Lo strappo catalano: “Referendum sull’indipendenza senza quorum”

La Generalitat: “La repubblica sarà proclamata subito dopo la consultazione”. La Spagna: “Non si voterà mai”
AFP
Al centro il presidente della Catalogna
Carles Puigdemont, alla sua sinistra la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e alla sua destra il vicepresidente
Oriol Junqueras
Francesco Olivo  La Stampa  04.07.2017

Niente quorum e indipendenza proclamata in automatico. Il treno della secessione non si ferma. Anzi. Il governo catalano ha annunciato le modalità in cui si svolgerà (almeno nelle sue intenzioni) il referendum programmato per il prossimo 1° ottobre. Le novità fondamentali sono, appunto, due: non viene fissato un numero minimo di partecipanti e il carattere vincolante ed esecutivo della consulta, in caso di vittoria del sì la repubblica catalana sarà proclamata entro due giorni dalla fine dello spoglio, in caso contrario elezioni regionali anticipate. Il governo spagnolo non si sposta di una virgola: «Il referendum è illegale e non si svolgerà». Ovvio quindi che le prossime settimane saranno perlomeno vivaci. Nessuno può permettersi di tornare indietro. La situazione, e non potrebbe essere diversamente, preoccupa parecchio anche il re Felipe VI che ieri ha incontrato il leader del Partito socialista Pedro Sánchez, che è tornato a guidare l’opposizione dura e pura a Rajoy dopo la vittoria delle primarie.

 

Il problema per il governo di destra è come impedire materialmente la celebrazione della consultazione. La corte costituzionale bloccherà tutto, ma i catalani sono pronti alla disobbedienza, «riconosciamo solo le leggi del nostro parlamento». A questo punto cosa si fa? Escludendo di vedere i carri armati spagnoli sulla Diagonal di Barcellona (anche se lo scenario piacerebbe agli estremisti dei due fronti), la strategia è complessa. Per evitare scene eclatanti, Madrid punta a minacciare i funzionari pubblici affinché non collaborino in quella che viene considerata una votazione eversiva. Alcuni dirigenti della Generalitat sono stati sentiti in questi giorni dalle autorità spagnole, il messaggio è chiaro: la legge verrà applicata con fermezza. Così, il governo Puigdemont è costretto a lavorare nella segretezza e affiderà la gestione del referendum, a quanto pare, a dei volontari. A risentirne saranno le garanzie legali della votazione, al di là degli osservatori internazionali che i catalani promettono aver contattato.

 

La tensione nel fronte indipendentista sale al massimo: la posta in gioco è altissima e chi sbaglia, stavolta, rischia grosso. La coalizione di governo è formata da tre anime molto diverse: i centristi di Convergencia (oggi PdCat) convertiti all’indipendentismo negli ultimi anni, la sinistra di Esquerra Republicana (da sempre per la separazione da Madrid) e gli anticapitalisti della Cup, contrari all’euro.

L’apparente unanimità è stata rotta da un’intervista del Conseller (assessore) Jordi Baiget, che esprimeva dubbi sull’effettiva realizzazione del referendum, «stiamo sottovalutando la potenza della reazione spagnola». Passano poche ore e Baiget (centrista legato all’ex presidente Artur Mas), pur favorevole alla consultazione, viene cacciato. «Finché ci sono io il referendum si farà», dichiara Puigdemont. Nel mezzo della guerra non c’è posto per i dubbiosi.

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