Artur Mas. presidente della Catalogna: “Nel mio cassetto resta sempre pronta la scelta unilaterale per l’indipendenza”

07-06-2015

ANDREA NICASTRO    -corriere della sera-                                                                                                                                           67

«Ecco la mia proposta», dice il presidente catalano Artur Mas.                                                             
«Se Madrid vuole trattenere Barcellona, se vuole che la Catalogna rimanga dentro la Spagna, ci offra qualcosa di buono e da parte mia ci sarà un’unica condizione: non faccia firmare a me una carta nel palazzo della Moncloa, ma chiami i catalani alle urne con un referendum e siano i cittadini ad accettare o meno il tipo di rapporto che dev’esserci tra Madrid e Barcellona».

Altrimenti?
«Altrimenti la dichiarazione unilaterale di indipendenza è sempre lì, chiusa nell?ultima busta dell?ultimo cassetto della mia scrivania. Non vorrei usarla, non vorrei arrivare allo strappo, preferirei un percorso civile e democratico come quello scozzese, ma se non ci saranno altre possibilità, quella busta è lì, che aspetta».
Alla vigilia della finale Barça-Juve, Mas era a Milano. Dopo aver inaugurato uno stand catalano davanti al Palazzo dei Giureconsulti nel Fuori Expo, il President è venuto in via Solferino, al Corriere della Sera , per una tavola rotonda con i giornalisti. «In Italia si tende ad assimilare il nostro indipendentismo a movimenti come quello della Lega Nord, è un errore. Anche per noi i temi economico e fiscale sono importanti, ma non c’è nessun italiano che si sveglia la mattina pensando che la sua lingua e la sua identità siano in pericolo. Noi sì».

Per difendere questa cultura, la separazione dalla Spagna è l’unica via?
«Potrebbe esserci anche quella degli Stati Uniti d’Europa. La Catalogna si troverebbe bene nei panni del Massachusetts in un’Europa delle nazioni che superi quella degli Stati tradizionali. Per trent’anni i catalani hanno offerto voti ai governi spagnoli in cambio di autonomia. Chi aveva bisogno di noi concedeva qualcosa, chi invece poteva fare a meno dei nostri voti si riprendeva indietro tutto».

Sta dicendo che in trent’anni la vostra autonomia non è cresciuta?
«Certo che è aumentata, ci mancherebbe. Dovremmo essere ancora come alla morte di Franco nel 1975?
Il problema è che oggi non basta più. Non sono io a dirlo, ma i due terzi del Parlament catalano eletto nel 2012, il 95% dei Municipi e quel milione e mezzo di persone che da tre anni ogni 11 settembre riempiono le strade di Catalogna per rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Tanti quanti a Parigi hanno commosso il mondo sfilando per Charlie Hebdo».

Uno degli argomenti usati da Madrid è che il referendum separatista va contro la Costituzione approvata nel 1977 dagli stessi catalani.
«Alle nostre richieste politiche lo Stato spagnolo dà una risposta giudiziaria. Io, ad esempio, ho pendenti quattro denunce. In sostanza la Spagna dice: non c’è niente da discutere, ti faremo commissariare, ti manderemo in prigione. L’incomunicabilità è tale che ora vogliono una legge per punire chi fischia l’inno nazionale. Si sorprendono che in uno stadio pieno di baschi e catalani si fischi l’inno. Si sorprendono».

Quale Stato direbbe: andate pure?
«Dovrebbe negoziare. Ad esempio: via libera al referendum in Catalogna, ma, se vince la secessione, per un certo numero di anni, Barcellona dovrà apportare alle casse spagnole una percentuale di Pil. Perfetto, firmiamo».

La prossima sfida è al voto regionale del 27 settembre.
«Non saranno elezioni qualunque, ma plebiscitarie. Il dibattito è tra sovranisti e centralisti. Ci conteremo e se, per l?ennesima volta, prevarranno gli indipendentisti, andremo avanti e in 18 mesi scriveremo una nostra Costituzione».

Dopo la vittoria di liste collegate a Podemos nei Comuni di Madrid, Barcellona e Valencia, gli equilibri politici spagnoli stanno cambiando. Non vi converrebbe aspettare a votare dopo le elezioni generali di novembre in modo da poter discutere con un governo diverso?
«Un nostro grande scrittore -Josep Pla, ndr- diceva: non c’è niente di più simile a uno spagnolo di destra che uno spagnolo di sinistra. Quando si tratta di Catalogna».
Podemos ha vinto spostando l’agenda dal separatismo al malessere sociale. Lei non ha nulla da rimproverarsi?«Di errori ne abbiamo fatti molti, ma io temo che questi nuovi movimenti possano compromettere i risultati economici raggiunti. A Barcellona, ad esempio, la nuova sindaca Ada Colau sembra dichiarare guerra al turismo e ai convegni internazionali. Sarebbe tragico. C?è bisogno che la gente capisca che il voto ha delle conseguenze».

Senza offesa, sembra di sentir il premier Mariano Rajoy: dateci ancora fiducia, l’austerity ha funzionato.
«Macché. Rajoy dice che la crisi è passata mentre per me lo sarà solo quando avremo riassorbito la disoccupazione. E poi il premier spagnolo ha tutti gli strumenti per fare una sua politica economica e può essere giudicato su questa. Noi no, a noi quegli strumenti sono proibiti»

Foto: ACN

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