì e Cup non è stata votata dal fronte unionista, uscito dall’aula prima dello scrutinio. Stamattina il premier Rajoy al Senato spagnolo: “La scelta di applicare l’articolo 155 della Costituzione è una soluzione eccezionale per una situazione eccezionale, non c’è alternativa”

di F. Q. | 27 ottobre 2017

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Migliaia di indipendentisti sono scesi in piazza a Barcellona per festeggiare l’indipendenza

Il Parlamento catalano ha deciso: sì all’indipendenza. La risoluzione che sancisce la nascita della Repubblica catalana è stata approvata a scrutinio segreto dai deputati del Parlament di Barcellona con 70 voti favorevoli, 10 contrari e 2 schede bianche. L’opposizione unionista non ha partecipato al voto, abbandonando l’aula prima che lo scrutinio cominciasse.

Il voto al Parlament –  Un boato dentro e uno fuori dall’assemblea di Barcellona. Non appena Carme Forcadell, presidentessa del parlamento catalano, ha finito di scandire ad alta voce la sfilza di “sì” e i pochi “no” e schede bianche, annunciando la vittoria degli indipendentisti, i deputati sono esplosi in un applauso. I parlamentari in piedi hanno cantano l’inno nazionale Els Segadors, urlando Visca Republica, viva la Repubblica. L’esplosione di gioia dei deputati è stata seguita subito da quella delle migliaia di persone raccolte fuori dall’assemblea.

 

La plenaria, convocata per mettere ai voti la risoluzione presentata dagli indipendentisti di Junts pel Sì e Cup, era cominciata con l’ingresso di 200 sindaci catalani in aula a sostegno della risoluzione. Questa, firmata lo scorso 10 ottobre, prevede la proclamazione della Repubblica catalana “come stato indipendente e sovrano di diritto democratico e sociale”. Al momento del voto della mozione, come già annunciato, il fronte unionista ha abbandonato l’aula. I deputati di Ciudadanos, Partito socialista catalano e Partito popolare catalano si sono alzati e hanno lasciato i loro seggi nel Parlament. Prima di andarsene, i membri del Ppc hanno protestato contro il voto esponendo sugli scranni bandiere spagnole e catalane. Il fronte indipendentista ha chiesto, e ottenuto dall’assemblea, di procedere con lo scrutinio segreto.

Prima del voto, i media locali hanno riferito che la Procura dello Stato spagnolo era pronta ad incriminare per presunta “ribellione” il presidente catalano Carles Puigdemont se solo questi avesse messo ai voti la risoluzione. Il leader di Barcellona, secondo le stesse fonti, rischia fino a 30 anni di carcere.

La reazione di Barcellona – Nell’atrio del palazzo del Parlamento si è tenuta una breve cerimonia: Puigdemont ha invitato il popolo della Catalogna a difendere il paese “nelle ore che vengono”, restando “sul terreno della pace, del civismo e della dignità. Come è sempre stato e continuerà”. Le centinaia di deputati e sindaci presenti hanno risposto gridando llibertat e intonando l’inno nazionale. All’esterno, migliaia di persone si sono radunate per festeggiare la proclamazione della Repubblica catalana. Circa 12mila erano già scese in piazza prima, per seguire la votazione in diretta. Su Twitter il vicepresidente catalano Oriol Junqueras ha esultato: “Sì. Abbiamo guadagnato la libertà di costruire un nuovo paese“.

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L’assemblea catalana ha convocato a partire dalle 18 la vera “Festa per la proclamazione della Repubblica”. Secondo la Guardia urbana circa 6mila persone si sono radunate in piazza Sant Jaume a Barcellona per celebrare la dichiarazione d’indipendenza unilaterale. La folla attende anche di sapere se arriverà anche Puigdemont. Nel frattempo la bandiera spagnola, già tolta dalla facciata del Parlament subito dopo il voto, è stata ammainata su diversi edifici pubblici in più città della regione. La bandiera gialla e rossa è scomparsa, tra gli altri, dai municipi di Girona, Tortosa, Figueres e Lleida.

Le parole del premier Rajoy – In mattinata il premier spagnolo Mariano Rajoy aveva chiarito che Madrid prosegue sulla strada del commissariamento della Catalogna. “Non c’è alternativa, convocheremo elezioni entro sei mesi – ha dichiarato il primo ministro – La scelta di applicare l’articolo 155 della Costituzione è una soluzione eccezionale per una situazione eccezionale”. Questo, infatti, non è solo il giorno del voto sull’indipendenza al Parlament. Oggi anche il Senato spagnolo si riunisce per decidere se approvare o meno il provvedimento nei confronti della Catalogna.

L’articolo 155, a cui la Spagna non è mai ricorsa prima, prevede il commissariamento di una comunità autonoma nel caso questa “attenti agli interessi generali della Spagna o del Governo”. “Potevamo adottare l’articolo 155 quando è stato indetto il referendum e non è stata rispettata la sentenza della Corte Costituzionale che lo vietava – ha detto Rajoy, accolto dal Senato con un lungo applauso – Non siamo intervenuti nella speranza che le cose si risolvessero, ma così non è stato”. Durante il suo discorso, il premier ha sostenuto che per bloccare il provvedimento sarebbe stata sufficiente “una rinuncia esplicita, mantenere il comportamento proprio di qualsiasi democrazia”. Poi l’attacco a Carles Puigdemont, presidente della Catalogna: “È l’unico responsabile dell’adozione dell’articolo 155. La sua apparizione davanti al parlamento regionale per confermare il voto del referendum è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Una decisione che Rajoy sostiene di aver preso in difesa della Catalogna: “Il commissariamento serve ad evitare che si abusi della regione e dei suoi cittadini. Le continue scelte del parlamento catalano hanno calpestato le minoranze con le loro decisioni antidemocratiche, contrarie alla legge e ai valori spagnoli ed europei”.

Con l’attivazione dell’articolo, assieme al president Puigdemont saranno destituiti Junqueras, vicepresidente del parlamento, e tutti i ministri dell’esecutivo catalano: “Un governo non può assistere imperterrito a un avvenimento quale questo. Dobbiamo ricorrere alla legge per far rispettare la legge, c’è stata una violazione dei diritti di tutti. Questa decisione ci permetterà di tornare alla legalità, ristabilire la fiducia e assicurare la crescita economica”. Secondo il primo ministro spagnolo, l’autodeterminazione della Catalogna non sarebbe accettata nemmeno dalle istituzioni europee: “Non avrà mai il sostegno dell’Unione europea, va contro i principi i valori dell’Europa”. A rispondere al discorso del premier è stata la senatrice Maria Cortez, esponente della sinistra repubblicana catalana (Erc), che ha concluso l’intervento gridando “Viva la Repubblica!”.

L’attivazione dell’articolo 155 è abusiva e ingiusta – aveva dichiarato Puigdemont al Palau de la Generalitat di Barcellona – Avrei indetto le elezioni se vi fossero state le garanzie, ma queste garanzie non ci sono”. Negli giorni scorsi il parlamento catalano si era diviso tra chi spingeva per le elezioni, anche per scongiurare il commissariamento di Madrid, e chi chiedeva la dichiarazione d’indipendenza.

di F. Q. | 27 ottobre 2017

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/27/catalogna-il-parlament-approva-la-risoluzione-di-indipendenza-nasce-repubblica-sovrana-ora-costituente/3939054/

 

Sulla Catalogna

gd                 Redazione 22 ottobre 2017 16:48

Comunicato del 20 ottobre 2017

L’Associazione Nazionale Giuristi Democratici esprime la propria netta condanna per la politica repressiva del governo spagnolo, cui si è accompagnata l’improvvida decisione dell’Audencia Nacional che ha deciso negli ultimi giorni l’arresto di alcuni esponenti di associazioni culturali e politiche legate all’indipendentismo catalano.
Questo inaccettabile attacco alla libertà di espressione e di organizzazione democratica si aggiunge alla brutale repressione da parte della polizia spagnola che abbiamo visto all’opera il giorno del referendum di domenica 1 ottobre, manganellando selvaggiamente pacifici e inermi cittadini che volevano solo esercitare il proprio diritto di voto.

Al di là del giudizio di merito sull’indipendentismo, la questione catalana pone un forte ed aperto, non solo in Spagna, problema di partecipazione democratica e identificazione con Stati sempre più lontani dalle esigenze popolari e succubi di politiche neoliberiste. Spicca in questo quadro l’assoluta inadeguatezza dell’attuale Presidente del Governo Mariano Rajoy, che costituisce il vero pericolo per la stabilità democratica del Paese e le cui dimissioni sono perciò vivamente auspicabili.
Inaccettabile appare altresì la mancanza di iniziativa da parte dell’Unione europea, schierata completamente dalla parte del governo spagnolo e delle sue posizioni neofranchiste.

Occorre invece promuovere una soluzione pacifica, concordata e democratica del problema catalano, così come delle altre questioni nazionali tuttora aperte in Spagna, promuovendo un dialogo che punti al superamento del quadro oramai obsoleto e asfittico della Costituzione del 1978, raggiungendo nuovi equilibri istituzionali che attingano alle esperienze oggi più avanzate esistenti a livello mondiale.

20 ottobre 2017

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

 

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http://www.giuristidemocratici.it/Comunicati/post/20171022164937

 

La deplorevole storia dei catalani

Albert Sànchez Piñol   El Nacional.cat  12.10.2017

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Ho appena compiuto 50 anni ed in questo mezzo secolo non è trascorso nemmeno un anno, nemmeno uno, senza che il governo spagnolo non abbia emesso una legge, o creato una politica, contro la lingua e la cultura catalana.

Così, la domanda corretta non è “perché ci sono tanti catalani che non vogliono essere spagnoli?” ma “perché la Catalogna è ancora nella Spagna?”.

Fino al quindicesimo secolo le due potenze dominanti nella penisola iberica erano la Castiglia e la Catalogna. Due paesi molto diversi, sia per ragioni geografiche che politiche.

In Castiglia, paese interno e di terra secca, s’era affermato il principio assoluto secondo il quale “la parola del re è legge”.

Invece nella Catalogna mediterranea i monarchi mantenevano rapporti molto più complessi con le istituzioni popolari, come il Parlamento e le Corti.

Come direbbe un attonito osservatore, “per i catalani il re esiste solo in astratto”, mentre un altro spiegherebbe che “le ultime Corti hanno lasciato i catalani più respublica degli inglesi”.

Nel quindicesimo secolo i due paesi si uniscono con nozze reali.

Bisogna capire bene che non si fondono; le rispettive sovranità rimangono intatte.

Catalani e castigliani devono allo stesso re, ma gli apporti di questo, almeno in Catalogna, continuano ad essere limitati come una volta. L’America diviene un’impresa puramente castigliana perché, siccome la Catalogna è un regno a parte, non ha diritti. Non ci sono “conquistadores” catalani.

Coincidendo con l’unione dinastica, che paradosso, inizia la verà rivalità fra la Castiglia e la Catalogna. Non può essere altrimenti: si tratta di modelli politici antitetici. I catalani non partecipano all’impresa imperialistica castigliana.

Le leggi di Barcellona, per esempio, impediscono che il re recluti catalani per lottare fuori dalla Catalogna. Così la Castiglia sostiene in solitario le guerre nelle Fiandre e in America.

I catalani sono accusati di non essere solidali.

Persino lo stesso Quevedo li tratta di “lebbra di tutti i re”.

Ma c’è un’altra cosa. Con la cacciata degli ebrei nel 1492 il regno ha bisogno di cercare un sostituto come “nemico interno”.

Su chi ricadrà questo carico così pesante?

L’immaginario collettivo spagnolo che, oggigiorno si ha dei catalani proviene da allora. Il catalano come creatura risparmiosa, ma riservata: laboriosa ma strana. Il catalano “fatto a suo modo”, forse perché parla un’altra lingua, e lo fa in mala fede, perché non si capisca ciò che sta pianificando. Svelto, o piuttosto astuto, ma egoista.

Il difficile equilibrio fra i due regni finisce nel 1700, con lo scoppio della guerra di successione spagnola. In realtà si tratta di un conflitto europeo fra le due potenze del momento: Francia ed Inghilterra. I due contendenti cercano alleanze; la Castiglia si allea con la Francia, la Catalogna con l’Inghilterra.

Sui campi di battaglia europei si lotta per il predominio continentale; in Spagna è una lotta mortale. I catalani sanno che se i loro nemici assolutisti vinceranno per loro sarà la fine delle loro istituzioni. Non è una guerra etnica, ma di progetti politici, il che permetterà agli individui di incrociare le linee: i dirigenti catalani scelgono come comandante militare delle proprie truppe un castigliano.

La guerra è feroce. Nel 1713, per interessi politici, l’Inghilterra abbandona la Catalogna al suo destino. Isolata, Barcellona resiste ad un anno di assedio.

Si arrende l’11 settembre del 1714, dopo un terribile assalto nel quale muoiono migliaia di civili e soldati: oggi festa nazionale della Catalogna, la Diada.

Ma se la lotta fu feroce, la repressione lo fu ancora di più.

Vengono annullate le istituzioni, si vieta la lingua, s’incendiano dozzine di luoghi.

Trecento anni dopo terrorizza ancora la corrispondenza degli ufficiali castigliani:
”dovremmo impiccarli tutti”, scrive un comandante a Madrid, “purtroppo ci mancano le forche”.

Barcelona 1714 + coronela

A partire dal 1714 la Spagna cessa di essere uno stato confederale per convertirsi in ciò che ancora è: un progetto di matrice strettamente castigliana. Tuttavia, ogni volta che s’è proclamata una repubblica, o è morto un dittatore, cioè ad ogni ondata democratica, la Catalogna è balzata in testa alle ansie di libertà collettiva. Fino ad oggi.

Oggi una maggioranza di catalani comincia a capire che è impossibile essere catalani all’interno della Spagna.

Il potere politico spagnolo è, semplicemente, troppo inflessibile, troppo intollerante.

Si continua a vedere la catalanità come un elemento patogeno, un tumore.

Madrid nemmeno lo nasconde:” il nostro obbiettivo”, ha affermato recentemente il suo ministro della cultura, “consiste nello spagnolizzare i bambini catalani”.

La Catalogna vive un processo di mobilizzazione sociale straordinario, ispirato a Mandela, a Gandhi. La sua richiesta? Che la società catalana possa decidere liberamente il proprio futuro, cosa che le leggi spagnole impediscono.

Non esiste controfferta: la Spagna si è limitata ad intimorire la società catalana, ad accusare i propri leader come “nazisti” (nonostante sembri follia è così, qualcosa di delirante) brandendo la minaccia di esclusione dalla unione europea.

Ma se l’unione europea ha fatto tutto il possibile per mantenervi uno stato fallito come la Grecia perché dovrebbe espellervi la Catalogna, un paese prospero, fortemente europeista, contribuente immacolato e che accoglie tante aziende europee? Che male ha fatto la Catalogna? Rivendicare il principio democratico?

Nel 1714 l’Inghilterra si sentì colpevole di aver abbandonato i catalani ad un destino così atroce, ed a Londra apparve un manifesto, The Deplorable History of the Catalans.

Oggigiorno ciò che più teme Madrid è che un potere superiore li obblighi a negoziare coi catalani,

Questo verrà ottenuto solo da un’opinione pubblica europea informata. Per favore informatevi. Ciò che accade in Catalogna è magnifico. Una rivoluzione civile, un rinnovamento democratico. Ascoltate tutte le parti, non solo gli altoparlanti di Madrid. Forse allora, finalmente, la storia catalana finirà di essere deplorevole. Quella europea un po’ più ammirevole.

traduzione: Alessandro Gamberini – ANC Italia

 

http://www.elnacional.cat/ca/opinio/la-deplorable-historia-dels-catalans_100086_102.html

 

 

 

Nella tv che aspetta il commissariamento

Fra i reporter di Tv3: nessuno ci darà la linea, piuttosto ci chiudano

“Qui gli spagnoli non comanderanno mai”

 

tv3

La redazione di Tv3
 

Francesco Olivo   La Stampa  22.10.2017

 

Se il governo spagnolo vuole davvero intervenire nei mezzi di comunicazione catalani dovrà fare i conti con gente come il tecnico Jordi: «Madrid ci detterà il telegiornale? Fanno prima a chiuderci».

Benvenuti a Tv3, la catena televisiva dell’autonomia, «teleindipendenza» secondo i tanti nemici, l’unica tv a «far parlare i catalani», secondo i (molti) spettatori. L’articolo 155, la sospensione parziale delle competenze regionali, colpirà anche qui, anche se non si sa bene come. Per ora dall’esecutivo arrivano indicazioni di principio: «Si garantirà un’informazione veritiera, obiettiva ed equilibrata» sia per Tv3 che per l’emittente Catalunya Radio.

Entrando nella cittadella della tv, alle porte di Barcellona, si capisce che non sarà facile dettare la linea da Madrid. Qui lavorano oltre 2000 persone, tra tecnici, impiegati e giornalisti, non tutti indipendentisti («siamo pluralisti, c’è persino qualcuno che non tifa il Barça» si scherza), nessuno è disposto a prendere ordini da qualche commissario che arriva da lontano. «Nemmeno il direttore osa scendere in redazione a dirci cosa dobbiamo fare – racconta Lluis Caelles, vicecapo della redazione esteri e delegato dei giornalisti al controllo della deontologia – facciamo tanti errori e ne discutiamo tra di noi, ma non manipoliamo l’informazione». Il sindacato interno è durissimo col il governo spagnolo: «È un attacco diretto, indegno e spudorato alla libertà di stampa». Il direttore Vincent Sanchis, un tipo energico, si mostra tranquillo: «Si sono messi in una situazione complicata da soli. Vogliono rimuovermi? Il mio posto lo stabilisce il consiglio professionale dei mezzi audio visivi della Catalogna, a sua volta eletto dal parlamento. Se mi cacciano violano quella legge che dicono di difendere».

Entrare nei contenuti? «Non ci credo, è una cosa assurda e inaccettabile. Tutto è fuori dallo Statuto di autonomia che è vigente, lo ha detto Rajoy. Insisto: si sono messi nei guai da soli. Vediamo come ne escono».

In Spagna si dice di tutto su questa tv, con paragoni non edificanti, «propaganda degna della Corea del Nord», è come Telesur (l’emittente del regime venezuelano), come esempi recenti si cita un programma che spiega ai bambini il processo indipendentista: «Il paradosso è che quelli che polemizzano con Tv3 spesso lo fanno dagli schermi di Tv3 – prosegue Sanchis – quando l’ex presidente del parlamento europeo Josep Borrell ha detto che siamo una “vergogna democratica”, lo ha fatto nel corso di una diretta di tre ore da questi schermi. Il giorno che vedrò Jordi Cuixart (il leader indipendentista attualmente in carcere, ndr) criticare i media sulla televisione pubblica spagnola sarò felice». Il paragone con la Tve (Television española) ricorre: «Parlano di neutralità, ma il giorno del referendum solo noi abbiamo dato voce, oltre che ai politici di tutti i partiti anche alle vittime» si sente ripetere in redazione. «Si è costruito un racconto su di noi, si dice che indottriniamo i catalani – aggiunge Caelles – ma abbiamo poco più del 10% di share, mentre l’80% delle tv che si vedono qui sono di Madrid».

Mancano pochi minuti al tg della sera, il principale appuntamento della giornata, «venga a vedere la scaletta – dice il caporedattore Xavier Castillo – nel primo servizio parla Rajoy. Nel secondo si parla della sospensione dell’autonomia, e intervengono esponenti socialisti e di Ciudadanos, tutti contrari all’indipendenza. Il primo servizio dove si ascoltano esponenti del governo catalano è il sesto. Forse non sappiamo manipolare».

 

http://www.lastampa.it/2017/10/22/esteri/nella-tv-che-aspetta-il-commissariamento-qui-gli-spagnoli-non-comanderanno-mai-0qt4pjK4d1B7Vb86aHTJsM/amphtml/pagina.amp.html