O l’indipendenza oppure Rivera che fa da Berlusconi

EDITORIALE di Vicent Partal 20.04.2015

vilaweb.cat

Una sera di febbraio del 1992, il magistrato Antonio Di Pietro telefonava all’avvocato di Mario Chiesa, un socialista italiano arrestato nell’ambito dell’operazione Mani Pulite che scoperchiò la trama monumentale della corruzione politica italiana. Mani Pulite frantumò la classe politica nata dopo la Liberazione e catapultò Silvio Berlusconi al centro della scena, con le conseguenze nefaste che oggi tutti conoscono.

Ho seguito con passione quell’episodio per decenni. Parlo degli anni novanta, e ricordo come fui colpito – ero ancora un giovane giornalista – dal fatto che quell’Italia impressionante del ‘pentapartito’, della democrazia cristiana, dei socialisti, del PCI e del Vaticano, degli intellettuali brillanti e dei facciatosta intelligenti, fosse arrivata al collasso. Imparai una lezione: per quanto solido possa sembrare un sistema politico, esiste sempre un momento in cui può crollare. Rumorosamente. Per me, quello, è uno dei grandi momenti della storia contemporanea europea, equiparabile alla caduta del muro. E adesso ne risuona l’eco a Madrid.

Torno alla scena precedente. Il magistrato Di Pietro, che allora aveva circa quarant’anni, aveva in mano le prove di tutto. E scelse di telefonare all’avvocato di Chiesa, un peso massimo dell’apparato socialista: “Dica al suo cliente che l’acqua minerale è finita”. Il funzionario del partito, il raccattatore e distributore di bustarelle, capì il messaggio, relativamente criptico, e iniziò a “cantare”: in poche ore la trama di corruzione che attanagliava e occupava la repubblica italiana scoppiò e il sistema crollò.

In Vaticano, sempre l’ultima valvola, avevano un problema: c’era un Papa polacco che credeva in Dio e che, invece di occuparsi delle cose terrene, pregava a tutte le ore. Craxi, il padrone dei socialisti, tentò di isolare Chiesa dicendo che era soltanto un “mariuolo” che, in dialetto napoletano, vuol dire ladro. Ma fu inutile. Il 3 luglio Craxi, con le spalle al muro e senza uscite, commette il supremo errore. Si presenta in parlamento e dice, più o meno, che tutta la classe politica italiana usa soldi illegali e si dice convinto che nessuno può alzarsi là dentro e giurare che lui o il suo partito non lo facciano. Non si alza nessuno e, per strada, iniziano i primi disordini. El sistema collassa.

Non so se qualcuno glielo ha detto al PP, ma ho la sensazione che anche in Spagna l’acqua minerale sia già finita. L’arresto di Rodrigo Rato e tutta la polvere che si è alzata è una notizia di portata storica, non un aneddoto da campagna elettorale: il sistema sta collassando. Possiamo speculare sui motivi, sul perchè, sulle intenzioni. Possiamo divertirci, se volete, con l’errore tattico. Ma é evidente che il PP è già alle corde, o addirittura, giù per terra col naso a contatto col pavimento. Il PSOE osserva felice, anche se personalmente gli raccomanderei di leggere più a fondo la storia d’Italia. I canali Tele5 e La Sexta – il Canale 5 lo sa fare perchè lo fece già in Italia allora – richiamano all’ordine contro il caos. Se è vero che ogni rivoluzione ha la propria presa della Bastiglia, un Terrore, un Termidoro e un Consolato, ho l’impressione che il nome del console sia già sopra il tavolo: Albert Rivera (del partito unionista Ciudadanos). La Spagna che abbiamo conosciuto finora può affondare ad una velocità incredibie e, quel che è peggio, lo può fare senza controllo e inarrestabilmente. E, così come in Italia qualcuno trovò Berlusconi, sembra che adesso qualcuno abbia trovato Rivera.

Non è l’uomo ideale? Forse qualcuno, allora, credeva che Berlusconi lo fosse? Rotolano le teste e le ghigliottine sono pronte in piazza. Adesso non è il momento di scegliere l’opzione migliore, non c’è abbastanza calma nè tempo per farlo, ma bisogna imbroccare una opzione possibile. E Rivera lo è: sa chi è il suo padrone e ha già dimostrato di avere stoffa. Ha il difetto – ah, che divertente! – di essere catalano. Ma il momento è eccezionale e bisognerà soprassedere. Almeno, all’inizio.

Prendiamo nota: le prossime settimane saranno decisive. Lo sconcerto del Partito Popolare è immenso. Possono tentare di attutire la caduta, ma non sarà per niente facile. Sapete che non mi fido per niente dei sondaggi, ma il 18 aprile ce n’era proprio uno su El País a proposito della Comunità Valenzana. Indicava una caduta di 25 punti nell’intenzione di voto al Partido Popular!… Ma anche un’ascesa, dal nulla, fino a un valore di 17 punti per il partito Ciudadanos. Come capitò in Italia, abbiamo di fronte a noi un elettorato incallito, per nulla disposto a votare “l’altro” e, pertanto, disposto ad insistere appassionatamente a votare la stessa cosa, a condizione che si salvino le apparenze, anche se non si conosce nemmeno il nome del candidato. Questo è Ciudadanos e questo vogliono che sia tutti quelli che muovono e continueranno a muovere i fili della politica spagnola fino a quando il PP diventerà il nulla: che Rivera faccia da Berlusconi.

C’è soltanto una via di fuga: la Catalogna. Ma, state all’erta sulle conseguenze, perchè la differenza con l’Italia è molto importante. Qui, il personaggio Rivera, lo conosciamo, e non ce la beviamo. Ma soprattutto qui sappiamo – perchè il lavoro per documentare come funziona la Spagna ‘mariuola’ è stato fatto molto bene – che il problema è l’inefficienza, l’anacronismo dello stato spagnolo. Il problema della Spagna è il “com’è” questa Spagna, come è fatta la Spagna, chi la controlla e perché, cosa e come la pensano quelli che ancora oggi credono che non sia una nazione moderna ma una loro proprietà.

Il giornalista barcellonese Enric Juliana ricordava recentemente un articolo spettacolare di Pasqual Maragall (leader storico dei socialisti catalani, ex-sindaco di Barcellona, ex-Presidente della Generalitat dal 2003 al 2006) su quello che succedeva a Madrid nel periodo Aznar in cui si spiegava tutto, già anni fa. Tutto quello che succede oggi e tutto quello che succederà d’ora in poi.

A differenza dell’Italia degli anni novanta, però, oggi in Catalogna esiste una base solida per un’alternativa sensata e moderata nei confronti del crollo del sistema, che si può realizzare immediatamente: consiste nell’abbandonare completamente la Spagna e costruire qualcosa di nuovo, più europeo, con coordinate mentali più adeguate alla realtà che ci circonda e – questo è il punto chiave che qualcuno non vuole vedere – adeguate a quello che noi siamo e loro no.

Il progetto è possibile, è fattibile e una parte significativa della popolazione ha già aderito. Non sarà facile. Tutti questi movimenti non aiuteranno e tanta volatilità diventerà pericolosa per tutti. Personalmente, sapete che io non ho alcun dubbio che tutto ciò finirà bene ma, se finora avevamo bisogno di buoni politici, ora, con l’acqua minerale esaurita, abbiamo bisogno dei migliori. Di quelli che hanno i nervi saldi e l’audacia più brillante. Non cambierà nulla ma siamo a pochi mesi da tutto e può succedere di tutto, una distrazione che può complicarci non solo il futuro ma anche il presente.

Permettetemi il poscritto: voglio chiudere questo articolo avvertendo che la caduta della Spagna che conosciamo rende la Catalogna, di nuovo, una valida alternativa anche per gli altri, per gli “altri spagnoli”. Come tante altre volte è capitato nella storia. E vi apporto un dato importante, che credo sia passato inosservato nel fine settimana. Nelle Isole Baleari, Cristòfol Soler è stato proclamato sabato scorso presidente dell’Assemblea Sovranista di Maiorca. Il signor Soler fu presidente delle Isole Baleari con il PP, all’epoca in cui ancora c’era una remota possibilità di essere onesto e insieme di amare il paese militando nel Partido Popular.

Soler non è un francotiratore sinistroide nè un senza-terra e si connette egregiamente con il gruppo di potere che alla fine prende le decisioni. Per questo, la notizia è impressionante. Soler, fino a poco tempo fa militante critico del PP di Bauzá, è diventato improvvisamente titolare di una manovra sovranista che si aggiungerà al lavoro da formichine fatto da tantissime persone in questi ultimi anni. Io non sottovaluterei per niente questo dettaglio perché abbiamo di fronte un abile politico che, evidentemente, ha girato lo sguardo verso la Catalogna che potrebbe ridiventare, grazie all’indipendenza, un faro. Un faro per quelli che, fuori dalla Catalogna, non sono disposti a uscire dalla padella per finire nella brace. Non sono disposti a lasciare Rajoy per finire con Rivera. Cioè, non per rimanere allo stesso posto, in questa Spagna dove i padroni credono che la nazione sia soltanto loro e il popolo una semplice decorazione.

VICENT PARTAL Traduzione: Àngels Fita e Marco Giralucci

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