Artur Mas incriminato, insieme a 2 milioni di catalani

LUCA TANCREDI BARONE  -IL MANIFESTO

29.09.2015

Ancora una volta, sem­bra che il governo di Madrid stia cer­cando in tutti i modi di far aumen­tare il numero di cata­lani pronti a strac­ciare la carta d’identità spa­gnola, oggi cer­ti­fi­cato nel 47.8% degli elet­tori in Cata­lo­gna.
Nean­che il tempo di dira­dare la pol­vere della bat­ta­glia elet­to­rale che arriva pun­tuale l’arma più effi­cace per raf­for­zare un pre­si­dente Artur Mas inde­bo­lito dalla man­canza di appoggi par­la­men­tari suf­fi­cienti per coro­nare il suo sogno di tra­sfor­marsi per la terza volta in Pre­si­dent de la Gene­ra­li­tat de Cata­lu­nya. Pro­prio quando la lista Junts pel Sí die­tro le quinte si stava per arren­dere all’eventualità di dover tro­vare un altro can­di­dato più gra­dito al movi­mento indi­pen­den­ti­sta di sini­stra della Cup, arriva l’annuncio che Mas, assieme all’ex vice­pre­si­dente del governo cata­lano Joana Ortega (che è uscita dal governo quando il par­tito alleato di Mas, Unió, ha deciso di abban­do­nare la coa­li­zione alcuni mesi fa) e all’ancora in carica mini­stra dell’istruzione Irene Rigau devono pre­sen­tarsi a dichia­rare come impu­tati davanti al giu­dice il 15 ottobre.

Tra l’altro, una data pro­prio inop­por­tuna: il 15 otto­bre 1940 le truppe fran­chi­ste fuci­la­rono nel castello di Mon­t­juic l’ultimo pre­si­dente demo­cra­tico cata­lano prima dell’avvento della dit­ta­tura, Lluís Com­pa­nys, espo­nente di Esquerra Repu­bli­cana, che ave­vano cat­tu­rato dall’esilio e torturato.

La vicenda giu­di­ziale risale al famoso refe­ren­dum del 9 novem­bre scorso. Il par­la­mento cata­lano con una legge per isti­tuire con­sulte popo­lari l’aveva reso pos­si­bile, ma il governo di Madrid l’aveva impu­gnato ben due volte per cer­car di impe­dirne la cele­bra­zione. Alla fine, il governo di Mas era ricorso all’escamotage di non “con­vo­care” pro­prio nulla, ma di fatto quasi 2 milioni e mezzo di cata­lani si erano recati “infor­mal­mente” alle urne per dire come la pensavano.

Il governo del Pp aveva rea­gito denun­ciando Mas e i due mem­bri del suo governo al pro­cu­ra­tore gene­rale dello Stato (Fisca­lía del Estado) per i delitti di «disob­be­dienza grave, pre­va­ri­ca­zione, appro­pria­zione inde­bita e usur­pa­zione di fun­zioni» per aver «disob­be­dito» all’ordine del Tri­bu­nale Costi­tu­zio­nale di non cele­brare il refe­ren­dum. Assieme al pre­si­dente cata­lano, la vice­pre­si­dente e la mini­stra dell’istruzione (per aver favo­rito l’utilizzo di locali pub­blici, cioè le scuole). Reati molto gravi, che potreb­bero por­tare all’inabilitazione che impe­di­rebbe a Mas e alle altre due impu­tate di eser­ci­tare cari­che pub­bli­che fino a dieci anni.

Tra l’altro, il pro­cu­ra­tore gene­rale cata­lano, assieme ai nove giu­dici che com­pon­gono la pro­cura gene­rale cata­lana (gerar­chi­ca­mente sot­to­po­sta a quella dello stato) si erano rifiu­tati di impu­tare i mem­bri dell’esecutivo di Bar­cel­lona, e hanno dovuto accet­tare l’imputazione per ordine del Fiscal Gene­ral del Estado Eduardo Torres-Dulce, come no, scelto diret­ta­mente dall’esecutivo Rajoy.

Il mini­stro della Giu­sti­zia del governo spa­gnolo, Rafael Català, ha ammesso che si è attesa que­sta set­ti­mana «per non inter­fe­rire» con le elezioni.

Le rea­zioni a Bar­cel­lona non si sono fatte atten­dere. «Ano­ma­lia demo­cra­tica», l’ha chia­mata la por­ta­voce dell’esecutivo cata­lano Neus Munté; Esquerra Repu­bli­cana ha detto che «è un’ulteriore prova che dob­biamo essere indipendenti».

La Cup ha par­lato di uno stato «inqui­si­to­riale» e ha espresso soli­da­rietà a Mas, par­lando di due milioni di disob­be­dienti «feli­cis­simi» di essere impu­tati anche loro; la sin­daca di Bar­cel­lona Ada Colau parla di «disprezzo per la demo­cra­zia». Per i socia­li­sti cata­lani si tratta di una «impu­ta­zione politica».

Íñigo Erre­jón di Pode­mos per twit­ter sostiene che Mas «dovrebbe ren­dere conto della cor­ru­zione e dei tagli, non per aver fatto votare la gente». Intanto il conto alla rove­scia è comin­ciato: al mas­simo entro un mese si deve costi­tuire il nuovo parlamento.

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