Forcadell : “Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo”

Catalogna, Forcadell: «Sanchez riconosce il conflitto politico, ora il dialogo»

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Mercoledì 16 Gennaio 2019 di Elena Marisol Brandolini   IlMessaggero.it

Carme Forcadell ha 63 anni, militante di Esquerra Republicana, già presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, è stata presidente del parlamento catalano nella legislatura conclusa nel 2017 con l’applicazione dell’articolo 155. In carcere dal marzo 2018, è reclusa nella prigione Mas d’Enric, dove la incontriamo attraverso un vetro dopo aver attraversato 8 cancelli. In montgomery chiaro, il viso affilato con un filo di trucco, si presenta animata a dare battaglia nel processo in cui è imputata di ribellione per una richiesta di pena di 17 anni.
Come sta?
«Ho molta voglia che cominci il processo, che considero una opportunità perché la gente possa capire cosa è accaduto».
Questo è un carcere maschile con un solo modulo per donne.
«Siamo 32 donne e 600 uomini, qui dentro provo a fare una battaglia per avere riconosciuti alcuni diritti minimi, come quelli relativi all’igiene femminile, o il poter disporre di un asciuga-capelli».
Come sono le sue compagne?
«Sono detenute per delitti di sangue, omicidi, rapine, furti, traffico di droga. Alcune di loro, se avessero potuto disporre di un altro contesto sociale, non sarebbero finite in prigione, perciò è importante favorire l’eguaglianza di opportunità».
Come sopporta la privazione di libertà?
«È molto dura stare lontano dalle persone che ami: la prigione è un castigo anche per la tua famiglia. Ho un sentimento di perdita; al principio soprattutto mi sentivo colpevole nei confronti di mia madre che è così anziana. So che sto causando dolore ad altri».
Che resta dell’autunno catalano?
«La memoria collettiva, il trionfo della democrazia. Il procés è la forza della gente di decidere sul proprio futuro, una sorta di assunzione d’autorità collettiva».
Cosa avete sbagliato?
«Più di una cosa, ma non eravamo mai arrivati così lontano. Credo che non sia ancora il momento di individuare gli errori perché ci manca la prospettiva storica, io sono ancora personalmente provata».
Ma non era prevedibile la reazione repressiva dello Stato?
«Non ci aspettavamo la reazione del 1 ottobre, oltretutto non necessaria già che l’obiettivo della violenza era evitare il voto e non ci sono riusciti».
Lei fu la prima a riconoscere il valore simbolico della dichiarazione d’indipendenza.
«Fui la prima ad essere interrogata dal magistrato del Tribunal Supremo e dissi che la dichiarazione d’indipendenza era politica, senza perciò effetti giuridici. Comunque, io ero solo la presidente del parlamento e il mio dovere era difendere la sovranità del parlamento. Perché la parola in un parlamento dev’essere libera, comunque la si pensi».
Che non ci sia una maggioranza sociale a sostegno dell’indipendentismo non è un problema?
«In realtà vogliamo votare proprio per questo, per vedere se c’è una maggioranza sociale, stiamo difendendo il diritto all’autodeterminazione. E’ difficile dirlo nel caso dell’1 ottobre per le condizioni in cui si svolse e nel parlamento catalano, dove siamo maggioranza, è normale che ci sia una divisione politica».
La preoccupa la divisione nel campo indipendentista?
«Mi preoccupa, ma è una divisione che c’è da sempre. Nell’indipendentismo gli obiettivi sono gli stessi, diverse le maniere per arrivarci. La volontà di dialogo col governo spagnolo c’è sempre stata, fu Rajoy a negarlo».
E’ uguale avere un governo Rajoy o un governo Sánchez?
«Non è uguale, la differenza è che Sánchez è a favore del dialogo e riconosce l’esistenza di un conflitto politico, Rajoy non lo ha mai riconosciuto. Altra cosa è che non ci siano risultati. La questione del voto alla proposta di finanziaria del governo spagnolo riguarda i partiti, io non sono nessuna moneta di scambio, si devono anteporre gli interessi del paese e della sua gente, quello che è meglio per la Catalogna sarà buono anche per noi».
Che processo è quello che sta per iniziare?
«Non è un processo contro l’indipendentismo, ma contro la libertà ideologica e di espressione, è un processo contro la dissidenza politica. E questo riguarda una regressione più generale in Spagna delle libertà politiche».
Come imposterà la sua difesa?
«La mia sarà una difesa politica e giuridica, perché dobbiamo vincere da un punto di vista politico e da un punto di vista giuridico. Non c’è stata né ribellione, né sedizione perché non c’è stata violenza, siamo prigionieri politici».
In che lingua si esprimerà nel corso del dibattimento?
«Ho chiesto di parlare in catalano, è un mio diritto ed è una lingua minoritaria da salvaguardare. Poi se fosse impossibile per ragioni tecniche, utilizzerei il castigliano».
Perché gli altri componenti della presidenza sono accusati solo di disobbedienza e saranno giudicati in Catalogna?
«Perché se mi avessero tirato fuori dall’accusa di ribellione sarebbe venuto meno l’impianto accusatorio fondato su tre assi, l’esecutivo, il legislativo e la società civile. E poi perché in realtà sono imputata non in quanto presidente del parlamento catalano, ma per il mio passato di presidente dell’Assemblea Nacional Catalana».
Che si aspetta dal processo?
«Lo vivo come un’occasione. Non sarà un processo giusto perché la fase istruttoria non lo è stata, non abbiamo commesso nessun delitto».
Al principio dell’autunno catalano pensava che sarebbe finita in prigione?
«Nessuno di noi lo pensava, è la prima volta che si persegue penalmente un dibattito di idee. Quando passai la prima notte in carcere, nel novembre 2017, in attesa di poter pagare la cauzione, capii che eravamo prigionieri politici. Ma non mi sono mai proposta di andarmene fuori in un altro paese, perché non ho commesso nessun delitto e voglio poterlo spiegare».
C’è qualcosa che cambierebbe nella sua gestione politica?
«Probabilmente molte cose si sarebbero potute fare meglio. Ma alla fine, come presidente del parlamento non potevo fare diversamente, perché era mio dovere difenderne la sovranità e salvaguardare la separazione dei poteri».
Elena Marisol Brandolini
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Arresti arbitrari stamattina in Catalogna

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Potere al Popolo! denuncia gli arresti arbitrari di stamattina in Catalogna

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Stamattina, 16 gennaio 2019, nella regione di Girona (Catalogna) alcuni sindaci e alcuni attivisti della sinistra indipendentista si sono svegliati con uomini incappucciati della Polizia Nazionale Spagnola (PNE) alle loro porte. Ignasi Sabater e Dani Cornellà, entrambi della CUP e rispettivamente sindaci di Verges e di Celrà, e altri nove militanti, tra cui appartenenti ai CDR (Comitati in Difesa della Repubblica) sono stati arrestati. L’operazione è stata condotta dalla PNE senza alcun mandato giudiziario del Tribunal Superior de Justícia de Cataluña. L’accusa è di presunti “disordini pubblici” in occasione dell’anniversario del 1 ottobre 2017, il giorno in cui in Catalogna si è tenuto il referendum per l’indipendenza.

Si tratta di un’operazione di polizia che palesa il volto violento dello Stato spagnolo. Qui non è in gioco solo il rispetto del diritto all’autodeterminazione, ma anche quello dei diritti civili e politici, individuali e collettivi. Gli arresti di stamattina sono l’ennesima risposta “repressiva” di uno Stato che nega la questione politica di fondo e la tratta come fosse problema di ordine pubblico, chiudendo la porta in faccia a chi rivendica una soluzione democratica del conflitto. Ed è problema di tutte e tutti noi, non solo dei catalani; ancor più perché accade a pochi chilometri dalle nostre città, nel cuore di quella Unione Europea che si auto-esalta come costruzione democratica e che non riesce a pronunciare nemmeno una parola – lasciamo stare i fatti – contro la repressione e la violenza che avviene in uno degli Stati membri.

Mentre scriviamo, ci giungono notizie dalla Catalogna che ci informano che alcuni degli arrestati sono stati liberati. Ad alcuni pare sia stato riservato un trattamento non proprio tenero. A tutti loro, a chi è di nuovo in libertà e a chi è ancora nelle mani della PNE, il nostro più caloroso abbraccio.

Libertà immediata per tutti gli arrestati!

https://poterealpopolo.org/pap-denuncia-arresti-arbitrari-catalogna/?fbclid=IwAR01syWEWQ3GW0Wh4Q2bppO1P2onmmdtdzt-sNA2siluseb95_gqLM49Opw

 

La posta in gioco in Catalogna è lo Stato di Diritto

 

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Roberto Rampi e Matteo Angioli

15 gennaio 2019

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“Shame on Europe”. Questo si legge sull’asfalto all’ingresso del carcere di Lledoners, a 70 chilometri a nord di Barcellona. Noi l’abbiamo letta l’8 gennaio prima di incontrare quattro dei nove esponenti catalani in detenzione preventiva da un anno e due mesi. Vergogna per un’Europa che finge di non vedere che in quel carcere, oltre ai nove “presos politicos”, è detenuto anche lo Stato di Diritto. L’8 gennaio dunque abbiamo speso due ore intensissime con l’ex portavoce del governo regionale catalano onorevole Jordi Turull, l’ex ministro per il territorio e la sostenibilità onorevole Josep Rull, l’ex ministro per le relazioni esterne ed ex deputato europeo onorevole Raul Romeva e l’attivista e presidente dell’associazione “Assemblea Nazionale Catalana” Jordi Sanchez. La visita in carcere è stata preceduta da un incontro nella sede della Presidenza della Catalogna, nota come Generalitat de Catalunya, il presidente Quim Torra, il successore di Carles Puigdemont.

Benché convinti che solo con una sovranità europea federale sia possibile contribuire al superamento dell’annosa questione, crediamo che il silenzio e l’ostracismo dell’Europa e di molti sedicenti “liberali” sia una scelta politicamente miope e suicida per tutte le parti coinvolte. La richiesta di dialogo da parte delle autorità di Barcellona con quelle di Madrid e Bruxelles e il rifiuto della violenza da parte degli esponenti catalani, confermate da uno sciopero della fame di tre settimane condotto dai detenuti che abbiamo incontrato, non possono passare inosservati.

Le accuse mosse contro gli esponenti catalani, in particolare quella di ribellione, sono ingiuste e pericolose perché presuppongono l’impiego della violenza da parte degli imputati. Nell’organizzazione e svolgimento del referendum del primo ottobre 2017 sull’indipendenza invece, sono stati proprio i cittadini, anche anziani, ad aver subito la violenza della polizia spagnola che aveva ricevuto l’ordine di impedire il voto. Incarcerare dunque rappresentanti eletti ed attivisti del mondo dell’associazionismo per 14 mesi senza che questi abbiano commesso nessun atto violento è qualcosa di grave che non deve accadere né in Cambogia, dove dopo il regime dei Khmer Rossi si è installato un dittatore tutt’oggi inamovibile, né in uno dei maggiori paesi dell’Unione europea come la Spagna che, dopo la fine del regime di Franco ha votato una Costituzione democratica con una grande partecipazione proprio della componente catalana.

Un referendum consultivo, come previsto dalla Costituzione spagnola, è una delle forme attraverso le quali viene esercitata la libertà di espressione. La negazione e la repressione di un simile atto, costituzionalmente garantito, deve suonare come un campanello d’allarme circa l’incapacità e la nolontà di governi di nutrire il dialogo, il contraddittorio, la conoscenza; in altre parole la democrazia. La posta in gioco a questo punto è il diritto di dissentire, presentare e dibattere pacificamente proposte alternative come si presume accada nelle società governate dallo Stato di Diritto, in cui nessuno è al di sopra della legge e in cui le leggi vengono applicate in linea con gli standard e le norme internazionali sui diritti umani. Se trovati colpevoli di ribellione, i detenuti rischiano pene dai 17 ai 25 anni. È accettabile? Se dovesse confermarsi questo scenario, una simile pena inflitta per aver commesso un’azione nonviolenta costituirà un pericoloso indebolimento della ricerca del dialogo politico, il cui soffocamento potrebbe esacerbare la situazione e incoraggiare manifestazioni di protesta violenta. Un’idea giudicata non buona si sconfigge con un’idea migliore, non con una bastonata dopo l’altra.

Il silenzio dell’Europa è purtroppo comprensibile, ma certo non giustificabile. L’ultima cosa con cui vuole aver a che fare un conglomerato di Stati nazionali sono atti e rivendicazioni separatiste. Tuttavia, se anche i liberali si schierano con i nazionalisti e sovranisti di Madrid, impedendo il dialogo con Barcellona ed espellendo i democratici catalani dalla famiglia liberale europea, vengono meno anche le speranze per un’Europa unita in una federazione politica.

L’auspicio è che la battaglia per lo Stato di Diritto che passa per i corpi dei nove prigionieri politici e per il territorio della Catalogna, popolato da circa 7 milioni di persone, cresca in un’ampia iniziativa politica di grande respiro per il diritto, la democrazia e la libertà di oltre 500 milioni di persone, possibili futuri cittadini degli Stati Uniti d’Europa. Per coltivare questa speranza crediamo che chiunque abbia a cuore il futuro democratico, federale e laico dell’Unione europea oggi debba andare a Barcellona, non Madrid.

http://www.opinione.it/esteri/2019/01/15/roberto-rampi-e-matteo-angioli_shame-europe-carcere-catalogna-jordi-sanchez-rull/

Il processo ai politici catalani

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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

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Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.

A cosa si deve questo comportamento senza precedenti del giudice spagnolo? Fin troppo spesso nelle succinte cronache giornalistiche (per non citare gli accalorati dibattiti sui social network) si fa riferimento genericamente e superficialmente a concetti quali:

  • indire un referendum illegale;
  • violazione della costituzione;
  • approvazione di leggi non costituzionali;
  • dichiarazione d’indipendenza.

Vediamo di esaminare uno ad uno tutti questi argomenti

Hanno indetto un referendum illegale

Secondo la costituzione spagnola, un referendum può essere convocato e autorizzato solo dal Presidente del Governo. Nel caso dell’uno d’ottobre si tratta di un referendum non autorizzato, quindi con risultato nullo e senza effetti giuridici, di nessuna rilevanza penale. Infatti, la legge 2/2005 ha cancellato gli articoli del Codice Penale che castigavano l’ indire, l’organizzare, il promuovere o il partecipare in referendum o consultazioni popolari senza autorizzazione.

Nelle motivazioni della legge si dice infatti che gli articoli aboliti “si riferiscono a comportamenti che non hanno un’entità sufficiente da meritare rilevanza penale, e ancor meno se la pena che viene contemplata è la prigione”.

Hanno violato la costituzione spagnola

Non rispettare la costituzione è un concetto generico, non una figura penale. Hanno rilevanza penale e sono quindi punibili solamente i comportamenti descritti e sanzionati nel codice penale.

Hanno approvato leggi incostituzionali

Approvare leggi è prerogativa del Parlamento, e, come in Italia, eventuali questioni d’incostituzionalità o conflitti di competenza fra una autorità regionale e quella statale si dirimono davanti alla Corte Costituzionale. La legge approvata dal parlamento catalano che indiceva e regolava il referendum e la legge che regolava la fase transitoria fino all’approvazione della costituzione della repubblica catalana, sono state entrambe oggetto di ricorso d’incostituzionalità da parte del governo centrale e dichiarate nulle dalla Corte Costituzionale.

Anche il governo ed il parlamento spagnoli hanno approvato leggi poi risultate incostituzionali (recentemente la amnistia fiscale del precedente ministro delle finanze è stata dichiarata incostituzionale) ma non per questo il consiglio dei ministri è in prigione preventiva.

Hanno dichiarato l’indipendenza della Catalogna

La riforma del Codice Penale del 1995 ha eliminato l’articolo che prevedeva pene detentive per chi “dichiarasse l’indipendenza di una parte del territorio nazionale” tout-court, senza il concorso di nessun altro requisito. Stando alla nuova formulazione del Codice Penale dichiarare l’indipendenza si considera un reato solamente con il concorso di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria.

Allora quali sono i reati loro contestati? I due reati principali contestati dalla Procura Generale sono la ribellione e la sedizione. Secondo l’art 427 del Codice Penale spagnolo vigente “Coloro che si alzano violentemente e pubblicamente [..] sono colpevoli del crimine di ribellione”. L’art. 544 definisce la sedizione come una rivolta pubblica e violenta volta a rovesciare il potere costituito punibile con una condanna alla pena detentiva fino ai 15 anni se a commetterla è un pubblico ufficiale.

In entrambi i reati deve concorrere la presenza di una rivolta pubblica violenta e tumultuaria, mentre è a tutti pubblico e notorio che non vi fu alcuna sommossa violenta diretta al sovvertimento dello stato. È proprio per l’assenza del requisito della “violenza” che il tribunale tedesco in primavera negò la consegna al giudice spagnolo per questi stessi reati del deposto presidente catalano Carles Puigdemont raggiunto in Germania dal mandato d’arresto internazionale.

Queste gravi incongruenze giuridiche e procedimentali sono state fin da subito evidenziate da centinaia di cattedratici di diritto penale e costituzionale, attraverso una dichiarazione che censura radicalmente l’operato della Procura Generale e del Tribunale Supremo, considerando infondate le accuse che comportano le pene di detenzione.

Nel manifesto essi affermano che:

  • il Tribunale Supremo non è competente e dovrebbe rimettere la causa al giudice naturale;
  • i reati di ribellione e/o sedizione sono infondati in quanto non sussistono prove dell’uso della violenza pubblica e tumultuaria richiesta dalla tipologia penale;
  • la prigione preventiva incondizionata viene considerata “seriamente sproporzionata e priva di giustificazione sufficiente, al di là di manifestazioni astratte”.

Queste “anomalie” sono le più macroscopiche e non c’è qui spazio per trattare di molte altre che hanno caratterizzato l’intero operato del Tribunale Supremo spagnolo da oltre un anno a questa parte. Per esempio, la violazione dei diritti politici di quei politici catalani che vennero nuovamente eletti nelle elezioni del 21 dicembre 2017 e che sono stati privati del loro diritto di rappresentazione e dell’immunità parlamentare.

Per questo ed altro ancora avremmo bisogno di un altro capitolo, ma risulta evidente che il caso 20907/2017 nasce davvero già inficiato da molte “anomalie” niente affatto rassicuranti ora che si entra nella fase dibattimentale e che richiedono l’attenzione e la vigilanza di tutti i democratici europei.

http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2019/01/il-processo-ai-politici-catalani-il-caso-speciale-20907-2017/

 

Il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

IlFattoQuotidiano.it / BLOG di Loretta Napoleoni    6 gennaio 2019

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Spagna, il fantasma di Franco perseguita ancora Madrid

Si dice che la storia la scrivono i vincitori, ed è vero. È anche vero che accettare un passato buio richiede una maturità e magnanimità che pochi posseggono. È molto più facile cadere vittima di sentimenti poco onorabili, come il desiderio di vendetta, o riscrivere la storia cancellando simboli e monumenti che ce la fanno ricordare. Rientra in questo contesto la polemica statunitense sull’abbattimento delle statue dei personaggi della guerra di secessione che erano schiavisti, come se bastasse rimuoverle per cancellare la memoria dello schiavismo e delle atrocità commesse durante quel conflitto.

La distanza storica non aiuta, anzi, spesso come nel caso della Spagna, più la democrazia avanza e più diventa difficile gestire i ricordi della guerra civile (1936-39) e del franchismo. Ce lo conferma la polemica sulla riesumazione dei resti di Francisco Franco, sepolto il 23 novembre del 1975 nella Valle dei Caduti, ultima puntata della disputa sui desaparecido spagnoli che va avanti da decenni. Ma andiamo per gradi.

 

 

La Valle dei Caduti è un monumento-mausoleo che Franco fece costruire alla periferia di Madrid, vicino alla Sierra de Guadarrama, per ospitare le vittime della guerra civile, sia quelle repubblicane che quelle franchiste. Naturalmente per manodopera vennero utilizzati ex combattenti repubblicani presi prigionieri dalle truppe di Franco, costoro furono letteralmente schiavizzati. Basterebbe questo a renderlo un simbolo “scomodo” della storia spagnola. In effetti l’idea di trasformarlo in qualcosa che onori le vittime, tutte e indistintamente, vuole proprio spogliarlo di questa onta e vuole recidere il legame con il franchismo, la rimozione della la tomba del dittatore fa parte proprio di questa trasformazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe più semplice costruire un nuovo monumento ma questo scatenerebbe ancora più polemiche, la Valle dei Caduti è un luogo associato con il trauma della guerra civile e del franchismo per diverse generazioni di spagnoli e poi il governo spagnolo ha già speso grosse somme nella sua manutenzione, circa 12 milioni di euro, sarebbe sciocco adesso abbandonarla. Per chi non conosce bene la storia della Spagna tutta la questione della riesumazione delle vittime della guerra civile e del franchismo può apparire poco comprensibile. Pochi sanno che dopo la Cambogia, la Spagna è il Paese con il più alto numero di persone scomparse, letteralmente inghiottite nelle fosse comuni. Le statistiche parlano di 200 mila caduti secondo l’Associazione per la memoria storica, che si occupa di rintracciare le vittime, di cui di circa 140 mila non si sa nulla. Nella Valle dei Caduti sono seppelliti soltanto tra i 30 ed i 50 mila morti. Non c’è famiglia estesa che non sia direttamente o indirettamente relazionata a qualcuno morto in quel conflitto e molti desiderano sapere cosa è successo e dove sono sepolte le ossa dei propri cari. Il desiderio di riesumarli e salutarli con un funerale religioso o una cerimonia laica fa parte del processo di chiusura di un capitolo personale e storico dolorosissimo. È un desiderio umano e legittimo.

Molti sono convinti che fu uno degli errori della giovane democrazia spagnola non affrontare il capitolo dei desaparecido e delle vittime immediatamente dopo la morte di Franco. Fino agli anni Novanta non si fece praticamente nulla, poi nacquero associazioni di parenti dedicate alla ricerca dei propri cari. Il silenzio della democrazia ha anche facilitato la manipolazione politica della mancata “chiusura storica” delle atrocità commesse durante la guerra civile e il franchismo. Tra le tante dolorose storie a riguardo c’è la riesumazione dei resti di Garcia Lorca, il poeta spagnolo vittima del franchismo il cui corpo non venne mai ritrovato. Dopo una battaglia legale iniziata da Baldasar Garzon nella quale la famiglia Lorca prima pose il veto alla riesumazione e poi cambiò idea e, dopo aver speso 70 mila euro e scavato due volte, i resti di Garcia Lorca non vennero mai ritrovati. A guadagnarci furono i media che pomparono la disputa puntando sull’alto profilo del poeta.

Il fiasco clamoroso della riesumazione di Garcia Lorca conferma quanto sostengono diversi esperti: è impossibile restituire alle famiglie i corpi dei caduti, non solo perché i costi sarebbero astronomici ma soprattutto a causa della geografia del conflitto che praticamente copre quasi tutta la penisola Iberica. Le fosse comuni sono disseminate un po’ dovunque, la gente veniva giustiziata o uccisa e seppellita sul posto, riesumare tutti i 140mila corpi, ricomporli, riconoscerli e consegnarli ai familiari e’ un sogno irrealizzabile. Ci vuole una soluzione politica, dunque, che è quello che il governo Zapatero cercò di fare nel 2006 con la Legge della memoria storica e quello che l’attuale governo vuole portare a compimento con la riesumazione dei resti di Franco. Ma ancora una volta il passato è diventato uno strumento di propaganda per l’opposizione, la destra spagnola tradizionale ancora fedele alla memoria del dittatore e quella più recente, inclusi i partiti populisti. Improvvisamente sempre meno forze politiche appoggiano la rimozione della salma. Era prevedibile, il processo di chiusura con una passato tanto violento non e’ mai facile e soprattutto mai rapido.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/06/spagna-il-fantasma-di-franco-perseguita-ancora-madrid/4876298/