27 settembre 2015 : le “elezioni plebiscitarie” di Catalogna

Monday, 26 october 2015 | Federalismi.it

Gennaro Ferraiuolo, docente di Diritto Costituzionale, spiega il significato delle “elezioni plebiscitarie” svoltesi in Catalogna il 27 settembre scorso.
“In gioco non vi era soltanto la composizione del Parlamento autonomico ma la stessa relazione della Comunità autonoma con la Spagna”
Nell’articolo, l’autore analizza i risultati, i gruppi presenti e gli scenari post elettorali di una regione tanto importante non solo per la Spagna ma per l’Europa tutta. La presenza di una lista dichiaratamente indipendentista, Junts pel Sì tendeva a dare alle elezioni un significato “plebiscitario”, chiedendo all’elettore di pronunciarsi sull’indipendenza dallo Stato spagnolo. Il risultato delle urne era interpretato in modo assai diverso ma unica era la reazione del Governo centrale: nessuna apertura al dialogo.

[Foto: Judit Fernàndez (ElPunt-Avui)]foto-judit-fernandez-elpuntavui-jpg

Federalismi.it

30-09-2015.-

GENNARO FERRAIUOLO

1. Chi perde, chi vince.

Il voto anticipato in Catalogna non è stata un’ordinaria elezione regionale, come testimonia l’attenzione internazionale sull’evento: in gioco non vi era soltanto la composizione di un Parlamento autonomico ma la stessa relazione della Comunità autonoma con la Spagna.
I risultati si prestano a varie interpretazioni e, stando alle dichiarazioni dei diversi esponenti politici, si potrebbe avere la sensazione, come spesso accade, che a vincere siano state tutte le forze in campo.

In realtà coloro che, in termini evidenti, hanno perso non mancano.

In primo luogo il Partido Popular (PP) che, al governo statale con una solida maggioranza assoluta, ha ottenuto in Catalogna appena l’8,5% dei voti e 11 seggi (8 in meno rispetto al 2012). La linea dell’immobilismo, tesa sostanzialmente a negare il rilievo ormai assunto dalla questione catalana, se può pagare, in termini di consenso, a livello statale, si rivela fallimentare nella Comunità autonoma. Del tutto inutili – anzi addirittura controproducenti – sono stati il cambio alla guida del partito in vista del delicato impegno elettorale e la diretta partecipazione alla campagna del Presidente del Governo Mariano Rajoy, che ha provato a far la leva anche sul sostegno di influenti leaders politici internazionali.

A perdere, decisamente, è anche Catalunya Sí que es Pot (CSQP), l’emanazione catalana di quel Podemos visto da molti, quantomeno in una breve fase, come il nuovo protagonista della politica spagnola, vittorioso nelle elezioni municipali di Barcellona. Come in quest’ultima circostanza Barcelona en Comú, anche CSQP è in realtà una coalizione il cui soggetto principale, accanto al partito di Pablo Iglesias, è costituito da Iniciativa per Catalunya Verds – Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA): un partito consolidato dello scenario catalano con alle spalle la partecipazione alle due esperienze di governo del cd. tripartit (2003-2010) alla guida della Generalitat (con il Partit dels Socialistes de Catalunya–PSC e Esquerra Republicana de Catalunya-ERC). Alle elezioni del 27 settembre, il cartello elettorale CSQP ha conseguito 11 seggi (8,94% di voti), addirittura due in meno di quelli assegnati, nel 2012, alla sola ICV-EUiA (9,89 % dei voti).

Pure Unió Democràtica de Catalunya (UDC) ha pagato a caro prezzo la rottura della storica coalizione con Convergència Democràtica de Catalunya (CDC): dal 1979 i due partiti si erano sempre presentati insieme (Convergència i Unió-CiU) alle politiche e alle regionali. Unió non ha ottenuto rappresentanza parlamentare per effetto di un 2,51% di voti e del mancato superamento della soglia di sbarramento (3%) in tutte le circoscrizioni elettorali.

Alla lista degli sconfitti andrebbe aggiunto il PSC: nonostante la massiccia partecipazione al voto (la più elevata alle elezioni catalane) i socialisti hanno conseguito il peggior risultato di sempre in termini sia di voti (12,74%), sia di seggi (16). Eppure in molti, almeno nell’immediato, hanno visto in tale esito più una tenuta che non un ulteriore arretramento rispetto al minimo storico già registrato nel 2012. Tale lettura può essere accolta se come termine di raffronto si sceglie di assumere non i precedenti risultati elettorali, ma i numerosi sondaggi che davano i socialisti catalani in caduta libera.

Allo stesso tempo, ci sono dei chiari vincitori: Ciutadans (C’s), che è riuscito a catalizzare il voto unionista, quasi triplicando i seggi del 2012 (da 9 a 25) e si proietta verso un ruolo di primo piano nella politica spagnola; e la Candidatura d’Unitat Popular (CUP), partito di sinistra anticapitalista e indipendentista, che passa da 3 a 10 seggi e diviene decisiva per la prospettiva secessionista. Particolarmente significativo il fatto che una formazione cosi radicale abbia ottenuto soltanto diecimila voti (circa) in meno del PP.

2. Cosa è Junts pel sì.

L’analisi più complessa è senz’altro quella che riguarda il risultato di Junts pel Sí (JxSí), la lista più direttamente connessa al peculiare carattere della tornata elettorale appena celebratasi.

Essa ha riunito al suo interno partiti consolidati (CDC, ERC); gruppi derivati dalla scissione da altri partiti per dissensi sulla questione nazionale (Moviment d’Esquerres-MES dal PSC; Demòcrates da UDC); candidati indipendenti provenienti dell’associazionismo che, a partire dal 2010, ha conferito una decisa spinta alle istanze secessioniste (Assemblea Nacional Catalana, Òmnium Cultural) o, più semplicemente, espressione della società civile.

Il tentativo dichiarato di questa composita formazione era quello di far assumere alle elezioni autonomiche una valenza “plebiscitaria”, utilizzandole come surrogato di un referendum sull’indipendenza che aveva trovato la ferma opposizione del Governo centrale.
Sulla base di tale disegno, risulta fuorviante considerare JxSí come semplice sommatoria di partiti preesistenti e operare quindi un raffronto tra risultati conseguiti dagli stessi nel 2012 e nel 2015.

Accettando di seguire tale strada si dovrebbe constatare la perdita, da parte del blocco CiU-ERC, di 9 seggi (da 71 a 62), anche se poi agli esponenti di quei due partiti sono andati, di fatto, rispettivamente 29 e 18 deputati (rispetto ai 50 e ai 21 che avevano nel 2012). La lista, nonostante le nuove componenti, avrebbe dunque prodotto un drastico arretramento rispetto al potenziale che i due partiti avevano espresso, da soli, nelle precedenti elezioni. La strategia elettorale della lista unica – sostenuta dal Presidente uscente Artur Mas e, dopo complesse trattative, accettata dalle altre forze indipendentiste, fatta eccezione per la CUP – si sarebbe dunque rivelata un grave errore politico rispetto a quella, alternativa, di far concorrere autonomamente i due principali partiti.

Accettando tale analisi andrebbe tenuto conto, quantomeno, della fuoriuscita da CiU della componente UDC. Ma, al di là di questo dato (che comunque non ribalterebbe le valutazioni numeriche prospettate), una simile lettura non consente di cogliere il senso dell’operazione politica che è si cercato di compiere attraverso JxSí.

Di frequente si tende a sovrapporre, in ambito sub-statale, nazionalismo e indipendentismo; il primo però non implica necessariamente il secondo. Così, sulla scena catalana, i partiti nazionalisti hanno sempre avuto – anche prima del 1978 – un peso decisivo sugli equilibri politici (spesso anche spagnoli); non tutti però, e non sempre (anzi di rado), hanno declinato il loro discorso in termini di rivendicazione della indipendenza. Nella odierna vicenda catalana, è frequente il riferimento ad una ulteriore categoria, quella del sobiranisme: in virtù di esso si riconosce – e ci si batte per affermare – un diritto della nazione minoritaria a decidere sulla relazione da mantenere con lo Stato centrale, prescindendo dalla scelta per una delle diverse concretizzazioni (centralismo, regionalismo, federalismo, indipendenza) che siffatta relazione può assumere [1].

Le elezioni (anch’esse anticipate) del 2012 erano state convocate in una prospettiva apertamente sobiranista: attraverso di esse si intendeva misurare, in una fase di criticità delle relazioni centro-periferia, la forza dei partiti favorevoli ad una consultazione popolare sul “futuro politico” della Catalogna [2]. L’esito del voto era chiaro: i fautori del referendum – senza alcuna implicazione in ordine alle posizioni che avrebbero poi sostenuto in relazione ad esso – conseguivano 107 deputati su 135 (CiU, ERC, PSC, ICV-EUiA, CUP); nel corso della legislatura, tale blocco perdeva i 20 deputati socialisti, non disposti a sfidare la netta chiusura dei poteri centrali di fronte alle rivendicazioni avanzate.

I partiti del cd. diritto a decidere arrivavano fino al punto di celebrare il “processo partecipativo” del 9 novembre 2014 (una consultazione informale le cui operazioni sono state gestite pressoché integralmente da circa 40.000 volontari) pur di fronte alla sospensione della stessa, scaturita dai ricorsi governativi al Tribunal constitucional [3]. In quella occasione, il voto indipendentista raggiungeva i 1.897.274 consensi, con una partecipazione non elevatissima (2.344.828 votanti). Questi dati erano immediatamente strumentalizzati dai partiti unionisti e dal Governo spagnolo che, senza dar peso al peculiare contesto in cui si era svolta la consultazione (in primo luogo in ragione della sospensione del giudice costituzionale) e dopo aver insistito sulla irrilevanza del voto, ne utilizzavano gli esiti per dedurre un radicamento marginale (corrispondente al 30% circa dell’elettorato catalano) della istanza indipendentista.

Le elezioni del 2015 sono state funzionali al compimento di un ulteriore e fondamentale passaggio: dopo quello dal nazionalismo al sobiranisme, quello dal sobiranisme all’indipendentismo. Nel 2012 i partiti non si erano posizionati – salvo forse ERC, in virtù della sua tradizionale impostazione – in merito alla prospettiva della secessione. Un elettore di CiU – e non solo – poteva essere fautore, indifferentemente, di una delle diverse strategie praticabili in conseguenza dell’opzione sobiranista. Lo scorso 27 settembre, con la lista JxSí, si è duunque provato a misurare, in termini maggiormente istituzionalizzati rispetto al voto simbolico del 9 novembre, il sostegno dei catalani all’indipendenza.

E’ in questa chiave che va valutato il suo risultato, prima e più che attraverso la comparazione, in alcuni casi impossibile, dei risultati ottenuti dalle singole anime di JxSí nel 2012.

In particolare CDC, al netto della perdita dell’apporto di UDC, si è presentata alle elezioni del 27 settembre aderendo ad un contenitore che si limitava a proporre agli elettori una serie di passaggi (full de ruta) funzionali alla creazione di un nuovo Stato. Dietro la decisione di sposare inequivocabilmente, per la prima volta nella sua storia, la causa dell’indipendenza non può non esservi una scelta consapevole: accettare lo spiazzamento – e la probabile perdita – di parte del tradizionale elettorato di riferimento a fronte della legittimazione di un preciso progetto politico trasversale alle connotazioni ideologiche.

Anche ERC alimenta, e allo stesso tempo subisce, il sostegno a siffatto disegno: a partire dalle elezioni del 2012 cresce e si consolida un solido blocco della sinistra indipendentista, che vede al suo interno una fluttuazione di consenso tra ERC e CUP prodotta dalle mutevoli contingenze politiche, che assicura però un costante apporto al procés sobiranista. Ciò risulta in maniera particolarmente chiara se si pongono a raffronto – benché si tratti di consultazioni non omogenee – i risultati delle europee del 2014 (cui la CUP non partecipa) e delle municipali del 2015: nel primo caso ERC è il primo partito catalano con il 23,69% dei voti; nel secondo arretra significativamente (16,40%) ma la sua perdita è quasi perfettamente compensata dal risultato della CUP (7,14%).

Il voto del 27 settembre potrebbe obbedire ad un andamento analogo. I consensi persi da ERC per la confluenza in JxSí non fuoriescono dal blocco pro-indipendenza, ma vengono soltanto dirottati verso la CUP, nel tentativo di creare un’offerta politica articolata: alla lista civico-politica JxSí se ne affianca una seconda, più radicale, rivolta a quella parte di elettorato non disposta a sacrificare la componente ideologica del voto al trasversalismo della prima.

Allo stesso modo si spiega l’ampio spazio lasciato a candidati indipendenti nei primi posti della lista e dunque, trattandosi di uno scrutinio bloccato, nelle prime posizioni utili in vista della elezione[4]. Il mero interesse partitico passa in secondo piano e risulta difficile assegnare gli 11 seggi attribuiti a candidati indipendenti ad una precisa forza politica. A tal proposito, va segnalato che la mobilitazione civica, parallela o sovrapposta a quella dei partiti nazionalisti (anche nelle fasi storiche in cui deve ancora definirsi in modo compiuto la loro fisionomia) è fenomeno ricorrente nella storia del catalanismo[5].

Sulla base degli elementi messi in luce, si ritiene che il primo indicatore di successo-insuccesso di JxSí vada rinvenuto nella sua effettiva capacità di imprimere una connotazione plebiscitaria ad una semplice elezione autonomica. L’attenzione con cui i media di tutto il mondo hanno seguito l’appuntamento e il risalto dato, nei giorni successivi, agli esiti del voto difficilmente consentono di negare che questo obiettivo sia stato, almeno in larga parte, raggiunto[6]. Si consideri anche l’elevata partecipazione (il 77,44% degli aventi diritto, la più alta mai registrata nelle elezioni autonomiche catalane, superiore di ben 10 punti percentuale a quella del 2012) che ha rafforzato, a giudizio pressoché unanime degli osservatori, il peculiare significato della consultazione.

Va però evidenziato che, accanto alla contrapposizione netta di due blocchi chiaramente antagonisti (JxSí-CUP da un lato, PSC-PP-C’s dall’altro), si è comunque registrato il permanere di un’area politica non posizionata, in termini univoci, sul tema, che alle dichiarazioni di aperta adesione al sobiranisme non ha accompagnato indicazioni sulle strategie a suo supporto. Si tratta – forse non è un caso – proprio di alcune delle forze più severamente ridimensionate da un voto molto polarizzato: ICV-EUiA (componente essenziale di CSQP) e UDC. La loro ambiguità è apparsa ancora più evidente per un repentino cambio di atteggiamento: dopo l’aperta sfida alla legalità spagnola lanciata con il pieno sostegno alla consultazione del 9 novembre, tali forze hanno lasciato in sospeso la questione nazionale; trasformando peraltro quel medesimo Presidente della Generalitat al fianco del quale si erano schierati, oggi rinviato a giudizio per quella vicenda[7], nel principale bersaglio della loro campagna elettorale.

Il secondo indicatore di successo-insuccesso di JxSí è costituito, naturalmente, dal risultato elettorale. La lista ha conseguito 62 deputati; sommando i 10 della CUP, gli indipendentisti hanno ottenuto una chiara maggioranza assoluta in seggi (72 su 135) e il 47,7% dei voti. Si tratta di un consenso superiore, in termini di suffragi, a quello registrato nella consultazione informale del 9 novembre, rispetto alla quale in molti, come detto, avevano ascritto meccanicamente l’elettorato non mobilitato all’unionismo. Tale dato assume ancora maggior rilievo se si considera che, in quell’occasione, la partecipazione era stata estesa ai maggiori di 16 anni (seguendo l’esempio del referendum scozzese) e agli stranieri con specifici requisiti di residenza.

Il raffronto da compiere per valutare il risultato di JxSí (e della complessa operazione politica ad essa sottesa) si ritiene sia quello tra un Parlament con una maggioranza sobiranista di 87 seggi (CiU, ERC, ICV-EUiA, CUP) espressione di 2.093.709 voti (pari, nel 2012, al 57,73%) e un Parlament con una maggioranza indipendentista corrispondente a 72 seggi (JxSí, CUP) espressione di 1.957.348 voti (pari al 47.74% dei voti del 2015).

Anche mantenendosi all’interno di questo schema, naturalmente, le valutazioni politiche sul risultato possono essere non univoche. Va sottolineata, ad esempio, la difficile conciliabilità tra l’impostazione anticapitalistica della CUP e quella senz’altro più moderata e plurale di JxSí. In questa prospettiva, il primo scoglio da affrontare sarà quello della investitura del nuovo Presidente della Generalitat[8]. La CUP si è sempre dichiarata contraria alla conferma di Artur Mas proposta da JxSí; in tale prospettiva non basterebbe l’astensione della sinistra radicale, occorrendo il voto di almeno due suoi deputati a favore del candidato. Va ricordata, in ogni caso, la buona attitudine alla mediazione – anche da punti di partenza ideologicamente molto distanti – rivelata in più occasioni dagli attori del procés sobiranista.

3. Voti o seggi?

L’apertura di un processo unilaterale di indipendenza prospettato dai partiti secessionisti catalani si muove, inevitabilmente, al di fuori della legalità dell’ordinamento statuale di cui viene a rompersi l’unità. E’ chiaro però che politicamente – anche agli occhi della comunità internazionale – esso assumerà una diversa legittimazione in base ad una serie di fattori, tra cui spiccano la ricerca di una via democratica e negoziata alla secessione[9] e il sostegno di una «clear majority of the population»[10] che intende separarsi.

Il dibattito su quest’ultimo profilo è stato centrale nella campagna elettorale e continuerà ad esserlo nelle prossime settimane.
E’ evidente che una maggioranza di voti, oltre che di seggi, avrebbe rappresentato lo scenario ideale per le forze indipendentiste. Invero i diversi leader di JxSí avevano in più occasioni precisato di ritenere sufficiente, per portare avanti il proprio disegno, anche la sola maggioranza assoluta di seggi. Ciò – argomentavano – in ragione delle intrinseche disfunzioni di una consultazione elettorale impropriamente piegata in chiave referendaria, scelta obbligata di fronte al rifiuto del governo spagnolo di consentire la celebrazione di un referendum in piena regola.

Naturalmente la tesi opposta era sostenuta da parte unionista, con il supporto di numerosi commentatori[11]. Appare singolare che, in merito a tale questione, le posizioni delle due parti finivano con il rivelare entrambe un elemento di contraddittorietà: chi affermava il carattere plebiscitario della consultazione sosteneva un conteggio – non plebiscitario – in seggi; chi lo negava, esigeva un conteggio – plebiscitario – in voti.

L’esito elettorale, come segnalato, ha effettivamente lasciato una zona grigia che si sottrae all’inquadramento nella struttura binaria che di solito caratterizza un referendum (salva la proposizione di quesiti più complessi, che richiedono però chiare indicazioni sulle modalità di conteggio dei voti). Così, se può ritenersi azzardata l’affermazione per cui il plebiscito indipendentista è stato vinto in termini di voti[12], convince ancor meno quella che ascrive al fronte del “no” tutti i voti non confluiti nelle liste JxS e CUP, leggendo nelle elezioni del 27 settembre una vittoria di un unionismo orientato alla difesa dello status quo (quando non addirittura propenso a sostenere modifiche della Costituzione tese ad una riduzione dell’autonomia)[13].

Quel margine del 2,25% che separa i voti degli indipendentisti dalla maggioranza assoluta appare troppo esiguo a fronte di un’area di voto che non può essere facilmente collocata sull’asse unionismo-indipendentismo, quantificabile almeno nei consensi di CSQP (366.494, pari all’8,94%) e in quelli dispersi tra le forze che non hanno ottenuto rappresentanza parlamentare (escludendo l’UDC[14], 45.659, pari all’1,12%). Alcune inchieste demoscopiche precedenti alle elezioni catalane, in effetti, mettevano in luce una crescita significativa, tra i potenziali elettori di ICV-EUiA e di Podemos, dei favorevoli all’indipendenza[15]. Ci trova, dunque, di fronte ad un’area corrispondente a circa il 10% dei suffragi che può senz’altro ritenersi contendibile dalle opzioni contrapposte in un ipotetico referendum sulla secessione.

4. Lo scenario post-elettorale (catalano) e quello pre-elettorale (spagnolo).

Le implicazioni del voto catalano del 27 settembre vanno analizzate in una duplice prospettiva.
In primo luogo, per i loro riflessi in chiave statale, in relazione alle oramai imminenti elezioni politiche di dicembre.
Nella fase democratica, la Catalogna – dove risiede il 16% della popolazione spagnola – è spesso risultata decisiva per la conquista del Governo spagnolo da parte dei socialisti. Questo per effetto di una spiccata tendenza duale registratasi, a lungo, nelle dinamiche di voto[16]: i nazionalisti di CiU prevalevano stabilmente nelle elezioni regionali[17] mentre il PSC, federato con il PSOE (con cui forma il gruppo parlamentare al Congreso), si affermava, di norma, nelle elezioni politiche (anche per la capacità di mobilitare una parte dell’elettorato propenso all’astensione nel voto autonomico)[18].

Tale regolarità si è interrotta proprio nella fase in cui la tenuta del patto costituzionale ha iniziato a mostrare segnali di cedimento con riferimento all’assetto territoriale: sia per la incapacità del PSOE di elaborare e supportare, a livello statale, proposte tese a ricomporre il conflitto tra nazionalismo statale e periferico; sia per la connessa e graduale attenuazione della connotazione catalanista del PSC. Così, quest’ultimo è stato prima superato, quale partito di maggioranza relativa, da CiU nelle politiche del 2011; successivamente, ha perso la consueta posizione di seconda forza nelle elezioni autonomiche del 2012 (a vantaggio di ERC). Il risultato delle ultime europee (2014) conferma questa tendenza: una competizione tradizionalmente giocata in chiave più statale che autonomica (il PSC è stato sempre il partito catalano con la maggioranza relativa dei voti, salvo che nella tornata del 1994) vede la vittoria di ERC, seguita da CiU[19]. Dopo il 27 settembre, come detto, il PSC deve confrontarsi con un nuovo minimo storico, in termini di voti e seggi, in una elezione catalana.

Per i socialisti, almeno nell’immediato futuro, risulterà dunque non semplice intercettare in questa decisiva Comunità autonoma un voto di sinistra molto forte ma che tende a distribuirsi su varie formazioni, spesso più radicali del PSC in senso nazionalistico (ERC, MES) o ideologico e nazionalistico allo stesso tempo (CUP, Podemos)[20].

Di fronte a tali difficoltà, non è da escludere che i popolari, nonostante l’evidente caduta di consenso del partito e del suo leader, riescano a mantenersi al Governo stringendo un accordo postelettorale con C’s, formazione destinata, con ogni probabilità, a divenire decisiva per gli equilibri della politica spagnola. Rispetto a Podemos, infatti, il profilo meno ideologico con il quale si presenta consente ad essa di coalizzarsi sia con i popolari, sia con i socialisti (come è già accaduto a livello autonomico dopo le elezioni del 24 maggio 2015). Peraltro, proprio il voto del 27 settembre darà una nuova spinta al partito di Albert Rivera: non tanto in virtù del risultato elettorale ottenuto in Catalogna (pari al 17,93% dei voti) quanto per la immagine di difensore della unità di Spagna che verrà proiettata sul piano nazionale.

La seconda prospettiva di analisi concerne, come ovvio, gli sviluppi della questione nazionale catalana, ed è in parte connessa alla prima.
Il contesto descritto nelle precedenti pagine può apparire di sostanziale blocco, con un indipendentismo nel complesso rafforzato dagli esiti del voto ma non abbastanza da potersi incamminare, in maniera decisa, sull’accidentata strada dell’unilateralismo. Visto dal centro, il risultato catalano dovrebbe far riflettere sulla efficacia di una strategia fondata, fino ad oggi, sul disprezzo[21], sulla passività e l’immobilismo[22], sulla negazione del problema e del confronto[23], sulla tesi – per riprendere una immagine ricorrente nel dibattito pubblico – del sufflè destinato, prima o dopo, a sgonfiarsi.

Nell’immediato scenario post-elettorale non si intravedono significativi segnali di avvicinamento tra le parti: da un lato si lavora alla mediazione tra le diverse anime dell’indipendentismo per capitalizzare il risultato elettorale e definire i passaggi da intraprendere; dall’altro, di fronte ad un parlamento autonomico a maggioranza assoluta secessionista e ad un voto favorevole all’indipendenza di proporzioni comunque enormi (cui si aggiunge una forza – CSQP – che, pur non posizionandosi sulla secessione, sostiene apertamente l’inizio di un processo costituente che superi il regime costituzionale del 1978), si preferisce celebrare la vittoria unionista anziché muovere alla ricerca di vie d’uscita allo scontro tra nazionalismi.

Una di tali vie potrebbe essere rappresentata da una riforma costituzionale ispirata ad un’idea plurinazionale di federalismo[24], rivitalizzando (e leggendo diversamente da come si è sino ad oggi fatto) la distinzione tra nacionalidadese e regiones tracciata nell’art. 2 della Costituzione spagnola e riconoscendo alla Catalogna (oltre che ai Paesi Baschi, che già ne dispongono) un significativo trato diferenciado[25].

Ancora, si potrebbe accettare la celebrazione di un referendum sulla secessione. In tale ottica è stato sostenuto che, se in una elezione i partiti «che, esplicitamente e categoricamente, hanno accolto nei loro programmi l’opzione indipendentista raccogliessero il maggior numero di voti, si aprirebbe […] un tempo politico nuovo», nel quale «il Governo catalano potrebbe accordarsi con lo Stato per un referendum sul futuro status della Catalogna»[26]. Se è vero che il 27 settembre non è stata raggiunta una maggioranza di voti, è anche vero che ciò non è accaduto per uno scarto molto ridotto e in presenza comunque di uno spazio – non irrilevante – di suffragi di incerta collocazione. Più che di fronte ad una opzione chiaramente prevalente (in un senso o in un altro), lo strumento referendario appare invero imprescindibile proprio in un quadro di sostanziale equilibrio tra le alternative in gioco, nella prospettiva di porre rimedio alle disfunzioni che, inevitabilmente, si ricollegano ad un improprio utilizzo di quella che, tecnicamente, rimane pur sempre una elezione parlamentare tra liste in competizione tra loro.

Peraltro, referendum e riforma costituzionale non vanno visti, necessariamente, come percorsi tra loro alternativi e inconciliabili. Si potrebbe concepire, ad esempio, un quesito a struttura non binaria, all’interno del quale includere «una terza opzione: un nuovo assetto istituzionale che permetta di mantenere comunque la Catalogna all’interno della Spagna»[27]. Inoltre, la semplice accettazione del confronto referendario sarebbe un importantissimo segnale di riconoscimento, da parte dello Stato, della soggettività nazionale della Catalogna; riconoscimento che potrebbe gettare le basi di una relazione genuinamente – o diversamente – federale e spingere verso la costruzione di nuovo modello di convivenza alternativo alla secessione: del referendum «no es […] el resultado lo que […] interesa, sino que se entienda el derecho a decidir como expresión de la lógica federativa»[28].

Simili scenari, per quanto trovino autorevoli sostenitori in dottrina, sembrano privi di un adeguato seguito politico. L’unico partito statale che, dopo i risultati del 27 settembre, ha posto in maniera decisa l’accento sulla necessità di celebrare un referendum sulla indipendenza della Catalogna è stato Podemos, che è anche quello che, al momento, ha meno chances di arrivare al Governo (e, soprattutto, di arrivarci con una forza tale da consentirgli di imporre tale percorso all’interno di una eventuale coalizione).
Il quadro si potrebbe ancor più irrigidire se l’esito delle politiche di dicembre dovesse portare ad una alleanza tra PP e C’s: l’Esecutivo spagnolo sarebbe controllato dalle forze meno inclini all’ascolto del nazionalismo catalano e più conservatrici dal punto di vista della conformazione del modello territoriale. La strada di una soluzione negoziata al conflitto – perseguita in altri ordinamenti democratici che hanno vissuto analoghe tensioni – rischierebbe di uscirne, se possibile, ulteriormente pregiudicata.

[1] Si tratta di una nozione che si avvicina molto a quella di “catalanismo politico” proposta da M. CAMINAL, Nacionalisme i partits nacionals a Catalunya, Barcelona, 1998, p. 90: si tratta di un movimento che mostra infatti, sin dalle sue origini, una chiara propensione a conciliare «il diritto a decidere in modo libero e sovrano il destino della nazione catalana» e l’esercizio «di questo diritto in una direzione unitarista, regionalista o federale. Il fatto di affermare i diritti nazionali della Catalogna non comportava il fatto di essere partitari della separazione o della indipendenza». Sul cd. diritto a decidere cfr. i contributi raccolti in L. CAPPUCCIO – M. CORRETJA TORRENS (a cura a di), El derecho a a decidir: un diálogo italo-catalán, Barcellona, 2014.
[2] In tal senso si esprimeva, in termini chiari, la Resolució sobre l’orientació politica general del Govern, n. 742/IX del 27 settembre 2012, in Butlletí oficial del Parlament de Catalunya, n. 390 del 2 ottobre 2012.
[3] Sulla vicenda cfr. L. CAPPUCCIO, Introduzione. La lunga e accidentata marcia della Catalogna verso una consultazione popolare sull’indipendenza, in L. Cappuccio – G. Ferraiuolo (a cura di), Il futuro politico della Catalogna, in questa rivista, n. 22, 2014, p. 3 ss.
[4] Cfr. J. MATAS DALMASES, Candidatos independientes, in http://www.elpais.com, 21 settembre 2015.
[5] Si consideri, in tal senso, l’esperienza del Centre Català (1882), di fondamentale impulso per lo sviluppo del movimento catalanista, e di Solidaritat Catalana (1906); sul punto cfr. M. CAMINAL, Nacionalisme, cit., p. 85 ss.
[6] Per una completa rassegna degli articoli sul voto del 27 settembre apparsi sulla stampa internazionale può consultarsi il sito http://www.collectiuemma.cat (Recull de premsa sobre #27S, 28 settembre 2015 [http://collectiuemma.cat/2204]).
[7] La notizia è del 29 settembre e introduce senza dubbio ulteriori elementi di tensione nel rapporto tra Spagna e Catalogna: si veda El TSJC cita com a imputats Artur Mas, Irene Rigau i Joana Ortega per la querella del 9-N, in http://www.ara.cat; Mas y dos cargos de la Generalitat, imputados por la consulta del 9-N, in http://www.elpais.com.
[8] Cfr. E. JULIANA, Avisos y señales en Madrid, in http://www.lavanguardia.com, 29 settembre 2015.
[9] In tema si veda il recente lavoro di S. MANCINI, Ai confini del diritto: una teoria democratica della secessione, in Percorsi costituzionali, n. 3, 2014, p. 623 ss.
[10] Si riprende la formula del noto parere della Corte suprema canadese sulla secessione del Québec (Reference re Secession of Quebec [1998] 2 S.C.R. 217, § 93).
[11] Cfr., ad esempio, L. ORRIOLS, 27-S, ¿votos o escaños?, in http://www.elpais.com, 18 agosto 2015; X. ARBÓS MARÍN, Elecciones plebiscitarias, in Institut Dret Públic (blog), 19 maggio 2015, [http://idpbarcelona.blogspot.com.es/2015/05/elecciones-plebiscitarias.html?spref=fb].
[12] Tale posizione è stata sostenuta, una volta conosciuto l’esito elettorale, dai leader di JxSí.
[13] Sulle posizioni dei diversi partiti politici sulle prospettive di mutamento dell’assetto territoriale spagnolo cfr. R. CALDUCH CERVERA, Proyectos y visiones de los principales partidos políticos sobre el futuro de España como Estado federal, in J. Cagiao y Conde – V. Martin (a cura di), Federalismo, autonomía y secesión en el debate territorial español. El caso catalán, Paris, 2015, p. 137 ss.
[14] Si è esclusa dal computo UDC in quanto tale partito ha visto la fuoriuscita di parte significativa della sua dirigenza che, in dissenso con la linea adottata sulla questione nazionale, ha dato vita al gruppo Demòcrates poi confluito in JxSí. Il rifiuto di UDC della prospettiva indipendentista potrebbe dunque ritenersi sufficientemente chiaro. Invero, dopo il voto, un eurodeputato del partito ha chiesto che i voti di Unió non fossero contati tra quelli del “no” alla indipendenza (cfr. Unió demana als eurodiputats que no comptin els seus vots i els de CSQP en el bloc del ‘no’, in http://www.ara.cat, 29 settembre 2015).
[15] Cfr. J. MATAS DALMASES, ¿Preparados para el 27-S?, in http://www.elpais.com, 19 luglio 2015. La tendenza sembra oggi confermata da alcuni movimenti interni alle componenti della lista CSQP: cfr. Sobiranistes d’ICV-EUiA demanen a Catalunya Sí que es Pot que s’entenguin amb Junts pel Sí i la CUP, in http://www.ara.cat, 30 settembre 2015.
[16] Cfr. C. CASTRO, Las claves de las elecciones autonómicas catalanas (1980-2010), in J. Marcet – X. Casals (a cura di), Partidos y elecciones en la Cataluña del siglo XXI, Barcelona, 2011, p. 22 ss.
[17] Tale esito non si è prodotto soltanto nelle elezioni autonomiche del 2003: CiU viene per la prima volta superata, peraltro solo in termini di voti e non seggi, dal PSC, a chiusura di una fase storica di intensa collaborazione con i governi statali, che ne aveva offuscato la connotazione nazionalista.
[18] In merito, con riferimento al comportamento elettorale registratosi nelle elezioni del 27 settembre, v. A. BARRIO, ¿El fin de la abstención diferencial o hacia otra?, in http://www.elperiodico.com, 29 settembre 2015.
[19] Questa, più precisamente, la distribuzione del voto europeo in Catalogna tra i primi tre partiti: ERC 23,69%; CiU 21,84%; PSC 14,29%.
[20] Sul punto J. RAMONEDA, Cinc tesis sobre el 27-S, in http://www.ara.cat, 29 settembre 2015.
[21] Cfr. J. MATAS DALMASES, Intervento, in L. Cappuccio – G. Ferraiuolo (a cura di), Il futuro, cit., p. 89 ss.
[22] Cfr. J. CAGIAO Y CONDE – V. MARTIN, Introducción, in J. Cagiao y Conde – V. Martin (a cura di), Federalismo, cit., p. 13; X. ARBÓS MARÍN, Intervento, in L. Cappuccio – G. Ferraiuolo (a cura di), Il futuro, cit., p. 66; E. JULIANA, Pierde el inmovilismo, in wwww.lavanguardia.com, 28 settembre 2015.
[23] Cfr. J. RAMONEDA, La negació de la realitat, in ww.ara.cat, 28 settembre 2015.
[24] Su tale nozione di federalismo cfr. M. CAMINAL, El federalismo pluralista. Del federalismo nacional al federalismo plurinacional, Barcelona, 2002; A. G. GAGNON (2008), Més enllà de la nació unificadora: al·legat en favor del federalisme multinalcional, Barcelona, 2008; ID., L’Âge des incertitudes: essais sur le fédéralisme et la diversité nationale, 2011, trad. it. L’età delle incertezze. Saggio sul federalismo e la diversità nazionale, Padova, 2013; F. REQUEJO, Multinational federalism and value pluralism. The Spanish case, London, 2005.
[25] Si vedano, ad esempio, le posizioni di F. RUBIO LLORENTE, Defectos de forma, in Revista Española de Derecho Constitucional, n. 100, 2014, p. 157 ss.; S. MUÑOZ MACHADO, Cataluña y las demás Españas, Barcelona, 2014, p. 228 e p. 230; J. TORNOS MAS, El problema catalán: una solución razonable, in El cronista del Estado social y democrático de derecho, n. 42, 2014, pp. 52-53.
[26] Così V. FERRERES COMELLA, Intervento, in L. Cappuccio – G. Ferraiuolo (a cura di), Il futuro, cit., p. 83 (miei i corsivi).
[27] V. FERRERES COMELLA, op. loc. ult. cit.
[28] La tesi riportata è quella sviluppata, in maniera articolata, da J. CAGIAO Y CONDE, El federalismo ante la consulta catalana. Una lectura federal del derecho a decidir, in J. Cagiao y Conde – V. Martin (a cura di), Federalismo, cit., p. 77 ss. (citazione a p. 115); l’autore colloca la sua ricostruzione nell’orizzonte non di una semplice revisione costituzionale, ma di un vero e proprio proceso constituyente federal, che dovrebbe trovare nell’esercizio del cd. diritto a decidere il punto di innesco.

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