Cinque chiavi da ricapitolare prima di domani

 Vicent Partal   Vilaweb.cat   04.09.2017

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Domani il Parlamento della Catalogna darà inizio al distacco giuridico dallo stato spagnolo approvando, se va tutto bene, la legge di convocazione del referendum. Entreremo dunque in una nuova fase del processo verso l’indipendenza che ha tenuto occupato questo nostro paese durante l’ultima decade. Il momento è tanto trascendentale da dover ricapitolare come siamo arrivati fin qui e illuminare questa decisione unica.

1 – La Spagna infranse le proprie regole con la sentenza dello Statuto (di autonomia). L’origine di tutto ciò che stiamo vivendo è la sentenza contro lo Statuto della Catalogna dettata dal Tribunale Costituzionale spagnolo. Oggi è ampiamente riconosciuto che quello fu un colpo di stato contro la propria costituzione e rappresentò la rottura dell’equilibrio stabilitosi alla fine del franchismo.

Il rapporto tra il potere centrale spagnolo e il potere autonomico catalano si sosteneva sulle cosiddette due chiavi. In caso di qualsiasi aspirazione catalana, Madrid si reservava sempre una chiave: lo statuto approvato in Catalogna doveva passare per il setaccio di Madrid e poteva essere alterato. E la Catalogna aveva anche la propria chiave: in caso di modifica poteva rifiutarla con un referendum. Era nitido, trasparente ed equilibrato. Una chiave dava garanzie alla Spagna e un’altra ne dava alla Catalogna. Ogni parte poteva dire la sua. L’irruzione di una terza chiave que non era mai esistita e che fu coniata dal PP ruppe l’equilibrio costituzionale e ruppe la convivenza. Il colpevole del perché ci troviamo dove ci troviamo è lo stato spagnolo, per via di una azione unilaterale, la sentenza del Costituzionale, che cancellò il patto della transizione.

  1. La Spagna ha rifiutato di dialogare sempre. Non solo sull’indipendenza ma su tutto. La Catalogna non ha il diritto di imporre la secessione alla Spagna, ma la Spagna non ha il diritto di imporre l’unità alla Catalogna. In caso di un conflitto politico enorme come quello che esiste ora, l’unica soluzione possibile è la trattativa, come già aveva chiarito la Corte Suprema del Canada nella dichiarazione che emise sul referendum in Quebec, opinione molto cellebrata.

La trattativa poteva avere molte forme e si poteva focalizzare su molti aspetti.. Dopo la prima grande “Diada” (la manifestaziione del 2010), il governo della Catalogna propose a Madrid un dialogo sull patto fiscale e sui diritti culturali, il quale non soltanto fu rifiutato ma addirittura fu  oggetto di scherno. Le forze politiche catalane hanno chiesto circa venti volte, formalmente, di trattare le condizioni di un referendum che possa servire a chiarire la volontà politica dei catalani. E chi si è sempre rifiutato di trattare, non ora ma sempre, è stato il governo di Madrid. Lo stato spagnolo ha sottostimato il principio democratico che afferma che i contrasti si risolvono con una trattativa in buona fede e rispettando l’espressione democratica di qualsiasi progetto politico. E questo dispregio delegittima le tesi spagnole.

  1. Il popolo della Catalogna ha concesso al parlamento catalano un mandato democratico chiaro per proclamare l’indipendenza. Nelle elezioni del 27 settembre del 2015 i cittadini della Catalogna hanno concesso la maggioranza assoluta dei seggi del parlamento catalano alle forze politiche che si sono presentate con un programa che offriva la proclamazione della repubblica catalana. Il fatto che non si riuscisse, per poco, ad ottenere il 50% dei voti a favore dell’indipendenza ha portato a considerare la necessità di convalidare questa opzione con un passaggio democratico in più: un referèndum.

Si è sempre voluto che questo referendum fosse concordato con lo stato spagnolo, ma questo è stato impossibile. Ed è precisamente questo rifiuto a trattare che giustifica e concede valore legale alla decisione unilaterale che domani prenderà il Parlamento della Catalogna. Non esiste altra alternativa, oggi come oggi, per dirimere la sfida politica che i cittadini della Catalogna hanno voludo traslare ai loro deputati.

  1. La legge internazionale concede copertura legale all’autodeterminazione e, persino, alla secessione unilaterale. Il diritto di autodeterminazione di tutti i popoli è una parte essenziale della dottrina giuridica internazionale. E’ un diritto assoluto che va al di sopra delle legislazioni nazionali, in quanto fa parte delle due convenzioni sui diritti umani dell’ONU del 1966, riconosciute cone norma legale superiore dalla costituzione spagnola.

Il Parlamento della Catalogna può invocare in forma legittima questo principio generale della legge internazionale cone copertura del referendum. E anche di più: la sentenz della Corte Internazionale sull’indipendenza del Kossovo ha chiarito definitivamente due cose molto importanti. Che non esiste alcuna disposizione della legge internazionale contraria alla proclamazione unilaterale d’indipendenza di un territorio e che la proclamazione dell’inviolabilità delle frontiere soltanto interessa i conflitti tra gli stati e non può impedire in nessun modo la secessione di una parte di uno stato.

  1. La prassi internazionale dimostra il supporto esplicito ai processi di autodeterminazione e anche che la norma derivante è la accettazione dei nuovi stati nella comunità internazionale. Alcune cifre possono essere interessanti. Dal 1991, 53 enti sottostatali, come la Catalogna, hanno fatto referendum di autodeterminazione. Di questi referendum, 27 sono stati fatti con l’accordo dello stato dal quale formavano parte e 26 unilateralmente. Lo stato spagnolo ha riconosciuto 26 stati nuovi dei 27 che si sono costituiti al mondo dal 1991, la maggioranza proclamati in modo unilaterale. In effetti, 7 stati dei 28 che oggi formano parte dell’Unione Europea, nel 1991 erano parte di altri stati, in circostanze comparabili a quelle della Catalogna oggi. I 7 stati membri dell’Unione Europea che nel 1991 non erano indipendenti (Croazia, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania e Repubblica Ceca) lo sono diventati in forma unilaterale, e in 5 di questi casi con referendum unilaterali. E tutti sono riconosciuti dalla Spagna e formano parte dell’Unione Europea.

All’interno dell’Unione Europea, anche se non esiste alcuna disposizione legale su cosa bisogna fare in caso di secessione di una parte di uno stato membro, si che esiste una prassi consistente  sul rispetto e il riconoscimento dei referendum di autodeterminazione. Per esempio, la UE ha preso decisioni importanti a partire dal risultato dei referendum del Sarre (1955), Groenlandia (1982) e la Brexit (2016) e non ha posto alcun ostacolo al referendum in Scozia (2014). Tutti questi referendum si sono svolti nel territorio dell’Unione Europea. Inoltre, ha accettato come stati membri sette paesi nati da processi unilaterali e ha negoziato e dato sostegno all’autodeterminazione in stati come il Kossovo, perfino in chiaro contrasto con la posizione spagnola.

Riassumendo: se siamo arrivati fin qui è fondamentalmente a partire della legittimità concessa al  Parlamento della Catalogna dalla popolazione nelle elezioni del 27-S e alla legittimità concessa dalla comunità internazionale al diritto di autodeterminazione. Ma siamo arrivati fin qui anche per la persistente delegittimazione della posizione spagnola, contraria alle regole e alla prassi internazionali, che arriva a violare la propria costituzione e le disposizioni conseguenti.

Ora, dunque, è il momento di fare il grande passo, con la forza della cittadinanza accumulata in questa decade e coscienti che la comunità internazionale reagirà come ha reagito sempre: guidata dalla necessità di risolvere un conflitto politico che non può essere soffocato con legalismi.

traduzione  Àngels Fita-Anc Italia

http://www.vilaweb.cat/noticies/cinc-claus-a-recapitular-abans-de-dema-editorial-vicent-partal/

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