Non solo calcio e cucina: ecco dove nasce l’orgoglio dei catalani

«Il catalano è una persona che si sveglia al mattino, ascolta le notizie in catalano sotto la doccia e, quando esce di casa non vuole problemi, È un tipo più di sinistra che di destra, uno che ordina al bar e parla al conducente dell’autobus indifferentemente in catalano o in spagnolo. In lui prevale buon senso e praticità». Lo scrittore Xavier Bosch spiega cosa vuol dire essere nati in una regione che sogna l’indipendenza del XV secolo. Dove non ci sono solo calcio e cucina, ma anche orgoglio e dignità da difendere
La Stampa, giovedì 1 ottobre 2015
Il catalano è una persona che si sveglia al mattino, ascolta le notizie in catalano sotto la doccia e, quando esce di casa non vuole problemi. È un tipo più di sinistra che di destra, uno che ordina al bar e parla al conducente dell’autobus indifferentemente in catalano o in spagnolo. In lui prevale buon senso e praticità.
La Catalogna è un Paese con 7,5 milioni di abitanti e nessun conflitto. Veniteci e ve ne renderete conto. Per la sua posizione, è stata sempre una terra di passaggio e per questo tende a integrare.
Negli Anni 50 molte famiglie di altre regioni di Spagna sono arrivate a Barcellona in cerca di lavoro, un polo di attrazione che ha favorito l’approdo, all’inizio di questo secolo, di latinoamericani, maghrebini ed Est europei. Oggi è difficilissimo trovare un catalano che abbia tutti e quattro i nonni catalani.

L’identità 
La singolarità dell’identità catalana è figlia del sentimento di appartenenza a un territorio, con una storia, un diritto, una cultura e una lingua propria. Il catalano, che non è un dialetto, fa parte dei quindici idiomi europei più utilizzati, al livello dello svedese e del bulgaro, ma la Spagna non consente che venga riconosciuto come lingua ufficiale nell’Ue. Vista da fuori, la Catalogna può essere Messi, il Barça, i migliori chef del mondo (Adriá e Roca), Gaudí e il modernismo. La vicenda, però, non c’è dubbio, comincia prima. La storia catalana ha avuto una sua continuità a partire dal XII secolo, l’uso del termine «nazione catalana» nasce nel XV secolo, un aspetto che più viene messo in discussione, più genera una reazione nella popolazione. È quello che è successo durante i quarant’anni di regime franchista. Ed è quello che succede oggi, in democrazia, davanti al neo centralismo del governo spagnolo, che viene percepito come un costante attacco al cosiddetto «Hecho diferencial», ovvero alle peculiarità nazionali. Un fattore che ha spinto rapidamente buona parte dei catalani, con un’indignazione crescente, a dire basta per orgoglio e dignità.
Come si è arrivati, dunque, a una maggioranza assoluta indipendentista nel Parlamento catalano? Per la prima volta nella storia, dopo il risultato delle elezioni di domenica scorsa, 72 dei 135 deputati vogliono una Catalogna fuori dalla Spagna. È il mandato che gli è stato dato da due milioni di elettori dei partiti che hanno messo la creazione di un nuovo Stato come primo punto del programma. C’è una conseguenza diretta dell’insoddisfazione verso la Spagna: dal 2006 i sostenitori dell’indipendenza sono triplicati. Siamo davanti a un crocevia passionale, eppure non ci sono tensioni nelle strade, né rotture all’interno delle famiglie. Certo, la popolazione è divisa: il 48 per cento vuole staccarsi dalla Spagna e il 39 restare unito.
Il risultato ha aperto gli occhi a buona parte dei politici indipendentisti che, davanti all’impenetrabile muro di Rajoy, erano disposti a una dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Adesso, davanti a una realtà quasi «fifty-fifty», l’idea sembra congelata. Quello che i sondaggi hanno rivelato è che l’80 per cento dei catalani sono a favore del cosiddetto «diritto a decidere». La domanda, condita da una sana invidia, è sempre la stessa: perché Cameron ha dimostrato un alto livello di democrazia convocando un referendum vincolante in Scozia e Rajoy non lo permetterà mai in Catalogna? Il governo del Partito Popolare, arroccato con la sua maggioranza assoluta in Spagna, brandisce la Costituzione, dicendo che tutto quello che non vi è contenuto, non è legale e quindi non applicabile.
Questa porta sbattuta è solo uno dei tanti schiaffi che hanno indignato buona parte della Catalogna, alla quale non è consentito nemmeno di definirsi nazione. È stato proprio il governo spagnolo a fare ricorso al Tribunale Costituzionale contro lo statuto di autonomia (la legge delle leggi in Catalogna) che era stato approvato dal parlamento e dalle Cortes spagnole. Quella sentenza del 2010 toglieva i diritti ai catalani ed è stato l’elemento che ha messo in moto una vera e propria fabbrica di indipendentisti, i quali si sono moltiplicati a ogni sistematico «no» del governo alle richieste catalane. No alla gestione dell’aeroporto di Barcellona (escludendo le coincidenze intercontinentali), no a investimenti per le infrastrutture, no a un nuovo patto fiscale di solidarietà tra le diverse comunità autonome di Spagna. Un rifiuto è arrivato persino alla richiesta di pubblicare i saldi di bilancio, affinché emergesse la realtà: i catalani, con le loro tasse, contribuiscono con 16 miliardi di euro alle casse spagnole, soldi che poi non ritornano. Questa sensazione di essere depredati dal fisco ed economicamente soffocati ha aggiunto agli indipendentisti «di bandiera», quelli di portafoglio.

Lingua e festa nazionale
Nella crescita del sentimento indipendentista hanno pesato anche i maltrattamenti ricevuti dalla lingua catalana. Oltre che per le 500 leggi che obbligano all’uso del castigliano, la rabbia dell’opinione pubblica è stata provocata anche da frasi come quelle dell’ex ministro della scuola José Ignacio Wert: «Bisogna spagnolizzare i bambini catalani».
Come reazione a tutto questo, centinaia di migliaia di catalani sono scesi in piazza ogni 11 settembre, il giorno della festa nazionale della Diada. Quando, nel 2012, il numero di manifestanti salì a un milione, il Partito Popolare ignorò la cosa. Stesso disprezzo per i due milioni di catalani che nel 2013 si unirono per mano, nella più grande catena umana della storia, lungo tutti i 400 chilometri della costa. La verità è che Rajoy è un leader impassibile, secondo il quale i problemi si risolvono con il tempo. Ha creduto che, con la fine della crisi, la bolla catalana si sgonfiasse da sola, senza fare una mossa, una mezza concessione. E adesso che il risultato delle elezioni ha certificato il problema, il capo del governo continua a non accorgersi del fatto che ha di fronte la rivoluzione democratica più potente d’Europa.
La politica nazionalista catalana ha fatto il resto. Ha lasciato intendere che la Catalogna indipendente sia una sorta di Itaca (metafora presa dal poema di Kavafis), il paradiso dove tutti i problemi si risolvono. I cittadini sono maturi a sufficienza per capire che l’indipendenza non è la panacea di tutti i mali, ma certo non temono le minacce dello Stato spagnolo, della Merkel e dell’Ue. Sono disposti a rischiare e a non mollare. Dopo quattro anni di manifestazioni record, tutte festose e pacifiche, e con una larga maggioranza in parlamento, l’obiettivo dell’indipendenza del 48% dei catalani non è più soltanto un fenomeno congiunturale, ma una questione di fondo. Un movimento che avanza, senza, per ora, lasciar presagire passi indietro. Come dice Lluis Llach, cantautore e candidato vittorioso alle elezioni, questa è «la rivoluzione del sorriso».

Xavier Bosch
(Traduzione di Francesco Olivo)

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