Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 14

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Osservatorio settimanale

18/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 14

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Quattordicesima settimana del processo all’indipendentismo catalano, piena di argomenti e attori diversi senza un centro preciso. In appena due giorni, per lasciare spazio alle feste madrilene di San Isidro, sfilano davanti alla Corte votanti del referendum dell’1 ottobre, volontari dell’Assemblea Nacional Catalana, avvocati volontari per il referendum, politici, sindacalisti, intellettuali, funzionari della Generalitat, ex-componenti della presidenza del Parlamento catalano.

Le deposizioni interessano tutti i delitti contestati, dalla ribellione per la celebrazione del referendum alla distrazione di fondi pubblici per finanziarlo. Risaltano due elementi di fondo: il primo è l’evidenza del pluralismo che permea il movimento catalano per il dirittto a decidere; il secondo è l’atteggiamento del tribunale nei confronti dei testi della difesa cui gli avvocati reagiscono denunciando l’impedimento dell’esercizio dei loro diritti. Il presidente Manuel Marchena, infatti, interrompe continuamente le testimonianze portate dalla difesa, taccia d’impertinenza le domande degli avvocati difensori che sono state permesse all’accusa nelle sessioni precedenti, fino a sbottare con un “Mucho mejor!”, quando uno degli avvocati rinuncia, per protesta, a continuare l’interrogatorio della filosofa Marina Garcés, sua testimone.

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I testimoni che votarono per il referendum in diversi centri della Catalogna raccontano la violenza della polizia spagnola sulla popolazione ai seggi. «Io pensavo che il diritto di voto non me lo possono proibire», perciò Santiago, di professione meccanico, andò al collegio di Sant Antoni a Barcellona a votare. «Stavamo mangiando della pasta quando arrivarono gli agenti della Policía Nacional. Ci circondarono facendo una muraglia – quella sì che era una muraglia – e cominciarono a menarci». Esther è una disegnatora grafica, l’1 ottobre andò a votare nella scuola di Barcellona Pau Claris, uno dei seggi in cui più violenta fu l’irruzione della polizia spagnola: «C’era molta gente per le scale e nel cortile della scuola, l’ambiente era festoso. Quando gli agenti cominciarono a salire sulle scale dove io mi trovavo, cominciarono a tirare giù da lì le persone con violenza senza dire nulla. Quell’assenza di parola era la cosa che più mi fece effetto. Cominciarono a buttare le persone giù per le scale, mi presero per una gamba e mi lanciarono. C’era la volontà di fare male», racconta con un filo di voce. Jordi Pesarrodona è un attore clown, dell’associazione “Pagliacci senza frontiere”, investigato per disobbedienza, assessore nel Comune di Sant Joan de Vilatorrada. Il 20 settembre si trovava in Via Laietana davanti alla Consiglieria degli Esteri e come normalmente fanno quelli della sua associazione nelle diverse proteste, «mi misi il naso da pagliaccio davanti agli agenti della Guardia Civil per sdrammatizzare la situazione». «Il 1 ottobre andai a votare nel mio collegio di Vilatorrada – continua –. Non lo dimenticherò in tutta la vita, arrivarono 10 furgoni della Guardia Civil e seppi che si ricordavano di quel 20 di settembre». La polizia infatti si diresse a lui chiamandolo “famosito”. «Vennero da noi, ma ricordo solo che mi spinsero per le spalle, mi trascinarono per terra, mi colpirono per quattro volte nella zona testicolare, il primo colpo fu molto forte. Altre persone risultarono contuse». Il sindaco di Cellús nel Bages, Joan Badia, racconta di quando gli agenti della Guardia Civil arrivarono nel suo paese l’1 ottobre e lui si fece loro incontro chiedendo l’ordine di perquisizione del centro. «Il comandante della polizia mi disse che aveva solo istruzioni orali e gli risposi che non era sufficiente. Si girò e se ne andò, allora un agente mi colpì con lo scudo facendomi cadere in terra. La Guardia Civil stava attaccando i miei concittadini. La gente era silenziosa, attuava una resistenza passiva». In quel seggio ci furono oltre 15 feriti tra i votanti, su denuncia di 9 di questi è stata aperta un’istruttoria presso il Tribunale di Manresa.

Il Collegio di avvocati di Manresa aveva organizzato per l’1 ottobre un servizio di volontari per orientare giuridicamente le persone che erano ai seggi. Alcuni di loro sono chiamati a testimoniare dalla difesa. L’avvocata Mercè Torras racconta: «A Fonollosa, quel giorno, arrivò un contingente della Guardia Civil di 80-100 agenti, noi eravamo una sessantina di persone al seggio. Non ci fu alcuna richiesta da parte loro. In due minuti cominciarono la carica, la sproporzione era evidente, ci sloggiarono in maniera violenta».

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Diversi, in questa sessione del processo, sono gli alti funzionari della Generalitat sentiti come testimoni: del gabinetto giuridico, della contrattazione, dei dipartimenti della Giustizia, delle Infrastrutture, dell’Educazione. Sono interrogati sul possibile uso di risorse pubbliche per finanziare il referendum e sugli obblighi della presidenza del Parlamento catalano. «In un procedimento di contrattazione standard intervengono molti uffici e perciò molto personale, almeno 15 persone, il tempo medio di perfezionamento di un contratto di acquisto è di 5-6 mesi», riferisce Mercè Corretja, direttora generale della Contrattazione pubbica della Generalitat. «Tutto il procedimento si realizza elettronicamente, perciò non è possibile andare avanti se non viene conclusa la fase precedente e tutto è registrato», risponde, escludendo perciò che siano possibili nell’amministrazione pubblica affidamenti e impegni di spese non contabilizzati e realizzati in poche settimane. Francesc Esteve, direttore del gabinetto giuridico della Generalitat, conferma che la pubblicità fatta passare nei giorni precedenti il referendum sui mezzi radiotelevisi pubblici era «nel quadro del contratto gratuito di annunci pubblicitari della Generalitat» con la Corporazione dei Mezzi Audiovisisvi.

Pere Sol, ex-segretario generale del Parlamento catalano, conferma quanto sostenuto dalla difesa dell’ex-presidente Carme Forcadell: «Per quanto riguarda l’ammissione alla discussione parlamentare delle proposte dei Gruppi, l’intervento della presidenza è solo sull’analisi dei requisiti dettati dal regolamento parlamentare. Relativamente al voto sulle risoluzioni, la presidenza deve valutarne la congruenza con il dibattito proposto». È quanto ribadiscono Lluís Corominas e Anna Simó, rispettivamente vicepresidente e prima segretaria della presidenza del Parlament quando Forcadell ne era la presidente. Entrambi, pur avendo condiviso ogni scelta fatta da Forcadell nella presidenza in quell’autunno del 2017, sono imputati presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati del solo delitto di disobbedienza.

Tra i testimoni, il segretario genrale di UGT Pepe Álvarez, il segretario dell’omologo sindacato catalano Camil Ros e il portavoce della piattaforma Escoles Obertes, Ramon Font, che, nel fine settimana precedente l’1 di ottobre, fece un appello per organizzare iniziative ludico-festose nelle scuole per difendere i seggi e consentire il referendum.

«Non ci fu un’entrata nella sede perché la polizia non aveva il mandato del giudice, ma lì si stava producendo un attentato contro i diritti della CUP come partito politico», afferma l’ex-deputata al Parlament della Candidatura d’Unitat Popular Mireia Boya, raccontando il tentativo della polizia spagnola di entrare nella sede del suo partito in quel 20 di settembre. «C’erano un 3000 persone, ma sempre operammo perché non ci fosse nessun tipo di incidente, secondo i precetti della disobbedienza attiva non violenta». Le fa eco Jaume Asens, avvocato, uno dei vicesindaci di Barcellona, eletto deputato al Parlamento spagnolo lo scorso 28 aprile nella lista dei Comuns-Podemos: «Il 20 settembre facemmo una riunione d’urgenza come governo di Barcellona e chiamammo i cittadini a mobilitarsi». «Non facciamo parte dell’associazione dei municipi per l’indipendenza, ma arrivammo a un accordo con la Generalitat per partecipare all’1 di ottobre. Per noi si trattava di una mobilitazione con forma di referendum». Dopo le cariche della polizia «creammo un servizio di assistenza come Comune, mettemmo insieme le prove e organizzammo 300 persone tra i feriti, presentandoci come accusa popolare presso il Tribunale 7 di Barcellona».

Osservatorio settimanale

 

Unilateralità e fallimento

 

Vilaweb.cat – Oriol Izquierdo  12.05.2019

Manifestació Autodeterminació no es delicte

 

Non ditemi che non siete stanchi: uno dei “mantra” più comuni tra giornalisti e commentatori reticenti e contrari al nostro processo di emancipazione è quello di dire e ripetere, e ripetere ancora, e non smettere mai di affermare che l’unilateralità ha fallito. Questa è, dicono loro, una delle lezioni che possiamo trarre dagli eventi dell’autunno 2017. E pertanto, dicono, bisogna andare oltre le tentazioni unilateraliste. Dicono. Come se le cose fossero andate in quel modo. Ma davvero è andata così?

Lo abbiamo appurato fino alla nausea: il percorso che abbiamo fatto in tutti questi anni, almeno fino a settembre del 2017, ha cercato sempre il dialogo e la bilateralità; abbiamo esteso la mano persistentemente sperando di trovare un giorno una mano tesa di fronte a noi. Se abbiamo peccato di qualcosa è di non aver mai osato di tirare dritto. Fino a quando, in vista di un tale accumulo di negligenza e disprezzo, tra i giorni 6 e 7 settembre e il 27 ottobre, si sono manifestati finalmente alcuni gesti unilaterali; ora sappiamo con certezza che erano gesti con una volontà di porre un ultimatum, un grido disperato alla trattativa, piuttosto che un’affermazione autodeterminata di indipendenza.

No, di fatto nemmeno in ottobre, al di là del referendum, non fu un momento di azioni unilaterali. Il giorno 10 fu proclamata l’indipendenza e subito sospesa. Il 27 si dichiarò soltanto per intraprendere la via dell’esilio o del carcere dando inizio a la fase che attraversiamo ora. No, unilaterali sono sempre stati solo i gesti, l’insinuazione, la minaccia. E in vista dell’insistenza nell’ignorare il grido e dopo la reazione violenta, che avevamo già assaggiato il 1 ottobre, ogni volta che siamo stati vicini a un momento unilaterale abbiamo sempre fatto marcia indietro.

Ecco perché mi sembra che non sia fuori luogo aspettarsi che un giorno ci domandiamo cosa sarebbe successo se avessimo scommesso per l’unilateralità senza esitazione. Se il 3 di ottobre, forse il giorno in cui avevamo accumulato più forza, fossero state tolte le bandiere spagnole dagli edifici pubblici. Se il giorno 10 o il 27 i sogni di tutti quelli che eravamo disposti a difendere la repubblica, non fossero rimasti ghiacciati. Forse è una speculazione inutile. Ce l’avremmo fatta? D’accordo, è una possibilità. Ma perché non potevamo farcela? O, se preferite: cosa avremmo dovuto fare per farcela?

Sapete perché perdo il tempo con questi dilemmi? Perché sono convinto che il momento dell’azione unilaterale ancora non è arrivato. Ma arriverà. L’incapacità dello stato spagnolo e dei suoi dirigenti, di qualunque partito essi siano, per capire e accettare quello che è successo –lo stupore che riscontro nei pubblici ministeri, ogni qualvolta un testimone difende davanti al tribunale, senza paura e senza scuse, la volontà popolare e la disobbedienza civile…– me ne convincono.

Il momento dell’unilateralità si avvicina. E non possiamo rinunciarci. Perché rinunciare sarebbe come arrendersi. Come lasciare stare. Come accettare che tutto quanto non è valsa la pena. Accettare, pertanto, che la repressione è la strada.

E invece no: la strada è la fermezza, la dignità, l’autodeterminazione. L’indipendenza si potrà fare solo facendola. Prepariamoci, dunque, per poterla fare e, quando sarà il momento, facciamola. E poi, difendiamola.

*traduzione  Àngels Fita – AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/unilateralitat-fracas-opinio-oriol-izquierdo/

 

Trionfo democratico per gli indipendentisti

 

29 aprile 2019 Craig Murray

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Craig Murray

 

Le elezioni generali spagnole in Catalogna hanno rappresentato una straordinaria vittoria per i separatisti catalani, il loro miglior risultato elettorale, nonostante i loro leader siano  in esilio o incarcerati  e malgrado la valanga di propaganda delle principali testate contro di loro. Quattro degli  eletti sono attualmente in prigione.

Lo stato spagnolo ha reagito dichiarando inammissibili per le elezioni del Parlamento europeo i due principali candidati separatisti, Clara Ponsati e Carles Puigdemont.

 

La Esquerra Republicana de Catalunya (la sinistra repubblicana)  rappresenta  la maggioranza del voto, il che nega la subdola propaganda che definirebbe il movimento indipendentista della Catalogna come movimento di destra. Oltre il 60% dei voti in Catalogna è andato a partiti chiaramente di sinistra.

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Elezioni generali in Catalogna 2019 giallo sinistra indipendentista, rosa centristi indipendentisti, rosso socialisti

 

 

Vale inoltre la pena notare che il 3,6% dei voti che i neofascisti di Vox hanno ottenuto in Catalogna corrisponde alle guarnigioni di occupazione spagnole nel paese.

 

Si farebbe davvero fatica ad ottenere questa informazione leggendo i media mainstream  britannici; bisogna prenderle  da fonti catalane.

 

The Guardian ha pubblicato 55 articoli negli ultimi tre anni dando impulso a Ines Arrimadas, la leader della sezione catalana di Ciudadanos ( partito dei Cittadini) di destra, comprese almeno tre editoriali scritte da Ines stessa. Il Guardian ha cercato incessantemente di ritrarre l’opinione pubblica in Catalogna come anti-indipendentista e Arrimadas come la sua vera rappresentante.
Eppure, nelle elezioni generali spagnole, il partito di Arrimadas ha ottenuto solo l’11,6% dei voti in Catalogna. I partiti nazionalisti spagnoli di destra, il fascista Vox, il pro Franco-PP e Ciudadanos di Arrimadas promosso dai servizi esteri di sicurezza britannici , hanno ottenuto un patetico 20,1% dei voti tra tutti e tre, mostrando il  rifiuto catalano del nazionalismo spagnolo. Ciudadanos ha iniziato la  sua vita  come una costruzione artificiale contro il crescente populismo di sinistra e anti-UE di Podemos. A tal fine è stato finanziato e assistito dal servizio di intelligence tedesco, il BND. E rimane tuttora uno strumento preferito dei servizi di intelligence stranieri, in particolare dell’MI6, che ovviamente vede i collegamenti tra il nazionalismo catalano e quello scozzese. Da qui il legame particolarmente attivo tra Ciudadanos e il portavoce dell’MI6, The Guardian.

Bisogna dire, inoltre, che e impossibile stabilire  una relazione diretta tra i risultati dei partiti a queste elezioni con i risultati  di un  potenziale referendum, poiché un certo numero di partiti, tra cui Podemos e i Verdi, detengono posizioni ambivalenti sull’Indipendenza, e inoltre, una percentuale di elettori avrà una visione dell’Indipendenza che differisce dal partito che sostengono. Per esempio un piccolo ma significativo numero di sostenitori del Partito Socialista del presidente Pedro Sanchez, sostiene anche l’indipendenza catalana. Data la violenza delle forze paramilitari franchiste contro gli elettori  nel referendum della Catalogna, dato l’imprigionamento e l’esilio dei sui leader non violenti, dato lo straordinario sforzo propagandistico  dei mainstream dettati da Madrid, la vittoria nazionalista catalana alle elezioni generali è un meraviglioso trionfo per lo spirito. Ma questo non lo leggeremo nei mainstream.

*traduzione  Margherita Ravera-AncItalia

Democratic Triumph for Catalan Separatists

 

 

 

Prendere il potere, si tratta di questo

Vicent Partal  – 09.05.2019  vilaweb.cat

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La vittoria dei candidati dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) alla Camera di Commercio ha provocato un autentico terremoto nel mondo economico di Barcellona. Per la forza del fatto e perché d’ora in avanti l’indipendentismo non dirigerà solo un’istituzione con una grande proiezione cittadina, ma attraverso di essa parteciperà attivamente alla gestione di grandi infrastrutture come l’aeroporto e il porto e sarà presente in ogni sorta di organismi ufficiali. Dobbiamo congratularci con l’Assemblea (ANC) e con il Cercle Català de Negocis (CCN) per il grande successo dell’operazione e desiderare che siano in grado di rendere la Camera un grande strumento al servizio dell’economia catalana in generale e della società nel suo insieme. E che sappiano aprirla a tutti.

 

La Camera, finora, era un bunker controllato dal grande potere finanziario dell’Ibex. Ma con le elezioni che si sono svolte l’8 maggio, in alcune camere di commercio, entriamo in una nuova era che, va detto, sottolinea ancora una volta l’importanza che ha avuto e avrà la fuga di CaixaBank e del Banco de Sabadell dalla Catalogna. È evidente che entrambe le banche hanno rapidamente perso il ruolo centrale di riferimento e istituzionale che avevano e ora, per volontà politica sbagliata dei loro dirigenti, sono semplicemente diventate due banche come tante, scambiabili con qualsiasi altra. E, in gran parte per questo, nella ricomposizione dello spazio di rappresentazione dell’economia catalana sono già degli elementi trascurabili. Saranno ancora sovrarappresentati, nella Camera, grazie all’acquisto di seggi che queste aziende fecero a suo tempo, ma non potranno più opporsi al processo decisionale, dopo una così piena vittoria degli imprenditori indipendenti.

 

L’ANC, con questa campagna e con quella promossa anche per gli ordini e collegi professionali, ha aperto una linea di azione molto incisiva e lungimirante, che suggerisce una notevole maturazione dell’indipendentismo. Si è capito che non basta più organizzare straordinarie manifestazioni ma bisogna concentrarsi sulla componente politica del movimento. Ora dobbiamo costruire strutture di potere effettivo per incidere in modo positivo nel quotidiano. Ma anche per riuscire ad allineare il paese a fianco del parlamento e del governo quando la repubblica proclamata nel 2017 diventerà effettiva. Fenomeni come ora il consolidamento di Òmnium come l’associazione culturale più importante di Europa o la crescita esponenziale di un sindacalismo proprio vanno su questa linea, e permettemi di collocare anche i quindicimila sottoscrittori di questo giornale, che lo rendono un riferimento sempre più solido e potente nel mondo della comunicazione.

La resistenza e la resilienza che dimostra il paese è, dunque, degna dei più grandi elogi e suscita una fiducia immensa. Un anno e mezzo dopo il colpo di stato del 155, non soltanto vediamo lo stato spagnolo che non è riuscito a limitare l’indipendentismo nè a costringerlo a tornare indietro, ma questo avanza su ogni fronti dove esso si propone di agire. E’ vero che la repubblica non è stata impiantata ed è vero che il parlamento catalano non restituì il presidente Puigdemont, come invece i cittadini avevano deciso con il voto del 21 dicembre del 2017. E’ vero che i prigionieri politici devono sopportare ogni giorno delle umiliazioni. E’ vero che alcuni ministeri del governo catalano non dialogano tra loro.

 

Ma è anche vero che l’indipendentismo ha maturato tantissimo, è diventato adulto, così tanto che non riesce più a fermarsi quando decide di raggiungere un obiettivo. E ciò vale quando decide di appropiarsi della Camera di Commercio o di vincere per la prima volta le elezioni spagnole e speriamo che si raggiunga il massimo numero di sindaci nelle prossime elezioni amministrative, o si superi il 50% del voto popolare alle europee, che oggi sono i prossimi obiettivi immediati.

 

Quando finirà questa campagna elettorale e quando la sentenza contro i prigionieri politici diventerà pubblica, il parlamento, il governo e il paese insieme si troveranno di fronte a un nuovo braccio di ferro con lo stato, per il quale sarà molto importante essere pronti. Ci sono cose che accadero nel 2017 e che oggi, chiaramente, non succederanno più. Il terrorismo informativo che le banche e le istituzioni come la Camera di Commercio esercitarono contro la volontà della cittadinanza questa volta saranno inefficaci. Ma ciò, anche così, non sarà sufficiente se non consolidiamo questi atteggiamenti sulla gestione del potere. Dobbiamo sapere molto bene quali strumenti abbiamo e come possiamo utilizarli nel giorno per giorno.

 

E dobbiamo abbandonare la mentalità subordinata, seguendo la linea del meritato schiaffo parlamentare che ha ricevuto Miquel Iceta (deputato catalano del Partito Socialista Catalano che appoggiò l’applicazione del 155). Sappiamo cosa fecero loro, sappiamo che misero tutta la carne al fuoco per frenare l’indipendenza, ad ogni costo. Ora alcune griglie importanti sono rimaste senza brace e altre sono pronte per cucinare quello che considereremo necessario, senza dover chiedere permesso a nessuno. Dopo un anno e mezzo di sentire lamenti e di dover ricordare delle ovvietà di fronte alla sensazione d’impotenza, vedere che torniamo a giocare in attacco, lasciatemi dire che conforta molto. Mi sento molto confortato. Anche solo nel vedere le facce stupite che si cominciano a vedere tra quelli che credevano di aver ricondotto la situazione e, soprattutto, tra quelli che credevano di essere i padroni di questo paese.

*traduzione  Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/prendre-poder-editorial-vicent-partal/

Cronaca del processo agli indipendentisti catalani / 12-13

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Osservatorio settimanale

11/05/2019 – di Elena Marisol Brandolini

CRONACA DEL PROCESSO AGLI INDIPENDENTISTI CATALANI / 12-13

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«Arrivai al seggio prima delle 7 del mattino, c’era stata molta tensione nei giorni precedenti, finalmente era giunto l’1 ottobre e io non volevo perdermi nulla», «La concentrazione era molto ludica, la gente era contenta perché poteva votare», «Arrivai alle 6,30 del mattino, tutta la gente del paese stava facendo colazione con una cioccolatata. Non ci furono incidenti, era una festa, a pranzo cucinammo una paella», «Non pensavamo di fare nessuna azione violenta, volevamo dare un’immagine di dignità. Se la polizia arrivava che perdesse almeno cinque minuti di tempo per entrare», «Il comportamento della gente era normale, di aspettativa, di speranza. Fino a quando venimmo a sapere delle cariche della polizia in altri seggi, allora ci fu un momento di timore, d’inquietudine», «Era una giornata di allegria. Quando ci arrivarono le immagini delle cariche della polizia altrove diventò una giornata di calma tesa», «Arrivai alle 5 del mattino, fu un giorno, un’esperienza che ricorderò per tutta la vita, di emozione, speranza e solidarietà, perturbata dalle immagini delle cariche della polizia in altri centri di votazione», «La tranquillità era assoluta, c’era collaborazione tra tutte le persone, anche con quelle del quartiere che non erano venute a votare, i vicini ci portarono i computer», «Passai alcune ore con gente che non conoscevo in un centro di votazione che non era il mio. Comprai un’enorme busta di churros e la condividemmo»: queste e altre le espressioni utilizzate dalle persone che andarono a votare per il referendum nel descrivere il loro 1 ottobre, quella giornata attorno a cui si è costruita la macro-causa contro l’indipendentismo catalano.

Persone venute a testimoniare per conto della difesa e diventate protagoniste della tredicesima settimana del processo alla leadership indipendentista. Il contenuto festoso dell’incontro fin dal giorno prima, le attività d’intrattenimento tra le più svariate dal cineforum a quelle sportive, fino all’immancabile ritrovarsi attorno a una tavola, la caduta del sistema informatico che rallentò il voto nelle prime ore del mattino, sono il tratto costante dei racconti degli uomini e delle donne che sfilano davanti alla Corte, di tutte le estrazioni sociali, dall’idraulico allo scienziato, dall’insegnante al carpentiere, quasi tutti con il fiocco giallo in solidarietà con i prigionieri politici. Diversi tra loro alle domande dell’accusa popolare rappresentata da Vox, fanno precedere le risposte con un «per obbligo giuridico», tanto da far infuriare il presidente del tribunale Manuel Marchena che a un certo punto precisa: «Tutto quello che facciamo qui dentro è per obbligo giuridico».

L’Avvocatura dello Stato chiede ai testimoni se abbiano visto aprire o chiudere i seggi, se abbiano assistito al momento in cui sono comparse le urne. Vox domanda se chi stava al seggio con funzioni di presidente avesse qualche segno identificativo. Ma nessuno ha visto i seggi aprirsi, o erano già aperti o venivano aperti dall’interno e le urne erano già sui tavoli per votare, o al più erano state viste trasportate all’esterno da sconosciuti dentro dei sacchi. Né chi era ai seggi ad accogliere i votanti portava qualche distintivo particolare, semplicemente era dietro i tavoli. E soprattutto, lo svolgimento della giornata, civico e festoso, era affidato all’auto-organizzazione, le attività venivano ripartite tra quanti avevano voglia e tempo per collaborare. Tutti i testimoni riferiscono che sapevano perfettamente quel 1 ottobre, andando a votare, che il referendum era stato proibito. Ne viene fuori un’immagine del tutto diversa da quella raccontata nelle settimane precedenti dalle polizie spagnole: un processo pacifico di auto-affermazione popolare, non quella muraglia umana aggressiva e minacciosa che il pubblico ministero descrive per giustificare l’accusa di ribellione.

Alcuni ricordano l’intervento violento delle polizie spagnole in alcuni dei seggi, ma nella gran parte delle testimonianze non vi è presenza né di Guardia Civil né di Policía Nacional, solo di Mossos. Perciò non ci furono incidenti con le forze dell’ordine, neppure in quei casi in cui la polizia catalana si portò via le urne, lasciando tutti “tristi e delusi”. Tra i testimoni anche il giovane universitario Joan Porras, meglio conosciuto come “Joan Bona Nit”, perché ogni notte andava a dare la buona notte ai prigionieri catalani quando erano rinchiusi nella prigione di Lledoners nel barcellonese. È la prima volta che mostra in pubblico la sua vera identità e nell’andarsene, dà la mano a tutti quelli seduti sul banco degli imputati.

Chiamati a testimoniare sono anche il segretario di CCOO de Catalunya, Javier Pacheco, la cui organizzazione è stata parte nel promuovere iniziative per la pace e la celebrazione di un referendum pattuito con lo Stato, e Xavier Trias, ex-sindaco di Barcellona. Intervengono altresì alcuni Mossos d’Esquadra – tra cui il consigliere del sindacato dei comandanti dei Mossos e il capo della Brimo, la Brigada Mòbil, antisommossa – che confermano nella sostanza la versione data nel processo dai rappresentanti del loro corpo di polizia.

L’ultimo testimone della settimana è Nemesio Fuentes, un ex-agente della Policía Nacional ora in pensione che fu presidente di un seggio il 1 ottobre. Racconta l’irruzione violenta della Guardia Civil nel suo centro di votazione in Sant Joan de Vilatorrada: «Un agente della Guardia Civil arrivò alla porta e cominciò a spaccarla con una mazza. Se invece avesse chiesto non sarebbe stato necessario, la porta si apriva da fuori e non era chiusa a chiave».

La settimana precedente, la dodicesima del processo, era iniziata il giorno dopo le elezioni generali del 28 aprile, durando appena due giorni. Ascoltati dalla Corte alcuni degli osservatori internazionali, alcuni dei votanti del 1 ottobre e il cantautore Lluís Llach che, nell’autunno 2017, era deputato nel parlamento catalano per la lista indipendentista di Junts pel Sí.

Dal giorno dopo il 28 aprile, sul banco degli imputati siedono cinque parlamentari delle Cortes spagnole: Oriol Junqueras, presidente di Esquerra Republicana, Jordi Sánchez, Jordi Turull e Josep Rull di Junts per Catalunya eletti alla Camera e Raül Romeva, di Esquerra Republicana, eletto al Senato.

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