La Catalogna sarà indipendente. Ci stiamo attrezzando come stato

Romeva, “ministro degli Esteri” di Barcellona: il processo è irreversibile

Intervista di Francesco Olivo    Barcellona, 5 aprile 2016    La Stampa

 

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«In termini politici sono un ministro». Non è facile dare una definizione dell’incarico di Raül Romeva, volto nuovo e progressista dell’indipendentismo catalano. Lui, ex eurodeputato dei Verdi, si definisce più o meno apertamente, «ministri degli esteri» del governo della Catalogna, ma Madrid  ha costretto la Generalitat (la Regione) a cambiare il nome al suo ufficio. Ostacolo risolto, spostando la parola <Esteri> all’interno della dicitura: non più <affari esteri> ma <affari e relazioni istituzionali ed estere>. Una questione lessicale con forti ripercussioni politiche.

Lei si considera un ministro nonostante le sentenze del tribunale costituzionale?

«In termini politici sì. Giuridicamente non c’è alcun problema, il nodo è politico»

Qual è il suo ruolo?

«Spiego quello che sta succedendo in Catalogna»

L’obiettivo resta l’indipendenza, nonostante i numeri risicati?

«Sicuro. Siamo in una realtà di mezzo, post autonomia e pre repubblica. Stiamo creando le strutture dello Stato, la politica estera è una di queste»

Lo stato spagnolo vi ha detto chiaramente: la politica estera la fanno gli Stati sovrani, non le comunità autonome.

«Infatti non facciamo passaporti e non firmiamo trattati internazionali. Per ora »

 

 

Per ora?

«Sì, perché vogliamo essere uno Stato indipendente e presto o tardi lo saremmo, con i ministri ovviamente»

Presto o tardi?

«Prima possibile. Il nostro governo risponde a una domanda sociale della Catalogna. Abbiamo chiesto di votare decine di volte. L’80% dei catalani vuole un referendum. Ma non ce lo fanno fare. L’Europa sappia che lo continueremo a chiedere, ma non all’infinito»

Quando va all’estero nota imbarazzo nelle cancellerie?

«Capisco i dubbi dei nostri interlocutori, ma la questione di fondo si comincia a capire»

Non risultano appoggi internazionali all’indipendenza.

«Tutti capiscono che questo è un movimento civico, democratico e pacifico. Capiscono che il processo è irreversibile. Il precedente scozzese aiuta»

In molte città, tra cui Roma, avete aperto uffici di rappresentanza. Ambasciate mascherate?

«Le delegazioni fanno un normale lavoro di rappresentanza e raccontano quello che succede in Catalogna, visto che la Spagna si dedica a ostacolare tutto quello che ci riguarda»

Un esempio?

«Dopo gli attentati di Bruxelles il nostro ufficio si è occupato dei catalani coinvolti. Il consolato spagnolo? Non pervenuto»

Renzi è stato qui in occasione dell’incidente del pullman nel quale sono morte delle ragazze italiane. Lei l’ha ricevuto e Madrid non l’ha presa bene.

«Abbiamo fatto il nostro dovere, punto. Lo Stato spagnolo non ha la statura per affrontare la questione, e si nasconde dietro ai tribunali o agli alleati. Ma se in Scozia avesse vinto il sì, si sarebbero messi tutti all’opera per il suo riposizionamento all’interno dell’Unione»

Renzi non si è schierato durante la campagna elettorale catalana dello scorso settembre, vi è parso un buon segnale?

«Non vogliamo fare interpretazioni. Quando l’ho visto abbiamo parlato solo dell’incidente»

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