Denuncia del comunicato dello stato spagnolo

Denuncia del comunicato dello stato spagnolo

 

Ieri lo stato spagnolo ha emesso un comunicato nel quale manifestava l’intenzione di non pubblicare nell’omologo della nostra Gazzetta Ufficiale, cioè il diario oficial della Generalitat de Catalunya (DOGC) il decreto di nomina dei ministri che formano parte del governo della Generalitat e di studiarne la fattibilità, nonostante tutti i ministri conservino intatti i propri pieni diritti politici.

Lo stato spagnolo mantiene così l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione, che doveva venire ritirato una volta costituito il governo in Catalogna, con una totale ed assoluta mancanza di fondamento giuridico.

Per questo motivo varie associazioni di giuristi hanno emesso ieri il seguente comunicato:

 

“DENUNICA DEL COMUNICATO DELLO STATO SPAGNOLO”

 

Il governo dello stato spagnolo ha appena emesso un comunicato in cui valuta la fattibilità del governo catalano annunciato dal presidente Quim Torra; agendo così, avvisa che si considera l’unico organo competente per autorizzare la pubblicazione del decreto di approvazione.

 

 

Riguardo il suddetto comunicato, gli enti in calce vogliamo denunciare che:

 

  • questo comunicato contravviene l’articolo 152 della costituzione stessa che attribuisce al presidente della Generalitat la direzione del consiglio del governo, la sua più alta rappresentatività, compresa l’ordinaria dello stato in territorio catalano.
  • l’articolo 17 della legge 13/2008 della presidenza della Generalitat e del governo fissa come spetti al presidente o alla presidentessa della Generalitat , in base al proprio stato personale, la rappresentatività della Generalitat, ed è, nell’ambito delle proprie funzioni, che corrisponde nominare l’attribuzione o separazione dei membri del governo.
  • la pubblicazione nel DOGC delle nomine è un atto dovuto e regolato; non farlo infrange l’articolo 7 della legge 2/2007 del DOGC stesso. La nomina effettuata dal presidente deve intendersi come un atto valido, e nessuna autorità della Generalitat, nemmeno quelle precettate, possono opporsi alla sua pubblicazione ufficiale senza incorrere in responsabilità disciplinari, politiche e penali.
  • la continua ingerenza dello stato centrale nel funzionamento delle istituzioni catalane implica, al di là dell’anomalia che presuppone l’indebita applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola, un’intollerabile mancanza di rispetto nei confronti della volontà democratica espressa nelle urne così come una violazione flagrante dei diritti fondamentali dei cittadini e cittadine della Catalogna

traduzione Alessandro Gamberini-AncItalia

 

 

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Report on the Spanish Government’s Communiqué

The Spanish government issued a statement today stating that the decree appointing the ministers that form the Government of the Generalitat will not be published in the Official Journal of the Generalitat de Catalunya (DOGC) and that it would study its feasibility, despite the fact that all the members of the Government enjoy their full political rights. The Spanish government retains the application of Article 155, which was to be withdrawn as soon as there was a government in Catalonia, in the total and absolute absence of legal basis.

That is why today various groups of jurists have issued the following statement:

REPORT ON THE SPANISH GOVERNMENT’S COMMUNIQUÉ

The Spanish Government has issued a statement that questions the feasibility of the Government of Catalonia announced by President Quim Torra. In doing so, it warns that it considers that it is the only body with powers to authorize the publication of the Decree that approves the appointments.

As regards this statement, the undersigned organisations wish to report:

  1. This communication contravenes Article 152 of the Spanish Constitution (SC), which determines that it is the President of the Generalitat who is responsible for the Government cabinet, is its highest representation and is even the statutory representative of the State in the territory of Catalonia.
  2. Article 17 of Law 13/2008 of the Presidency of the Generalitat and of the Government indicates that it is for the President of the Generalitat, in accordance with his personal status, to represent the Generalitat, and it is he or she, within the framework of his functions, who freely decides to the appoint and sack the members of the Government.
  3. The publication of the appointments in the DOGC is a due and regulated act, and not doing so out infringes Article 7 of Law 2/2007 on the DOGC. The appointment made by the President must be assumed to be a valid act and no authority within the Generalitat, including those that are now controlled by central government, may oppose its official publication without incurring in disciplinary, political or criminal liability.
  4. The repeated interference of the central government in the functioning of the Catalan institutions, beyond the anomaly that the improper application of article 155 SC amounts to, implies an intolerable lack of respect for the democratic will expressed at the ballot box and a flagrant violation of the fundamental rights of citizens and citizens of Catalonia.

 

May 20 2018

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Biforcandoci

Vilaweb.cat – Vicent Partal  – 17.05.2018 –

Ricordate Hannah Arendt :  ” Un bugiardo è sconfitto dalla realtà, per la quale non ci sono sostituzioni “

 

Conferenza stampa di Albert Rivera (leader del partito Ciudadanos) presso la Moncloa. Fa un’arringa. Esige una nuova applicazione dell’articolo 155 ‘dal parlamento o dal governo’ senza chiarire come si possa fare. E controllare TV3 (la tv catalana) e impedire i rapporti internazionali della Generalitat e un sacco di cose in più. La prima domanda arriva da una giornalista che non si identifica. Semplicemente chiede come si può fare tutto ciò. Ricorda che per applicare l’articolo 155 bisogna trasmettere una comunicazione al presidente della Generalitat ed esporre una serie di fatti che giustifichino l’applicazione dell’articolo. Oltre a l’obbligato passaggio in senato e seguire la procedura per raggiungerlo. Rivera non sa rispondere. Come se fosse disturbato da una giornalista con delle reticenze legaliste verso il suo intento…

 

Nel frattempo, Pedro Sánchez, a nome del PSOE (partito socialista operaio di spagna), chiede di adeguare il codice penale affinchè le azioni portate a termine dalla Generalitat nello scorso ottobre siano considerate un reato di ribellione. Brucia lo schiaffo belga. E fa impressione vedere il dirigente del PSOE proponendo cose così insensate come questa –e sorprende, nel ricordare che quest’uomo era chi doveva sconfigere Rajoy-. Fa ancora più impressione il fatto che ignori che le leggi non possono essere retroattive e che non servirebbe a niente una decisione del genere così folle. In più, compiendo un errore da prima elementare, Sánchez constata in pubblico che non c’è stata alcuna ribellione, visto che chiede di cambiare la tipificazione penale per includere i fatti di allora.

 

E il giudice Llarena, ai Llarena! va oltre, addirittura. Dopo lo schiaffo belga va a dire alla Germania che il Belgio si è sbagliato e di stare attenti a non sbagliare anche loro –ma…quest’uomo non ha nessuno che possa consigliarlo? – Coordinatamente, i giornali spagnoli nascondono la decisione del tribunale di Bruxelles. E vorrebbero darci lezioni di giornalismo, loro …

 

Ma, a questo punto, arriva la biforcazione. Alla stessa ora in cui succede tutto questo, il Sig. Quim Torra assume la presidenza della Generalitat in un atto discreto e contenuto. Lontano dalla tensione e dalla violenza concettuale e verbale scatenatasi a Madrid. Qui ci sono gesti discreti. Non c’è la bandiera spagnola, nè il ritratto del re, nè alcun esemplare della costituzione. Utilizza la formula già usata da Puigdemont (“giuro di compiere lealmente gli obblighi della carica di Presidente della Generalitat con fedeltà al popolo della Catalogna rappresentato dal Parlament”) e non indossa la medaglia che accredita la presidenza (n.d.t. ha dichiarato che è intenzionato a restituire la Presidenza a Puigdemont, il presidente legittimo). Non ci sono invitati. E’ circondato, discretamente, dalla famiglia, verso la quale sorride timidamente.

 

Il primo ottobre aprì un solco emotivo tra la Spagna e la maggioranza della popolazione catalana. E abbiamo la sensazione che questo solco si sta spostando lentamente nella quotidianità. Siamo già due paesi così diversi che si fa fatica a conciliare il racconto della nostra vita in comune. Così tanta bile da una parte, tanti gesti esasperati e tanta serenità, tanto contenimento dall’altra. Sembra che nemmeno le campagne manipulatrici abbiano molto impatto. Tra gli altri motivi, perchè quando apri la scatola di Twitter ce n’è -oh sorpresa!, per tutti-. Tweets che la maggior parte della gente guarda con indifferenza, quando si usano per attaccare gli uni o gli altri, perchè non si può abusare della manipolazione senza evitare l’effetto contrario, il disinteresse.

 

Ricordate Hannah Arendt: ‘Un bugiardo è sconfitto dalla realtà, per la quale non ci sono sostituzioni; per quanto grande possa essere la trama di falsità che un bugiardo esperto ha da offrire, non sarà mai abbastanza grande, -anche con l’aiuto dei media-, per coprire l’immensità degli eventi reali.’

Biforcandoci…

traduzione Àngels Fita-AncItalia

https://www.vilaweb.cat/noticies/bifurcant-nos-editorial-vicent-partal/

Il Parlamento elegge Quim Torra presidente

ASKANEWS    14.05.2018

 

Designato dall’ex presidente Puigdemont tuttora in esilio

Barcellona, (askanews) – Quasi cinque mesi dopo le elezioni catalane del 21 dicembre 2017, la Catalogna ha di nuovo un leader politico espressione del suo parlamento autonomo: è l’indipendentista Quim Torra, designato dall’ex presidente catalano in esilio Carles Puigdemont.

Torra, legato alla formazione indipendentista di centrodestra PDeCat (Partito Democratico Europeo Catalano) è stato eletto di stretta misura con 66 voti a favore, 65 contrari e quattro astenuti della formazione indipendentista radicale di sinistra Cup (Candidatura d’Unità Popolare).

In un momento critico per l’indipendentismo, con nove leader sottoposti da mesi a carcere preventivo e sette in esilio per sfuggire alla prigione per aver organizzato il referendum sull’indipendenza del primo ottobre 2017 proibito da Madrid, questo giornalista ed editore di 55 anni prestato alla politica si è rivolto direttamente al re di Spagna Felipe VI:

“Risulta, Maestà, che in questo paese ci sono prigionieri politici, ci sono persone esiliate e centinaia di catalani indagati per aver esposto liberamente il loro progetto, un progetto democratico, l’indipendenza. Risulta che abbiamo votato il primo ottobre e il 21 dicembre, ma la volontà espressa nelle urne non viene rispettata. Maestà, così, no”.

Torra ha ribadito che il fronte indipendentista ha un solo obiettivo: la creazione di una Repubblica catalana indipendente. Con lui finisce un periodo di mesi durante i quali la Catalogna è stata commissariata da Madrid.

“E perché la vogliamo, questa nostra repubblica? Perchéè scommettere sul futuro, su 7 milioni e mezzo di catalani, , su tutto il paese, sul 100% dei cittadini, perché la repubblica catalana è libertà, uguaglianza e fraternità. È coesione e progresso sociale ma anche progresso e opportunità di crescere economicamente. E, certamente sì, la repubblica catalana è guardare all’Europa e al mondo”.

http://www.askanews.it/video/2018/05/14/catalogna-il-parlamento-elegge-quim-torra-presidente-20180514_video_18233647

 

La libertà di coscienza

 

Scritto da Oriol Junqueras – 14 Maggio 2018 – Categoria: Il presente e noi

http://www.laletteraturaenoi.it

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 L’autore di questo articolo è Oriol Junqueras, leader del partito catalano Esquerra Republicana de Catalunya. Era vicepresidente del governo regionale catalano nel momento in cui, in seguito al referendum del 1 ottobre 2017 e della proclamazione dell’indipendenza, è stato arrestato e rinchiuso in un carcere di Madrid. Da sei mesi vi è detenuto (insieme ad altri ministri del disciolto governo) con l’accusa di ribellione-sedizione contro lo stato, in attesa di un processo. Si tratta dunque di una prigionia preventiva, che ha escluso i principali leader dei diversi partiti indipendentisti dalla campagna per le elezioni politiche volute dal primo ministro spagnolo Mariano Rajoy nel dicembre scorso. Le elezioni hanno egualmente attribuito la maggioranza assoluta dei seggi allo schieramento indipendentista.

Le accuse contro Junqueras e gli altri ministri imprigionati sono state ritenute infondate da vari paesi europei, fra cui recentemente la Germania, che si è rifiutata di estradare per lo stesso reato il presidente Carles Puigdemont in esilio; esperti di diritti umani dell’ONU hanno manifestato preoccupazione, mentre Amnesty International e altre organizzazioni internazionali attente ai diritti civili parlano apertamente di prigionieri politici.

La questione catalana costituisce una delle più inquietanti rimozioni politiche dell’Europa di questi anni, e rivela la fragilità del sistema politico europeo, la inattendibilità dei mezzi di informazione, il disinteresse di politici e di intellettuali. Si leggono sui giornali italiani, in particolare, notizie parziali e scorrette ricopiate dai grandi quotidiani spagnoli, allineati sulla verità dettata dal governo di Madrid e dal presidente Rajoy (dure critiche alla radiotelevisione pubblica spagnola si possono leggere negli ultimi report dell’International Press Institute). 

In Italia viene spesso evocata l’analogia con l’indipendentismo leghista, diverso da ogni punto di vista. L’indipendentismo catalano si nutre di una solida cultura democratica che affonda le radici nella guerra civile antifranchista (e basterebbe ricordare Omaggio alla Catalogna di George Orwell); è antimonarchico e repubblicano; è, soprattutto, cosmopolita ed europeista. Contesta i residui postfranchisti della società politica e giuridica spagnola, che esibiscono una scarsa separazione fra i poteri. Crede in una scuola multilingue e multiculturale.

L’intervento che segue è stato pubblicato nel 2014, e oggi Junqueras lo ha tradotto in italiano. Non vi si parla della situazione politica in corso, né della propria prigionia. Vi si allineano alcune citazioni più o meno celebri che evocano il tema della libertà di pensiero e del rapporto fra ricerca intellettuale e potere, facendo centro sulla figura emblematica di Socrate e sul suo rispetto delle leggi. Non può sfuggire la natura allegorica che questa riflessione assume in questo momento; né il significato politico e culturale di questo gesto. È come se questo politico e intellettuale chiedesse ai politici e agli intellettuali italiani di assumere la responsabilità di ciò che sta avvenendo a pochi chilometri, in territori amici presso i quali tanto spesso andiamo per scambi culturali o in vacanza. Come se chiedesse di sapere e di pronunciarci.

(Pietro Cataldi)

Ecco un link di video raccolti da Wikileaks che testimoniano la violenza poliziesca contro i votanti al referendum del 1° ottobre 2017: https://spanishpolice.github.io/

Come diceva R.W. Emerson, la prima delle virtù eroiche consiste nel dire la verità, perché “la sincerità è l’unica forma di parlare e di scrivere che non smette mai di essere attuale”. Inoltre, “il genio consiste nel dimostrare che quello che è vero per noi, nel nostro pensiero e nel nostro cuore, è anche vero per tutti gli umani”. E benché Kant affermi che “nel profondo delle tenebre, l’immaginazione lavori più attivamente che in piena luce”, bisogna ricordare che – come diceva Voltaire – “è pericoloso avere ragione quando il governo ha torto”. Infatti, il potere percepisce, troppo spesso, la libertà di opinione e di pensiero come una minaccia. Tanto che perfino la democrazia ateniese finì per assassinare la libertà della coscienza daimonica di Socrate.

Nella primavera dell’anno 399 a. C., Socrate fu accusato di empietà con l’argomento che spesso faceva appello a una “divinità interiore” (daimon), che guidava i suoi pensieri, opinioni, azioni e omissioni. Socrate era convinto che esista una “norma” universale, eterna e immutabile, di ciò che è buono e giusto. Una norma così assoluta che tutta la natura è orientata alla sua comprensione. E, per questa ragione, ci chiede lo sforzo di esaminare tutto e tutti. Anche noi stessi, perché “una vita senza esame non merita di essere vissuta”. Il vero compito della nostra vita, dunque, consiste nel tentare di capire tutto, sottoponendo a prova la nostra verità – sempre parziale e provvisoria – mediante un dialogo costante, dove è più importante saper fare le domande piuttosto che esporre le proprie convinzioni. Una modestia – qualche volta ironica – che viene sintetizzata dall’aforisma “so soltanto di non sapere”.

Un invito al dialogo, imprescindibile nella costruzione del sapere, sempre così bisognoso di sforzo intellettuale e di tolleranza emotiva. In questo senso, la migliore lezione ce la fornisce una frase di Evelyn Beatrice Hall, attribuita erroneamente a Voltaire: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo”. E il poeta canadese William Henry diceva: “Chi non vuole ragionare è un fanatico, chi non sa ragionare è un folle e chi non si arrischia a ragionare è uno schiavo”.

Il fatto che Socrate mettesse in dubbio sistematicamente la realtà, però, fu interpretato dai suoi concittadini come una beffa. In realtà, egli non pretendeva di fare nessun gioco di parole sofistico. Al contrario. Spesso criticava i sofisti per la mancanza di contenuto etico dei loro insegnamenti. Paradossalmente, però, un’assemblea di cittadini ateniesi considerò che la solida coscienza etica del daimon socratico era un ricorso retorico di un filosofo abile nell’uso della parola. E, pertanto, fu condannato.

Senza dubbio, questa è una lezione che non bisognerebbe dimenticare. E non deve meravigliare che questo sia anche lo spirito che pervade John Stuart Mill e Voltaire, quando affermano, rispettivamente, che “il genio può respirare solo in un’atmosfera di libertà” e che “la storia si può scrivere bene solo in un paese libero”. Socrate avrebbe potuto scegliere l’esilio, però – volendo dare testimonianza fino alla fine dell’integrità del suo comportamento – affrontò coloro che lo condannavano, raccomandando che venisse concesso loro un vitalizio come benefattori della società. Infuriati per quest’ultima ironia, furono ancora di più i membri della giuria che lo condannarono a morte, rispetto a quelli che, poco prima, lo avevano giudicato colpevole. E, dopo aver parlato eloquentemente dell’anima – quando il sole si stagliava all’orizzonte –, Socrate bevve la cicuta.

https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/792-la-libert%C3%A0-di-coscienza.html

TESTO ORIGINALE:

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       Oriol Junqueras                    Quim Forn                                                     Jordi Sanchez           Jordi Cuixart

Llibertat del consciència

Segons Emerson, la primera de les heroïcitats consisteix a dir la veritat. Doncs, la “sinceritat és l’única forma de parlar i escriure que mai passarà de moda”. A més, “el geni radica en acreditar que allò que és veritable per a nosaltres, en el nostre pensament i en el fons del nostre cor, també és cert per a tots els humans”. I, malgrat que Kant afirmi que “enmig de les tenebres la imaginació treballa més activament que a plena llum”, el cert és que –tal com assenyala Voltaire– “és perillós tenir raó, quan el govern està equivocat”. I, de fet, massa sovint, el poder percep la llibertat d’opinió –àdhuc de pensament– com una amenaça. Tant és així que fins i tot les democràcies poden assassinar la llibertat de la nostra consciència daimònica.

Així, la primavera de l’any 399 aC., Sòcrates va ser acusat d’impietat amb l’excusa que sovint apel•lava a una “divinitat interior” (daimon), que guiava els seus pensaments, opinions, accions i omissions. Curiosament, el concepte daimon adquireix una connotació moralment negativa (com encarnació del mal), quan –en l’intent d’imposar el seu monoteisme– els cristians consideren aquesta figura com un déu alternatiu a l’únic Déu possible. De tal manera que aquella bondadosa veu interior esdevé l’expressió d’un dimoni malvat. En realitat, però, Sòcrates està convençut que existeix una norma universal, eterna i immutable d’allò que és bo i correcte. Una norma tan absoluta que tota la natura està orientada a la seva comprensió. I, per tant, ens exigeix l’esforç d’examinar-ho tot i a tothom. Fins i tot a nosaltres mateixos. “Una vida sense examen no mereix ser viscuda”. La veritable missió de la nostra existència, doncs, consisteix a entendre-ho tot, confrontant la nostra veritat –sempre parcial i provisional–, mitjançant un diàleg constant, en què és més important saber preguntar que no pas exposar les nostres conviccions. Una modèstia –de vegades irònica– que es condensa en el famós aforisme “només sé que no sé res”.

Una invitació al diàleg, imprescindible en la construcció del coneixement, tan necessitat d’esforç intel•lectual com de tolerància emocional. Tal vegada, en aquest sentit, la millor lliçó ens la dóna una frase d’Evelyn Beatrice Hall, atribuïda erròniament a Voltaire: “Estic absolutament en desacord amb el que dius, però donaria la meva vida per a què ho puguis dir”. I el poeta canadenc William Henry també és força contundent en exposar el ventall de causes que poden explicar l’absència d’un diàleg intel·ligent: “El qui no vol raonar és un fanàtic, el qui no sap raonar és un boig i el qui no s’atreveix a raonar és un esclau”.

El fet que Sòcrates qüestionés sistemàticament la realitat, però, va ser interpretat pels seus conciutadans com una burla. En realitat, ell no pretenia pas fer cap mena de joc de paraules sofístic. Ans al contrari. Sovint criticava els sofistes per la manca de contingut ètic de llurs ensenyaments. Paradoxalment, però, una assemblea de ciutadans atenencs va considerar que la sòlida consciència ètica del daimon socràtic només era un recurs retòric d’un filòsof hàbil en l’ús de la paraula. I, per tant, va ser condemnat.

Sens dubte, aquesta és una lliçó que caldria no oblidar. I no és estrany que aquest sigui l’esperit que transpira arreu de l’epidermis de John Stuart Mill i de Voltaire, quan afirmen respectivament que “el geni tan sols pot respirar en una atmosfera de llibertat” i que “la història només es pot escriure bé en un país lliure”.

Sòcrates hauria pogut escollir l’exili, però –volent donar testimoni fins al final de la integritat del seu comportament– es va encarar a aquells que el condemnaven, recomanant-los que li concedissin una pensió vitalícia com a benefactor de la societat. Enfurismats per aquesta darrera ironia, van ser molts més els membres del jurat que el van condemnar a mort, que no pas els que –poc abans– l’havien considerat culpable. I, després de parlar eloqüentment de l’ànima –mentre el Sol es ponia a l’horitzó–, Sòcrates va beure la cicuta.

https://www.nuvol.com/opinio/llibertat-de-consciencia/

 

Puigdemont : la Spagna è uno Stato autoritario

 

Il presidente destituito elegge dalla Germania il successore: “E’ stato un errore non dichiarare l’indipendenza subito dopo il referendum”

Puigdemont: la Spagna è uno Stato autoritario “Farò vivere la repubblica catalana dall’esilio”

 

FRANCESCO OLIVO   INVIATO A BERLINO  12.05.2018

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Il leader che tiene in scacco la Spagna compare in un piccolo appartamento di Berlino, è in libertà provvi-soria, porta sul volto i segni di mesi difficili, ma non molla di un centimetro la sua battaglia per l’indipendenza. I servizi spagnoli lo seguono, qualche catalano lo viene a omaggiare e lui continua a dettare la linea a Barcellona. Proprio da questo salotto Carles Puigdemont, ha indicato un successore alla pre-sidenza della Catalogna, Quim Torra, ma lui resta leader, «dall’esilio».

 

Esilio è una parola importante, si fugge dalle dittature, la Spagna è una democrazia.

«Si va via dagli Stati autoritari e la Spagna lo è diventato. I di-ritti fondamentali non sono garantiti, né la libertà d’espressione. Per difendersi bisogna cambiare Paese».

Com’è la sua vita qui in Germania?

«Monastica. Passo ore a lavorare nel residence dove vivo».

Sarà monastica, ma lei è all’estero e i suoi ex compagni sono in carcere. Perché?

«Il mio dovere era dare continuità istituzionale e dal carcere non si può fare. Non sono scappato. Sono partito quan-do non c’era alcun provvedi-mento, appena è arrivato il mandato di cattura mi sono presentato dai giudici a Bru-xelles. Siamo in Europa per cercare una giustizia indipendente».

Qual è il suo compito ora?

«Portare avanti una campagna di internazionalizzazione del caso catalano, che è una vi-cenda europea».

Il 25 marzo lei è stato arrestato, che esperienza è stata quella del carcere?

«Sono stato trattato con ri-spetto, ma stare 23 ore al giorno in una cella è dura».

Da oltre sei mesi è all’estero, cosa le manca di più della sua terra?

«La mia famiglia, i miei paesaggi, la mia città, Girona. Cose piccole, ma che ti definiscono come essere umano».

Chi paga per la sua permanenza qui?

«I tanti catalani che fanno le donazioni. Il governo in esilio non prende soldi pubblici».

Lei dice che la sua rimozione stata illegale, ma l’articolo 155 della costituzione spa-gnola prevede l’intervento dello Stato su una comunità autonoma.

«Non permette, però, la destituzione del governo catalano, eletto dal parlamento».

 Si aspettava l’arresto?

«Conoscevo i rischi, ma ho provato a tornare in Belgio e mettermi a disposizione della giustizia. Mia moglie e mia fi-glia mi stavano aspettando a Bruxelles».

Il processo di indipendenza è stato più «complicato di quanto avesse previsto?

«In parte sì. Speravamo non prevalesse l’antica usanza spagnola di risolvere i conflitti con l’autoritarismo».

Avete fatto credere ai catalani che l’indipendenza si potesse ottenere velocemente?

«Era chiaro che sarebbe stato un processo lungo. Ma molti catalani hanno fatto una rapi-da dichiarazione intima di indipendenza. Magari si è confuso questo aspetto».

Perché invece i tempi sono lunghi?

«Perché abbiamo scelto una strada mai battuta in casi come questi: la via pacifica al-l’interno dei valori europei».

 E lontano il suo addio alla politica attiva?

«Purtroppo per me sì. Servirebbe una normalizzazione politica. Che gli indipendentisti escano dalle carceri. Quando arriverà tutto ciò torno volentieri all’anonimato».

 Nessun Paese ha riconosciuto l’indipendenza, è deluso dall’Ue?

 «Sapevo che non ci avrebbe appoggiato. Ma ora deve far rispettare i diritti fondamen-tali e non lo fa. Polonia e Ungheria vengono giustamente riprese perché hanno superato alcuni limiti. Ma a Madrid c’è gente in carcere per le pro-prie idee e a Varsavia no».

Lei è ancora europeista?

«Più di prima. Perché vedo i suoi valori minacciati da comportamenti autoritari».

Lunedì Quim Torra verrà probabilmente eletto presidente. L’opposizione dice che è una sua marionetta.

«Il presidente sarà effettivo, ma prende il potere in una condizione provvisoria e ne è cosciente. Dal 27 ottobre potrà convocare nuove elezioni, se il governo spagnolo continua con la persecuzione si potrà sciogliere il parlamento»

E un suo passo indietro?

«No, facciamo passi avanti, ma ci ispira la logica politica, non quella militare».

Lei cosa farà adesso?

«Il presidente del Consiglio della repubblica, un’istituzione che darà seguito alla di-chiarazione di indipendenza».

 In sostanza a Barcellona ci sarà una comunità autonoma normale e all’estero agi-rete da repubblica?

 «La costruzione della repubbli-ca catalana ha tre gambe: la co-munità autonoma, la società civile organizzata e lo “spazio libero europeo”».

Abbandonate la via unilaterale?

«L’indipendenza è già stata dichiarata e il parlamento non ha cancellato quel voto».

Esiste uno scenario possibile che non sia l’indipendenza?

«C’è sempre stato. A Rajoy ho detto spesso che siamo disposti ad ascoltare».

Il re Filippo VI che ruolo ha?

«Con il suo discorso del 3 ottobre ha escluso di fatto una parte di noi dal suo Regno».

Il tema resta: come si fa l’indipendenza senza il 50%?

«Dev’essere una maggioranza a decidere? Bene, lo strumento c’è: il referendum».

Qual è il suo più grande errore degli ultimi mesi?

«Fidarmi dello Stato spagnolo dopo il referendum. Nel mio discorso del 10 ottobre avrei dovuto dichiarare l’indipendenza. Ma mi erano arrivati messaggi sul fatto che Rajoy volesse dialogare».

Esisteva un canale con il governo spagnolo?

«Sì, diretto. I mediatori, tra cui molti ambasciatori, chiedevano di non fare niente di irre-versibile. Quindi il 10 ottobre nel mio discorso al parlamento evitai di dichiarare l’indi-pendenza, deludendo molti dei nostri. Ma la priorità era il dialogo. Da lì in poi cominciò però la repressione».

Quanto resterà all’estero?

«I miei orizzonti sono carcere o esilio. Devo prepararmi perché durerà molto, temo». —

 

 

DALLE URNE ALL’ESILIO

Il referendum proibito

Il 1° ottobre si svolge il refe-rendum sull’indipendenza della Catalogna, vietato dalla Spagna. Votano in quasi due milioni, tra le violenze della polizia spagnola.

 

Il discorso

Il 27 ottobre. Dopo un mese di trattative fallite, il parla-mento catalano dichiara l’in-dipendenza.

 

Il “governo in esilio”

Il 29 ottobre Puigdemont si trasferisce in Belgio. Poco do-po arriva il mandato d’arre-sto della giustizia spagnola.

 

Arresto e libertà

Il 25 marzo Puigdemont viene arrestato in Germania. Sarà scarcerato 12 giorni dopo. —

 

http://www.lastampa.it/2018/05/12/esteri/puigdemont-la-spagna-uno-stato-autoritario-far-vivere-la-repubblica-catalana-dallesilio-34yoRRMgIi39KLQDM0PqyH/premium.html