L’Assemblea promuove la strada legale verso le Nazioni Unite

Assemblea_Logo_web-300x97                                                                                                           10.10.2018

L’Assemblea promuove la strada legale verso le Nazioni Unite per denunciare la violazione dei diritti dei deputati imputati.

Care, cari,

L’Assemblea Nacional Catalana ha deciso di promuovere e sostenere un ricorso che i cittadini, in quanto elettori, presenteranno presso la Corte costituzionale spagnola per la sospensione dei deputati imputati, in esilio o in carcere. Questo ricorso è un passo necessario ed essenziale per seguire i percorsi legali previsti e così poter raggiungere il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, con la volontà di cercare misure cautelari per la violazione dei diritti politici, così come si pronunciò di recente nei casi simili di Jordi Sànchez e dell’ex presidente Lula.

Con la presentazione del ricorso che si terrà nei prossimi giorni si desidera denunciare ed evidenziare la flagrante violazione dei diritti attuata dalla Spagna, dalla mano del giudice Pablo Llarena, così come difendere i diritti degli elettori, violati dallo Stato spagnolo e messi in evidenza durante questa settimana nel Parlamento della Catalogna.

Dall’Assemblea, si invita il Parlamento e i gruppi indipendentisti a non accettare questa ingerenza senza alcuna base ne fondamento legale che rappresenta la sospensione temporanea dei deputati.

Segretariato nazionale
Assemblea Nacional Catalana

L’Assemblea Nacional Catalana riafferma la sua scommessa per l’unilateralità

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Posted on 09/10/2018

Chiede al Governo catalano di allinearsi con questa strategia e di tracciare un piano per rendere effettiva la Repubblica catalana

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La Segreteria Nazionale dell’Assemblea Nacional Catalana (ANC) si è riunita lo scorso sabato 7 di ottobre, in sessione straordinaria, nella sede nazionale dell’Assemblea. Nella giornata sono stati approvati tre documenti di grande importanza strategica per il movimento indipendentista: «Facciamo la Repubblica catalana. Racconto di quanto ci è capitato», «Bilancio dell’azione di Governo della Generalitat della Catalogna» e «Facciamo la Repubblica catalana. Strategia di futuro». I tre documenti sono stati approvati con una chiara maggioranza, tra il 71 e il 88 per cento.

Il primo documento raccoglie un’analisi degli eventi, dalla sentenza del 2010 della Corte Costituzionale spagnola contro il nuovo Statuto della Catalogna fino ad arrivare al mese di ottobre del 2017 identificando i punti di forza e le debolezze accumulate. L’ANC identifica come grandi punti di forza del movimento: la maggioranza sociale dell’indipendentismo, la maggioranza assoluta dei partiti politici indipendentisti nel Parlamento della Catalogna, una cittadinanza mobilitata come movimento pacifico, un conflitto internazionalizzato e una situazione di debolezza dello Stato spagnolo in termini di governabilità e di incapacità evidente di offrire un progetto degno per la Catalogna all’interno della Spagna.

Le principali debolezze in questo momento, d’altra parte, sono state concretizzate nel documento di Bilancio dell’azione del Governo catalano. Così, l’ANC constata che il Governo catalano destituito per l’applicazione dell’articolo 155 non è stato restituito e, ne il Parlamento ne il Governo attuale sono disposti alla disobbedienza necessaria per far rispettare la sovranità del Parlamento, per avanzare verso la proclamazione effettiva della Repubblica catalana.

Di fronte a questa situazione di mancanza di concrezione e di evidente mancanza di strategia condivisa del Governo, l’ANC chiede al presidente della Generalitat e a tutto il Governo della Catalogna di recuperare l’unità di azione, di mettere in moto a Waterloo l’annunciato Consiglio della Repubblica e di presentarne la struttura e le funzioni al più presto. Si chiede anche al Governo catalano che, prima del prossimo 21 dicembre, fissi una unica e nitida strategia di governo per impiantare la Repubblica catalana. E che la condivida e la coordini tatticamente con tutti gli attori politici ed enti impegnati con la messa in opera effettiva della Repubblica, peraltro già dichiarata lo scorso 27 Ottobre del 2017.

Se, dopo il 21 dicembre, il Governo persiste in questa disparità evidente e sconcertante sui criteri strategici di futuro e seguita a utilizzare un linguaggio infuocato nelle forme che non trova corrispondenza con una azione di governo che persiste nel rimanere nell’autonomismo legittimando l’azione repressiva dello Stato spagnolo, l’ANC non accompagnerà più al Governo e sarà critica ed estremamente esigente spronandolo a dedicarsi al compimento del suo mandato, con mobilitazioni orientate in tal senso.

Chiederemo al Governo che, se qualcuno non se la sente di continuare con un processo nitido di azioni di governo che conduca verso la proclamazione effettiva della Repubblica catalana, faccia un passo indietro e lasci il posto a persone disposte ad agire più decisamente, assumendo i rischi propri della disobbedienza.

Piano strategico
Sulla base dei punti di forza e delle debolezze identificate e nell’attuale contesto, l’ANC ha tracciato un piano strategico basato su diversi scenari. Così, ha identificato soltanto tre possibili scenari che ci porterebbero all’indipendenza effettiva: un referendum concordato con lo Stato spagnolo come risultato di una trattativa diretta bilaterale; un referendum concordato con lo Stato spagnolo costretto da un organismo internazionale; e la strada unilaterale.

L’ANC ha voluto evidenziare che l’allargamento della base sociale non è uno scenario di per sé. Anche se fossimo l’80 % non ci darebbero l’indipendenza, dovremmo sempre in ogni caso collocarci in uno dei tre scenari di cui sopra. Inoltre, l’ANC intende che pretendere la distensione e la normalizzazione nell’attuale contesto è dilatorio e smobilizzante, e non è effettivo per raggiungere l’obiettivo.

In riferimento allo scenario del referendum concordato con lo Stato spagnolo, l’ANC considera che tutte le manifestazioni del Governo del PSOE, così come della maggioranza politica, sociale ed elettorale dello Stato spagnolo, indicano che questa strada è sfortunatamente impossibile. In riferimento allo scenario di un referendum concordato per costrizione da parte di un organismo internazionale, viene considerato poco probabile visti i fatti del mese di ottobre 2017, anche se l’ANC crede che esista un limite massimo di vulnerabilità dei diritti o di instabilità economica che potrebbe provocare che questo scenario si avverasse. Pertanto, l’ANC considera la via unilaterale come lo scenario più probabile e l’unico che dipende da noi stessi e che ci permette di essere proattivi, tenuto conto dell’incapacità del Governo spagnolo di offrire assolutamente nulla e di rinunciare all’immagine più repressiva, così come le sue debolezze riguardanti la governabilità. Tuttavia, l’ANC sarebbe disposta a rinunciare all’unilateralità se, nei prossimi sei mesi, qualsiasi dei due primi scenari diventassero delle realtà tangibili e dichiarate senza alcun margine di ambiguità da parte degli attori implicati (Governo catalano, Governo spagnolo, potenziale mediatore).

Dunque, l’ANC considera che, affinché  la via unilaterale si svolga con successo, bisogna idealmente allineare gli attori chiave seguenti: Governo catalano, Parlamento catalano, istituzioni e cittadinanza mobilitata. Una volta allineati, bisogna riconvalidare la dichiarazione d’indipendenza in Parlamento e pubblicarla nel DOGC (Gazzetta Ufficiale del Governo Catalano), fare una proclamazione solenne della Repubblica catalana di fronte al mondo e chiedere il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Catalogna –costituendosi in Stato−, togliere la bandiera spagnola dal Palau della Generalitat e dal Parlament, pubblicare i decreti di attuazione della Legge di transitorietà giuridica, liberare i prigionieri e prigioniere politici organizzando anche il ritorno degli esiliati ed esiliate.

Per andare avanti nello sviluppo della via unilaterale, l’ANC lavorerà su dodici linee di attuazione chiave prioritarie. Una delle linee è l’ambito internazionale, dove seguiranno quattro azioni chiave: denuncia davanti agli organismi internazionali delle lesioni dei diritti politici e civili dei cittadini catalani, stabilire vincoli di fiducia con attori della comunità internazionale, generare e diffondere contenuti di comunicazione per spiegare la situazione e le aspirazioni del popolo catalano, e incoraggiare la partecipazione e la mobilitazione dei cittadini catalani residenti all’estero nella difesa del diritto di autodeterminazione dei catalani.

Sul fronte istituzionale, l’ANC chiede al Governo catalano, al Parlamento catalano e ai partiti indipendentisti che esercitino una guida chiara ed effettiva senza messaggi contraddittori tra quello che si dice e quello che si fa realmente. Inoltre, chiede al Governo catalano di prepararsi per la via unilaterale senza più dilazioni e di lavorare su quelli aspetti che devono essere rafforzati per garantire la proclamazione e il funzionamento iniziale della Repubblica.

L’ANC ha inviato questo messaggio a tutto l’indipendentismo certa che, se i tre attori −Governo, Parlamento e società civile− si preparano con responsabilità e rigore allo scenario dell’unilateralità, raggiungeremo l’obiettivo di rendere effettiva la Repubblica catalana, così come diventò realtà il referendum del 1 di ottobre del 2017 nelle più avverse condizioni.

 

https://assemblea.cat/index.php/2018/10/09/lassemblea-nacional-catalana-riafferma-la-sua-scommessa-per-lunilateralita/?lang=en

 

 

I due enti bancari più importanti della Catalogna patirono una fuga di capitali miliardaria

 

Lo Stato prelevo milioni di depositi dai banchi catalani il 2-O. Amministrazioni ed imprese pubbliche spagnole punirono CaixaBank e il Banc de Sabadell dopo il 1-O

ALBERT MARTÍN / ÀLEX FONT MANTÉ    Ara.cat    05/10/2018

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La comparsa delle urne e il referendum del 1 ottobre 2017 comportarono due risposte da parte dello Stato. La prima, in pieno giorno e con migliaia di telecamere registrando, fu la repressione da parte della polizia per fermare il voto. La seconda arrivò il giorno dopo, in silenzio, sotto la consueta discrezione del settore finanziario. Ci fu una fuga massiccia di denaro da parte delle imprese pubbliche e le amministrazioni statali ai danni delle due grandi banche catalane. Secondo ha potuto sapere l’ARA, CaixaBank e Banc de Sabadell furono oggetto, il 2 di ottobre, di una forte fuga di capitali ordinata dalla politica. Era l’inizio della settimana più nera nella storia delle due entità, che si concluse con il trasferimento della loro sede legale fuori della Catalogna.

Quel Lunedi, mentre le immagini di violenza della polizia nei seggi giravano nei mezzi di tutto il mondo, le banche che presiedono Jordi Gual e Josep Oliu verificarono quale fosse la risposta del governo di Mariano Rajoy al referendum. Queste entità furono testimoni di una fuga precipitosa di prima grandezza. L’ARA ha parlato con diversi finanzieri che hanno confermato lo spostamento di denaro pubblico. Nessuna delle due banche catalane ha precisato la quantità, ma fonti finanziarie informate di ciò che successe quel giorno nei due enti con sede nell’Avinguda Diagonal di Barcellona ci danno un’idea della grandezza delle perdite.

Un imprenditore osserva che tra “Renfe, Adif, Puertos del Estado, RTVE e altri hanno prelevato 2.000 milioni di euro dal Sabadell in un solo giorno”. Un altro ha ribadito che “le agenzie statali sono state le prime a prelevare denaro, il che ha causato un effetto valanga”.

Un importante dirigente bancario precisa questa accusazione, che mette in luce il modo in cui la fuga di capitali è iniziata in quei giorni e ha portato al grande esodo delle sedi sociali delle aziende catalane al di fuori della Catalogna. Secondo la sua versione, “fino a un terzo dei depositi totali che uscirono erano soldi delle amministrazioni pubbliche e delle società controllate dallo Stato”.

L’impatto di questo massiccio ritiro di depositi fu grande. Fonti aziendali dicono che Jaume Guardiola, CEO del Sabadell, chiamò diversi presidenti di queste società pubbliche per conoscere il motivo del ritiro. I suoi interlocutori erano molto chiari: erano “ordini politici”. Era, quindi, un’azione pensata e coordinata dalla Moncloa.

Lo svuotamento dei conti durò alcuni giorni. Un’altra voce spiega la conversazione che un dirigente delle banche ebbe con il ministro dell’Economia Luis de Guindos, dopo aver verificato che un’amministrazione importante aveva prelevato i suoi depositi. “La sede è cambiata, quindi non preoccuparti,” rispose De Guindos. Nel giro di poche ore, il denaro tornò sul conto della banca.

La cifra segreta

Un lungo anno di domande ai principali dirigenti di CaixaBank e Sabadell non ha aiutato l’ARA a scoprire quale fosse la reale entità della perdita di depositi. Ma le fonti non ufficiali delle banche hanno ammesso che le cifre che sono circolate sono molto lontane dalla realtà. ‘El Confidencial’ ha parlato di 9.000 milioni tra le due grandi banche. ‘La Vanguardia’ ha ridotto questa cifra a 6.000 milioni. Durante quei giorni, dalla Banca di Spagna hanno sottolineato che “una banca può crollare con un miliardo di dollari”. L’emorragia dei depositi (escludendo ciò che potrebbero risparmiare creando conti speculari) è scioccante. Secondo ha potuto sapere l’ARA, solo il Sabadell ebbe una perdita che si avvicina a 12.000 milioni. A questa somma dobbiamo aggiungere ciò che CaixaBank perse.

 

La fuga della principale banca catalana rimane un mistero, ma si possono fare estrapolazioni. L’entità della “stella” ha circa il 50% della quota di mercato in Catalogna; quella del Sabadell è di circa il 15%. E le fonti finanziarie assicurano che l’uscita dei depositi era due volte più grande in CaixaBank che nel suo concorrente. Le ipotesi, quindi, indicano che l’emorragia congiunta avrebbe potuto toccare i 35.000 milioni di euro. Solo quattro mesi prima, il Banco Popular, una banca più piccola, era scomparsa dopo aver subito una perdita di circa 18.000 milioni. Così, se la versione che trova in un terzo del totale dei depositi che ha portato lo stato è corretta, pensiamo che il governo di Rajoy ritirò dalle banche catalane circa 10.000 milioni dopo l’1-O. Potrebbe essere stato letale.

Alcune fonti sostengono che sia ragionevole per le amministrazioni pubbliche e le aziende ritirassero fondi da CaixaBank e Sabadell per via del contesto politico. E ricorda che nella caduta del Popular ci furono ritiri da parte delle amministrazioni pubbliche, come nel caso del governo delle Canarie (636 milioni). Ma questo ragionamento è fragile: avrebbero dovuto esserci altri prelievi dal 20 settembre (quando i fatti del Ministero dell’Economia ebbero luogo) e in più le aziende pubbliche ammessero che seguivano ordini politici.

 

Quando è stato chiesto il motivo per cui lo Stato ha punito due banche che non hanno mai mostrato una posizione favorevole per il Procés, un dirigente dell’ Ibex-35 dà questa risposta: “A Madrid hanno pensato:” Due milioni di persone sono andate a votare in un solo giorno di pioggia, anche con manganellate, qualcosa deve accadere ».

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Il ministro Luis de Guindos aveva dato qualche indizio al Senato il 26 settembre. Avvertì del disastro economico che sarebbe successo in Catalogna in caso di indipendenza, citando il ritorno alla peseta, l’emergere delle tariffe, lo stress fiscale, la riduzione delle entrate fiscali e anche la “fuga di capitali”. Questo punto è stato ricorrente: “El Mundo” pubblicò che in un incontro a porte chiuse prima del 1-O con gli imprenditori il ministro avrebbe parlato di una “fuga di capitali a causa di incertezza politica” in Catalogna. Ciò che fu letto come una profezia era forse un avvertimento su ciò che lo Stato poteva fare in Catalogna. Contattato dall’ARA, De Guindos, ora vice presidente della BCE, non ha voluto esprimere giudizi in merito alle informazioni contenute in questo articolo.

La palla di neve

La cosa certa è che l’operazione poteva portare il panico nelle banche catalane, con l’impatto logico nell’economia. Sebbene i ritiri di depositi fossero invisibili ai cittadini, i mercati internazionali li osservarono attentamente. Tra lunedì e giovedì CaixaBank perse l’8% del valore delle sue azioni. Sabadell, fino il 12%. Con il catastrofismo economico e il buio che i politici e gli avversari dell’indipendenza nei media applicarono contro il procés, la notizia di questi tonfi nel prezzo dei titoli raggiunse la strada. E la palla aveva cresciuto.

Non si può incolpare il governo di Rajoy di essere l’unico colpevole della situazione che più temono le banche si verificasse in quel momento: il panico e le code agli sportelli. Ma la verità è che il movimento scosse i mercati, i mercati punirono le azioni e la paura raggiunse la strada. La palla divenne enorme e potenzialmente molto distruttiva. E così le due grandi banche, seconda e quarta impresa catalana per volume di vendite e con una ancora maggiore influenza simbolica, presero misure drastiche per fermare il ciclo diabolico: il cambio di sede legale. Dopo il movimento, e di nuovo in modo coordinato, la stragrande maggioranza dei fondi (80%, secondo alcune fonti) è tornata. L’effetto desiderato era stato raggiunto.

 

traduzione Ivette Brugués – AncItalia

https://www.ara.cat/economia/treure-milers-milions-diposits-catalans_0_2101589955.html

La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo

La sessione plenaria di Strasburgo si veste di giallo per chiedere la libertà dei prigionieri politici

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foto: @anamirandapaz

El Nacional –   03.10.2018

 

Una quarantina di europarlamentari provenienti da quindici Stati membri e da  quattro diversi gruppi parlamentari europei hanno indossato magliette gialle per chiedere il rilascio dei prigionieri politici catalani durante la sessione plenaria dell’Europarlamento di Strasburgo.

Sulle magliette si poteva leggere’Free Junqueras’, ‘Free Romeva’ oppure ‘Free Political Prisoners’. In questa azione, promossa dal partito catalano di centro sinistra ERC, hanno partecipato i membri della Piattaforma per il Dialogo tra la UE e la Catalogna così come europarlamentari di altri paesi come il Regno Unito, l’Irlanda, la Françia, la Germania o l’Austria.

traduzione :  Àngels Fita – AncItalia

Primo ottobre, un anno dopo

Emanuele Valenti      radiopopolare.it    01.10.2018

 

Il primo ottobre del 2017 rimarrà una data chiave nella storia catalana e in quella spagnola. Uno spartiacque. Una frattura che segna un prima e un dopo.

Per gli indipendentisti catalani è il punto di non ritorno. Le violenze della polizia e poi gli arresti dei leader del movimento sono stati l’ultima manifestazione di uno Stato, quello spagnolo, incapace di risolvere i conflitti in maniera democratica. Quindi non c’è alternativa alla secessione.

Per la Spagna – intesa come apparato statale nel suo complesso – il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendenza hanno invece messo a nudo la strategia della leadership indipendentista, che per forzare Madrid alla trattativa ha provocato una pericolosa polarizzazione della società catalana.

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Due visioni, come al solito opposte.

Ma il primo ottobre 2017 ha detto molte altre cose.

Quello catalano è un problema politico che richiede una soluzione politica. Il cambio di governo a Madrid la scorsa primavera, con i socialisti al posto dei popolari, ha riaperto i canali del dialogo. Pedro Sanchez non è Mariano Rajoy e tantomeno Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito di destra nato proprio in Catalogna e proprio in chiave anti-catalana che sta raccogliendo sempre più consensi. Ma di un referendum sull’autodeterminazione i socialisti non vogliono sentir parlare. Dalle loro concessioni – fino a quando rimarranno al governo – dipenderà però il futuro delle relazioni tra Madrid e Barcellona.

Lo stato spagnolo sta accusando una transizione che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il franchismo. I fatti dello scorso autunno hanno scoperto il deficit democratico. La Spagna è una democrazia, ma ci sono alcune zone d’ombra.

Il movimento indipendentista non è fatto solo dai nazionalisti catalani. A differenza di quello che hanno scritto in molti, dietro alla spinta secessionista c’è una profondo senso di comunità e l’adesione a un progetto progressista. Per molti la secessione è l’unico modo per staccarsi da uno Stato nel quale, proprio per quel deficit democratico, non si riconoscono più. In parte il nazionalismo catalano è un nazionalismo civico, che va oltre l’identità nazionale. Un concetto difficilissimo da comprendere.

La leadership catalana si è spinta fino in fondo convinta che alla fine lo stato spagnolo avrebbe accettato di negoziare. Così non è stato. La sua strategia non era ben definita e questo ha messo a rischio la società civile che aveva sposato il progetto della secessione con una continua mobilitazione di piazza, per fortuna pacifica.

L’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta la sua debolezza.

Barcellona ha forzato le tappe anche nella convinzione che Bruxelles avrebbe chiesto al governo spagnolo l’apertura di un negoziato. Ma l’Unione Europea, che ha già molti altri problemi, non è andata oltre il suo status di organizzazione che tiene insieme i singoli Stati nazionali. In realtà la Commissione Europea avrebbe dovuto forzare il dialogo molto prima, evitando così di arrivare al primo ottobre.

Come era già stato evidente nel caso scozzese, i movimenti indipendentisti possono anche essere portatori di progetti progressisti. È difficile da comprendere, a maggior ragione nell’Europa dei populismi, ma in alcuni casi il nazionalismo può essere tranquillamente la bandiera di rivendicazioni democratiche. Non a caso la società catalana, così come quella scozzese, sono fortemente europeiste (basta citare la Brexit). Comprenderlo e accettarlo sarebbe per l’Europa un importante passo in avanti, anche per combattere il populismo dilagante di oggi.

Le comunità autonome spagnole, le nostre regioni, godono, almeno alcune, di una forte autonomia. La Catalogna è tra queste. Ma autonomia amministrativa non vuol sempre dire autonomia reale. Nonostante la decentralizzazione decisa con la costituzione del 1978 lo stato mantiene un forte potere di controllo. Una riforma in senso federale avrebbe evitato lo scontro di oggi. Dovrebbe valere anche per il futuro…

https://www.radiopopolare.it/2018/10/primo-ottobre-un-anno-dopo/