50 mila in piazza a Bruxelles

 

50mila in piazza a Bruxelles a sostegno di Puigdemont: “L’Ue ci ascolti”

Il Fatto Quotidiano   7.12.2017

 

Un fiume di bandiere gialle, rosse e blu, di palloncini e sciarpe gialle ha invaso pacificamente le vie della capitale dell’Unione Europea per abbracciare il ‘president’, il deposto Carles Puigdemont auto-esiliatosi in Belgio

 

 

Sono arrivati quasi in 50mila dalla Catalogna a Bruxelles per fare sentire il proprio grido di ‘llibertat‘ a un’Ue “che non dà risposte“. Un fiume di bandiere gialle, rosse e blu, di palloncini e sciarpe gialle ha invaso pacificamente le vie della capitale dell’Unione Europea per abbracciare il ‘president‘, il deposto Carles Puigdemont auto-esiliatosi in Belgio dopo la bufera politica seguita al referendume per l’indipendenza. Oltre al leader indipendentista, erano presenti anche i ministri Lluis Puig GordiClara PonsatiMeritxell Serret e Antoni Comin, con lui in Belgio. La manifestazione ha preso avvio in mattinata dal parco del Cinquantenario, a due passi dai palazzi delle istituzioni europee.

La manifestazione indipendentista è stata convocata dalle associazioni catalane Anc e Omnium Cultural e in prima fila c’erano il numero due di ErcMarta Rovira, i leader di Anc e Omnium Cultural Marcel Mauri e Agustí Alcoberro, e anche il portavoce di Erc al Congresso dei deputati, Gabriel Rufian. Il corteo si è snodato per quasi quattro ore nelle strade del quartiere europeo, malgrado la pioggia e il freddo. Con una lunga pausa davanti al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue: sotto le finestre di Jean-Claude Juncker, i manifestanti hanno cantato a squarciagola l’inno catalano ‘Els segadors’. Ma ad attenderli, in piazza Jean Rey, c’era Carles Puigdemont, che dal palco ha dichiarato: “L’Ue ascolti i cittadini – ha arringato dal palco il leader deposto -. L’Europa non dovrebbe avere paura di difendere i valori democratici fondamentali. La Catalogna vuole rimanere un Paese democratico“. Puigdemont ha rimproverato all’Ue il fatto di avere “dato sostegno” al premier spagnolo Mariano Rajoy e si è appellato direttamente al presidente della Commissione Ue Juncker, affinché “l‘Europa si renda conto che ancora può giocare un ruolo” nella crisi catalana.

La mobilitazione, con l’hashtag #WakeUpEurope (Europa, svegliati) su Twitter ha visto affluire nella capitale belga moltissimi manifestanti, arrivati dalla Catalogna in autobus, in aereo, in treno, in auto, con o senza roulotte, o in camper (moltissimi erano parcheggiati stamani al Parco del Cinquantenario, da dove è partito il corteo), per sostenere Puigdemont in vista delle elezioni che si terranno in Catalogna il prossimo 21 dicembre. Il tam tam iniziato nei giorni scorsi ha dunque funzionato, anche grazie all’organizzazione portata avanti da associazioni come l’Anc, nazionalisti catalani: 250 i pullman noleggiati per portare la gente, cinque i voli charter. “La nostra vocazione è europeista – spiega Joan Grau, un manifestante arrivato da Fonollosa, vicino a Barcellona – ma l’atteggiamento della Commissione europea ci ha deluso. Dopo il referendum ci aspettavamo una risposta che non è arrivata”. Accanto alle bandiere catalane, ovviamente la maggior parte, ha sventolato anche qualche stendardo fiammingo e qualche bandiera corsa

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/07/catalogna-50mila-in-piazza-a-bruxelles-a-sostegno-di-puigdemont-lue-ci-ascolti/4025923/

 

La Catalogna si manifesta a Bruxelles

7 dicembre 2017: la Catalogna si manifesta a BruxellesCARTELL FINAL-data (2)-page-001

 

 

Il governo della Comunità Autonoma della Catalogna, eletto democraticamente nelle elezioni del 27 settembre 2015, ha compiuto il suo programma elettorale organizzando un referendum di autodeterminazione perché il popolo della Catalogna potesse decidere il suo futuro politico.

Anche se il Diritto all’Autodeterminazione è un diritto fondamentale dei popoli, lo Stato Spagnolo si è sempre negato a negoziare l’organizzazione di un referendum. E’ per questo motivo il referendum che si è svolto lo scorso 1 ottobre viene considerato illegale. Capiamo che questa illegalità possa generare dubbi all’estero ma vogliamo sottolineare che la chiara volontà di un popolo di esprimersi democraticamente non si può trattare dalla repressione ma che si deve affrontare dalla negoziazione politica.

In quest’ultimo periodo in Catalogna abbiamo osservato un grave passo indietro nella democrazia e ci preocupa che l’Europa  sostenga l’attuazione repressiva del governo spagnolo.

Alcuni esempi che non sempre arrivano ai media fuori della Catalogna.

Violenza della polizia

  • La polizia ha attaccato diverse sedi di seggi elettorali con un uso della forza chiaramente sproporzionata, Bilancio: 1000 feriti, di cui due gravi (uno di loro ha perso un occhio).

L’azione della Polizia Nazionale e della Guardia Civile è stata criticata dall’ONU: http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=57785#.WiPfyRNzLDc

  • Il governo del Partido Popular e Re Felipe VI, nei loro rispettivi discorsi del 1 e 3 ottobre, si sono congratulati con le forze di polizia dello stato per le loro azioni ed in nessun momento fanno riferimento alle vittime della violenza della polizia.

Ad oggi, non è stato individuato alcun responsabile per questa violenza sproporzionata  e non sono state neanche chieste scuse alle vittime.

  • Guardate il video pubblicato per il canale televisivoi catalano 3/24:

le parole della vicepresidente del governo spagnolo Soraya Saenz de Santamaria e del delegato del governo spagnolo in Catalogna Enric Millo con le immagini di alcune azioni delle forze di sicurezza dello Stato: : http://www.elnacional.cat/es/politica/narracion-tv3-desenmascara-discurso-oficial-espanol_197583_102.html

Abusi giudiziari

  • Jordi Sánchez, presidente dell’ANC (Assemblea Nazionale Catalana) e Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural vengono mandati in carcere in custodia cautelare dalla giudice Carmen Lamela dell’Udienza Nazionale. Il procuratore José Manuel Maza li accusa di sedizione, un crimine che può portare alla reclusione fino a 15 anni e li accusano di “rivolta tumultuosa“. È più che discutibile che i due leader pacifisti possano essere accusati di questo crimine e ancor più che il carcere preventivo sia una misura precauzionale adatta. Viene anche messo in dubbio che l’Udienza Nazionale sia il tribunale competente per giudicare questi crimini.

Per questo motivo, Amnesty International chiede la sua liberazione https://www.amnesty.org/en/documents/eur41/7308/2017/en/

  • Le accuse di ribellione al presidente Puigdemont e ai consiglieri sono anche eccessive poiché, come la sedizione, la ribellione implica violenza.

109 professori universitari di diritto penale di tutta la Spagna hanno firmato un manifesto in tal senso http://www.lavanguardia.com/vida/20171123/433109332806/109-juristes-de-lestat-rebutgen-les-acusacions-de-rebellio-i-sedicio-contra-els-jordis-i-el-govern-destituit.html

 

Repressione e limitazione della libertà di espressione

 

Gestione dei media e diffamazione

  • La televisione pubblica spagnola non offre una copertura imparziale della crisi in Catalogna. I propri lavoratori delle catene pubbliche denunciano la mancanza di obiettività.
  • Nonostante ciò, sono i media pubblici catalani che subiscono continui attacchi da parte del Partido Popular e Ciutadans, che li chiamano parziali. Anche in questo caso, le cifre indipendenti mostrano il contrario. Ecco la relazione del Consiglio audiovisivo della Catalogna sulla copertura dell’1-0 in televisione https://www.cac.cat/pfw_files/cma/actualitat/notespremsa/informe_1O_CA.pdf
  • Queste azioni repressive sono accompagnate da una campagna di screditare la scuola catalana e il modello di immersione linguistica, negato dalla piattaforma Somescola con figure ufficiali dello stato https://www.ara.cat/societat/Somescola-defensa-immersio-cohesio-ladoctrinament_0_1906609440.html

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano che oggi, in Catalogna:

è vietato pensare in modo diverso,

anche ad oggi, nell’Unione europea, si cerchino di annullare opzioni politiche che sono sempre state difese dal pacifismo e dalla volontà di dialogo.

Per protestare contro questo arretramento democratico e chiedere all’Unione europea di intervenire a favore della democrazia e della liberazione dei prigionieri politici catalani,

Ci manifestiamo a Bruxelles il 7 dicembre!CARTELL FINAL-data (2)-page-001

traduzione  Eva Mendoza-ANC Italia

Ma come è finita in Catalogna ?

 

Fra due settimane il voto più anomalo: Puigdemont in Belgio e Junqueras in carcere. Gli indipendentisti sono a un seggio dalla maggioranza assolut

 

FRANCESCO OLIVO   La Stampa   4.12.2017

Resta alta la tensione in Catalogna. A poco più di due settimane dalle elezioni, non arriva il segno di distensione che in molti si aspettavano. Il Tribunal Supremo di Madrid ha deciso di lasciare in carcere il vicepresidente decaduto della Generalitat Oriol Junqueras, detenuto nella capitale spagnola dal 2 novembre scorso con l’accusa di sedizione, ribellione e malversazione. Domani inizia una campagna elettorale che è poco definire anomala, visto che due dei protagonisti principali non vi potranno prendere parte: Carles Puigdemont in Belgio e il suo vice Junqueras in prigione.

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Le elezioni

Il 21 dicembre si vota in Catalogna. Si tratta di normali elezioni per il parlamento regionale, il quale poi troverà un presidente. L’anomalia però sta nella convocazione: a indire il voto è stato infatti il governo spagnolo di Mariano Rajoy e non, come vuole lo statuto catalano, il presidente della Generalitat. L’esecutivo di Madrid ha convocato le elezioni in virtù dell’articolo 155 che sospende l’autonomia regionale.

 

 

I sondaggi

Secondo l’ultimo sondaggio, quello del Cis, l’istuto ufficiale spagnolo, le tre liste indipendentiste catalane otterrebbero 67 seggi su 135 . I secessionisti, a differenza del 2015, si presentano separati, da una parte Junts per Catalunya guidata dall’esilio da Carles Puigdemont, dall’altra Esquerra republicana, il cui leader Oriol Junqueras è in carcere.

Il primo partito, secondo i sondaggi, potrebbe essere Ciudadanos, i centristi di Ines Arrimadas, i più duri oppositori dell’indipendentismo (31-32 seggi) . In ripresa anche i socialisti di Miquel Iceta. Ma la somma dei cosiddetti “costituzionalisti” non raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi. Decisivi saranno a quel punto i deputati di Ada Colau, la sindaca di Barcellona, che con la sua Catalunya en Comú (alleati di Podemos) non si schiera né con i secessionisti di Puigdemont né con gli avversari.

 

 

I ministri

I componenti del governo Puigdemont, destituiti dalla Spagna dopo la dichiarazione d’indipendenza della Catalogna, sono da oggi sparsi in tre gruppi. L’ex president si trova in Belgio, sul suo capo pende un mandato di cattura europeo su richiesta della giustizia spagnola, ma i magistrati belgi hanno ancora una volta rinviato la decisione. La prossima udienza, che probabilmente non sarà l’ultima, è stata fissata per il 14 dicembre. Con Puigdemont ci sono quattro “ministri”.

Un secondo gruppo è formato dai membri dell’esecutivo indipendentista scarcerati ieri, dietro pagamento di una carissima cauzione (100.000 euro) e con il ritiro del passaporto. Si tratta di Carles Mundó, Raul Romeva, Jordi Turul, Josep Rull, Dolors Bassa e Meritxell Borrás.

 

In carcere a Madrid restano invece Oriol Junqueras, ex vicepresidente e Joaquim Forn, ex ministro degli Interni. Stesso destino per i due leader delle associazioni della società civile indipendentista Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Si tratta, secondo i giudici, del nucleo duro dell’indipendentismo.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/12/04/esteri/ma-come-finita-in-catalogna-2xUuaS16NaT9miQ1np2pRN/pagina.html

 

Catalogna al voto blindata dai ndivieti

 

 

 ELENA MARISOL BRANDOLINI      strisciarossa.it     30.1.2017

BARCELLONA – Normalmente in Catalogna, quando un presidente della Generalitat non è più nelle funzioni, conserva il titolo; succede così anche quando si è assunto l’incarico di presidente del governo spagnolo. Ma la Giunta elettorale, già attiva per le elezioni catalane del 21 dicembre prossimo, ha proibito ai mezzi d’informazione pubblici catalani di chiamare Carles Puigdemont “presidente”, così come i componenti del suo governo “consiglieri” in esilio o imprigionati. Perché, agli effetti dell’applicazione dell’articolo 155, sono tutti degli “ex”, perché la condizione di “esilio” non esiste e forse non ci sono, o non ci sono mai stati, neppure dei politici catalani in carcere nell’ultimo mese.

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La Giunta ha anche proibito l’uso del colore giallo nei fiocchi portati ai seggi elettorali in segno di lutto per la libertà dei prigionieri politici,  e nelle fontane e sulle facciate degli edifici municipali con cui il Comune di Barcellona aveva voluto colorare le luminarie natalizie in segno di solidarietà. D’altra parte, il fatto che le elezioni siano state convocate dal presidente del governo spagnolo, che il governo della Generalitat sia stato destituito d’autorità, che metà di questo governo sia finito in carcere e l’altra metà con Puigdemont si sia rifugiato a Buxelles sottoponendosi alla giustizia belga, non depongono per una recuperata normalità politica in Catalogna, a cominciare dal fatto che non tutti i candidati delle liste godranno delle medesime condizioni di libertà per fare la campagna elettorale.

Il mondo indipendentista s’interroga un po’ sgomento su come si sia potuti arrivare a questo punto. L’autocritica è ancora affrettata, troppo obbligata dagli avvenimenti giudiziari, si fatica ad individuare una nuova prospettiva. La Repubblica è durata solo alcune ore, poi tutto è stato normalizzato dall’applicazione del 155. Il cambio è iniziato con l’1 di ottobre. Da un lato l’orgoglio per aver mantenuto la compostezza democratica e pacifica, dall’altro l’inaudita violenza della polizia spagnola che nessuno immaginava così. E poi lo sciopero del 3 ottobre, quando persone avvolte nelle diverse bandiere si ritrovarono insieme in piazza per la democrazia. Fino al discorso del re Felipe VI, che schierava senza esitazione la monarchia a sostegno del governo di Mariano Rajoy, dando inizio e copertura alla reazione successiva dello Stato spagnolo.

Puigdemont, in questi giorni, ha detto che non aveva convocato le elezioni invece di proclamare la repubblica, come pure ebbe in mente di fare ad un certo punto, perché il governo spagnolo non gli assicurò mai che avrebbe desistito dall’applicazione del 155. D’altronde, il ricorso al 155 è un’azione che il PP rivendica con fierezza in questa campagna elettorale, minacciandone la reiterazione. Il president ed altri esponenti dell’indipendentismo hanno anche spiegato che se la proclamazione della repubblica si limitò ad un atto puramente simbolico fu per evitare al popolo catalano una nuova e più grave violenza da parte delle forze dell’ordine dello Stato.

La campagna elettorale è iniziata a pieno ritmo per lo schieramento costituzionalista, popolari, socialisti e Ciutadans. Un po’ più incerto e sotto tono invece quella dei partiti indipendentisti che si presentano con tre opzioni elettorali diverse anche se unificate idealmente da alcuni punti comuni, a partire dalla fine del 155 e la restituzione del potere alle istituzioni catalane: la lista di Puigdemont, Junts per Catalunya, che si appoggia al Partit Demócrata, la lista di Esquerra Republicana e quella della sinistra radicale della Candidatura d’Unitat Popular. Nel passato, liste separate hanno ottenuto più voti di quelle in alleanza come Junts pel Sí dell’ultima legislatura, ma la situazione è ora molto cambiata nei soggetti che concorrono alle elezioni e nei programmi elettorali. Nel mezzo, c’è la lista progressista dell’area dei Comuns e di Podem, contraria all’applicazione del 155 e alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza, che scommette sul dialogo e difende una soluzione pattuita del conflitto e il diritto a decidere del popolo catalano. Difficile dire quale sarà l’esito, poco affidabili ancora i sondaggi, ma per certo sarà una campagna elettorale combattuta fino all’ultimo voto, perché in ballo c’è il futuro della Catalogna.

 

https://www.strisciarossa.it/catalogna-al-voto-dopo-lo-shock-campagna-blindata-dai-divieti/