Guardiola … va in carcere: incontro con i politici detenuti in Catalogna

 

Pep Guardiola non dimentica. E approfittando della pausa per le nazionali, si è fatto accompagnare da un giornalista al penitenziario di Els Lledoners, dove sono rinchiusi gli esponenti politici detenuti dopo il caos del referendum dello scorso anno.

di Redazione Il Posticipo  LaGazzettadelloSport   15.11.2018

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Pep Guardiola non dimentica. Il suo cuore, sebbene ora il tecnico viva a Manchester, è sempre vicino alla Catalogna e alla sua gente. La scorsa settimana il tecnico aveva ricordato, attraverso il nastro giallo che indossa, che ci sono ancora dei politici in Catalogna detenuti per il caos del referendum per l’indipendenza che si è tenuto lo scorso anno. “Anche io indosso il nastro giallo e ho preso posizione per il referendum, potrei essere io al loro posto”, aveva chiosato l’allenatore del City. E da quanto riporta il Mundo Deportivo, si è…preso in parola e ha fatto visita in carcere ai leader del movimento indipendentista.

CARCERE – Approfittando della pausa per le nazionali, Guardiola si è fatto accompagnare dal giornalista Xavi Torres al penitenziario di Els Lledoners, dove sono rinchiusi gli esponenti politici detenuti. Del resto Pep ha più volte espresso la sua opinione sulla possibilità di autodeterminazione da parte del popolo Catalano e ha voluto verificare in prima persona quale sia la situazione attuale all’interno della struttura detentiva. La sua visita è stata testimoniata attraverso uno scatto assieme al giornalista nel piazzale del carcere, che è poi stato condiviso sui social network da Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural, associazione che si occupa della difesa dei diritti civili.

SOLIDARIETÁ – Il messaggio è a nome dei detenuti: “Grazie a Pep Guardiola, per aver mostrato ai detenuti di Lledoners che essere un leader significa anche mostrare impegno per il sociale e solidarietà. E per averci ricordato che il lavoro di squadra non ha limiti. E siamo infinitamente grati anche a Xavi Torres”. Saranno così grate al tecnico anche le autorità spagnole? Difficile a dirsi, ma certamente una visita così importante da parte di una figura universalmente riconosciuta e considerata è un’ottima pubblicità per la causa catalana. E quindi con molta probabilità non farà certamente piacere dalle parti di Madrid.

Comme può, l’indipendentismo, superare il 50% dei voti senza fare un referendum?

 

Vilaweb.cat – Pere Martí – 13.11.2018

Junqueras-Puigdemont

 

Analizzare il presidente Carles Puigdemont con i parametri della normale politica è un errore. Se fosse un politico come gli altri, al momento avrebbe finito il suo secondo mandato come sindaco di Girona e si avrebbe preparato il ritorno alla vita professionale. Invece, è esiliato in Belgio. Puigdemont è un politico imprevedibile, intuitivo, che non si è mai lasciato coinvolgere nelle discipline degli apparati di partito. Oggi ha fatto una proposta sulle elezioni europee di maggio che ha riacceso il dibattito: essere il secondo di Oriol Junqueras in una lista unitaria indipendente in cui Anna Gabriel potrebbe essere terza. La proposta mira a tre obiettivi:

 

  • Rompere il tetto del 50% dei voti. Uno degli argomenti più utilizzati del racconto unionista è che l’indipendentismo non ha una maggioranza perché nelle elezioni regionali non superava il 50% dei voti. Quelli che dicono questo sono quelli che non hanno mai voluto contare i voti mediante un referendum. Nelle elezioni regionali, i tre partiti indipendentisti raggiunsero il 47,9% dei voti. La proposta di Puigdemont è di trasformare le europee in un referendum. È una proposta che conosceva solo il nucleo di collaboratori più vicini a “Junts per Catalunya”. L’analisi che ne fanno è che la partecipazione per le elezioni europee non sarà tanto alta quanto quella delle elezioni regionali dello scorso 21 dicembre, che raggiunse il 80%. Anche se coincidono con le amministrative, la partecipazione sarà inferiore e sono convinti che una candidatura unitaria supererebbe il 50% e seppellirebbe definitivamente il dibattito sulla questione della maggioranza indipendentista in Catalogna.

 

  • L’Europa è l’unica via d’uscita per la Catalogna. In Spagna non c’è niente da fare. Forse nemmeno in Europa, ma il Parlamento europeo è un magnifico altoparlante per denunciare la repressione, e una lista con Junqueras, Puigdemont e Gabriel sarebbe un messaggio forte, soprattutto se è sostenuto da oltre il 50% dei voti. Dopo la riforma dei vertici giudiziari, concordata tra il PP e il PSOE questa settimana, le prospettive di risoluzione del conflitto catalano in Spagna, se mai ce fossero state, sono completamente svanite. La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sarà probabilmente favorevole ai leader indipendentisti, ma ci vorrà tempo per leggere la sentenza e, se arriverà, la Spagna cercherà di sottovalutarla e disdegnarla, come ha fatto con tutte le sentenze della CEDU. Essere in Europa è importante. La giustizia tedesca, belga, svizzera e scozzese hanno sconfessato il sistema giudiziario spagnolo. Ciò che è stato fatto con la giustizia, ora deve essere fatto nell’arena politica e il Parlamento Europeo è uno degli scenari chiave per denunciare la repressione.

 

  • Rifare l’unità strategica dell’indipendentismo. Un anno dopo gli eventi di ottobre, l’indipendentismo deve trovare un accordo su una strategia comune che vada oltre l’attesa, inerti e con le mani incrociate, della sentenza del processo in Spagna, e dovrebbe tradurre questa strategia in una piena vittoria elettorale. Non è una proposta per costringere ERC a dire di no. Puigdemont cede la leadership a Junqueras nelle elezioni dove l’unità è più facile perché nessuno di loro rischia nulla, parlando in chiave di potere. Puigdemont tenta di rompere le inerzie partigiane che stanno paralizzando l’indipendentismo da mesi.
    Puigdemont e Junqueras hanno un canale di comunicazione aperto mediante terzi e questa proposta dovrebbe essere accordata con il leader di ERC. Vedendo la prima reazione dei repubblicani, sembra che non è ben accetta. Ma Puigdemont non ha informato nemmeno il PDECat -che teoricamente è il suo partito-, né la CUP. Il dibattito non dovrebbe riguardare le forme, ma la sostanza: il fatto importante non è se egli abbia o meno avvertito, ma se una candidatura unitaria in Europa sia positiva per l’indipendentismo. Molto spesso le cose che non piacciono ai dirigenti dei partiti, piacciono invece alle basi dei partiti e agli elettori. L’unità è una. Bisogna solo ascoltare quello che gridano tutti nelle concentrazioni di fronte al carcere di Lledoners, al di là dei partiti che, di volta in volta, le convocano.

 

traduzione  Àngels Fita -AncItalia-

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/com-pot-superar-lindependentisme-el-50-dels-vots-sense-fer-un-referendum/

 

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⬛️⬜️ Lo Stato chiede a Artur Mas, Joana Ortega, Irene Rigau e Francesc Homs una cauzione di 4,9 milioni di euro per aver disposto le urne per il referendum del 9-N. Pensano che in questo modo fermeranno  un popolo che ha deciso di  autodeterminarsi?

Facciamo  una appello a riempire la Cassa di Solidarietà 🗳 Ogni gesto, ogni aportazione, è un atto di dignità e di giustizia 👉 Facciamolo insieme!

 

#FemLaRepúblicaCatalana🚩

 

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Assemblea Nacional Catalana

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Un anno dietro le sbarre. La lettera del Presidente di Esquerra Republicana

 

Pubblichiamo una nuova lettera di Oriol Junqueras scritta pochi giorni fa in occasione “dell’anniversario” del primo anno di carcere preventivo. Intanto, la Pubblica accusa ha anticipato che chiederà 25 anni di carcere per l’ex presidente della Catalogna (e tra gli 11 e 17 anni agli altri imputati).

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Lettera dal carcere di Lledoners (Catalogna)

di Oriol Junqueras*

E’ passato un anno da quando sono entrato in prigione per aver adempiuto al mandato del popolo e per aver difeso la democrazia. Da un anno sono privato della libertà, lontano dalla mia famiglia e da tutti voi, ma oggi sono immensamente più forte di quando sono entrato. La prigione ha rafforzato le mie convinzioni, i miei ideali e sono ancora più desideroso di lavorare per la democrazia, la libertà e i cittadini di questo paese. Non mi sono mosso di un millimetro da ciò che ho difeso tutta la vita e a maggior ragione ora che siamo più vicini che mai. Non mi sono mosso di un millimetro dall’obiettivo di realizzare l’indipendenza della Catalogna e di farne un paese nuovo, pieno di opportunità per tutti.

Se credevano che imprigionandoci avremmo indietreggiato o cambiato di opinione, non ci conoscevano, né noi né il popolo catalano. Da molti anni inseguiamo un sogno, da molti anni lavoriamo per la libertà del paese e nonostante gli ostacoli che ci mettono davanti, non ci impediranno di realizzarlo. E anche se vorrei dire di più, la prigione sarà verosimilmente la loro peggiore decisione, perché sarà la loro sconfitta.

Ogni giorno che ci tengono in prigione, il nostro movimento diventa più grande, più forte, più credibile e più invincibile. Abbiamo guadagnato tutta la legittimità e la credibilità davanti al mondo. Adesso sanno, come gli avevamo detto tante volte, che siamo pronti assolutamente a tutto, sempre in maniera pacifica, per difendere la democrazia e per far sì che i cittadini della Catalogna, tutti, possano decidere il futuro del paese. Ci avevano detto che non avremmo fatto il referendum, dubitavano della nostra volontà, e ora hanno visto che lo abbiamo fatto e ne abbiamo assunto le conseguenze con determinazione, perché sappiamo che difendere la democrazia non è un delitto, e che un referendum non è un reato. Pertanto, il carcere non solo può essere utile, ma è sicuramente indispensabile affinché il mondo apra gli occhi e si renda conto del tipo di stato con cui ci confrontiamo e, al tempo stesso, è anche essenziale per dimostrare la nostra granitica volontà di difendere la democrazia e le libertà fondamentali.

Negli stati poco democratici, la prigione non è un’eccezione, non lo è in quei paesi del mondo dove si è lottato per la difesa dei diritti e delle libertà, della giustizia sociale e della libertà nazionale. E sapevamo che questo poteva accadere, perché conosciamo il volto di questo stato e come ha sempre reagito davanti alle esigenze di libertà e di giustizia. Probabilmente, la prigione diventa essenziale per avanzare, è il prezzo della libertà.

Oggi, un anno dopo, siamo molto forti. Ci sentiamo forti, lo dovete sapere. E saremo immensamente forti se sapremo che perseverate, che ci siete, serenamente ma con tutta la determinazione e l’entusiasmo intatti. Siamo pronti per il processo che arriverà presto o tardi e sappiamo che non sarà giusto. Lo sappiamo e lo affronteremo molto consapevoli dei costi personali e umani. E sappiamo anche che ci vogliono imporre pene durissime in termini di privazione della libertà. Ci vogliono castigare e umiliare. Però noi continueremo. Non sanno che abbiamo smesso di temerli, che possono rinchiuderci qui anni e anni, ma che non farà scemare il desiderio di libertà che, anzi, diventerà sempre più forte.

Mai chiederemo perdono per volere che i catalani decidano il loro futuro democraticamente, con urne e schede elettorali. Mai chiederemo perdono per essere indipendentisti e repubblicani. Sono molto orgoglioso di tutti voi. E vi incoraggio a continuare a lavorare per la libertà, per la giustizia sociale e per realizzare una Repubblica di donne e uomini liberi dove mai si possa mettere qualcuno in carcere perché vuole votare; dove la giustizia sia equa e dove si mettano le risorse al servizio della maggioranza.

Ogni sera sentiamo il calore di tutti voi, le vostre voci, e notiamo il sostegno attraverso le lettere che provengono da tutto il mondo. Qui, i dettagli sono spesso fonte di un’emozione intensa, inestimabile per tutti noi. La sera, nella solitudine della cella, penso al paese, alle persone, a tutte le persone, e ogni giorno ai miei figli, alla mia famiglia, a coloro che amo così tanto e che mi mancano così tanto. È la parte più difficile da gestire di questa situazione. Perché sono coloro che patiscono più duramente questa repressione. So, tuttavia, che anche loro sentono il vostro calore, il vostro amore. Lo apprezziamo profondamente.

Evidentemente, la prigione è dura, spesso ne discutiamo con i compagni di prigionia. E’ un anno che sono lontano dalla mia famiglia, dai miei figli e dai miei amici, ma so che ogni volta che vengono a trovarmi posso guardarli negli occhi. E so anche che da qui a pochi anni tutti vedranno che ne sarà valsa la pena, perché questo processo, come dice sempre Raül Romeva** non è facile, non è veloce, non è indolore, ma è irreversibile. Ecco perché vinceremo!

Guardare al futuro e sorridere, perché la nostra determinazione è salda e lo sarà fino alla fine, fino a quando saremo liberi, fino a raggiungere la libertà del paese. Saremo all’altezza della vostra dignità. Vinceremo.

 

* Presidente di Esquerra Republicana 

** Ex ministro degli esteri del Governo catalano incarcerato dal 24 marzo 2018 (dopo un primo mese di prigione nel novembre 2017)

Fonte in lingua originale: https://www.esquerra.cat/ca/carta-oriol-junqueras-1-any-preso

Ringraziamo la giornalista Carla Signorile per averci fornito la traduzione in lingua italiana.

 

http://www.sinistraineuropa.it/storie/un-anno-dietro-le-sbarre-la-lettera-del-presidente-di-esquerra-republicana/amp/?__twitter_impression=true

El “Consell per la República” – Consiglio per laRepubblica

El “Consell per la República” – Consiglio per la Repubblica, rappresenta  di per sé un nuovo concetto di cittadinanza e di paese

 

Vilaweb.cat – Editorial. Vicent Partal – 31.10.2018

 

Il successo o il fallimento del Consiglio per la Repubblica dipenderà in gran parte dal fatto che le persone decidano di usarlo come strumento di costruzione di potere o se, invece, non capiranno per cosa vogliono usarlo. Per il momento, le spiegazioni durante la presentazione sono state insufficienti, immagino perché siamo in attesa dell’assemblea convocata per il prossimo 8 dicembre. Ecco perché direi che molti non hanno capito, per esempio, che il Consiglio avrà un proprio parlamento, l’Assemblea dei rappresentanti. Un parlamento che sarà eletto da chiunque si sarà registrato al censimento già operativo su consell.republicat.cat. Che a sua volta, sceglierà il Consiglio, un governo con sede nello spazio libero europeo che diventerà depositario del mandato democratico del primo di ottobre e con le mani libere di agire, in caso di altre aggressioni contro l’autogoverno, come lo è stata l’applicazione dell’articolo 155.

 

Tuttavia, non si tratta di raddoppiare le istituzioni. Il Parlamento della Catalogna e il Governo della Generalitat hanno una legittimità, e il Consiglio per la Repubblica ne avrà un’altra, non più regionale e non più compresa all’interno della costituzione spagnola. E proprio per questo, le sue funzioni saranno diverse e complementari. Ora, a nessuno sfugge il fatto che la sua esistenza cambierà automaticamente la legittimità della Generalitat come un fatto compiuto, come un esercizio di unilateralismo. Con un Consiglio che lavora a pieno regime nello spazio libero europeo se l’autogoverno della Catalogna dovesse essere aggredito, non potrà più essere definito vincolato e sorto da alcuna istituzionalizzazione della Spagna, nè considerato come un affare interno. Il Consiglio per la Repubblica, quindi, può svolgere un ruolo analogo a quello dell’amministrazione centrale tibetana in India o ai governi e ai parlamenti in esilio che da anni sono serviti a segnalare a livello internazionale una legalità in confronto a quella dello stato che gestisce il territorio con la forza.

 

Ma, internamente, le poche cose che sappiamo potrà fare, cambiano altre cose che sono ancora più importanti. Durante la presentazione si è parlato di “democrazia radicale”, senza dare altri indizi. Ma gli strumenti informatici attivati per la registrazione sono gli stessi usati dagli stati e dalle organizzazioni politiche tra i più avanzati al mondo per proporre modelli di democrazia, partecipazione, dibattito e voto elettronico.

 

E, per questo motivo, tra le cose che abbiamo saputo, ce n’è una di molto significativa: chi può far parte del censimento repubblicano. Perché la proposta va oltre il quadro regionale seguendo diverse vie simultanee. In primo luogo perché non esiste un limite geografico: si possono iscrivere tutti i cittadini di tutti i paesi catalani, i catalani all’estero o direttamente qualsiasi cittadino straniero che possa condividere i principi espressi nella dichiarazione di cittadinanza.

 

In un primo momento, ciò ha generato una relativa confusione perché il concetto è difficile da assimilare. Nella domanda su chi è un cittadino della Catalogna, il Consiglio per la Repubblica risponde che può esserlo chiunque accetta di esserlo. E lo fa allineandosi con modelli tanto innovativi ed emblematici come i progetti e-citizen della Estonia o di Singapore, che permettono che ognuno di noi possa essere anche cittadino virtuale e, sottolineo, “anche”. Il fatto che possano aderirvi persone con qualsiasi altra cittadinanza evidenzia, inoltre, e questo è politicamente molto rilevante, che i catalani non sono solo coloro che hanno una carta d’identità spagnola della regione autonoma della Catalogna. Sono catalani quelli che vogliono esserlo, anche se non hanno carta d’identità spagnola.

 

Fin dall’inizio, dunque, ci propongono un modello che va ben oltre i concetti tradizionali che definiscono una nazione, un modello che prefigura e alimenta quella che dovrebbe essere una repubblica moderna del XXI° secolo, con radici ma aperta al mondo e concepita per rendere confortevole la vita dei suoi abitanti. Per cominciare, e nonostante la confusione che esiste ancora a causa delle poche informazioni fornite, la musica del progetto sembra nuova e potente. Perché è chiaramente rivoluzionaria e perché non propone di ricreare il modello dello stato-nazione, vecchio e sorpassato, ma preferisce una nazione connessa, più in accordo con i tempi. Tuttavia, ora dovremo vedere se saremo in grado di comprendere questa sfida e affrontarla.

 

https://www.vilaweb.cat/noticies/el-consell-per-la-republica-representa-per-ell-mateix-un-nou-concepte-de-ciutadania-i-de-pais-editorial-vicent-partal/