La Catalogna studia l’indipendenza

 Intervista al presidente: “Lasciamo Madrid seguendo la legge”

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Francesco Olivo

Barcellona

06-06-2016

La Stampa

 

 
Il presidente Puigdemont: «Nessuno strappo. Siamo già autonomi, ora si va verso le elezioni costituenti»

L’uomo che vuole portare la Catalogna all’indipendenza è diventato presidente quasi controvoglia, «speravo che nessuno me lo chiedesse». Invece, sei mesi fa, davanti l’impasse politica, il leader Artur Mas fu costretto a un passo indietro dalle pressioni dell’ultrasinistra della Cup e indicò l’allora sindaco di Girona. Puigdemont, giornalista, politico dai toni moderati, separatista da sempre, accoglie in una sala del Parlamento di Barcellona «La Stampa», «The Guardian», «Libération» e «Die Welt», durante una pausa delle complicate trattative per varare la finanziaria, un passaggio fondamentale per portare avanti «la costruzione di un nuovo Stato». Se fallissero, potrebbero portare a elezioni anticipate. Una prospettiva che Puigdemont non vuole considerare, perché «l’obiettivo è storico: l’indipendenza».

Nove mesi fa voi indipendentisti vincevate le elezioni, a che punto stiamo?

«Nella fase post autonomia e pre indipendenza. Ormai non dipendiamo più da quello che decide la politica spagnola».

E in questa fase vige la costituzione spagnola?  

«Ovviamente sì. Questo è un processo serio e sicuro, stiamo utilizzando tutti meccanismi legali».

Da uno a dieci a che punto siete?  

«Tenendo conto che il 10 è la proclamazione dell’indipendenza, il 9 il referendum e l’8 la convocazione di elezioni costituenti, siamo al 7».

Questo periodo doveva durare 18 mesi: manca solo un anno.

«Siamo in tempo».

Poi cosa succederà?  

«Prima si costruiscono le strutture di Stato. Servono leggi che diano coperture legali alle decisioni del Parlamento».

Questo parlamento farà la dichiarazione d’indipendenza?  

«No. Dopo questa legislatura ci saranno delle elezioni costituenti. In caso di nostra vittoria, il Parlamento e il governo che usciranno da quel voto convocheranno un referendum per ratificare la costituzione. Solo a quel punto ci sarà la dichiarazione d’indipendenza».

State quindi già disobbedendo alla costituzione spagnola?  

«No, la stiamo superando».

Ma c’è una risoluzione del Parlamento del 9 novembre nella quale si dice che il Tribunale Costituzionale spagnolo è privo di legittimità. E quella legge è stata sospesa da Madrid, siete già fuori dalla legalità?

«Da tempo quel tribunale non è legittimato, le sentenze che hanno colpito lo Statuto della Catalogna sono chiare. Una riforma decisa da un governo, votata da un Parlamento e ratificata dai cittadini è stata cancellata da un tribunale con un presidente del Partito Popolare».

Non rispettare le sentenza è un reato: è disposto ad andare in carcere?

«Non si va in galera per aver rispettato la volontà popolare. Obbedisco al Parlamento».

A volte si ha la sensazione che questa disconnessione sia solo virtuale.  

«I due milioni di voti sono reali».

Ma rappresentano meno della metà degli elettori.  

«Analizzare i risultati delle scorse elezioni catalane con le regole di un referendum non è corretto. Ma se prendiamo i voti dei partiti indipendentisti e quelli dichiaratamente per il no, quindi togliendo Podemos che non si è schierato, la differenza è a favore del sì».

Basta per dire che i catalani sono per l’indipendenza?

«Non basta, dobbiamo convincere quelli che non si sono pronunciati».

E allora perché non aspettare?

«È la prima volta che c’è un Parlamento con maggioranza assoluta indipendentista. Nel 2012 c’erano 14 deputati per la disconnessione. Ora sono 72. Qui è successo qualcosa».

Rischiate di restare fuori dall’Ue?

«L’Ue non è si è pronunciata, ma noi siamo cittadini europei e vogliamo continuare ad esserlo».

Da Madrid arrivano segnali: il socialista Sánchez ha offerto una riforma costituzionale.  

«Il tempo delle riforme è finito quando è stato bocciato lo Statuto. In ogni caso si può fare un referendum: indipendenza o riforme».

Il 26 giugno la Spagna torna al voto, siete neutrali?  

«No. Non è lo stesso avere un governo con Podemos e socialisti rispetto a uno del Partito Popolare».

Quando la destra governa, gli indipendentisti aumentano: non è che in segreto tifate Rajoy?

«Avere un governo contro non è gradevole. Ma ci siamo arresi: è più facile arrivare all’indipendenza che riformare la Spagna».

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