Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 10

volerelaluna-testata-2

Osservatorio settimanale
20/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini
CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 10

manif16-348x215

Settimana di Pasqua, la decima del processo all’indipendentismo catalano, la prima della campagna elettorale per le politiche del 28 aprile. Tra una settimana si vota in Spagna e dopo un mese si torna a votare per le europee, le municipali e le “autonomiche” (che designano i presidenti delle Regioni).

Questa settimana il dibattimento in Aula è iniziato il lunedì ed è finito il mercoledì, per via delle feste, liberando alcuni giorni utili per la campagna elettorale, dato che la Giunta elettorale ha accordato agli imputati che si presentano alle elezioni politiche la possibilità di partecipare a iniziative di campagna elettorale per via telematica, al di fuori delle sessioni processuali. Perciò Jordi Sánchez e Oriol Junqueras, capolista rispettivamente di Junts per Catalunya e di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso, hanno tenuto ciascuno una conferenza stampa dal carcere madrileno di Soto del Real, con i giornalisti convocati dall’agenzia spagnola EFE e da quella catalana ACN.

I tempi processuali vanno oltre le diverse consultazioni elettorali. Il processo si concluderà presumibilmente entro la fine di giugno e la sentenza arriverà all’inizio dell’autunno. I catalani lo seguono quotidianamente attraverso la radio e la televisione pubbliche locali, o anche solo attraverso la sintesi che ne fanno i media, con un sentimento ambivalente di rifiuto e di attrazione; ne hanno appreso il linguaggio pomposo, la gerarchia delle relazioni, i tempi a volte estenuanti. I testimoni sentiti finora sono circa la metà degli oltre 500 chiamati a deporre da accusa e difesa. Solo in questa settimana ne sono passati oltre 50, agenti del corpo della Policía Nacional che l’1 di ottobre intervennero nel dispositivo di ordine pubblico per impedire il referendum in alcuni dei distretti della città di Barcellona e in diversi collegi elettorali di Girona, Lleida e Tarragona.

Il racconto dei poliziotti ripropone il medesimo cliché della settimana precedente: la denuncia di un clima di violenza e aggressività ai seggi, la stigmatizzazione del comportamento inerte dei Mossos d’Esquadra. A parlare sono agenti che quel giorno, nella gran parte dei casi, subirono contusioni di vario tipo, anche se diversi tra loro riconoscono di aver fatto uso della difesa regolamentare per aprirsi un varco tra la gente. L’accusa popolare di Vox controinterroga i testimoni insistendo nel chiedere se le persone concentrate ai seggi proferissero minacce di morte, si riferissero nei loro slogan a ETA, utilizzassero oggetti come armi di offesa.

Il primo a deporre è un comandante della Guardia Civil che, nell’autunno catalano, era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, il capo della polizia giudiziaria della Catalogna che firmò i rapporti di indagine alla base dell’istruttoria nella macro-causa contro l’indipendentismo. L’esponente della polizia militare torna a segnalare il documento “Enfocats” e l’agenda Moleskine ritrovate nell’appartamento di Josep Maria Jové, vice di Oriol Junqueras, il 20 settembre 2017. Documenti da cui, secondo il pubblico ministero, emergerebbe la strategia di ribellione poggiata sulle famose tre gambe del potere politico, della mobilitazione popolare e della polizia catalana.

«“Enfocats” è un documanto strategico e la Moleskine un documento di tipo esecutivo in cui si possono riscontrare i nomi delle persone coinvolte. Nell’agenda appare una modulazione del conflitto» sostiene il vice di Baena. E continua dicendo: «Vi si trovano i possibili scenari di un’uscita della Catalogna dalla Spagna non concordata con lo Stato e le diverse opzioni di finanziamento all’estero, con prestiti a livello internazionale. Si parla di controllo del territorio». Per quanto riguarda il clima sociale di quei giorni, distingue tra «una prima fase di protesta fino al 17-18 di settembre» e un’altra «dal 20 settembre, in cui l’atteggiamento della popolazione diventa di assedio all’iniziativa della polizia». «Si vede la connivenza di Trapero con Puigdemont», afferma, per evidenziare la complicità della polizia catalana con il Governo della Generalitat. Le indagini cominciarono nel 2015, ma furono prese in considerazione anche le manifestazioni occorse nel giorno della Diada de Catalunya fin dal 2013, considerate come «antecedenti di fatti, in grado di dare contesto all’istruttoria».

Se questi documenti non fossero sufficienti a dimostrare i delitti di ribellione e sedizione, ci sono le testimonianze dei poliziotti appunto, a denunciare come, nei giorni dell’autunno catalano, ci fosse un clima generale di tipo “insurrezionale” fomentato apposta per impedire il compimento del mandato giudiziario, con la collaborazione della polizia catalana. È un nuovo concetto di ribellione quello che si cerca di affermare da parte dell’accusa, non più la classica sollevazione in armi, ma l’esistenza di una violenza di tipo ambientale.

Osservatorio settimanale

Le “cloache” sono una struttura dello satato

 

Sia il PP (Partito popolare) che il PSOE (Partito socialista operaio spagnolo) se ne sono serviti quando erano al governo, ne hanno insigniti di onorificenze  i  protagonisti, contando sulla complicità mediatica di alcuni giornalisti.

Pere Martí   VilaWeb   9.04.2019

 

Torture. La settimana scorsa il ministro dell’Interno spagnolo faceva l’offeso perché Podem denunciava l’esistenza di ‘cloache di stato’ (rete sotterranea di complotti per attaccare, con la creazione di scandali basati su false notizie, tutti gli avversari del governo, a partire dagli indipendentisti catalani. Fu resa pubblica nel giugno del 2016, grazie ad alcune intercettazioni, risalenti al 2014, inviate da un anonimo a una testata giornalistica. Ndt.). Fernando Grande Marlaska, che come ex giudice dell’Audiencia Nacional (tribunale con giurisdizione su tutta la Spagna, ndt) è esperto in materia, ne ha negato l’esistenza, proprio come tempo addietro si era rifiutato di investigare le denunce per torture di un detenuto. Il ministro ha avallato l’operato dei servitori dello Stato e dei corpi e forze dell’ordine, accusando chi denuncia l’esistenza di ‘cloache’ di voler screditare le istituzioni, soprattutto in assenza di dati ed elementi oggettivi. Questa settimana si è saputo che hanno spiato perfino le telecamere di sicurezza dell’abitazione di Pablo Iglesias. In confronto 1984 di George Orwell è niente.

1491567955_077592_1491572797_rrss_normal-13024030-604x270

il comissario José Manuel Villarejo

Le ‘cloache di stato’ scorrono così piene di escrementi che alla fine sono straripate con l’aiuto e il ricatto  di uno dei maggiori responsabili, il commissario José Manuel Villarejo, attualmente detenuto. Siccome adesso la vittima principale è un dirigente spagnolo, e ci troviamo in piena campagna elettorale, lo scandalo ha fatto aprire gli occhi a molta gente. In Catalogna però questo scandalo non è una novità. Da molti anni anni infatti le ‘cloache dello stato spagnolo’ agiscono contro i dirigenti indipendentisti. Le prime vittime ne sono stati Xavier Trias e Artur Mas, cui furono attribuiti conti in Svizzera poi rivelatisi inesistenti. Il sospetto, però, si era ormai diffuso. Il problema è che molte delle vittime di questa guerra sporca chiudevano gli occhi quando a subire era l’indipendentismo, perfino accusando chi era coinvolto di voler nascondere la corruzione facendo del facile vittimismo. Ada Colau ha approfittato delle false informazioni contro Trias per vincere le elezioni municipali a Barcellona.

La guerra sporca contro l’indipendentismo non è terminata. Oggi si è saputo che alla fine del gennaio 2018 un procuratore e alcuni tecnici del Ministero della Giustizia spagnolo hanno seguito  Puigdemont a Bruxelles senza autorizzazione della magistratura di quel paese, con la collaborazione di un imprenditore. E questa azione è stata realizzata senza alcun euro-ordine, perché il giudice Llarena lo aveva ritirato il 5 dicembre, e senza comunicarlo alle autorità belghe. Un atto chiaramente stragiudiziale che probabilmente la giustizia spagnola cercherà di coprire, ma che è impropria di uno stato di diritto.

Il problema delle ‘cloache di stato’ è che tanto il PP che il PSOE, quando erano al governo, ne hanno fatto uso, con la complicità dei media per diffondere le loro schifezze. Non si tratta solo di un problema del PP e di Jorge Fernández Díaz con la sua polizia politica. Riguardano anche il PSOE, con i GAL (Gruppi antiterroristi di liberazione, attivi negli anni Ottanta e finanziati dal Ministero dell’Interno per compiere atti di ‘terrorismo di stato’, ndt) come caso più eclatante, ma non occorre andare tanto lontano. Venerdì scorso (4 aprile, ndt) ha dovuto dimettersi Alberto Pozas, direttore generale dell’Informazione della Moncloa, inquisito in quanto ex direttore  della rivista Interviu nell’intrigo di spionaggio a Pablo Iglesias. Il commissario Villarejo è stato insignito per ben due volte di una Croce al Merito: la prima nel 2009, ricevuta dalle mani di Alfredo Pérez Rubalcaba, ministro degli Interni; la seconda, nel 2013, consegnatagli da Jorge Fernández Díaz. Le ‘cloache  di  stato’ funzionano grazie a due elementi: la connivenza politica e la complicità mediatica. Così come esistono poliziotti corrotti ci sono  mezzi di comunicazione o giornalisti con nome e cognome che contribuiscono a diffondere le menzogne fabbricate nelle cloache.

Una delle vittorie dell’indipendentismo è stata quella di far affiorare buona parte di queste cloache. La polizia politica di Fernández Díaz è sotto inchiesta e il commissario Villarejo cerca di salvarsi spargendo fango. Le cloache, però, fanno parte del regime del 78. Sono una struttura di stato. Vi si muovono i garanti del regime e, se qualcuno ne discute, allora fanno di tutto per distruggerlo. Prima l’indipendentismo, ora Podem. La Catalogna già aveva avvisato che si trattava di un problema strutturale della democrazia spagnola, perché la transizione non aveva fatto pulizia del tutto, ma nessuno volle crederci. Villarejo cominciò la carriera come poliziotto nel 1972 nei Paesi Baschi nella lotta contro l’ETA. E già allora fu insignito di una onorificenza.

*traduzione  Raffaella Paolessi

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/les-clavegueres-son-una-estructura-destat/

 

 

Verso la condanna con menzogne impunite

Così lo stanno cucinando nel Tribunale Supremo: verso la condanna con menzogne impunite

«Con testimonianze come quelle del 15 aprile, la tergiversazione rimane detta, rimane lì, incrostata nel velluto dei banchi e nei titolari dei giornali spagnoli»

Captura-de-pantalla-2019-04-15-a-les-20.01.53-15200219-604x270

Vilaweb.cat – Josep Casulleras Nualart – 15.04.2019 – 20:03

I magistrati Juan Ramon Berdugo e Andrés Martínez Arrieta, seduti alla destra e alla sinistra di Manuel Marchena nella sala delle udienze del Tribunale Supremo, qualcosa si ricordano del numero d’identificazione N29100C. Corrisponde al comandante della Guardia Civil César López Hernández, chiamato a dichiarare come testimone in questo processo, perché fu il segretario degli attestati polizieschi che furono elaborati dall’inizio del 2016 fino all’autunno del 2017 con lo scopo di controllare e incriminare decine di persone in una “causa generale”[1] contro l’indipendentismo.

Lui era il numero due del tenente colonnello Daniel Baena, alias Tácito[2]. Ma questo comandante di faccia tonda e occhiali spessi fu processato per torture, come ha riconosciuto prima dell’inizio dell’interrogatorio. Nel 2008 fu coinvolto nei maltrattamenti a Igor Portu e Mattin Sarasola, condannati per l’attentato all’aeroporto di Barajas. E tra i magistrati del Supremo che assolsero i condannati inizialmente per questo caso c’erano Berdugo e Arrieta. Ecco perché il numero d’identificazione N29100C risultava famigliare.

Fa niente: non è mica il primo testimone della Guardia Civil che dichiara in questo processo essendo stato processato o condannato per torture; Diego Pérez de los Cobos si dimenticò di dirlo, fino al secondo giorno di testimonianza, quando Marchena –che forse guarda Twitter– pensò di chiederglielo.

César López Hernández ha avuto uno scopo molto chiaro durante la dichiarazione, preparata insieme al pubblico ministero Fidel Cadena: tentare di salvare il fattore Mossos (polizia catalana) per sostenere l’accusa di ribellione contro i prigionieri politici. Le dichiarazioni di tutti i membri della cupola della polizia catalana e le contraddizioni tra i comandi della polizia spagnola sulla preparazione, a margine dei Mossos, del dispositivo preparato per il 1° ottobre 2017 con lo scopo di andare a colpire nelle scuole, lo hanno messo in difficoltà.

Per questo, il comandante della Guardia Civil ha mostrato un paio di carte che aveva sotto la manica per vincolare il maggiore Trapero (comandante dei Mossos) in una sorta di cospirazione. Quali sono queste carte? La prima, che Trapero ricevette un rapporto dell’intelligence sulla situazione precedente al primo di ottobre, dove si diceva che l’immagine del corpo poteva essere negativa se si arrestavano dei sindaci de la CUP. La seconda, che in una riunione del 13 di ottobre con più commissari, il maggiore disse: ‘La Guardia Civil e la procura, da dieci fotografie su un cattivo intervento ne fanno un reato di sedizione.’

Ma Trapero riceveva ordini politici dal consigliere del governo catalano Forn per agire contro gli ordini della procura o del magistrato del Tribunale Superiore della Catalogna (TSJC)? No.

Al comandante César López Hernández è capitato, come a tanti poliziotti testimoni che abbiamo visto in questi giorni, che hanno una memoria prodigiosa quando rispondono al pubblico ministero e mostrano un’amnesia preoccupante, e provoca brutti scherzi, quando devono rispondere alla difesa. L’avvocato Judit Gené gli ha chiesto:

—Lei ha detto che il Sig. Trapero riferiva al consigliere Forn, tra alcuni altri, tanto le istruzioni della procura quanto il piano d’azione. La domanda è: lei sa se il Sig. Forn rispondeva al Sig. Trapero quando le trasmetteva queste istruzioni per posta elettronica?

Vediamo la sorpresa: la risposta sarà finalmente no. Ma guardate il “viaggio”:

—Almeno uno, quello del giorno 30, del piano Àgora, fu oggetto di risposta.

Il piano Àgora fu preparato dai Mossos l’estate prima del referendum, prevedendo un autunno agitato. Era un piano che non era vincolato ad alcuna istruzione della Procura e, in questo punto, il comandante della Guardia Civil tenta di confondere. Parla del giorno 30, senza precisare. Sembra che si riferisca al 30 di settembre, il che è falso. Judit Gené si rende conto della trappola.

—No, del piano Àgora, no. Io parlo del piano d’azione dei Mossos, d’accordo con le istruzioni della Procura. Quando il Sig. Trapero trasmette questo al Sig. Forn, saprebbe dire se il Sig. Forn rispondeva a questi messaggi?
—No.
—Non lo sa o non li rispondeva?
—No, no, no. No. Non lo so, non lo so. Non lo so, non lo so. Non li rispondeva, dunque credo che non li rispondeva
—Scusi?
—Non lo so.

 

Joaquim Forn, seduto dietro a Judit Gené, non riesce a crederci. Quest’uomo, che controllava tutte le comunicazioni, che dopo erano raccolte in attestati della polizia che sono serviti per mandare in galera agli accusati per mezzo migliaio di giorni, e che ha saputo recitarli con tutti i dettagli quando interrogava il pubblico ministero, ora non ricorda nulla. Non sa nulla. Vede che lo hanno colto mentre mentiva, si innervosisce ed è incapace di dire la verità, perché la verità assolve a Joaquim Forn. Lo assolve perché se Forn non rispondeva ai messaggi di Trapero, se non dava istruzioni, significa che non utilizzava i Mossos contro le istruzioni della procura o del giudice. Prosegue così:

—Rispondeva o non rispondeva, ai messaggi?
—Non lo so.
—Se voi non raccogliete risposte significa che non rispondeva?
—E che, per esempio, di questo messaggio non mi ricordo. Ma si che ricordo che rispose a …
—Le chiedo: Quando il Sig. Trapero trasmetteva le istruzioni della procura e il piano d’azione per il primo di ottobre, il Sig. Forn rispose a questi messaggi dando indicazioni al Sig. Trapero? Sí o no?
—a questi, no. Ma su altri si che dava istruzioni.
—Su quali?
—Il messaggiio del 30 sul piano Àgora, sì che dà delle indicazioni.
Ma il 30 di quando?
—Il 30 di… settembre, credo.

Forn fa segno di no. Perché è una menzogna. Gené:

—Sul piano Àgora il 30 di settembre?
—Sì.
—Sì?
—Se non è il 30 sarà un altro giorno. Ma c’è una risposta. Sicuro, sicuro…
—Di cosa è sicuro? Che era il 30 di settembre se il piano Àgora fu applicato il primo di settembre?
—No, no… Il piano Àgora fu applicato il primo di settembre? No… il piano Àgora?
—Il piano Àgora, sí. Non il piano d’azione dei Mossos per il 1 di ottobre.
—Ci sono tre piani diversi, eh?
—No, per il 1 di ottobre ce n’è uno solo.
—Del 1 di ottobre ce n’era uno. Di questo piano dei Mossos che si consegna alla procura sul dispositivo del 1 di ottobre, e che Trapero trasmette a Forn, lei trovò una risposta del Sig. Forn?
—Non abbiamo individuato alcuna risposta.

 

Finalmente! La trascrizione di questo dialogo kafkiano tenta di trasmettere la sensazione di impotenza che c’è in questo processo tra la maggioranza delle difese. Perché queste testimonianze poliziesche mentono impunemente. E soltanto con interrogazioni estenuanti ed esasperanti come questo, che spesso sono interrotti dal presidente Marchena, possono essere messi in evidenza. Ma non con prove documentarie né rapporti né attestati né video. Marchena dice che i documenti sono già stati incorporati al processo e che il tribunale ne terrà conto al momento di confrontare queste testimonianze. Ma, intanto, la menzogna, la tergiversazione, l’esagerazione rimangono. Restano là, incrostate nel velluto dei banchi della sala e riprodotte e moltiplicate acriticamente dai principali media spagnoli. Ci sono decine e decine di agenti che ripetono lo stesso racconto, che fa ridere ed è grottesco, ma che porta a dire nei giornali portavoce del potere giudiziario che, con tutte queste testimonianze, i prigionieri non hanno possibilità di farla franca.

L’inerzia dell’accumulo

Ora il dibattito o, piuttosto, lo scopo del gioco di dadi tra magistrati è di decidere se la condanna dovrà essere per cospirazione per la ribellione o per sedizione, aggiungendo la malversazione. La ribellione, in vista ci quanto vediamo, ai magistrati sembra esagerata. Ma… questa cosa dell’arma ribelle degli sguardi d’odio e digli insulti o dei lanci di ombrelli…. Oggi abbiamo aggiunto la testimonianza di una ventina di antisommossa che attaccarono i seggi elettorali di Barcelona e di Hospitalet de Llobregat. Alcuni risultarono feriti perché andarono a ferire, e hanno presentato davanti al Tribunale Supremo le ferite come prova della violenza ribelle. Uno di questi, il 88.248, ha una cicatrice per un graffio con la punta di un ombrello, ma ricorda: ‘La ferita che mi fa male è quella dell’orgoglio per l’odio di tanta gente.’ Un altro, il 120.381, ebbe una fessura in un dito della mano, a causa ‘di aver lottato per mandare via la gente’. Il 92.552 si ‘fratturò il tendine estensore del quinto dito della mano sinistra’, per aver picchiato i votanti. E il 106.424 si tagliò nell’avambraccio con un vetro perché si tratta dell’individuo che, con un ariete, sfondò la porta di vetro dell’Istituto IES Joan Fuster di Barcelona per potervi entrare.[3]

A cosa serve constatare questo? Perché il tribunale che preside Manuel Marchena ha accettato tante testimonianze che dicono le stesse cose, o che non sanno cosa dire, o che spiegano cose che sono assolutamente normali in una manifestazione o in una protesta? Da una parte, per sfinire gli avvocati, come spiegano alcuni nei corridoi del Tribunale Supremo. D’altra parte, perché questo accumulo possa aiutare a sostenere il castigo. Per quanto il racconto sia falso.

E tutto deciso? Domani e dopodomani passeranno ancora una quarantina lunga di agenti antisommossa che ripeteranno la stessa cosa. La prova testimoniale dell’accusa sta arrivando alla fine, e con questo il Tribunale dovrà costruire la condanna. Fondamentalmente con questo. Dicevamo che nella Madrid del potere già scommettono: il Supremo filtra a El Confidencial che la procura manterrà nella relazione delle conclusioni definitiva l’accusa di ribellione, perché ‘i testimoni ascoltati finora accreditano completamente l’accusa’. A El Mundo avvertono che questo ‘accumulo testificale possiede un’inerzia difficile da sviare’. Che ‘la fotografia, nel processo di sviluppo, diventa nitida: masse umane, barriere, gente in piedi, seduta e sdraiata, con le braccia intrecciate per impedire il passaggio degli agenti o dei veicoli, che bloccarono e chiusero porte, costruirono barricate, occultando quello che dovevano portare via gli agenti (urne)…’. Sembra incredibile, ma così la vedono loro. E non si intravede alcuna possibilità di farglielo vedere in un altro modo.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/aixi-ho-han-anat-cuinant-al-suprem-cap-a-una-condemna-amb-mentides-impunes/

 

[1] La “causa generale” o processo generale fu istituito con il decreto del 26 aprile 1940, ratificato il 19 giugno 1943 e “attribuiva al Ministero Fiscal (equivalente alla Procura della Repubblica), sotto il Ministero della Giustizia, il compito onorevole e delicato di fissare, mediante un processo fedele e veritiero, per la conoscenza dei poteri pubblici e nell’interesse della storia, il significato, la portata e le manifestazioni più rilevanti dell’attività criminale delle forze sovversive che nel 1936 attentarono apertamente contro l’esistenza e i valori essenziali della Patria, salvata in extremis e provvidenzialmente, dal Movimento Liberatore (franchista)”.
La Causa Generale era una procedura istruita dalla Procura della Corte Suprema del governo franchista. Un grande processo sommario con l’obiettivo di depurare responsabilità politiche per le azioni di persone e istituzioni repubblicane durante la guerra, alla ricerca di atti criminali commessi durante la “dominazione rossa”. La giustizia militare è stata estesa a tutti i popoli dello stato. Durante i primi mesi furono istruiti migliaia di processi sommari con migliaia di persone imprigionate e a migliaia giustiziate.

Le informazioni registrate dalla Causa Generale, la cui compilazione è durata praticamente fino agli anni ’60, portarono all’apertura di numerosi procedimenti giudiziari contro coloro che erano considerati responsabili dei fatti indagati, fino alla promulgazione da parte del governo di Francisco Franco nel 1969 del decreto legge 10/1969, con il quale tutti i reati commessi prima del 1 aprile 1939,6 (cioè la fine della guerra civile) prescrivevano. Questo decreto legge fu emesso, quindi, trent’anni dopo la fine della guerra

[2] Il giornale spagnolo Público ha rivelato che il tenente colonnello Daniel Baena ha avuto un’identità segreta inconfessabile su Twitter e ha commesso l’errore di ammetterlo per telefono al giornalista Carlos Enrique Bayo (è diffusa la registrazione audio), tentando quasi subito di tirarsi indietro quando si è reso conto che era incompatibile con l’equanimità richiesta dalla legge a chi dirige un’istruzione di polizia. Tácito è un utente anonimo di Twitter di chiara ideologia di estrema destra e molto belligerante e aggressivo contro l’indipendentismo.

[3]N.d.t. Quanta violenza contro gente inerme raccontano queste ferite!

Spagna, in campagna elettorale i comizi entrano in carcere

L’indipendentista Junqueras, candidato alle politiche del 28 aprile, detenuto in attesa di giudizio, sarà protagonista di un’iniziativa politica del suo partito

Oriol Junqueras

Oriol Junqueras durante il processo

Francesco Olivo   LaStampa   16.04.2019

La tribuna politica entra in carcere. Si avvicinano le elezioni, si vota il 28 aprile, e la campagna elettorale spagnola fa i conti con una delle anomalie di questi tempi: alcuni dei candidati sono detenuti in attesa di giudizio. È il caso di Oriol Junqueras, leader indipendentista di Esquerra Republicana e candidato alle politiche, che venerdì prossimo sarà protagonista di un comizio del suo partito direttamente dalla prigione alla porte di Madrid nella quale è recluso. Lo ha deciso la giunta centrale elettorale, secondo la quale non ci sono le condizioni per impedire a un candidato il diritto a fare la campagna elettorale, seppure senza libertà di movimento, la giunta ha rifiutato altre richieste, come quella di poter fare interviste con cinque testate giornalistiche e partecipare a un dibattito con altri politici.

Non è ancora chiaro come si svolgerà l’appuntamento elettorale, sicuramente il collegamento di Junqueras sarà telematico, video o audio, in quanto gli è stato impedito di lasciare la prigione di Soto del Real per la campagna elettorale. La stessa Esquerra Republicana ha ottenuto di poter tenere iniziative elettorali nel carcere di Lledoners in Catalogna per coinvolgere i detenuti, che dovranno votare il 28 aprile.

Oriol Junqueras è imputato, con altri 11 leader indipendentisti, in un processo che si sta svolgendo da due mesi al Tribunale Supremo di Madrid. La procura generale ha chiesto per lui una pena di 25 anni di reclusione con l’accusa di ribellione violenta, malversazione di fondi pubblici e sedizione. Il leader di Esquerra è anche candidato alle elezioni europee, così come l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, attualmente in Belgio. In caso di elezione sorgerà il tema dell’immunità alla quale hanno diritto i deputati europei.

https://www.lastampa.it/2019/04/16/esteri/spagna-in-campagna-elettorale-i-comizi-entrano-in-carcere-Iyuge7hWcB7ls25tJlyKMM/pagina.html

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 9

volerelaluna-testata-2

Osservatorio settimanale
13/04/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 9

disegno-e1555149301492-348x215

Nona settimana del processo all’indipendentismo catalano, che precede l’inizio della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo 28 aprile.

Sul banco dei testimoni passano una decina di appartenenti della Guardia Civil che, avendo preso parte agli interventi dell’1 di ottobre nei seggi elettorali, lamentano aver riportato alcune lesioni fisiche. Ma è soprattutto il turno della Policía Nacional, che il giorno del referendum intervenne nei vari distretti di Barcellona o in alcuni dei seggi situati a Girona e Lleida, quelli in cui si registrò un alto numero di feriti tra i cittadini per effetto delle cariche della polizia. Famosi per questa brutalità sono diventati, tra gli altri, i seggi degli istituti scolastici Pau Claris, Mediterrània, Escola Pia, Jaume Balmes, Ramón Llull, Joan Boscà, Pau Romeva, Joan Fuster.

Il racconto degli oltre 30 poliziotti ascoltati dalla Corte è sempre abbastanza uniforme nel denunciare l’atteggiamento ostile e violento dei manifestanti per impedire l’attuazione del mandato giudiziario e nel segnalare l’assenza di collaborazione dei Mossos, quando non la aquiescenza con la popolazione mobilitata ai seggi. Si tratta per lo più di poliziotti che predisposero le relazioni sull’accaduto nei vari distretti della capitale catalana, appartenenti alla polizia giudiziaria con il mandato di requisire le urne e il materiale referendario (sostenuti in questo compito dalle unità di ordine pubblico) o con funzioni di intelligence, in vigilanza all’esterno dei seggi per controllare la situazione.

Si scopre che quel giorno le polizie fecero a gara nello spiarsi reciprocamente: poliziotti spagnoli in borghese che osservavano i movimenti di poliziotti catalani senza uniforme che osservavano le mosse di poliziotti spagnoli mimetizzati. Si conferma, inoltre, che la Policía Nacional si servì di infiltrati tra i manifestanti e che l’intervento nei seggi era stato pianificato indipendentemente da un dispositivo di cooperazione tra le tre polizie.

L’accusa popolare di Vox insiste nel chiedere se ci fossero dei leader ad organizzare la mobilitazione ai seggi elettorali, ma sempre di più appare chiaro che l’1 di ottobre fu un atto di disobbedienza popolare auto-organizzato, che neppure l’intervento del Governo catalano avrebbe più potuto fermare. L’Avvocatura dello Stato s’interessa invece costantemente del ruolo dei Mossos, per dare sostanza all’accusa di sedizione mentre la Procura generale propone spesso ai poliziotti domande in cui è implicita la risposta.

Gli addetti del corpo nazionale della polizia spagnola parlano di “resistenza di carattere sovversivo”, raccontano di insulti, di lancio di oggetti, di uso di ombrelli per attaccare (quel giorno a Barcellona pioveva). Descrivono la “massa” che impediva loro il passaggio, l’aggressione ai veicoli, l’abbattimento delle porte delle aule nelle scuole come inevitabile, la necessità di sparare a salve per farsi spazio. Individuano un nuovo concetto, quello della “barricata”, montata su con il mobilio scolastico per rallentare l’entrata delle forze dell’ordine. In generale affermano di non aver osservato, quel giorno, lesioni in danno dei cittadini convenuti.

Ma le notizie sul processo, questa settimana, sono anche fuori dall’aula giudiziaria: si possono leggere sul giornale spagnolo El Diario e quello inglese The Times, che riferiscono di una relazione firmata da Sir Hugh Orde e Duncan McCausland, alti funzionari della polizia britannica con oltre 30 anni di esperienza, proposta come prova dalla difesa di Jordi Cuixart e respinta dal Tribunal Supremo. I due funzionari contestano la versione fornita dalla Guardia Civil sui fatti del 20 settembre, davanti alla sede del Dipartimento di Economia a Barcellona: «Le valutazioni dei video registrano normalmente un ambiente di calma nell’edificio durante tutto il giorno ‒ sostengono ‒. Si vedono gli agenti della Guardia Civil e dei Mossos d’Esquadra, insieme agli impiegati, entrare e uscire dall’edificio normalmente attraverso l’entrata principale. […] Si vede una moltitudine che può descriversi come pacifica, per quanto rumorosa». Con riferimento all’1 di ottobre, poi, i due funzionari scrivono: «Ci sono immagini perturbanti di un uso indiscriminato della forza e di un comportamento violento da parte di agenti della Guardia Civil e della Policía Nacional ingiustificabili e sproporzionati rispetto alla minaccia esistente».

L’altra notizia del processo fuori del processo è quella della conclusione dell’istruttoria del Tribunale n. 13 di Barcellona sul referendum del 1 ottobre, da cui ebbe inizio la macro-causa contro l’indipendentismo catalano. Rinviati a giudizio sono una trentina di alti funzionari della Generalitat e i direttori della televisione e della radio pubbliche catalane, per i reati di disobbedienza, distrazione di fondi pubblici, falsità documentale, rivelazione di segreti e prevaricazione.

Alle prossime elezioni di aprile e a quelle di maggio, sei degli imputati accusati di ribellione, in carcerazione preventiva da oltre un anno e attualmente sotto processo, si presentano come capi-lista dei rispettivi partiti. Hanno perciò chiesto di essere messi in libertà per poter fare la campagna elettorale a parità di condizioni con gli avversari. Il Tribunal Supremo, peraltro, ne ha respinto la richiesta, perché i presupposti per la privazione della libertà «continuano ad operare e lo fanno con particolare forza considerando il momento in cui si trova il processo”.

Osservatorio settimanale